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31/10/2010
“Ma lei, prof, ha delle certezze?”
Per festeggiare tutti i Santi e i nostri morti, propongo un articolo di Franco Bruschi, che ho letto su Cultura Cattolica. Sono parole che commuovono e fanno pensare... Buone Feste a tutti!
Accade che una lezione sul “Purgatorio” di Dante diventi sorprendentemente un avvenimento.
L’altra mattina nella mia quarta introducendo il “Purgatorio” parlavo delle tre parole chiave della cantica: l’amore, il perdono e la misericordia, la libertà.
A tema della “Divina Commedia”, dicevo, c’è una domanda grandissima: tutto quello che di bello e di vero desidero, che amo e stimo sopra ogni cosa (la mia felicità, il bene per la persona che amo, il rapporto con un carissimo amico) durerà per sempre? Si realizzerà pienamente, totalmente? O tutto si corromperà e finirà nel nulla? Dante risponde con una certezza: la vita è per un positivo perché tutto esiste per amore. Ho citato don Giussani che a questo proposito afferma: “Non è tragedia la vita: la tragedia è ciò che fa finire tutto nel niente, la vita è dramma: è drammatica perché rapporto fra il nostro io e il Tu di Dio, il nostro io che deve seguire i passi che Dio segna”. E aggiunge: “L’arte anticipa qualcosa dell’eterno”. La poesia di Dante anticipa qualcosa a proposito del nostro destino: la vita o è certezza di essere amati o è tragedia; o è responsabilità, risposta di fronte a un Tu che ti stima infinitamente, o è il nulla; o è un dialogo o è una tragica solitudine, l’esperienza più diffusa ai giorni nostri anche tra i giovani.
La stessa cosa si può dire per l’esigenza del perdono e della misericordia: la vita è letizia, è positiva in qualunque situazione ci troviamo se abbiamo la certezza del perdono, di una presenza misteriosa che ci accoglie e ci perdona sempre, gratuitamente, senza chiedere nulla in contraccambio. Non c’è male, non c’è peccato, non c’è delitto che non possa essere perdonato, neanche la tragica uccisione della giovane Sara di Avetrana. L’unico peccato che non può essere perdonato è il peccato contro lo Spirito: Dio non esiste, o se per caso esiste non mi può perdonare, l’abisso della disperazione.
Dante dice a ciascuno di noi: “Franco, Laura, Stefania… tocca a te decidere: con sulle spalle il carico pesante del tuo male, dei tuoi limiti, della tua istintività o ti affidi con fiducia alla misericordia infinita di un Padre che perdona, o ti perderai sotto i colpi della disperazione e della solitudine.
Oppure puoi fare come fanno molti: evitare di guardare in faccia al tuo male, incolpando gli altri, la società o peggio affidandoti passivamente a tutto ciò che il potere ti offre per non pensare al tuo male, per non pensare a niente: ma una posizione così non può durare nel tempo”.
A quel punto una alunna, Giulia, alza la mano e chiede: “Ma lei, prof, ha delle certezze?” E io a lei: “Certezze a proposito di che cosa?” Lei risponde: “Certezze a proposito dell’esistenza di Dio, della Sua presenza?” Io le dico: “Ma perché mi chiedi questo?” Lei risponde: “Perché io ho molti dubbi. Per questo le volevo chiedere: ma lei come ha fatto ad arrivare a delle certezze su Dio?”
Le ho detto: “Guarda, non mi interessa dirti qualcosa da un punto di vista teorico, posso raccontarti la mia esperienza. Io sono arrivato ad avere delle certezze in tre modi: prima di tutto osservando, stando attento alla realtà che mi circonda, lasciandomi provocare dalla sua bellezza (un tramonto, un cielo stellato, il viso di una bella donna, una sinfonia) e ponendomi della domande: se non ho fatto io tutte queste cose che mi affascinano per la loro bellezza chi le ha fatte? E perché il mio cuore si emoziona, si esalta alla vista di queste cose? Chi ha fatto il mio cuore così? Perché sono fatto così?
Poi quando ero giovane ho incontrato qualcuno che mi ha detto: “C’è un uomo nella storia che ha detto: “Io sono la verità, la via, la vita.” Che è come dire: “Io sono la tua felicità”. Sentire delle simili parole mi ha cambiato la vita, mi è venuto un gran desiderio di conoscere e di scoprire quell’Uomo che prometteva quel che da sempre desideravo, che mi offriva quella certezza che dava un senso, una prospettiva infinita, una speranza a tutte le cose che più amavo. Mi è apparso subito chiaro che la cosa più semplice per conoscerlo era quella di stare, di diventare amico di chi mi aveva comunicato una notizia così decisiva, di chi aveva spalancato la mia vita a un orizzonte che comprendeva e valorizzava tutti i miei interessi. Da allora la mia vita è stata una continua scoperta.
Infine ho avuto la grazia di conoscere, di incontrare dei santi sia direttamente, sia leggendo le testimonianze della loro vita. I santi sono delle persone che avendo incontrato Cristo hanno dato tutto per Lui, mostrando a tutti per che cosa vale la pena vivere. Ad esempio, mi ha sempre colpito la vicenda che tutti conosciamo di San Massimiliano Kolbe. Ha detto alle SS che aveva di fronte: “Prendete me, uccidete me al posto di quel padre di famiglia che avete scelto”. Ho subito pensato: o uno così è un pazzo, o grazie alla compagnia di Gesù, ha sperimentato e ha capito che la vera vita, quella che non finisce, che non delude non è quel breve lasso di tempo costituito dalla vita terrena, ma è quella che Gesù ci ha promesso e ci ha manifestato con la sua Resurrezione.”
Giulia e il resto della classe si sono dimostrate molto colpite dalle mie risposte.
Allora all’intervallo ho detto a Giulia: “Mi piacerebbe iniziare con te e con le persone che hanno la tua stessa esigenza un cammino per arrivare a quelle certezze che ti stanno tanto a cuore”. Lei ha risposto: “Anche a me piacerebbe”. E io a lei: “Allora ci vediamo presto”. Da quel momento diverse compagne hanno manifestato lo stesso desiderio.
E’ stata la grazia di un’ora di scuola che ha saputo toccare l’esigenza più profonda del cuore di un gruppo di giovani, perché una persona senza certezze non si ritrova più. Quella delle certezze è veramente la più grande e affascinante sfida per noi educatori.
18:55 Scritto da: ritina5 in SANTI | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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23/10/2010
Il destino dei cristiani
Attorno e dentro il Sinodo dei vescovi dedicato al Medio Oriente, avviato alle battute conclusive, sono abbondate le analisi di una situazione molto difficile e complessa. Chi ha messo in luce l’indifferenza della cosiddetta “comunità internazionale”, un soggetto che non si sa mai che faccia e che corpo abbia ma che viene chiamato in causa per indicare responsabilità e colpe esterne; chi ha tematizzato la madre di tutti i conflitti, l’israelo-palestinese, come fonte copiosa di guai e di ingiustizie; chi ha esaminato la questione della libertà religiosa e della libertà di coscienza, ambedue poco o nulla garantite nei diversi Paesi dell’area; chi ha voluto soffermarsi sulla spettacolare realtà di opere caritatevoli ed educative che mostrano l’amore eccezionale e poco ricambiato che i cristiani portano alla loro patria bimillenaria.
E poi naturalmente gli argomenti più specifici, dalla liturgia alla catechesi ai rapporti tra le Chiese orientali, i latini e quell’incredibile realtà di “Chiesa pellegrina” nei Paesi del Golfo raccontata dal vicario apostolico dell’Arabia, Paul Hinder, nell’ultimo numero della rivista “Tracce” –rapporti non sempre facili e anzi, talvolta indeboliti da ossessioni particolaristiche e identitarie. Tutte cose vere e sacrosante, nessuno potrebbe contestarle.
Ma il fatto è che se anche le sommiamo tutte insieme il quadro che ne risulta resta irrimediabilmente parziale. Come è stato detto da qualcuno “in Medio Oriente partiamo sempre dalla situazione e non dalla vocazione”. Ed è emersa più chiara in queste giornate sinodali la consapevolezza che quando si parte dalla situazione manca sempre qualcosa, per completare l’analisi occorre aggiungere sempre nuovi elementi, come se la vita reale non bastasse ad agire e a giudicare. Continua Quì
11:38 Scritto da: ritina5 in cronaca | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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14/10/2010
Ogni volto è un volto sacro
Il poeta Rilke s’imbatte in una elemosinante. L’amico che lo accompagna le dà uno spicciolo. Rilke tira dritto, ma giunto presso un fioraio compra una rosa e di ritorno solleva la donna e gliela regala. Il poeta coglie la sacralità ferita di quella donna, difende la sua dignità di “amata”, sacralità e dignità che l’anonimo spicciolo privo di uno sguardo negli occhi non riesce ad abbracciare e restituire. I poeti, con i bambini e i santi, sono i custodi del mistero. «Ora che nelle fosse / con fantasia ritorta / e mani spudorate dalle fattezze umane l’uomo lacera / l’immagine divina»: un altro poeta, Ungaretti, scorge, nelle deportazioni della II guerra mondiale, mani folli che strappano via dal volto umano ciò che lo rende umano: l’essere immagine di Dio.
Di questo dobbiamo parlare quando accadono eventi meno apocalittici, ma non meno tragici come il coma del tassista o della donna rumena sfigurati da mani folli. Si leveranno malinconiche voci a significare nella modalità del piagnisteo o dello sdegno che la civiltà è al capolinea… Si girerà, in modo politicamente corretto, attorno all’unico vero problema centrato dai poeti: dove va a finire “la persona” se non vediamo più qualcosa di sacro nel volto “delle persone”? La perdita del senso del sacro nel quotidiano è la più grande tragedia della cultura contemporanea, la tragedia che ha causato nel secolo più ateo della storia due guerre mondiali.
Tutti inorridiamo di fronte a casi come quelli descritti. Ma tutti noi, convinti di essere signori di minuscoli regni, soli al centro del creato, disprezziamo le persone che affollano il “nostro” vagone del metrò, intralciano la “nostra” coda al supermercato. Tutte le volte che non riusciamo a scorgere nell’altro una persona degna di tutta la nostra attenzione, la diminuiamo e diventiamo potenziali “omicidi”. Ma esiste un antidoto.
La novità del cristianesimo, la vera buona notizia, è che Dio ha un volto umano e tutti gli uomini hanno quello stesso volto. Non è questione di “tolleranza”o “simpatia”, assolutamente insufficienti a sentire la realtà dell’altro tutto intero, ma è questione di “empatia”: sentire l’altro come qualcuno dotato della mia stessa dignità. Nella coda al supermercato la donna piena di pacchi non è una potenziale nemica da sconfiggere, ma qualcuno che ha una storia sacra, perché la storia di ogni uomo è sacra, perché quell’uomo è voluto dall’eternità da Dio. Questa è la configurazione esistenziale di base del cristiano. Solo il cristianesimo ha la pretesa folle di trasformare quelli nel traffico con me da nemici da eliminare a figli dello stesso Padre e quindi fratelli con difficoltà e problemi importanti persino più dei miei.
Persona: volto di Dio. Per gli antichi era solo la maschera dell’attore. Cristo ha reso quella maschera il volto stesso di Dio, riconoscibile più direttamente nel debole (l’anziana in piedi, l’elemosinante in ginocchio, il barbone coricato…), ma presente in ogni volto umano (il manager abbronzato, lo studente svogliato, la portinaia chiacchierona…). Persona deriva dal lasciare passare il suono della voce amplificandolo (per-sonare): con la venuta di Dio in un volto la persona si riempie della voce stessa di Dio. Il volto dell’uomo amplifica l’immagine di Dio e lo rende tangibile.
Una cultura, priva del mistero cristiano, non perde Dio, ma perde l’uomo, suo vero volto. Non è un caso che Benedetto XVI abbia parlato nel recente documento “Ovunque e sempre” della necessità di una nuova evangelizzazione, non solo dove il volto di Cristo non è noto, ma soprattutto dove è stato sradicato: «Si è verificata una preoccupante perdita del senso del sacro, giungendo persino a porre in questione quei fondamenti che apparivano indiscutibili… Se tutto ciò è stato salutato da alcuni come una liberazione, ben presto ci si è resi conto del deserto interiore che nasce là dove l’uomo, volendosi unico artefice della propria natura e del proprio destino, si trova privo di ciò che costituisce il fondamento di tutte le cose».
Un pagano scorgendo il modo di comportarsi dei primi cristiani commentava: «Guarda come si amano!». Riportare nella maschera vuota di una cultura senza Dio la pienezza del volto di Cristo e quindi del Creatore è il compito dei cristiani anche oggi, in una cultura secolarizzata che, come diceva il poeta: «Per pensarti, Eterno, / non ha che le bestemmie».
18:18 Scritto da: ritina5 in cronaca | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: cronaca, cultura, prof2, cristianesimo, avvenire | OKNOtizie |
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07/10/2010
La notizia a tutti i costi
La mamma di Sarah Scazzi apprende del ritrovamento del cadavere della figlia mentre si trova in collegamento con Chi l'ha visto?. Ma la diretta del programma prosegue
Il corpo nudo e martoriato di Sarah Scazzi aspettava dal 26 agosto di essere ritrovato, in quel pozzo nelle campagne di Avetrana. Lì l'aveva buttato lo zio Michele Misseri, subito dopo aver ucciso la ragazzina e aver abusato del cadavere. La verità l'Italia l'ha saputa insieme alla madre di Sarah, Concetta, in diretta tv a Chi l'ha visto. «Stiamo dando una notizia terribile con grandissimo imbarazzo», dice Federica Sciarelli dopo che per venti minuti le parole “cadavere”, “pozzo” e “confessione” hanno continuato a rimbalzare tra gli studi della trasmissione e il volto impietrito e muto della madre di Sarah, fino a comporre la devastante verità.
Indignarsi il giorno dopo per questo spettacolo indecoroso è forse scontato, ma è inevitabile. Non è neanche per la solita retorica sui giornalisti cinici e senza cuore, ma sgomento di fronte a una cronaca che, nel tentativo di raccontare la realtà, la dimentica. Dimentica che ha di fronte una madre a cui per mezz'ora si dice che forse sua figlia è morta, forse no, forse sì e per mano del cognato. Sgomento di fronte a una donna che, mentre giustamente usa la televisione per tentare di trovare sua figlia, resta intrappolata in quel meccanismo, prigioniera di un mondo a forma di pixel in cui tutto deve avvenire in diretta per esistere. Una donna che non ha la forza di alzarsi e andare a chiamare il pm, i carabinieri, gli inquirenti. Una donna di cui qualcuno avrebbe dovuto avere pietà. E spegnere la telecamera.
18:37 Scritto da: ritina5 in cronaca | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: cronaca, mass-media, televisione, giornalisti | OKNOtizie |
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05/10/2010
E la chiamano medicina
Il Nobel a Edwards e i corifei del Mondo Nuovo
Può sembrare irriguardoso ricordare che la tecnica di fecondazione umana in vitro, che ha guadagnato al pioniere britannico Robert Edwards la punizione del Nobel per la Medicina, altro non era che il perfezionamento di un procedimento veterinario già largamente usato su conigli e mucche. I corifei della provetta, che ieri hanno celebrato il loro festival della banalità e della menzogna (la Fiv non guarisce affatto la sterilità. La aggira in un numero tuttora modesto di casi, visto che, a trentadue anni dalla nascita della prima bambina concepita in vitro, la percentuale di successo delle tecniche non si schioda dal trenta per cento), glissano sulle illusioni, le mitologie, i sogni di padroneggiare i meccanismi della creazione che rappresentano la vera “ragione sociale” di quelle tecniche.
Il big bang antropologico inaugurato da Edwards è quello che oggi ci fa parlare di “prodotto del concepimento” e non di figlio. E’ l’idea della “creazione” della vita in laboratorio, materiale biologico tra gli altri; è la separazione della procreazione dal sesso, dopo che il sesso era stato separato dalla procreazione con la contraccezione; è il cambiamento nel modo di rappresentare la generazione, i rapporti di parentela, il venire al mondo. Dalle provette di Edwards sono uscite le anticipazioni di quel Mondo Nuovo alla Huxley che oggi vive lautamente di compravendita di ovociti, di uteri in affitto, di fabbricazione di embrioni umani a fini di ricerca, magari ibridati con embrioni animali, di invenzione di coppie di genitori dello stesso sesso, di embrioni sovrannumerari conservati nell’azoto liquido e poi distrutti, o selezionati in provetta per ottenere un figlio dal corredo genetico “ottimale”. E la chiamano anche medicina.
Fonte
12:00 Scritto da: ritina5 in Biologilandia | Link permanente | Commenti (4) | Trackback (0) | Segnala
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01/10/2010
Siamo uomini liberi non «massa digitale»
di Davide Rondoni
Il viso e lo schermo. L’uno si fissa nell’altro. Ogni uomo può usare lo schermo come maschera o come riflesso. Viene da pensare così, ancora confusamente, di fronte all’imponenza del tema che il Papa ha scelto per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.
Autenticità, annuncio, verità... Sono termini che troviamo nel titolo. E non sono in contraddizione, o opposte, al termine che sembra definire la nostra era: digitale. Parole...
Troppo spesso si riducono a proclami; ed anche in omelie o discorsi si fanno tanto grandi quanto astratte. Ma proprio queste parole – verità, autenticità, annuncio – sono invece legate alla nostra povera umanità più che il nervo, il muscolo all’osso, il bacio alle labbra. Sono loro a render vivibili la casa di un secolo e il mondo di domani. Sono le piccole ciotole della vita.
Dovessero svanire, queste parole, se ne andrebbero il calore del nostro sangue, il nostro volto, la gloria umile della nostra vicenda personale. Che cosa saremmo, infatti, senza poter sentire la verità? Se di tutto potessimo solo constatare illusione, trucco, inganno? Come spesso già siamo, e come i più giovani ci mostrano sbattendoci lo specchio abnorme di noi stessi davanti agli occhi, saremmo totalmente, rovinosamente questo: animali irosi, pronti a scagliarsi contro o sopra ogni apparenza, affamati di non si sa che, da nulla mai veramente saziati. Senza volto, come certe figure che i grandi pittori del nostro tempo avevano previsto. Questo l’era digitale potrebbe divenire: soltanto un’epoca di uomini finti, di maschere, di figure di paglia. Di schiavi scattanti di fronte a ogni vibrazione video, animaletti chiusi nelle barriere della prigione peggiore: quella di cui non riesci più a riconoscere le sbarre o le vie di fuga, dove il bel panorama che invita alla libertà è finto perché di cartapesta digitale, mentre vere restano la tua disperazione e la catena della solitudine.
Ma la verità – mi perdonino i filosofi – è un certo gusto del reale. Sia del reale che cogliamo direttamente con i nostri sensi, sia di quello racchiuso nelle fole dei vecchi del paese e ora le rapide news su ogni video del mondo. La scoperta della verità è come quando una donna si gira: anche se l’hai immaginata a lungo, ecco che il suo viso supera ogni aspettativa. Sia quando si mostra come bella e dolce, sia quando il volto pare indurirsi, contrastando le nostre intenzioni. Non censurare la tensione alla verità e il suo gusto significa non accontentarsi di vedere quella signorina passeggiare da lontano, profilo indistinto e impreciso.
Dal titolo prescelto viene una fiducia. La nostra libertà è integra. Insomma, possiamo essere noi stessi anche in questa selva luminosa di rapidissimi fantasmi. Non è vero che siamo destinati – come vorrebbero certuni – a una perdita progressiva della coscienza personale, amputati di quel che abbiamo di più prezioso e unico: il nostro io. A vagare, fantasmi tra fantasmi. Non siamo destinati ad essere solo 'massa digitale'. In questo sta perfino la salvezza – la garanzia per così dire – della raggiunta era digitale. Fallirebbe, crollerebbe su se stessa in una specie di gioco a vanvera, se non fosse sostenuta dall’ansia della verità, e dunque dell’autorevolezza e dell’affidabilità, senza le quali la comunicazione perde valore e importanza.
Il Papa scende un’altra volta nel fuoco della storia e del tempo. E noi con lui. Nessuna età ci separa dall’amore incontrato. Chi è raggiunto dalla gran comunicazione di Gesù ha qualcosa di speciale da dire, una speranza in questa vita dura e meravigliosa – anche con voci e immagini che traversano in un baleno continenti e oceani – rivolgendosi a milioni di spettatori. O fosse pure a una sola persona cara, ferita e lontana.
© Copyright Avvenire, 30 settembre 2010
00:05 Scritto da: ritina5 in Società | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: rondoni, avvenire, computer, benedetto xvi, comunicazioni | OKNOtizie |
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