27/04/2010

Il feto sopravvissuto? È l’aborto choc che nessuno racconta

Il piccolo è rimasto in vita due giorni. Succede spesso se l’interruzione avviene oltre la metà della gravidanza. In questi casi i neonati vengono lasciati morire senza assistenza


Di Melania Rizzoli

feto-thumb3678151.jpgIl cappellano del nosocomio di Rossano, in provincia di Cosenza, sabato scorso aveva saputo che la mattina presto era stato eseguito un aborto terapeutico nel suo ospedale, e verso le 12, dopo aver celebrato la messa e aver fatto il giro dei malati nelle corsie, si è avviato nella sala operatoria dove era avvenuta l’interruzione di gravidanza, per pregare per un’altra anima mai venuta al mondo.

Il prete si è avvicinato al tavolo di metallo dove, in un fagottino di tela bianca, era stato deposto il feto di 22 settimane abortito da oltre quatto ore… e con orrore ha notato un movimento. Quando ha scostato il telo ha potuto constatare che il feto non solo non era morto, ma era ancora vivo, respirava e si muoveva, nonostante il cordone ombelicale non legato, il tempo trascorso dall’uscita dall’utero materno, e il freddo dell’aria condizionata, sempre accesa in sala operatoria. Fatta la drammatica scoperta il cappellano ha chiesto aiuto, ha protestato per la mancanza di cure e di assistenza e quindi il piccolo bambino abortito è stato infilato in un’incubatrice di Neonatologia nell’ospedale civile dell’Annunziata di Cosenza dove ha smesso di respirare ben due giorni dopo, lunedì mattina.
La Procura ha aperto un’inchiesta e l’opinione pubblica griderà allo scandalo e all’orrore per questo caso. Ma è necessario sapere che casi del genere succedono di frequente. Proprio così.
Una gravidanza regolare dura quaranta settimane, per cui se un feto viene abortito oltre la metà delle settimane di gestazione, ma spesso anche prima, è molto probabile che nasca vivo. Anzi molto spesso nasce vivo. In sala operatoria il medico abortista consegna il feto abortito, a cui non viene legato il cordone ombelicale per accelerarne la morte, né viene riservata alcun tipo di assistenza, ad un’infermiera che lo avvolge in un fagotto di garze, appunto, e lo pone su un tavolino lì vicino, mentre le attenzioni di tutti i presenti si concentrano nuovamente sulla donna adulta e viva, che ha appena partorito, spesso in anestesia, mentre il feto appena nato viene abbandonato in solitudine al suo destino, che è appunto quello di essere stato abortito. Nessuno dell’équipe medica e infermieristica operativa e in nessun modo ha l’autorizzazione, il compito, e la facoltà di sopprimere il feto nato vivo, né di accelerare la sua fine, per cui si attende, lasciandolo senza assistenza medica né assistenza terapeutica, che la vita, o la morte, faccia il suo «naturale» decorso.
Molte volte, come nel caso di Cosenza, un feto, anche se malformato, può resistere in vita anche diverse ore, con grande disagio ed imbarazzo del personale infermieristico che non può interrompere il servizio, né rendere agibile la sala operatoria per un altro intervento, prima che tutto il precedente sia compiuto e che la procedura sanitaria successiva sia terminata e certificata.
Non c’è nemmeno una norma o legge che impegni il personale sanitario a monitorare il feto che nasce vivo, o a praticare su di lui alcunché, anche perché il medico che interrompe la gravidanza è abilitato appunto all’esecuzione dell’aborto, e quindi alla eliminazione definitiva del feto stesso.
Coloro che parleranno di questo caso come «caso raro», mentono o non conoscono, o non hanno mai frequentato le sale ginecologiche né le sale operatorie, in genere allestite per la salvaguardia e la tutela della vita umana, ma talvolta adibite a scopi opposti.

Pagina  12 (continua)

07/03/2010

Se in Europa vince l'aborto è una sconfitta per tutti anche i pro-choice

aHR0cDovL2ltYWdlczEuZmFucG9wLmNvbS9pbWFnZXMvcGhvdG9zLzIxMDAwMDAvcHJvLWxpZmUtdC1zaGlydC1sb2dvcy1kZWJhdGUtMjEzMzM2OC01MDAtNDEyLmpwZw.jpgL’aborto in Europa ormai impressiona sia per le cifre, sia per le tendenze in atto, sia per l’impatto sociale e politico del fenomeno. Né la società né le istituzioni possono rimanere indifferenti La si può pensare in mille modi sulla vita e la morte, ma davanti a queste cifre e a queste modalità nessuno può nascondersi dietro vecchi slogan e battaglie di bandiera. Stiamo perdendo tutti la guerra perché se la vita non ha ragioni, chi mai potrà più avere ragione?

I dati forniti dall’Instituto de Politica Familiar di Madrid nel suo periodico Rapporto sull’aborto in Europa impressionano sia come cifre assolute, sia per le tendenze sociali di cui sono sintomo. Una gravidanza su cinque termina con l’aborto. Nell’Unione Europa a 27 (UE27) negli ultimi 15 anni non sono nati a causa dell’aborto 20 milioni di bambini. E’ come se fosse sparita l’intera popolazione della Romania o dell’Olanda. Nell’intera Europa ogni anno non nascono circa 3 milioni di bambini, una cifra pari alla popolazione di Estonia, Cipro, Lussemburgo e Malta messe insieme. L’aborto è la prima causa di mortalità in Europa. Nella UE27 il numero degli aborti è pari al deficit di natalità: senza l’aborto sarebbe garantito il ricambio generazionale. In dodici giorni muoiono più feti che persone per incidente stratale in un intero anno. Il panorama è desolato e desolante.

Il 63 per cento degli aborti dell’UE27 avvengono nei paesi dell’Europa a 15 (UE15) ossia nei paesi del benessere. Mentre in questi gli aborti sono aumentati, nei paesi dell’allargamento a 27 sono diminuiti. Romania, Francia e Regno Unito hanno avuto il maggior numero di aborti nel periodo 1994-2008, però mentre la Romania ha segnalato un vistoso calo, così non è stato per gli altri due. Nei paesi dell’allargamento il miglioramento delle condizioni di vita ha frenato l’aborto, mentre nei paesi più sviluppati la cultura del benessere li ha fatti aumentare. In questi ultimi il problema è prima di tutto culturale ed educativo. Ed infatti sta scoppiando il caso degli aborti di ragazze adolescenti. Il Regno Unito è il paese di punta: nel 2008 sono stati 45 mila gli aborti realizzati da adolescenti (170 mila nella UE27). Il tema dell’aborto si collega quindi con il nichilismo dei paesi sviluppati, che è un fenomeno culturale e non economico, e con una generazione di teenagers fuori controllo. Si collega anche con l’inverno demografico e con un continente stanco di futuro. Senza l’aborto avremmo in Europa 10 milioni e mezzo di giovani in più, di speranze e dinamismo, di idee nuove e entusiasmo.

Dentro questo quadro fa impressione il dato spagnolo. Qui gli aborti son aumentati del 115 per cento annuo, pari ad un incremento di quasi 70 mila ogni anno. Dal 1985 si cono accumulati 1 milione e 350 mila aborti. E’ grazie alla Spagna, balzata all’improvviso al quinto posto in Europa, che l’UE15 mantiene alti i propri tassi di interruzione della gravidanza. I dati dimostrano che in Spagna l’aborto è adoperato come sistema anticoncezionale: le donne che hanno abortito più di 5 volte è aumentato del 213 per cento negli ultimi 10 anni. Anche in Spagna, come avviene in Inghilterra con le adolescenti, l’aborto è sempre più banalizzato. Secondo l’IPF la recente legge farà aumentare ulteriormente il ricorso all’aborto: sarà permesso già dai 16 anni, sarà libero fino alla 14 settimana con estensione fino alla 22ma in caso di supposti rischi, si restringe l’obiezione di coscienza, si lancerà una istruzione capillare nelle scuole improntate alla ideologia del gender e della salute riproduttiva. Le proiezioni dicono che nel 2015 si supereranno in Spagna i 115 mila aborti, in controtendenza rispetto all’UE27 ove complessivamente gli aborti sono in diminuzione.

Oggi l’aborto è ancora illegale solo in Irlanda e a Malta. In 14 paesi la legge lo prevede in presenza di determinate circostanze. In 11 paesi si può abortire senza restrizioni. Il 30 per cento dei paesi dell’UE27 non riconosce il diritto all’obiezione di coscienza. In metà paesi è previsto un periodo di riflessione per la donna, in un’altra metà nemmeno.

Le proposte dell’IPF davanti a questa situazione sono molteplici. Vanno dalla riduzione dell’Iva per i pannolini alla costituzione di Centri di aiuto alla vita per madri in gravidanza. Tra i più interessanti si segnalano l’Istituzione di un Libro Verde sulla natalità in Europa, la realizzazione nei diversi paesi di un Piano nazionale sulla natalità, una riunione urgente dei Ministri della famiglia e soprattutto un appello alla società civile, dato che le azioni dei governi sembrano molto deficitarie, quando non addirittura fallimentari.

Una cosa è certa: bisogna ricominciare.

Grazie a L'Occidentale

 

17/09/2009

48 ore, meno 2

IL FATTO - Siamo in Gran Bretagna. Jayden Capewell è nato dopo sole 21 settimane e cinque giorni di gravidanza. Male, per lui. Infatti le procedure ospedaliere stabiliscono che sotto le ventidue settimane non si è uomini, si è feti. E come tali non si ha diritto alle cure che consentirebbero, forse, di sopravvivere. Non importa quanto la madre Sarah abbia supplicato, l'applicazione delle linee guida è stata inflessibile, e Jayden, dopo due ore, è morto.
Neanche il funerale, le hanno permesso di fare. "Non ha i diritti di un essere umano, è solo un feto".
Quarantotto ore, e quei diritti li avrebbe avuti. Ma un regolamento è un regolamento, e neanche le lacrime di una madre lo possono cambiare.

ALCUNE CONSIDERAZIONI - Qualche volta sento dire che noi cristiani avremmo la vita semplice di chi obbedisce come una pecora. Chi dice questo è evidente che ha capito poco, molto poco di cos'è il cristianesimo. Essere cristiano vuol dire non potersi mai nascondere dietro una legge, un libro, un regolamento. Vuol dire condividere la passione di ogni uomo; non potere accettare che qualcuno ci dica di chi avere pietà, chi salvare, o quantomeno tentare di salvare, e chi no.

E questo è scomodo, estremamente scomodo, perchè vuol dire agire, non stare mai tranquilli, perché ogni cosa è giocata sulla nostra libertà. Il male molto spesso è banale, perchè vive di particolari e ideologia: burocrati che decidono se puoi vivere o morire. Leggono dei fogli e decidono se tu sei un uomo, o no; se sei troppo giovane, troppo vecchio, troppo malato, troppo diverso allora mi dispiace, non hai diritti, ci disturbi, possiamo fare di te quello che vogliamo.

Ti guardano crepare, anche se magari in fondo al cuore (che sempre è cuore di uomo) un dubbio sorge. Ma cedere a quel dubbio vorrebbe dire mettere in pericolo quella costruzione faticosamente messa in piedi; vorrebbe dire ammettere che quel "feto" che hai abortito o lasciato morire, quel malato a cui togli i mezzi per vivere è un essere umano. Vorrebbe dire guardarsi in faccia e riconoscersi per quello che si è.

Ed è terribile guardarsi in faccia per chi non conosce, non ammette il perdono.

Berlicche socio di  SamizdatOnLine

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02/08/2009

Diario dal futuRU

21 Agosto 2011

Mi è costata una sessantina di euro.

Vacca boia, più di cinque volte rispetto alla pillola del giorno dopo, maledetta quella volta…

No, il farmacista non ha fatto storie: un timbro sulla ricetta e via.

Ho apprezzato che non mi abbia scannerizzato dai piedi ai capelli, scandagliandomi da sopra gli occhiali.

In fondo sono affari miei, lui faccia il suo lavoro.

Che se obietta lo denuncio.

L’anno scorso è stato peggio.

Il medico di base, i sette giorni, il ricovero in ospedale, la prima pillola, le ecografie, le notti in ospedale, la seconda pillola, la terza, le ecografie e signora-come-mai-è-ricoverata-qui delle vicine di letto.

Antibiotici e antidolorifici.

Rispetto della legge 194, tuonava l'Agenzia preposta.

Chi l’avrebbe mai detto che me l’avrebbero fatta odiare, quella legge "benedetta".

Tre giorni dentro.

Ad altre andava anche peggio .

Qualcuna è rimasta una settimana intera in ospedale.

Si dice che una donna sia rimasta quindici giorni, ma secondo me è una leggenda da corsia ospedaliera.

Qui se ascolti tutti arrivano a dirti che si muore di RU486.

Oscurantisti.

L’aborto è mio, e lo gestisco io.

Tanto in questi mesi si era capito come aggirare la legge nel rispetto della legge.

Basta una firmetta.

Dimissione volontaria.

Non potevano trattenerci contro la nostra volontà.

Sarebbe stato sequestro di persona.

Una firmetta dopo ogni pillola e via a casa.

Tanto poi si poteva tornare in qualunque momento, lì o altrove, per proseguire gli accertamenti.

E poi, se era ancora presto, un’altra firmetta.

L’unica scocciatura me l’ha data quello della guardia medica, che non ne voleva sapere di uscire per giudicare se il sanguinamento era normale o eccessivo.

Ho dovuto arrangiarmi, con un po’ di buon senso.

Però ho passato qualche brutto quarto d’ora, a maledire quelli che lo hanno battezzato “aborto dolce”, ovviamente tutti maschi.

Poi, come mi avevano detto, ho intravisto “il prodotto del concepimento”, prima di tirare lo sciacquone.

Mi hanno insegnato a chiamarlo così, per non affezionarmici.

Se lo avessi chiamato “bambino” avrei rischiato di cambiare idea, nei giorni che intercorrevano tra le diverse pillole, e prima della sua espulsione.

Chissà che casino sarebbe successo se avessi cambiato idea.

Chissà che casino.

Alla fine anche il governo ha dovuto arrendersi all’evidenza che la faccenda delle “firmette” per le dimissioni volontarie era una buffonata ipocrita.

Così come ipocrita era impostare tutta la campagna anti-RU sui suoi presunti effetti collaterali: morti da Ru486?

Ma certo! I bambini muoiono! Quelli che non si voleva far nascere!

In quanto alle mamme… nessun farmaco è innocuo, no?

Troveremo qualche professore che distinguerà le 29 donne morte a seconda della via di somministrazione, della dose, del bacillo in causa, delle eventuali patologie associate… e tutto evaporerà nei distinguo.

Ieri il governo ha modificato un paio di articoli della legge 194 (quella, per intenderci, che “non si tocca”). E’ bastato anzi dare un nuovo senso alle parole dell’articolo 8 della legge 194: “praticare l’interruzione di gravidanza” da ieri non è più inteso come “espellere il prodotto del concepimento”, ma come “por fine alla forma di vita intrauterina”.

In questo modo, la prima pillola si prende sotto controllo medico, le altre a casa propria, dove avverrà l’espulsione effettiva.

Basta intendersi sui termini, come sempre, no?

E così il governo ha aggirato l’ostacolo, ha stracciato qualche polverosa dichiarazione di principio, ha ignorato qualche interpellanza, ha rimesso nel cassetto le documentazioni di presunti effetti avversi da RU486 e ha commercializzato la pillola abortiva nelle farmacie.

Però a sessanta euro.

Speriamo che l’anno prossimo sia mutuabile, come un comune lassativo.

Grazie a Vino e Mirra

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01/08/2009

Aborto: altro che moratoria ...

Nonostante seri e documentati dubbi sulla pericolosità del farmaco RU486, l'Aifa si pronuncia a favore della sua commercializzazione in Italia.  Ma l'Aifa non ha ancora reso pubblico tutto: ad esempio il dossier sulle ventinove morti
Nel frattempo, l'ex ministro Livia Turco é soddisfatta ...
dopo la somministrazione di mifepristone, il carteggio in corso fra il Ministero e i tecnici Aifa, e soprattutto le motivazioni dei tecnici Aifa, che devono spiegare all’opinione pubblica perché ritengono che questo farmaco abortivo abbia tutti i requisiti di sicurezza per essere commercializzato. L'Aifa dovrà inoltre chiarire come la somministrazione della pillola abortiva potrà essere resa compatibile con la legge 194 e con i pareri del Consiglio Superiore di sanità.

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Dossier RU486Salute Femminile
Aborto, biotestamento e legge 40, ecco dove attacca l'ideologia di oggiEugenia Roccella Il Sussidiario
Appello di Scienza & Vita all'Aifa: Sulla RU486 rigore, prudenza e si renda pubblica la documentazione
E' incompatibile con la legge 194 - Francesco Cossiga Il Sussiiario
La Ru486 arriva in Italia. Dura condanna del VaticanoCorriere della Sera

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06/07/2008

SONO SOLO BAMBINI

 

Non si dovrebbero vedere certe immagini. Non si dovrebbe e non si vorrebbe; disturbano lo stomaco e il sonno, troppo dure! Ma la realtà è dura, non fa sconti; bisogna guardarla in faccia. Noi che perdiamo il sonno e legiferiamo per i cani o per le scimmie non sopportiamo un bimbo morente per mano nostra, solo perché sconvolge i nostri tempi e modi di vivere, il suo arrivo, inaspettato  o non voluto ci impoverisce, perché non potremo compragli i vestiti griffati, o mandarlo in un asilo che non ha posto per altri clienti. Avete visto lo sguardo di questo bimbo? Una richiesta d’amore e una fiducia, troppo spesso mal riposta. Mi vergogno! Lo so che non è politicamente corretto, non voglio e non amo steccati ideologici; ma la verità e la realtà non si possono e non si devono nascondere o censurare. A costo di essere antiquati e moralisti. A me, una cosa così sconvolge; non so a voi...

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26/05/2008

IL PROTAGONISTA

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Il feto protagonista

L’occasione l’ha creata il Centro Aiuto per la Vita di Besana in Brianza. L’associazione brianzola, da anni impegnata sul territorio per sostenere e accogliere i nuovi nascituri, ha da tempo avviato una serie di incontri, dibattiti e conferenze nelle scuole su temi inerenti la difesa della vita. Quest’anno il Centro ha proposto un concorso grafico-editoriale dal titolo “La prima sfida è quella della vita”. Molti gli studenti delle scuole superiori della zona che hanno colto la sfida e si sono cimentati in diverse creazioni sul tema proposto. La vulgata modernista ci narra di giovani privi di valori etici e assenti sul piano delle responsabilità individuali e collettive, riflessione giusta ma ovviamente parziale. Il concorso del Cav di Besana, ha offerto la possibilità di vedere un altro aspetto della realtà. Giovani in grado di cogliere il senso più profondo della vita, dell’individuo. Tra i vincitori, una studentessa di un Liceo che ha proposto una lettura originale. L’embrione, il feto, il bambino, vengono spesso identificati come soggetti protagonisti ma in una posizione di passività, Cristina Paulon ha rovesciato siffatta prospettiva, dando voce, nel senso letterale del termine, a chi voce, come il feto, non ne ha.

«Ciao, sono un feto e ho solo 5 settimane di vita. La mamma ha appena scoperto la mia esistenza e adesso deve prendere un’importante decisione Per la sua vita, ma soprattutto per la mia E’ una ragazza sola, il mio papà l’ha lasciata pochi giorni fa, appena ha saputo della mia esistenza. Ha detto che era troppo giovane per occuparsi di me. Ora la mamma ha paura. Sa che non potrà darmi la vita che meriterei e che ha sempre pensato per me. Ha paura di non essere in grado di amarmi come vorrebbe, di non sapermi proteggere ed aiutare.
“Mamma, io il mondo non l’ho ancora visto bene, l’ho sentito solo attraverso di te e posso comprendere le tue preoccupazioni, ma vedrai che se me ne darai la possibilità, ti dimostrerò che l’amore tra una mamma e il suo bambino può superare tutto, che non è vero che sarai sola, io sarò qui con te”.
  [...]

di Fabio Cavallari, leggi tutto su [Cultura Cattolica] 26.5.2008  Grazie al blog amico Graciete

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05/05/2008

QUANTO COSTA UN BAMBINO ?

La moratoria di Sandra e gli altri prigionieri

Siamo contenti. Ora ci sono migliaia di bracci della morte da aprire

Sono contento, siamo contenti, che la rispettabilità sociale dell’aborto sia in calo. Contenti che Sandra abbia imposto a se stessa, con l’aiuto di suo marito, una piccola moratoria di valore assoluto. Contenti, noi che all’aborto abbiamo mancato di rispetto, ma contenti fino a un certo punto. Repubblica si conferma un giornale serio, reattivo. Ci mette a conoscenza della storia di Sandra, la ragazza sposata, che concepisce e ama l’idea di avere un figlio, ma guadagna poco e pensa di non poterselo permettere, dunque fissa la data dell’aborto presso un ospedale dell’area Vesuviana cioè dell’altra Gomorra, poi scrive a Napolitano e va sui giornali chiedendo aiuto, denunciando la sua situazione, infine decide per il meglio, si commuove perché durante un’analisi sente l’infinitamente piccolo respirare all’unisono con lei, rinuncia ad abortire la sua creatura, incassa una vasta solidarietà, rinuncia ai talk show e rientra nel privato.

Continua » DA IL FOGLIO

Giuliano Ferrara  

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02/05/2008

" SANDRA " E GLI EROI DI TUTTI I GIORNI

 http://tn3-1.deviantart.com/300W/fs6.deviantart.com/i/2005/098/8/e/Heart_on_a_String_by_Squet.jpg    di Fausto Carioti

Edicole italiane, ieri mattina. Il quotidiano è Repubblica, il titolo è di quelli che attirano subito l’occhio: «Solo 1.300 euro al mese. Ho deciso di abortire». Un caso umano, lo specchio di un’emergenza sociale? Ma no. È solo un esempio di moderno egoismo, elevato in modo paraculo a metafora di una generazione. Che, per fortuna, non è tutta così. Anche se è solo di questi casi che si parla: gli altri, quelli che i figli se li tengono anche a costo di rinunciare a qualcosa - il ristorante con gli amici il sabato sera, le vacanze estive, il telefonino - non sono abbastanza trendy.

La ragazza in questione, che ha 29 anni ed è ribattezzata “Sandra”, la sua storia l’ha messa nero su bianco in una lettera inviata a Giorgio Napolitano e pubblicata sui giornali, come va di moda di questi tempi. «Egregio Presidente», scrive, «tra un paio di settimane abortirò!! Nonostante la mia non fosse una gravidanza programmata, l’aver scoperto di essere positiva al test mi ha dato un’emozione bruciante, una felicità incontenibile. L’idea di aver concepito un figlio con l’uomo che amo è qualcosa di così forte ed intimo che è impossibile da spiegare. Ad ogni modo la mia gioia non ha visto la luce del giorno dopo. Ben presto la ragione ha preso il posto del cuore e mi ha schiaffeggiata forte. La verità, mio caro Presidente, è che nonostante sia io che mio marito abbiamo un lavoro che ci impegna sei giorni alla settimana, le nostre entrate ammontano a circa 1.300 euro al mese. Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza, sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza; oppure andare su quel lettino d’ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante». Ovviamente lei la scelta l’ha già presa. E, va da sé, ne dà la colpa a «questo paese, che detesta i giovani», e la costringe a rinunciare a quello che lei chiama il suo «diritto ad essere madre».

Eppure “Sandra” non è affatto costretta ad abortire. La «mera sopravvivenza» del bambino potrebbe assicurarla senza rimetterci un euro. Esiste una legge per l’adozione. Lei può portare a termine la gravidanza, mettere al mondo il bambino che sostiene di amare tanto e affidarlo, in modo anonimo, a una famiglia che avrà la disponibilità economica e l’amore necessari per trattarlo nel modo migliore. La giornalista che la intervista, timidamente, accenna alla possibilità: «Non ha pensato alla possibilità di farlo nascere e poi darlo in adozione?». La risposta è raggelante: «Non lo farei mai. Mai, per nessun motivo. Sapere che esiste da qualche parte nel mondo un mio bambino e io non mi occupo di lui sarebbe lo strazio peggiore». L’egoismo vero è qui: saperlo vivo e in salute, magari mentre gioca con i genitori adottivi, le fa molto più male che ucciderlo in grembo. Non contano la vita del figlio, la sua felicità. Conta solo il possesso: se non posso averlo io, non deve averlo nessun altro.

L’amore materno è tutt’altra cosa. Se ne trovano tracce anche sul sito di Repubblica, nei commenti lasciati dai lettori: «Alla mia prima gravidanza avevo 29 anni... Dal momento che ho deciso di tenere il mio fagottino ho lottato contro chi mi ha tolto il lavoro, contro la precarietà più totale e il disagio di affrontare tutto da sola, visto che sono andata a vivere con il mio attuale compagno solo da quando nostro figlio aveva 6 mesi... Ora sono in attesa per la seconda volta e sul lavoro affronterò gli stessi problemi se non peggio, perché ora sono due e non uno... Ma chi mi ha dato tutta la forza a risolvere i miei problemi è stato proprio mio figlio». Anche gli uomini hanno qualcosa da dire: «Ho 33 anni. La mia compagna è disoccupata e fa qualche lavoretto qua e là quando capita, io prendo uno stipendio di 1.600 euro al mese, viviamo in affitto (400 euro al mese) e abbiamo una bellissima bambina che compirà un anno tra pochi giorni. Non vado in palestra perché non me lo posso permettere, non ho Sky, ma riesco ad avere un pediatra migliore di quello della Asl. Spesso sono a cena dai miei suoceri. Per noi non faccio la spesa tutti i giorni, ma per mia figlia sì. Per lei tutto, per lei lavorerei anche di notte». Eroi normali che si fanno un mazzo così senza lamentarsi né dare la colpa al «sistema», che sorridono felici quando danno al figlio il bacio della buonanotte e a scrivere al presidente della Repubblica non ci pensano proprio.

E per finire, visto che tutto gira attorno ai soldi e la difesa della vita sembra roba da fondamentalisti cristiani, parliamo anche della cifra. “Sandra” e il suo compagno, che piangono miseria, non devono affrontare spese per la casa. «Ci ospita una mia vecchia zia», fa sapere la ragazza. Ma davvero 1.300 euro al mese, senza affitto da pagare, non bastano a sfamare due adulti e un bambino? Ogni giorno, milioni di famiglie italiane dimostrano il contrario. Diciamolo: dipende solo da quanto si ha voglia di rimboccarsi le maniche e accettare qualche rinuncia. Toglietemi tutto, ma non il mio cellulare. E lo chiamano progresso.

© Libero. Pubblicato il 1 maggio 2008.

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25/04/2008

STORIA DI SUSY E DEL SUO ANGELO BAMBINO

http://vinylzart.com/images/ClassicCanvas-AndrewWyeth-Christina%5C'sWorld(1948).jpg
Susy, dunque, ha abortito. Diciamo meglio e con più onestà: l'hanno fatta abortire. A quell'età, con un problema così grosso che ti arriva addosso, la tua volontà conta molto poco.

Ho saputo ieri che Susy, una ragazza di 16-17 anni che ho avuto modo di conoscere, ha abortito. Il suo nome non è ovviamente Susy. La chiamerò così perché questo è un nome che per me vuol dire molto. Quando ero ancora un liceale, dedicai una canzone ad una immaginaria Susy. Molti anni dopo, "La piccola Susy" sarebbe diventata un racconto. Nel quale parlavo proprio di una sedicenne alle prese con l'aborto. Ora per me Susy è diventata una persona reale, in carne ed ossa.

Susy, dunque, ha abortito. Diciamo meglio e con più onestà: l'hanno fatta abortire. A quell'età, con un problema così grosso che ti arriva addosso, la tua volontà conta molto poco. Tutto il mondo ti frana sulla testa. Il problema resta in famiglia, i panni sporchi si lavano in casa; non c'è nessun amico autorevole che ti possa aiutare. O almeno tu, nella tua vergogna e nella tua disperazione, la pensi così. E lo pensano anche i tuoi genitori e i parenti. La soluzione che ti si prospetta è una sola. Altro che libertà.

E così in casa di Susy è entrata la morte. Una morte ben più angosciosa e orribile di quella che entra in casa alla morte di un parente. Questa è una morte diversa, di cui ci si sente responsabili, malgrado tutte le giustificazioni che uno cerca di trovare. In casa di Susy i rapporti, d'ora in poi, non saranno più gli stessi. Il senso di oppressione, di controllo, di mancanza di libertà che soffoca gli adolescenti e li mette contro i genitori è un nulla rispetto al risentimento che nasce dalla complicità in un'azione sporca, terribile. La morte è entrata nel cuore di Susy.

Ma Susy era morta già prima. L'ho conosciuta e lo so. Nei suoi occhi solo raramente ho visto accendersi la gioia e l'entusiasmo. Lei stessa mi confessava che la sua vita è noiosa, spenta, grigia. Triste, insomma. Sigarette, bar e ragazzi. Tutto qui. Come si fa a vivere così? Eppure per la stragrande maggioranza dei giovani sembra questa l'unica vita possibile. Problemi a scuola (poca voglia di studiare), qualche brivido con la "roba", inappetenza (sarà anoressia?)… e poi gli occhi. Lo vedi subito quando una persona è "fuori di sé", letteralmente.

Susy vive, ma "fuori di sé".Non sa chi è, non sa cosa vuole. Si trascina nel mondo.

Peccato, perché Susy sarebbe una ragazza speciale, eccezionale. Io lo so, perché la conosco.

E ne conosco moltissime di Susy. Le vedo tutti i giorni. Sigaretta, atteggiamento sguaiato e aggressivo, calzoni che calano, mutandine che fuoriescono. Ce ne sono altre che vestono più castigate, ma sono ugualmente fuori di sé, col pensiero continuamente occupato dalle cretinate che leggono su Cioè (con le sue istigazioni a perdere il prima possibile la verginità), sulle rivistine coi loro idoli musicali, o che assorbono e deglutiscono dalla televisione. Le ho viste abbrancare il primo ragazzotto che capita a tiro. Con una fretta da prostitute. Con la differenza che queste sanno quello che fanno, mentre loro s'illudono che sia "amore".

Giocano, scherzano col fuoco e non se ne rendono conto.

Io, mesi fa, sono stato vicino a Susy. Ho cercato di farle intravedere un mondo diverso. Per un po' mi ha anche seguito. Ma quale fascino volete che abbia un quarantenne che ti richiama ad un impegno con la vita, con te stesso, con gli altri? Quale fascino duraturo, intendo? La vita di Susy è immersa in un letame disumano. A scuola, in casa, con gli amici è un continuo lavaggio del cervello: sesso, droga, successo. Forse non sono stato in grado di offrirle una compagnia stabile. O ci sarebbe forse voluto un amico della sua stessa età. Ma questi amici, questi ragazzi disposti a mettersi insieme in una specie di salvation army non si trovano. Quelli "bravi" (i giovani ricchi di oggi) sono tutti impegnati a restare bravi. Pensano solo a sé. Non puoi fare affidamento su di loro.

E così Susy ha fatto quel che ha fatto. Qualcuno in questi casi giustifica l'aborto con la tipica domanda: "Che vita farebbe quella ragazzina? Che vita farebbe suo figlio?". Nessuno che chieda mai che vita sarà dopo l'aborto. Nessuno che pensi a Susy mentre si guarda allo specchio, mentre si guarda il ventre, mentre incontra lo sguardo di sua madre e di suo padre, mentre guarda il ragazzo che l'ha messa incinta. Chissà come saranno i suoi occhi. Chissà come saranno i suoi pensieri.

Io l'ho conosciuta e sono convinto che, paradossalmente, il bimbo che le hanno fatto abortire l'avrebbe aiutata a ritrovare se stessa, l'avrebbe liberata, l'avrebbe salvata.

Oggi posso solo pregare per lei. Gianluca Zappa - Cultura Cattolica.it

23:51 Scritto da: ritina5 in Aborto | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

06/04/2008

LE IDEE DELLA LISTA PAZZA IN TOUR

      http://img101.imageshack.us/img101/5883/wickermossbacktraybyfrenp3.jpgSì Juno, no Alitalia, qualche urlo, tanta gente e vita nella sala francescana

Milano. Milano pochissimo da bere. Venerdì sera. Centro Rosetum, metropolitana Gambara. Ospite dei frati francescani, arriva in città la lista pazza contro l’aborto. Sala stracolma, posti solo in piedi. Sul palco ci sono una decina di candidati, due donne, due gemelli, un ex dirigente di Lotta continua, un pannelliano bergamasco, un cantante sanremese. Ore 21. Giuliano Ferrara entra dal retro, scortato, provato dai precedenti impegni di campagna elettorale, ma felice. Fuori c’è un grande schieramento di polizia, a tamponare una ventina di giovani e meno giovani dei centri sociali che lanciano prezzemolo su chi entra al Rosetum. Tra i tanti cori possibili, i contestatori scelgono “assassini, assassini”. Urlato da un gruppo pro-abortisti e rivolto a chi non vorrebbe interrompere le gravidanze, non è niente male.
La gente che entra nella sala francescana – persone normali, facce sorridenti, molti ragazzi, il radicale storico Lorenzo Strik Lievers in bicicletta – non capisce: “Assassini? Ma perché urlano assassini?”, dice una signora al marito.
I fotografi sono a caccia di immagini forti, ma non succede niente. I giornalisti – poco interessati alle cose che si dicono sul palco – si lamentano di non avere niente da scrivere. In sala, dopo una canzone con testi anti aborto, si comincia. Paolo Sorbi è arzillo come ai tempi delle assemblee studentesche. Paola Bonzi racconta la sua esperienza alla Mangiagalli e commuove con le storie di tutte quelle ragazze che ha aiutato a non abortire. Lei non fa nascere bambini, fa nascere mamme.
Poi parla Ferrara. Spiega perché non è lui a essere strano, malgrado si diverta a definire la lista “pazza”. Quelli strani, dice, sono gli altri, indifferenti alla sorte degli ex nascituri burocraticamente chiamati “rifiuti ospedalieri”. Il direttore di questo giornale parla di “Juno”. Lo racconta nei dettagli e se la prende con i giornali acrobaticamente impegnati a negare che il film parli di una ragazzina che sceglie di non abortire. Dopo una decina di minuti, un giornalista alza gli occhi dal taccuino e chiede a un collega: “Ma di che film sta parlando?”. E l’altro: “Boh”.
Ferrara continua con Umberto Veronesi, Barack Obama e Lietta Tornabuoni, brave persone a cui capita di dire enormità. Veronesi, candidato Pd, è il guru in camice bianco che fa compiere alla nostra società il salto culturale dal “sesso senza figli” di trent’anni fa, ai “figli senza sesso” della moderna tecnoscienza. Obama dice che, in caso di “incidente”, non vorrebbe che le sue figlie “fossero punite con un bimbo”. Tornabuoni dà di “pervertiti” ai sostenitori pro life di Juno che godono a vedere il “corpo deformato dalla gran pancia della gravidanza”.
La gente applaude. Nel foyer, il candidato Maurizio Crippa si scola una pinta di birra. Ferrara dice che in Italia c’è un pregiudizio anti cattolico. A quel punto prima una, poi un’altra contestatrice si alza e, a voce alta, dice civilmente a Ferrara che “non siamo strani noi, sono strane le persone con le sue idee” e qualcosa di poco chiaro sull’Iraq. Ferrara replica con “Viva Verdi”, si compiace di averle convinte perlomeno fino a quel momento e sospetta che abbiano ceduto al solo citare il cattolicesimo. Il direttore del Foglio propone un piano nazionale per la vita, promette “privilegi” di legge alle donne in attesa di un bambino e ripete che non vuole abrogare la 194, per quanto sia una legge infame, ma applicarla in tutte le sue parti, non dimenticandosi che il titolo della legge è “Norme per la tutela sociale della maternità” prima ancora di “interruzione della gravidanza”. Ferrara chiude con la Ru486, la chiusura del cerchio della cultura abortista, un “veleno chimico” che indurrà le donne ad abortire da sole, clandestinamente, con una pillolina ingerita tra il tinello e il bagno di casa, lontane da medici e soprattutto da gente pericolosa come Paola Bonzi che potrebbe, non sia mai, convincerle a scegliere la vita. Applausi. Poi tutti sul palco, a salutare i candidati. Due ragazze si avvicinano a Ferrara e gli dicono: “Comunione e liberazione le vuole bene”. Fuori gridano ancora “assassini, assassini”.  DA IL FOGLIO

12:22 Scritto da: ritina5 in Aborto | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

16/03/2008

" OPERAZIONE ERODE "

    Cara Miriam, mi spiace polemizzare con te Ma il tuo articolo su Repubblica mi ha traumatizzato
http://www.andreag.it/docs/blog/munch.jpg    Aborto &C - sab 15 mar
dai Media
Genova, bimbo ucciso per un reality
SOLO QUI di Giuliano Ferrara

Tratto da Il Foglio del 14 marzo 2008

Cara Miriam, mi spiace polemizzare con te perché, per ragioni di lunga amicizia familiare, è come se polemizzassi con mia madre. Ma devo dirti che il tuo articolo di ieri su Repubblica mi ha traumatizzato. Lo trovo incredibile, ideologico in un senso disumanizzante, anche sul piano dei rapporti personali.

Tu attribuisci alla mia “forsennata” campagna contro l’aborto, che spacci mendacemente come una campagna contro la 194, senza un soprassalto di riflessione e di verità che da te mi sarei atteso, il risultato di spingere le donne all’aborto clandestino. Non è decente, anche se la cosa è sussurrata in modo insinuante e riposta in una zona non troppo visibile del tuo giornale. Quello stesso giornale che, in altre pagine, si apre bene o male alla discussione onesta sulla scia del libro di Sofri “Contro Giuliano”.

Le inchieste di Genova, battezzate audacemente “operazione Erode”, sono cominciate nell’ottobre del 2007, tre mesi prima del mio appello a una moratoria per l’aborto. Dunque: non solo non c’è alcun nesso di merito tra le cose che ho preso a dire con forza dopo il voto dell’Onu e quella vicenda giudiziaria e di costume, ma i fatti sui quali suggerisci una qualche mia influenza sono precedenti al mio articolo del 19 dicembre sulla moratoria. Stabilire ex post un collegamento denigratorio è semplicemente incongruo da parte di una persona come te, alla quale voglio bene ma, da oggi, con pudore e dolore personale.

La cosa più grave di tutte è che tu sorvoli sul fatto, registrato dai cronisti del tuo stesso giornale, che le “innocenti” motivazioni di quegli aborti clandestini, riservati e appartati rispetto alla “trafila burocratica” della legge 194, sono un patente tradimento della lettera e dello spirito di quella legge. Che infatti tu inviti obliquamente a ripensare, perché l’aborto diventi un diritto indiscutibile, non più soggetto ad alcuna verifica sociale di tutela della maternità e della vita fin dal suo inizio, come è scritto nella legge che fingi di difendere da un attacco oscurantista nel momento stesso in cui la vuoi correggere in senso ultra-abortista. Mi colpisce poi il tuo sovrano disinteresse per aborti decisi senza che sia in questione la salute fisica o psichica di una donna, per pura valutazione di opportunità o di convenienza.

La verità è che un inganno vige sovrano da trent’anni. Fu strappata al Parlamento italiano una legge di regolazione dell’aborto ispirata in teoria alla lotta contro l’aborto clandestino e alla prevenzione sociale del fenomeno dell’aborto. Ma fin dal principio quel compromesso ha cominciato a ratificare, per pura mistificazione ideologica, un diritto assoluto e sovrano sulla vita nascente da parte del soggetto femminile, cioè di un’astrazione ideologica che si chiama Donna e che non è le donne. Le donne sono con i bambini ingoiate nel buio dell’aborto, non assassine (lo pensava anche la Ginzburg). Perfino quando lo decidono per un reality show. Ma gli argomenti libertari oggi sbandierati o dissimulati sono pestiferi. Le donne sono senza colpa, l’ideologia maschile e vile della Donna no.

Questa discussione atroce, che per dovere etico e per impulso personale ho creduto giusto riproporre con grande imbarazzo di tutti o quasi tutti, si svolse anche allora. Ho ripubblicato una polemica di Antonello Trombadori con Carla Ravaioli che verteva proprio su questo punto. Non so all’epoca quale fosse la tua opinione. Se è cambiata, se pensi che la 194 sia una trafila burocratica che inquisisce nella libera coscienza delle donne, e che va abolita, prendi il coraggio a quattro mani e dillo senza tante storie, come ha fatto sul mio giornale una persona onesta come Roberta Tatafiore, senza ricorrere a sotterfugi e senza indicarmi alla gogna estremista e fanatizzata del tuo popolo di lettori innocenti.

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14/03/2008

DIRITTO DI REPLICA: GIULIANO E ADRIANO

Interessante articolo da " Il Foglio ":     Caro Adriano, Abort macht frei

Caro Adriano, rubo tempo al sonno per rispondere in campagna elettorale, dunque a rate, al tuo consistente pamphlet “Contro Giuliano”, che è una lunga lettera d’amicizia e di radicale dissenso dalle mie idee sull’aborto e il maltrattamento della vita umana. Ma ora che hai condensato in un’intervista all’Espresso ciò che pensi, è urgente una risposta da giornale a giornale entro la misura di tempo che è dei giornali. Ora che le tue idee distese e pensate, sbagliatissime epperò amichevoli, vanno in pasto al giornalista collettivo, che ne saprà fare uso acconcio, il subgiornalista individualista che io sono è tenuto a replicare.

Continua »   Chi   " ragiona ideologicamente " non cambia mai. Neanche di fronte alle evidenze più vere e realistiche. La posizione di Adriano Sofri  ne è un esempio lampante! Per questo dobbiamo stare attenti a chi daremo il nostro voto! Tutti questi  " comunisti redenti "mi fanno ricordare una "Dritta " che Qualcuno ci ha dato un paio di millenni orsono < State attenti a chi viene a voi in vesti di agnelli ; dentro sono dei lupi rapaci >! vogliamo permettere loro di fare ancora razzie nel nostro Paese?


http://www.wittgenstein.it/jpg/condinote.jpg

12:27 Scritto da: ritina5 in Aborto | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

10/03/2008

L'EMBRIONE DI GUARESCHI

http://www.comune.zibello.pr.it/comune/allegato.asp?ID=180222    Il racconto venne cestinato dal direttore del settimanale Oggi e rimase inedito. Così lo scrittore anticipò di 40 anni il dibattito sull’aborto…

Pubblichiamo uno stralcio del racconto “L’embrione” (1967) di Giovannino Guareschi tratto dal volume “Baffo racconta” (Rizzoli, 2004, pp. 196, euro 8,4).



Fosse ancora tra noi, sarebbe stato certamente il primo firmatario e forse anche qualcosa di più, dell’appello lanciato da Giuliano Ferrara per la moratoria mondiale sull’aborto. Anzi, lui di quel Manifesto a difesa degli embrioni dallo sterminio e dal freezer, sarebbe stato senza dubbio l’interprete più efficace. La secca prosa di Giovannino Guareschi ha anticipato di quarant’anni le raffinate argomentazioni dell’Elefantino di Ferrara. E come l’ateo devoto e raziocinante direttore fogliante, Guareschi si prese lo scomodo della censura e pagò intero il prezzo della vigliaccheria editoriale.
Prima che Oriana aprisse il ranch
Forse il primo a prestare voce a quel pezzetto di vita, capo di una classifica che a tutt’oggi non arriva a cinque. L’incazzosa antipapista, poi convertita sulla brucica a Ratzinger, Oriana Fallaci doveva ancora venire con la sua “Lettera a una bambino mai nato”. A gettare scompiglio nel ranch delle puledre femministe e un po’ di polvere negli occhi degli arieti radicali. Lo straordinario creatore di Peppone e don Camillo aveva compreso tutto già alla fine degli anni Sessanta, intuito in quale secca di disgregazione e follia umana si sarebbe cacciata la società italiana. A quei tempi, i termini sottoghiaccio di bioetica, tecnoscienza, eugenetica, ancora non erano entrati nel lessico orwelliano (oggi così famigliare) della nuova civiltà del desiderio unico e del diritto omicida. Il racconto di Guareschi, infatti, è del 1967: si intitola “L’Embrione” e resterà inedito perché il direttore del settimanale che doveva pubblicarlo anziché in pagina lo imbucò direttamente nel cestino. L’aborto letterario ha un luogo e una data: Milano, 23 marzo 1967. Guareschi, ci informa il professor Mario Palmaro, nonostante le condizioni di salute non siano le migliori (un cuore matto e l’ulcera che lo tormenta) continua a lavorare alacremente, e ad annotare con l’abituale meticolosità i suoi impegni, registrandoli in un lunario. Un po’ come ai tempi della prigionia in Germania, documentata nel “Diario clandestino”. Accanto al giorno 23 di marzo, nel calendario Giovannino annota di aver inviato il racconto al settimanale “Oggi”, e subito dopo scrive un “No” con tanto di punto esclamativo. Il direttore del periodico Rizzoli, Vittorio Buttafava, seppure a malincuore, ha deciso di non pubblicare la storia destinata alla rubrica “Telecorrierino delle famiglie”. Scrive Buttafava: «Caro Guareschi, al momento di impaginare il tuo ultimo pezzo mi è mancato il coraggio. Figurati se non condivido le tue opinioni, ma come posso pubblicare su questo giornaletto per famiglie un attacco così provocatorio verso i magistrati?» Il direttore di “Oggi” si riferisce al «vecchio signore in toga intento a consultare certe carte» di cui si parla nel racconto, e che Guareschi definisce un usciere,ma che in realtà incarna proprio la magistratura. L’obiettivo della satira guareschiana è, questa volta, la normativa sul delitto d’onore: Giovannino non riesce ad accettare la logica che tende a giustificare l’omicidio compiuto dal coniuge tradito. Soprattutto quando a fare le spese dell’odio e della violenza è un innocente, il più innocente e indifeso essere umano: il nascituro. «Un bambino piccolo piccolo», scrive Guareschi, «che pareva fatto d’aria». E ancora: «Ammazzando mia madre, mio padre ha ammazzato anche me».
Dedicato a tutti i Veronesi d’Italia
Buttafava decise di cancellare il racconto, ma il primo a soffrirne fu proprio lui: «Mi spiace usarti una scortesia proprio a Pasqua (quell’anno si celebrò il 26 marzo, ndr), mentre dovrei mandarti centomila auguri e ringraziamenti, ma come posso rischiare così? “Oggi” è sotto milioni di occhi spesso malevoli; i più malevoli (detto tra noi) sono all’interno della stessa Rizzoli». E qui Buttafava sembra alludere in particolare a un importante giornalista che non vedeva di buon occhio la collaborazione di Guareschi con la casa editrice. Insomma, nulla di nuovo. Oggi, miliardi di bimbi urlano nel vento. A loro, come al figlio di Esterina viene ribattuto: «Non si può uccidere chi non è nato. Se un individuo non è nato, legalmente non esiste». Ci si affida agli acchiappafarfalle del diritto e delle linee guida. Che come il giudice di Guareschi, scuotono il capo e indignati esclamano: «Che gioventù. Non sono ancora nati e già accampano diritti». Ironia amara e profetica, che fa piazza pulita del bon ton dell’abortista dalle mani pulite. Per cui si chiama Ivg (interruzione volontaria della gravidanza) ciò che è omicidio, e feto il bambino nell’utero. Commenta Palmaro: «Guareschi prefigura il drammatico scenario del rapporto tra la vita umana prenatale e la società moderna. Scenari per i quali aveva già trovato una risposta decisa, inoppugnabile, espressa in quella frase ironica che contiene una verità rovesciata. Sembrano fatti d’aria anche oggi quei bambini, perché il mondo non riesce a vederli, a coglierne la presenza. Quasi fossero una verità di fede, un dogma cattolico. E non una faccenda di carne e sangue, di muscoli e di tendini, un cuore pulsante». E questa semplice verità, la ragione, senz’altri attributi, davvero non la può capire? Consigliamo la lettura di Guareschi anche a tutti i professoroni Veronesi d’Italia che simpaticamente e col sorriso sulle labbra vorrebbero ripulire l’aria dove quei “piccolini” invisibili vagano come microbi solitari e senza pace. E per quelli che ce la faranno ad uscire dal ventre materno, ci sarà sempre una buona morte a toglierli dall’impaccio della vita. Ci penseranno gli stessi eutanasici medici da fitness-room che poi ti consigliano la dieta vegetariana: perché ingollarsi di carne fa venire il cancro. Prosit a Umberto, grande chirurgo-manager, e a tutti i doctor House dell’eugeneticamente corretto. Noi, invece, facciamo parlare Guareschi: l’embrione che fantasticamente torna in vita a rivendicare i suoi diritti, vale più di un meeting all’Ieo (la casa madre dello sciccoso Veronesi). La narrazione parte da un fatto di cronaca nera, un delitto d’onore. L’embrione è il bambino dell’Esterina, uccisa dal marito, Nazareno. Guareschi dialoga con un’immaginaria Giò, la colf «l’unica che non aspiri a diventare una diva tv».

di Luigi Santambrogio
LIBERO 26 gennaio



«Caro feto, lei non esiste. Non si azzardi ad accampare alcun diritto»

Pubblichiamo uno stralcio del racconto “L’embrione” (1967) di Giovannino Guareschi, tratto dal volume “Baffo racconta” (Rizzoli, 2004, pp. 196, euro 8,4). Il racconto, scritto nel 1967, è rimasto a lungo inedito. Fu rifiutato in quell’anno dalla rivista “Oggi”.

di GIOVANNINO GUARESCHI

«Come s’è detto, il caso era di normale amministrazione: il bravo Nazzareno fu condannato a due anni di carcere e, avendo interposto appello, “uscì liberamente dall’aula con un sorriso trionfante e fu accolto nel corridoio con applausi dal pubblico numeroso che aveva seguito il processo...”»
«Scusi - esclamò Giò interrompendomi. - ma questo è semplicemente quanto sta scritto sul giornale!»
«No, - risposi. - Sul giornale si dice pur che la giovane donna stava per diventare madre ed è logico pensare che il bravo Nazzareno abbia tenuto presente questo particolare e, mentre collocava qualcuno dei tanti colpi nel ventre della traditrice, abbia esclamato: “Crepa anche tu, figlio di malafemmina!”. Ed è qui che incomincia la mia storia.
«Accadde infatti che, allorquando era già finito da un’ora, un vecchio signore in toga ancora sostasse in ufficio, intento a consultare certe carte.
«A un tratto, sentì qualcuno tirargli l’orlo della toga e, chinatosi, vide che si trattava d’un bambino piccolo piccolo, che pareva fatto d’aria.
- Che cerchi? - domandò burbero l’uomo togato.
- Cerco giustizia - rispose il piccolino.
- E vieni a cercare giustizia proprio qui? - ridacchiò l’uomo. - Tu devi davvero essere piovuto giù da un altro mondo.
- Effettivamente sì - rispose il piccolino. - Io sono il figlio dell’Esterina. Ammazzando mia madre, mio padre ha ammazzato anche me. E di questo si doveva pure tener conto!
- No, ragazzino. Non si può uccidere chi non è nato. Se un individuo non è nato, legalmente non esiste. Il Codice parla chiaro: “La capacità giuridica si acquista dal momento della nascita. I diritti che la legge riconosce a favore del concepito, sono subordinati all’evento della nascita”.
«Il piccolino che, mentre aspettava s’era sfogliato i Codici, replicò: - E allora come mai è stabilito che chi interrompe la maternità di una donna senza il consenso di lei è punibile con la reclusione da 7 a 12 anni? Mia madre non aveva davvero acconsentito che lui ammazzasse anche me!
- Non facciamo confusione, ragazzino - disse l’uomo togato. - Prima di tutto, qualora la maternità venga interrotta per “motivi d’onore”, si può ottenere lo sconto anche del 50 per cento. Secondariamente, l’art. 554 non è qui applicabile perché l’azione di Nazzareno non aveva lo scopo di interrompere la gravidanza di tua madre, bensì quello di uccidere tua madre. Se Nazzareno voleva semplicemente interrompere la gravidanza di una madre, non occorreva davvero che ammazzasse anche il suo amante. Il fatto che abbia ucciso anche l’amante della moglie, dimostra le intenzioni perfettamente legali della sua azione.
- D’accordo - esclamò il piccolino. - Ma siccome, ammazzando mia madre ha ammazzato anche me, praticamente si tratta di un crimine contro la maternità!
- No, ragazzino. Prima di tutto, quando si agisce per “motivi d’onore”, le pratiche cosiddette “illecite” non sono da considerare contro la maternità. Esempio: secondo un marito, il figlio che la moglie sta per dargli è il prodotto di una relazione extraconiugale: se il marito interrompe la gravidanza della moglie non si tratta di pratiche contro la maternità, ma contro la paternità. Egli non agisce contro il figlio della moglie ma contro il figlio dell’amante della moglie. Secondariamente tu non hai nessun diritto da accampare perché non sei una persona fisica. Tant’è vero che non sei nato! - Però sono morto!
- E come può morire chi non è nato? D’altra parte, se non volevi grane, dovevi sceglierti una madre più onesta!
- O magari un padre meno cornuto! - replicò il piccolino perdendo la calma.
«Il vecchio togato s’indignò:
- Screanzato! Come osi offendere un uomo che, per tutelare il suo onore, non ha esitato ad ammazzare la moglie e l’amante di lei? Nessuno ha più il diritto di chiamare il buon Nazzareno con quel termine dispregiativo. Perché Nazzareno è a posto con la coscienza e con la legge. Gli articoli 551, 578, 587 eccetera del codice penale sono stati creati per consentire a tutti i galantuomini offesi nell’onore, di ammazzare la moglie infedele!
- Ma signor Giudice!...
- Io non sono un giudice! Io sono l’usciere e mi sono appartato qui per studiarmi in pace gli ambi ritardati. La toga me la sono buttata sulle spalle perché avevo freddo. Comunque anche un giudice non avrebbe potuto risponderti diversamente. Credi, non c’è niente da fare: dura lex sed lex. Oltre al resto io non capisco come tu ce l’abbia tanto con quel bravo giovanotto di tuo padre. Alla fine, che t’ha fatto di male?
«Il piccolino spalancò le braccine:
- Visto in che razza di mondo avrei dovuto vivere - borbottò - direi che mi ha reso un buon servizio. «Poi s’infilò in una fessura del pavimento e scomparve.
«Il vecchio scosse il capo:
- Che gioventù - gridò indignato.
- Non sono ancora nati e già accampano dei diritti ! E si erigono a giudici del padre!...
«Non è una grande cosa, ma la storia c’è - ammise Giò. - Però non è valida perché basata su elementi fuori dalla realtà. Non è verosimile che il figlio di uno che ha ammazzato la moglie per motivi d’onore, parli così male del padre. Io ho letto fior d’inchieste e sempre i figli che avevano avuto la madre uccisa per motivi d’onore parlavano con entusiasmo ed orgoglio del padre. Si dicevano fieri che il padre fosse universalmente ammirato e stimato come “uomo d’onore”.»
«E se il ragazzino non fosse figlio...» prese a insinuare Margherita. Ma io l’interruppi:
«No, Margherita! Qui niente applausi per gli assassini! Qui non siamo in tribunale e qui i morti si rispettano!»

LIBERO 26 gennaio  l'url per questa storia è:
http://www.segnideitempi.com/modules.php?name=News&file=article&sid=6633

00:18 Scritto da: ritina5 in Aborto | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

05/03/2008

ABORTISTE CONVINTE!

L'immagine “http://www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/cronache/200802images/feto01g.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.     Paola, una da votare

Eugenia Roccella ci scrive

Al direttore- Leggo su Liberazione di ieri che alcune senatrici di Rifondazione comunista hanno presentato un’interrogazione sull’attività del Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli. Paola Bonzi, che da oltre vent’anni lo dirige, pare abbia raccontato, in un’intervista, alcuni episodi che le parlamentari hanno trovato scandalosi, come l’essersi “precipitata alle 6 del mattino da una ragazza che si trovava già nell’anticamera della sala operatoria”. Un vero e proprio attentato al “diritto” di aborto e alla libertà di quella donna: chi sarà stata l’anima nera, l’antiabortista che ha avvisato la Bonzi? Il ministro Turco, dicono le senatrici, deve indagare. Non ha importanza se la donna in questione sia felice di aver evitato l’aborto, non ha importanza se in quell’anticamera alle 6 del mattino fosse sola, dubbiosa, spaventata, e se qualcuno abbia avvertito il suo tormento e le abbia offerto ascolto e condivisione. Non ha nemmeno importanza che la Bonzi abbia operato per anni in piena sintonia e amicizia con un ginecologo pro choice come il prof. Pardi, e nemmeno importa sapere che Paola è una “natural born feminist”, una donna piena di amore e di rispetto verso le donne, dotata di un intuito delicato (tra l’altro è non vedente), e della felice capacità di entrare in contatto immediato con le altre. Per Liberazione, se la Bonzi lavora nei Cav, sicuramente “adotta ogni mezzo”, tra cui “l’esibizione di immagini di feti”, pur di “ledere il diritto delle donne ad esercitare le facoltà loro riconosciute” dalla 194. Qui non si tratta di essere pro choice, ma di essere abortiste e basta, convinte cioè che l’aborto sia in sé un’affermazione di autonomia e libertà, e non un momento ambiguo, doloroso e contraddittorio, che nessuna si augura di vivere.

Eugenia Roccella    Da Il Foglio

13:23 Scritto da: ritina5 in Aborto | Link permanente | Commenti (8) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

04/03/2008

Non è questo il tagliando che volevamo.

L'immagine “http://www.tdinter.net/cwss/images/tshirts/ru486f.gif” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.     LE RISCHIOSE SPERIMENTAZIONI REGIONALI DELLA RU-486
 La pillola che ancora non c’è negli ospedali fa già male

 ASSUNTINA MORRESI

 D
a tempo questo giornale ha lanciato la proposta di 'fare un tagliando' alla legge 194, cioè di rivedere le modalità con cui quella normativa è applicata nel nostro Paese. L’idea è stata raccolta in modo bipartisan dalla classe politica, sia con la mozione presentata da Sandro Bondi, nel centrodestra, sia nel recente documento del centrosinistra, firmato da donne di diverso orientamento politico e culturale come Paola Binetti e Anna Finocchiaro. Un buon inizio, si direbbe: un’iniziativa concreta e condivisa in modo trasversale all’interno dei partiti, su un problema tanto importante, grave e sentito come quello delle maternità rifiutate. Peccato però che, a volte, sul territorio le cose vadano diversamente rispetto a quanto auspicato, per esempio per quanto riguarda l’aborto praticato con la pillola Ru486. In Italia finora non c’è stato alcun divieto della pillola abortiva, che non era in commercio semplicemente perché l’azienda che la produce, la francese Exelgyn, fino allo scorso novembre non ne ha fatto richiesta. In diversi ospedali italiani, comunque, negli ultimi due anni l’aborto chimico è stato offerto alle donne, e il farmaco è stato importato direttamente dalla Francia, a volte con l’avallo di entusiasti consigli regionali, improvvisamente interessati ai protocolli abortivi. La Ru486, che uccide l’embrione in pancia, è il primodei due farmaci che si assumono per abortire. Il secondo è una prostaglandina, il misoprostol, che induce le contrazioni e provoca l’espulsione dell’embrione. In Italia è commercializzato come Cytotec, ed è registrato come antiulcera. La casa farmaceutica che lo produce non l’ha mai registrato come abortivo in nessun Paese al mondo, e non solo non ha alcuna intenzione di farlo in futuro, ma ha ufficialmente diffidato da questo uso, viste alcune gravi complicanze che potrebbero causare contenziosi legali. Sarebbe interessante sapere se le donne che l’hanno utilizzato per questa procedura abortiva sono state regolarmente informate di tutto questo. Inoltre, per abortire con la Ru486 nell’80 per cento dei casi si impiegano mediamente tre giorni, ed è impossibile conoscere, alla sua assunzione, il momento dell’espulsione dell’embrione. Nel rispetto della legge 194, che prevede che l’aborto avvenga entro strutture sanitarie pubbliche, le donne dovrebbero quindi essere ricoverate almeno per tre giorni, e comunque fino alla fase espulsiva, che nel 12-15% dei casi avviene successivamente.
  Sappiamo che Silvio Viale, il ginecologo
radicale responsabile della sperimentazione torinese della Ru486, potrebbe essere rinviato a giudizio per violazione della legge 194, proprio perché 38 donne coinvolte nella sperimentazione hanno abortito al di fuori dell’ospedale. Ma nel frattempo cosa è successo e cosa sta succedendo nei vari ospedali in cui si abortisce con questo metodo? Quante donne hanno abortito nel rispetto della legge? Per quante l’espulsione è avvenuta al di fuori delle strutture ospedaliere? Due anni fa, ad esempio, i lettori di Avvenire
 sono stati informati di una donna che, dopo aver assunto la Ru486 in un ospedale della Toscana, si è ricoverata con urgenza per emorragia al Policlinico Gemelli a Roma, ed è stata sottoposta ad un intervento chirurgico.
  Nonostante un’interrogazione parlamentare, non c’è stato alcun chiarimento a proposito. È inutile quindi parlare di piena applicazione della legge 194, quando in molte regioni italiane la si viola sistematicamente ormai da tempo: praticamente dove si somministra la Ru486, spesso con l’appoggio di politici, un gran numero di aborti avviene a domicilio, in palese contrasto con la legge. Non è questo il tagliando che volevamo.
 



    Da " Avvenire "

13:17 Scritto da: ritina5 in Aborto | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

CARI AMICI, SIGNORI E SIGNORE...

Lista per la moratoria con Giuliano Ferrara - Aborto? No, grazie    Oración madrileña sobre la moratoria

Ecco il testo del discorso che Giuliano Ferrara ha pronunciato nell’Aula Magna dell’Università San Paolo di Madrid

Cari amici, signore e signori. Molti anni fa noi occidentali abbiamo deciso che nessuna donna può essere legalmente obbligata a partorire e che nessuna donna deve essere incarcerata per avere abortito. Fu una soluzione obbligata e decente, che non è possibile e non è giusto oggi rovesciare, e che fu presa per combattere l’aborto clandestino. Ma da quel tempo ad oggi il mondo è stato sfregiato da oltre un miliardo di aborti, e una cappa di muta disperazione è calata sull’umanità. Gli aborti continuano al ritmo di cinquanta milioni l’anno. Nessun contraccettivo ha limitato il numero degli aborti, perché l’aborto chirurgico e farmacologico è diventato il metodo anticoncezionale più diffuso. Il nostro mondo è invecchiato precocemente e la vita è stata maltrattata e disumanizzata. Da quel tempo ad oggi l’aborto si è anche trasferito dal seno materno alla provetta della fecondazione artificiale. E’ diventato sempre di più aborto selettivo, dispotismo genetico, nuova schiavitù in cui una cultura forte, dominante, fiera del suo patto faustiano con il diavolo dello scientismo, decide per conto dei più deboli e indifesi tra gli esseri umani. Decide sulla pelle delle donne e dei bambini in un naufragio universale in cui nessuno ha più il coraggio di gridare il grido della salvezza che è sempre stato orgoglio dei navigatori e dei soccorritori: prima le donne e i bambini!
Questa cultura di radicale scristianizzazione decide come si decideva sul monte Taigeto che domina Sparta: la cura del malato, l’accoglienza del diverso, sono state dichiarate anticaglie, arcaismi, ed è stato giudicato moderno e postmoderno l’annientamento all’origine della vita considerata non degna di essere vissuta. Non è degna di essere vissuta la vita di milioni di bambine in Asia, vittime di politiche pubbliche antinataliste fondate sull’esclusione sessista di chi è considerato un ingombro per la linearità dell’asse ereditario o un carico inutile nel mondo del lavoro agricolo. Non è degna di essere vissuta la vita dei bambini affetti da sindromi con le quali si può condurre una vita ordinaria o straordinaria, alla ricerca della felicità e nel riconoscimento della comune natura umana. In un ospedale di Napoli due settimane fa è stato eliminato, in condizioni infernali, un bambino di ventuno settimane che aveva la sindrome di Klinefelter, una anomalia cromosomica che tocca a un piccolo su cinquecento e che si cura con metodi ordinari e consente una vita sostanzialmente regolare. Nessun giornale, nessun telegiornale se ne è accorto. Ai rifiuti urbani che preoccupano la comunità italiana mentre montagne di spazzatura si accumulano nelle strade di quella città, un tempo capitale di una grande cultura umanistica, si è aggiunto nell’indifferenza generale un altro rifiuto umano considerato indegno perfino di sepoltura.
In Italia si è arrivati alla follia di discutere se si debbano o no accogliere e curare i neonati vitali che sono il frutto di aborti terapeutici alla ventiduesima o ventitreesima settimana di gestazione. Il nostro ministro della Salute, una cattolica disperata che ha consegnato la sua cultura e la sua sensibilità alla prigione dell’ideologia, ha considerato “una crudeltà” che questi bambini vengano presi in cura senza prima chiedere l’autorizzazione dei genitori. La logica dell’aborto facile, che la pillola abortiva Ru486 è destinata a rilanciare, riconsegnando all’antica solitudine femminile la pratica abortiva, insegue la sua preda, il bambino nascituro, fin dentro l’aria che tutti respiriamo, fin dentro il mondo in cui tutti dovremmo essere stati creati eguali ed egualmente titolari della libertà di vivere.
Una cultura mortifera di cui tutti siamo più o meno complici condanna le donne a una logica di paura e di rigetto violento e innaturale della maternità, di ignoranza e di abitudine al disamore e all’infelicità. Questa cultura spaccia per diritto di autodeterminazione e per libertà o sovranità procreativa la nichilistica tendenza a disporre della libertà altrui di nascere, si accanisce sul corpo femminile imponendo come costume sociale libertario l’atto più contrario alle elementari considerazioni di umanità e di pietà che tutti gli esseri razionali, credenti e non credenti, condividono nel fondo del proprio animo e della propria coscienza: le donne e i bambini nascituri subiscono l’inganno e la pratica dell’omicidio perfetto. Un potere ideologico storicamente maschile conduce alla totale negazione del futuro per creature umane concepite nell’amore e strappate con violenza e con dolore dal riparo naturale in cui hanno ricevuto la promessa sacra della vita e dell’amore. Tutto questo avviene ormai nella più totale indifferenza morale e filosofica, e solo la chiesa cattolica e le altre denominazioni cristiane levano la loro voce inascoltata contro l’abitudine alla morte e il suo miserabile significato di schiavitù e di demenza civile.
Nel suo discorso al corpo diplomatico dello scorso 6 gennaio Benedetto XVI ha chiesto di riaprire la discussione sul valore sacro della vita umana dopo il voto delle Nazioni Unite che chiede la sospensione, la moratoria, dell’esecuzione delle pene di morte legali in tutto il mondo. Quando era un teologo e un cardinale, il Papa aveva messo in guardia il mondo affermando che con questa selta di “curare” la vita negandola “abbiamo dichiarato eretici l’amore e il buonumore”. Infatti, come possiamo rallegrarci di un gesto umanitario come la moratoria sulla pena di morte se non siamo capaci di favorire una moratoria sulla pena d’aborto?
Il segretario delle Nazioni Unite ha recentemente dichiarato che le donne sono oggetto di violenza e di esclusione nel mondo, e che in molte nazioni “non hanno nemmeno il diritto alla vita”, e ha giudicato “un flagello” questa pratica criminale. Un grande giurista italiano, il compianto Norberto Bobbio, un socialista liberale che viene considerato un esempio perfetto di laicità, disse nel 1981 che tra tutti i diritti “il diritto di nascere deve essere difeso con intransigenza, e per lo stesso motivo per cui si è contrari alla pena di morte”. Un grande e compianto poeta italiano, il marxista e cattolico Pier Paolo Pasolini, affermò di ricordare la sua propria vitalità di bambino nascituro, di sentire fisicamente sul suo corpo il segno di una vita cominciata nel senso di sua madre, e definì omicidio ogni tipo di aborto.
Ma queste affermazioni, questi sentimenti, questi pensieri che accomunano la speranza e il voto di credenti e non credenti sono stati messi in archivio dal pensiero dominante. Queste certezze ed evidenze della mente e del cuore vengono regolarmente censurate come espressioni di oscurantismo illiberale dalla comunità della tecnoscienza, dai guru in camice bianco che teorizzano il diritto di morire, e sostengono perfino la pratica dell’eutanasia infantile secondo le regole del protocollo olandese di Groningen. Ideologi in buona fede, fanatizzati dalla presunzione di essere nel giusto e di lavorare per il progresso della storia, si arrogano il diritto di definire con pretese scientifiche i confini della libertà di esistere. Non importa che nelle sale di concerto si possa ascoltare la grande musica divinamente orchestrata da un direttore con la spina bifida: i malati di spina bifida devono morire per decisione legale. Questi guru postmoderni vogliono entrare nei Parlamenti, come accade oggi in Italia con la candidatura del professor Umberto Veronesi nelle file del Partito democratico. Occupano le prime pagine dei giornali, le riviste specializzate che vendono il miraggio di una vita indefettibilmente sana e confortevole, predicano il diritto di fabbricare bambini à la carte secondo i desideri e i gusti soggettivi, diffondono una cultura della salute che esclude ogni salvezza e ogni speranza per i deboli, per gli anomali, per gli indifesi di ogni genere. E questo nel nome della loro stessa felicità, che il nulla realizzerebbe meglio dell’esistenza. E questo in nome della libertà e autodeterminazione delle donne, quando il femminismo alle sue origini faceva della lotta contro l’aborto, di cui le donne sono vittime, la sua bandiera. Dice Paolo ai Romani che “nella speranza siamo stati salvati”. E ora nella negazione di ogni speranza, predicata da una medicina fattasi pura tecnica che ha tradito anche il giuramento di Ippocrate, siamo inevitabilmente perduti.
La battaglia contro l’aborto e l’eugenetica, contro il gesto più antifemminile che sia concepibile e contro il programma di miglioramento della razza, è la frontiera decisiva del nostro secolo. Non è una contesa etica, non è una disputa intorno ai valori morali. Quella intorno alla famiglia, all’amore, al matrimonio, al legame tra il piacere unitivo e il dono di sé, tra l’eros e l’agape, è la grande battaglia sul futuro dell’umanità, sul potere del buonumore e della pace cristiana contro la logica di guerra superomista e transumanista della civiltà occidentale nell’ora della sua fragilità e della sua rassegnazione al nulla. Niente è più importante sul fronte culturale, civile e politico. Non esiste salvezza per l’incanto della vita moderna, per l’ironia e la gioia nei rapporti personali, per le grandi possibilità che la scienza apre alla vita, se questa battaglia non viene data con il rumore e il fragore che sono necessari. Non esiste salvezza del nostro modo di vita liberale se non si restaura l’antica alleanza di vita e libertà, life and liberty, proclamata nella dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Tra la mentalità abortista e l’idea binladenista che si debba amare la morte più della vita c’è un sottile ma visibile elemento di continuità. L’aborto maschio, moralmente indifferente, condanna le donne alla stessa sottomissione e solitudine a cui sono condannate dal natalismo forzato e dall’obbligo a partorire praticato nella umma islamica. Noi abbiamo conquistato, contro l’aborto clandestino, la possibilità di scegliere, il pro choice; e vinceremo la battaglia di civiltà solo se riusciremo a scegliere per la vita, a mettere in grado ogni donna di essere libera di non abortire. Questa è la frontiera di una modernità libera dalla schiavitù femminile e dalla schiavitù infantile, e capace di riprodurre senza fanatismo e senza cinismo il futuro del nostro mondo e del nostro modo di vivere nel rispetto assoluto degli innocenti e nella messa al bando di ogni relativismo e soggettivismo nichilista.
Cari amici, io ho molto rispetto per il vostro primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero. Non solo perché sono uno straniero. Quando ho visto il vostro sovrano rispondere a un dittatorello sudamericano con la frase ormai celebre: “Perché non stai zitto?”, ho applaudito davanti al mio televisore. Ma le idee di Zapatero sul matrimonio e sulla famiglia, la sua concezione di ciò che è l’identità di genere, e la sua filosofia di un potere democratico procedurale fondato sui numeri e sui soli numeri, tutto questo lo considero la negazione di un razionalismo laico e moderno, tutto questo lo considero una sorta di superstizione democratica capace di mettere capo a orrori come la riforma del codice civile che ha cancellato il concetto di madre e di padre dal diritto di famiglia. Per i liberali, l’eguaglianza si realizza nel riconoscimento delle diversità. Sono i giacobini e poi i totalitari del Novecento a tagliare la testa del diritto liberale per portare in terra quel paradiso dell’eguaglianza come omologazione che è stata l’inferno del XX secolo.
Per tutto questo tempo, mentre molti di noi hanno voltato la faccia dall’altra parte, milioni di volontari nel mondo hanno dato e vinto la buona battaglia, hanno espugnato uno dopo l’altro i mulini a vento della Mancha universale. Non c’è solo la grande lezione di solidarietà, di soccorso e di santità che arriva dagli operatori di pace e di vita del mondo cattolico e cristiano. In una moderna e ricca città europea come Milano, in un ospedale che è diventato il simbolo e il tempio della lotta fra l’abitudine all’aborto e la libertà di non abortire, una donna straordinaria, Paola Bonzi, ha risalito con tutte le sue forze la corrente dell’indifferenza. Paola ha fondato un Centro di aiuto alla vita e si è messa in ascolto di migliaia di donne. Paola non ha la facoltà della vista, ma vede più lontano di ciascuno di noi e conosce più di ogni altro le vere ragioni delle donne che si sentono in obbligo di eliminare i loro bambini: le difficoltà materiali, la solitudine, il condizionamento sociale, la paura di non farcela di fronte al compito educativo in una società che svaluta come un ingombro la presenza dei piccoli e li emargina dalle sue preoccupazioni sociali, una vena di utilitarismo e di illusione personale. Piano piano, con tenacia, senza moralismi ricattatori, dedicandosi con infinita pazienza a quell’essere dimenticato che è la donna in maternità, Paola è diventata la madre di migliaia di bambini e di migliaia di madri.
Paola è una persona reale, e io spero di portarla in Parlamento in una lista per la vita e contro l’aborto che si presenta alle prossime elezioni politiche in Italia. Ma se potessi, porterei in Parlamento anche Juno, la protagonista di una clamorosa e bellissima fiaba hollywoodiana che sta per uscire nelle sale di cinema d’Europa. Juno è una ragazzina modernissima, parla il linguaggio colorito e sboccato delle nostre strade, e arriva per istinto a capire che il rifiuto della maternità non deve coincidere con la rassegnazione alla morte. Juno è piena di amore e buonumore, fa ridere e piangere il pubblico come nelle migliori commedie, ma non è una sulfurea eroina di Pedro Almodóvar. La sua è un’altra logica poetica. Juno scappa da una clinica abortista, partorisce un bel bambino e lo consegna in adozione a una donna che desidera la maternità, e così riconquista la bellezza dell’esistere. Un mondo che si considera libero e moderno ha tutto da imparare dall’antica istituzione medievale della ruota dei conventi.
Cari amici, signore e signori. Tutto ciò in cui crediamo, noi liberali e laici alleati ai cristiani ferventi e consapevoli, si riassume in una splendida frase del vostro Hidalgo: “Io sono nato per vivere morendo”. Cervantes doveva avere in mente la “vita morente” predicata da Agostino di Ippona. La vita umana è limitata e desiderosa di infinito, per questo deve essere tenuta per sacra e definita dalla speranza. La ragione umana è limitata dal mistero, per questo deve essere usata in armonia con il diritto naturale e con la ricostruzione razionale, nello spazio pubblico, di principi che non sono negoziabili per nessun motivo al mondo. E queste cose l’Hidalgo le diceva al suo scudiero Sancho Panza, quando l’amore e il buonumore non erano ancora stati dichiarati eretici, per deridere affettuosamente il suo realismo mangione, il suo meraviglioso cinismo popolare: “Tu, Sancho, sei nato per vivere mangiando”. Guardate il mio corpo e capirete che ho tutta l’autorità necessaria per dirvi quel che ho detto. Grazie    Da " Il Foglio "

 

12:58 Scritto da: ritina5 in Aborto | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook