11/01/2010

Perché tutto questo interesse a confutare le tesi, così scontate, di Odifreddi?

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Non certo perché il suo pensiero rivesta francamente una grande importanza: sono posizioni – anche se rilanciate da grandi e potenti mezzi di stampa – vecchie e scontate, poco creative e povere di ragioni. Mi spiace dirlo, e non è per mancanza di rispetto. Tra l’altro nel confronto sono anche emerse note interessanti, tra cui una presa di distanza dello stesso Odifreddi (Presidente onorario) dall’UAAR. In un momento come questo in cui il desiderio di tale associazione è quello di farsi propaganda con tutti i mezzi (lo ha in qualche modo fatto capire sul suo sito), questa presa di distanza può fare pensare. Sarebbe bello capire su quali punti esiste una divergenza.

Ho iniziato, come dal professore onnipresente indicato, a leggere il suo libro «La Via Lattea», e le perplessità che avevo avuto leggendo due suoi libri precedenti, quello sul matematico impertinente e quello sulla sua impossibilità a dirsi cristiano, sono rimaste: in sintesi posso dire che del suo dio io sono ateo. Cioè mi sembra che quelle affermazioni che lui fa sul cristianesimo siano suoi pensieri, personali, leciti, per carità, ma che non colgono nel segno di quella che è la fede cristiana cattolica, quella del Papa, del Concilio, dei grandi santi. Quella che ho imparato da mio padre e da quel grande educatore che è stato don Giussani. Troppe volte nel suo testo il «naturalmente» significa che «è naturale perché lo penso io». C’è un ovvio che non è mai dimostrato (e non secondo la considerazione di Aristotele che sarebbe da pazzi voler dimostrare l’evidente), ed è l’ovvio della sua misura, della sua storia, dei suoi pregiudizi…

«La ragione è coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori», così mi è stata insegnata, e così cerco di viverla e comunicarla. E capisco che questa è una avventura che avvince ed esalta. Ad un certo punto il professore onnipresente dice, nel libro citato: «Tu sostieni che per l’uomo la verità non è mai conoscibile…». Beh, sarà la posizione del suo interlocutore (da lui preso comunque in qualche modo come campione della fede), ma certo non è posizione cattolica. Basterebbe una lettura del tanto deriso Chesterton e dei suoi racconti su Padre Brown per avere una smentita ironica e divertente di questo pregiudizio (Flambeau docet [“What?” asked the thief, almost gaping. “You attacked reason,” said Father Brown. “It’s bad theology.”]).

Credo che sia giunto il momento di guardare avanti, con realismo e speranza, senza ottusi schemi e pregiudizi, soprattutto se si ha di mira il bene degli uomini che così spesso incontriamo. È forse necessaria quella alleanza tra credenti non clericali e laici non laicisti che può consentire all’uomo del terzo millennio di guardare alla vita, alla realtà, agli uomini, alla storia con speranza e realismo, evitando il male possibile e aprendo a tutti lo spazio di una umanità libera e amica.

Ho ritrovato questi pensieri di don Giussani ai monaci buddisti: «La voce dell’universo, del tutto di cui noi siamo piccola, infinitesima parte, questa voce è il cuore dell’uomo.
Guardando le stelle o il mare, innamorandosi di una donna, guardando con tenerezza i figli, animosamente cercando di conoscere la natura e di usarla, l’uomo di tutti i tempi, di tutte le razze cerca la felicità: quello che è vero, quello che è giusto, quello che è bello. I nostri filosofi antichi dicevano: «Cerca l’essere». Qualunque cosa l’uomo veda nell’universo, nella realtà, gli suscita il desiderio della bellezza, della bontà, della giustizia, della felicità. Questa è la voce che l’universo, la totalità realizza: si chiama “cuore” dell’uomo.
Allora la grande alternativa culturale ed esistenziale è chiara: o questa voce è senza senso, senza realtà e il cuore dell’uomo non c’è, o tutto ha senso per il cuore dell’uomo. La nostra voce canta per un perché e la nostra lotta, se così si può dire, è per destare e per sostenere negli uomini il senso della positività ultima della vita e del cuore. È per questo rapporto ultimo, è per questo destino ultimo di felicità che l’uomo, consciamente o no, vive. È per questo sentimento ultimo di una giustizia reale che l’uomo può sostenere la fatica di oggi. Senza questa ipotesi sarebbe ingiusto far nascere.»

Da parte mia questo cammino ci sto a farlo, e sul mio cammino ho incontrato molti, anche su posizioni ideali e di fede diverse, che ci stanno. La partita è aperta. Per tutti.

Grazie a Cultura Cattolica

28/09/2009

Lo sapevate? Un vero matematico non può essere credente. L’attacco di Odifreddi a Israel


Possibile che un uomo astuto come Piergiorgio Odifreddi, rotto a tutte le matematiche del successo, inciampi così rovinosamente in un caso palese di odio personale, ma in fondo anche mistico, anche – Dio ci scusi – di razzismo religioso. Non scrivo antisemita perché poi mi fulminano, ma il sospetto ce l’ho…

Il fatto è questo. Anzi l’antefatto. Il professor Giorgio Israel, insigne matematico, nonché collaboratore del ministro Mariastella Gelmini, viene accusato in maniera ignobile e anonima, proprio per il contributo dato alla riforma delle scuole superiori. Il nome non inganna: Israel è ebreo, e per di più non è di sinistra, dà una mano (istituzionalmente) al governo Berlusconi.

Bersaglio perfetto delle classiche accuse sugli ebrei da far fuori. Sui blog viene anonimamente preso di mira con queste parole studiatamente infami: “Dicono sia lui il vero autore della riforma Gelmini. Non ti è venuto il prurito a leggerne il cognome?”. E via così. A questo punto Odifreddi interviene a difendere il matematico, docente alla Sapienza, solidarizza contro questo assalto antisemita.

Si capisce però che la cosa non gli va, gli sta qui. Israel porta questo nome con cognizione di fede, non se lo trascina come un attributo secondario, è la sua essenza di uomo.

Odifreddi al contrario è un militante dell’ateismo. Ce l’ha a morte con la Bibbia (in particolare con il cattolicesimo, ma anche con Abramo e i suoi primi seguaci nonché fratelli maggiori dei cristiani, non scherza). Ed allora esplode.

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Da Il Sussidiario

15/01/2009

SE GLI ATEI SONO QUESTI...

 http://www.arpnet.it/aiaceto/immagini/carosello1.jpg

"La notizia cattiva è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno". Questa scritta campeggerà su due autobus del servizio di trasporto pubblico genovese. L'iniziativa, ideata e finanziata dall'Unione Atei e Agnostici Razionalisti, ricalca i precedenti analoghi di Inghilterra, USA e Spagna. Molti esponenti del mondo ecclesiastico hanno fatto buon viso a cattivo gioco definendo addirittura il messaggio "controproducente" in quanto, sebbene con intenti negazionisti, parla comunque di Dio. Una reazione assai più pacata di quella emersa da alcuni rappresentati politici o del mondo culturale. Ma si tratta davvero di una provocazione efficace? A giudizio del professor Stefano Zecchi sembrerebbe proprio di no.

Pare che anche in Italia, a Genova, vedremo circolare i cosiddetti "bus atei" che recano la scritta pubblicitaria ideata dall'UAAR. Qual è la sua opinione in proposito?

La trovo innanzitutto una pubblicità estremamente di cattivo gusto. In sostanza rappresenta un plateale errore nel tentativo di presentare con serietà le proprie convinzioni. Dev'esserci sempre una forma, uno stile nel riferire quelle che si considerano verità, falsità o anche semplici opinioni. In questo caso lo stile è stato totalmente tradito.

In secondo luogo trovo che l'iniziativa sia tragicamente banale. Non è possibile pensare che sia una pubblicità a convincere le persone nel prendere una decisione su una delle questioni, se non la questione, principali dell'esistenza umana. Il problema dell'esistenza di Dio accompagna l'uomo da sempre. Davvero ci si può affidare a una pubblicità su un autobus per risolverlo? Non si può trattare un argomento così importante e delicato come se fosse analogo alla scelta di un dopobarba o di un detersivo. Quando poi ho sentito Piergiorgio Odifreddi commentare l'iniziativa in televisione asserendo che questo messaggio pubblicitario può favorire l'aumento della razionalità degli italiani mi è davvero venuto da ridere.

Che limiti deve avere, se deve averne, la libertà di espressione?

La decenza. Questo tipo di espressione che vorrebbe manifestare il fondamento del pensiero ateo, la distanza della cultura laica da quella religiosa, è affidato a un tipo di messaggio senza dignità, che credo rischi di sortire l'effetto opposto.

Sono convinto che qualunque papa vorrebbe avere come suo massimo interlocutore o oppositore uno così imbecille da voler affidare la propria idea di razionalità a un messaggio promozionale. La banalità di questa trovata consiste soprattutto nel fatto che non pone un problema, non pone una questione, non pone in realtà nulla di quello che potrebbe essere con maggior dignità proposto come problematica circa la verità sull'esistenza di Dio.

Non è un po' troppo presuntuoso affermare "non esiste Dio"?

Una sintesi come quella contenuta nella frase "non esiste Dio" non è certo nuova, appartiene alla nostra civiltà e si può anche raggiungere dopo una seria riflessione, come alcune nostre correnti filosofiche hanno mostrato.

Ribadisco: il vero scandalo, l'imperdonabile scivolone è farne una specie di messaggio promozionale. È la dimostrazione di come il laicismo occidentale, e non soltanto quello italiano, ha raggiunto il suo livello più basso e degradato dal punto di vista culturale, della sua incapacità a esprimere un concetto. È  quindi un laicismo che ricorre a questi mezzi pubblicitari  i quali sono sintomo di una povertà di argomentazioni e di una grande miseria speculativa.

Il passaggio che sta compiendo il laicismo è questo: dalle grandi ideologie della storia al messaggio promozionale.

Alcuni esponenti ecclesiastici si sono pronunciati in merito a questa iniziativa definendola addirittura controproducente rispetto alle intenzioni con le quali è stata imbastita. Anche lei è di questo parere?

Certo, come dicevo, una simile opposizione sarebbe l'ideale per qualsiasi papa della storia. Da un lato parla di Dio, l'oggetto che dovrebbe dimenticare, ma che sembra comunque presente, dall'altro è impressionante vedere ridotta la storia del nostro pensiero, anche di quello che ha espresso, con dovizia di ragionamenti e serie problematiche, una visione non legata alla presenza di Dio. Se questo è l'esito della nostra cultura millenaria c'è davvero da deprimersi. Soprattutto gli intellettuali non credenti dovrebbero deprimersi prendendo atto che la loro posizione esistenziale sia rappresentata in maniera così becera.

Che vantaggio potrebbe avere una società totalmente atea? Saprebbe davvero godersi la vita?

Non c'è nessunissimo vantaggio. A spingere verso questo tipo di ateismo da pubblicità non c'è un vero fondamento intellettuale se non l'ipotesi o l'idea che una vita condotta senza il problema morale di Dio porterebbe a dei vantaggi. Vantaggi che sarebbero però solamente personali, esclusivamente limitati all'obiettivo di condurre una vita epicurea, senza di fondo porsi il problema dei vantaggi sociali, dei mali del mondo.

È poi da chiarire una cosa: in questa concezione Dio viene concepito solo come censore morale dei nostri comportamenti. Ma sarebbe davvero possibile "godersi la vita" senza l'idea di Dio? Le leggi e gli obblighi sociali rimarrebbero comunque. E se il godere la vita viene concepito come l'infrangere le regole non riesco a capire per quale motivo un credente non possa spassarsela, anzi.

Stefano Zecchi - Il Sussidiario

14:00 Scritto da: ritina5 in Atei | Link permanente | Commenti (26) | Trackback (0) | Segnala | Tag: chiesa, fede, ateismo, cultura | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook