22/12/2010

Il prodigio che tutti aspettiamo

BUON NATALE A TUTTI!

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«Tutta la mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore, questo: il Cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. In definitiva un’esistenza vissuta sempre e soltanto “contro” sarebbe insopportabile» (Luce del mondo, p. 27). Queste parole di Benedetto XVI ci lanciano una sfida: che cosa significa essere cristiani oggi? Continuare a credere semplicemente per tradizione, devozione o abitudine, ritirandosi nel proprio guscio, non è all’altezza della sfida. Allo stesso modo, reagire con forza e andare contro per recuperare il terreno perduto è insufficiente, il Papa dice addirittura che è «insopportabile». L’una e l’altra strada − ritirarsi dal mondo o essere contro − non sono capaci, in fondo, di suscitare interesse per il cristianesimo, perché nessuna delle due rispetta quello che sarà sempre il canone dell’annuncio cristiano: il Vangelo. Gesù si è posto nel mondo con una capacità di attrarre che ha affascinato gli uomini del suo tempo. Come dice Péguy: «Egli non perse i suoi anni a gemere e interpellare la cattiveria dei tempi. Egli tagliò corto… Facendo il cristianesimo». Cristo ha introdotto nella storia una presenza umana così affascinante che chiunque vi si imbatteva doveva prenderla in considerazione. Per rifiutarla o per accettarla. Non ha lasciato indifferente nessuno.
Oggi ci troviamo tutti di fronte a una «crisi dell’umano», che si documenta come stanchezza e disinteresse verso la realtà e che coinvolge tutti gli ambiti che hanno a che fare con la vita della gente. È una disgrazia per tutti, infatti, che le persone non si mettano in gioco con la loro ragione e la loro libertà. E proprio in questo momento la Chiesa ha davanti a sé un’avventura affascinante, la stessa delle origini: testimoniare che c’è qualcosa in grado di risvegliare e suscitare un interesse vero. «Anche il mio cuore aspetta, / alla luce guardando ed alla vita, / altro prodigio della primavera». Tutti noi, come il poeta Antonio Machado, aspettiamo il miracolo della primavera, in cui vedere compiersi la nostra vita. E se qualcuno dirà, ancora col poeta, che è un sogno, perché lo aspettiamo? Perché questa attesa ci costituisce nell’intimo, come scrive Benedetto XVI: «L’uomo aspira ad una gioia senza fine, vuole godere oltre ogni limite, anela all’infinito» (Luce del mondo, p. 95). Ma l’uomo può decadere, il mondo può cercare di scalzare questo desiderio dell’infinito minimizzandolo; può perfino prenderlo in giro offrendo qualcosa che attira per qualche tempo, ma che non dura, e alla fine lascia solo più insoddisfatti e più scettici. Ora, la prova della verità di ciò che affascina e risveglia un interesse è che deve durare. Ma anche le cose più belle – lo vediamo quando si ama una persona o quando si intraprende un nuovo lavoro – vengono meno. Il problema della vita, allora, è se esiste qualcosa che dura.
Il cristianesimo ha la pretesa – perché la sua origine non è umana, anche se si può vedere nei volti degli uomini che lo hanno incontrato – di portare l’unica risposta in grado di durare nel tempo e nell’eternità. Però un cristianesimo ridotto non è in grado di fare questo. Sappiamo per esperienza che esiste un modo astratto di parlare della fede che non suscita la minima curiosità. Se il cristianesimo non viene rispettato nella sua natura, così come è comparso nella storia, non può mettere radici nel cuore.Il cristianesimo è sempre messo alla prova di fronte al desiderio del cuore, e non se ne può liberare: è Cristo stesso che si è sottoposto a questa prova. L’aspetto affascinante è che Dio, spogliandosi del Suo potere, si è fatto uomo per rispettare la dignità e la libertà di ciascuno. Incarnandosi, è come se avesse detto all’uomo: «Guarda un po’ se, vivendo a contatto con me, trovi qualcosa di interessante che rende la tua vita più piena, più grande, più felice. Quello che tu non sei capace di ottenere con i tuoi sforzi, lo puoi ottenere se mi segui». È stato così fin dall’inizio. Quando i due primi discepoli domandano: «Dove abiti?», Egli risponde: «Venite e vedrete». La sua semplicità è disarmante. Dio si affida al giudizio dei primi due che Lo incontrano. L’uomo non può evitare di paragonare continuamente ciò che accade con le sue esigenze fondamentali.
Qualcuno potrebbe obiettare che all’epoca di Gesù si vedevano i miracoli, ma oggi non è più tempo di prodigi. Non è così, perché questa esperienza continua ad avere luogo, come il primo giorno: quando incontri persone che risvegliano in te un interesse e un’attrattiva tali che ti obbligano a fare i conti con quello che ti è accaduto. Come dice il Papa, «Dio non si impone. […] La sua esistenza si manifesta in un incontro, che penetra nella più intima profondità dell’uomo» (Luce del mondo, p. 240).
Alcuni anni fa un mio amico è andato a studiare arabo a Il Cairo. Ha incontrato un professore musulmano. L’incontro si sarebbe potuto svolgere secondo gli stereotipi dell’uno e dell’altro. Ma è accaduta una cosa inattesa: sono diventati amici. Il musulmano ha domandato al mio amico perché era cristiano, e questi lo ha invitato in Italia, dove ha conosciuto il Meeting di Rimini. Trascinato dall’incontro con una realtà umana diversa, ha voluto realizzare il Meeting de Il Cairo, coinvolgendo molti giovani egiziani, musulmani e cristiani.
Di recente, a Mosca, ho conosciuto persone che fino a poco tempo fa non avevano niente a che fare con la fede. L’hanno scoperta incontrando dei cristiani che le avevano incuriosite. Alcune erano battezzate nella Chiesa ortodossa e si sono interessate al cristianesimo – cosa che non avevano mai fatto prima – grazie ad amici che lo vivevano con intensità e pienezza.
Non sono storie del passato, ma qualcosa che accade ora, nel presente.
Nella sua recente visita in Spagna, Benedetto XVI ha invitato a un dialogo tra laicità e fede. E come lo ha fatto? Indicando una presenza, un testimone, Gaudì, che con la Sagrada Familia «è stato capace di creare […] uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l’uomo all’incontro con colui che è la verità e la bellezza stessa». Il Papa ha sfidato tutti rendendo contemporaneo lo sguardo di Cristo e indicando l’esperienza nuova che Egli immette nella vita: chiunque può interessarsene o rifiutarla. Quando Benedetto XVI ci chiama alla conversione ci sta dicendo che per testimoniare Cristo, per farci «trasparenza di Cristo per il mondo», dobbiamo percorrere un cammino umano fino a scoprire la pertinenza della fede alle esigenze della nostra vita. Non so se qualche cattolico si può sentire escluso dalla chiamata del Papa. Io no.

di Julián Carrón

© L'Osservatore Romano

26/07/2010

Il preteso scoop sui sacerdoti gay

preti gay-panorama.pngMa non ci ruberanno la fiducia nei nostri preti

Nella bonaccia di un luglio scarso di quei fatti di cronaca che aiutano le tirature dei giornali, uno dei più diffusi settimanali italiani dedica la copertina alle "notti brave dei preti gay". Sette pagine fitte di viaggio fra i peccati dei preti nella Città Eterna, fra feste, pub e saune; dove un prete afferma che "il 98 per cento dei sacerdoti che conosce è omosessuale". Foto, registrazioni, puntigliose verifiche, una ostinazione da Pulitzer. Per dimostrare cosa? Che ci sono, fra le molte centinaia di preti che vivono o studiano a Roma, dei gay.

Mettiamo per ipotesi che tutto ciò che racconta Panorama sia oro colato. Che alcuni sacerdoti a Roma vivano una doppia vita. È un fatto che provoca dolore e sconcerto in un credente. Ma quella inchiesta accanita, quelle compiaciute immagini di mani maschili con le unghie laccate che sgranano una corona di Rosario, a cosa tendono davvero? Mettiamo che sia proprio tutto vero, la doppia vita, le feste e il resto. Quanto pesa la indegnità di alcuni di fronte della vita di 336 parrocchie romane, dove oltre 1300 preti – con una vita sola – si affannano ogni giorno a dir messa, a stare accanto agli esclusi, a educare ragazzi? La mole di una quotidiana oscura fatica annientata da quell’indice puntato sullo scandalo. Scandalo spiato, pedinato, zelantemente fotografato; a dire a chi legge, vedete, tutto è falso, bugia – tutto, in fondo, fango.

Tra l’esercizio di questo compiaciuto nichilismo e la realtà però c’è una distonia netta, che chi frequenta chiese e oratori non può non vedere. I preti, a Roma e altrove, sono altra cosa da quei poveri commedianti raccontati da Panorama. Sono uomini che si spezzano la schiena tra i ragazzi, in oratori di periferia; sono i missionari che passano la vita intera in posti in cui noi non resteremmo tre giorni; sono quelli che ai vecchi e agli sconfitti testimoniano che non è tutto finito.

È un esercizio mediatico di moda, oggi, gettare melma sui preti. Come, al di là dei loro peccati veri o presunti, in una sorda ostilità; nel bisogno di dimostrare quanto è assurdo promettere fedeltà, assoluta e per sempre, a un Dio. (Fedeltà? Ma via, guardate questi, in tonaca la mattina e al pub dei gay la sera). L’indice puntato sullo scandalo però lascia nel buio la parte più grande della realtà – la parte buona, che milioni di credenti ben sanno. Occorre guardarsi, dal riflettore che illumina una sola parte di ciò che è. Perché pretende di annientare, per la colpa di alcuni, un bene molto più grande. Tende a annichilire la nostra fiducia in mille altre facce. Facce di poveri uomini, che però ogni giorno testimoniano un’altra certezza, e una speranza infinitamente più grande.

Squallida, se è vera, la storia dei preti che passano dai festini all’altare. Dei poveracci. Come, in forme meno vistose ed eclatanti, siamo in fondo quasi tutti noi: un poco bugiardi, infedeli, furbi. Guardateli, dice la grande inchiesta, i vostri preti, che cosa sono in realtà. Davvero, è la domanda, potete credere in simili uomini? Non esiste nessuno che meriti fiducia. Ministri di Cristo? Ma via, leggete qui dove vanno, la sera.

Così un tarlo cerca di rodere la nostra speranza. Usando il male per dire che il bene non esiste. E che l’unica cosa vera, attorno a noi, è il nulla. Però, guardatevi intorno: quel prete che sta accompagnando i vostri figli per i sentieri delle Dolomiti, quelli che camminano per i corridoi degli ospedali e delle carceri, o dicono messa ogni mattina in paesi dimenticati da tutti: nell’ombra, senza alcuna copertina, testimoni ostinati di speranza. Una speranza del tutto altra, e straniera a quelle millantate dai giornali.
Marina Corradi

Fonte

26/06/2010

Il blitz nella cattedrale belga

Demonio.jpgOltraggio che nulla ripara e molto svela

Marina Corradi

Un blitz nella cripta di una cattedrale, come fosse il cuore di una organizzazione criminale.
Forzare le tombe di due vescovi, violarne i sepolcri cercando segreti dossier – che però non ci sono. Ha il sapore di un film di Dan Brown quello che è successo a Mechelen, in Belgio. Nell’ambito di una inchiesta su casi di pedofilia nella Chiesa belga un giudice ha ordinato interrogatori di vescovi, e sequestri di dossier, e anche la perquisizione nella cattedrale, capolavoro duecentesco che da secoli è il simbolo della città vicina a Bruxelles.
Non è in discussione la liceità delle indagini, né l’esigenza di arrivare alla verità, se abusi ci sono stati: da mesi il Papa insiste sulla necessità di riparare al male fatto. Fatto anche in Belgio. Da singoli uomini. Ma in questo blitz in cattedrale, nella violazione delle tombe di due arcivescovi della diocesi di Bruxelles, si legge qualcosa che va oltre la legittima esigenza di giustizia. Era davvero necessario arrivare, come ha scritto la stampa belga, con i martelli pneumatici in una cripta mortuaria? E non assume invece, un simile assalto, un valore simbolico, il segno di una voglia di attaccare la Chiesa nella sua totalità?
"Operazione Chiesa", è il nome della inchiesta della magistratura belga, ed è un nome significativo. Un nome che indica il bersaglio. Non i singoli colpevoli, ma "la" Chiesa.
E non tanto per le colpe terribili e odiose di alcuni suoi ministri, quanto per ciò che la Chiesa stessa rappresenta, per ciò che "è". C’è l’eco, in quel blitz sulle tombe, di un redde rationem, di un rendimento di conti con la pretesa originaria della Chiesa: cioè di portare Cristo, e la sua verità. Che fastidiosamente, e più che mai in un Paese secolarizzato come il Belgio, cozza contro la cultura dominante e il suo idolo – l’Io vezzeggiato, libero da ogni legge che non sia la sua.
Non si spiega altrimenti la brutalità e la voluta vistosità di questa incursione. Come se si volesse colpire proprio al cuore. Di chiese aggredite nella storia ce ne sono state tante, e con ben altra distruttività. In rivoluzioni e tragedie imparagonabili a questo piccolo blitz di un giudice, incursione legale, protetta dai timbri di un ordine di perquisizione. E tuttavia, violare tombe di cardinali in una cattedrale, pur con i crismi della legge, è un gesto che sa di violenza.
Cogliendo la circostanza tragica degli abusi pedofili, colpire non i colpevoli, ma mirare al cuore.
Al cuore, nelle viscere di una quelle splendenti cattedrali che costellano le nostre città d’Europa. A osservarle dall’alto, appaiono come il centro di una ragnatela di case, di storie, di uomini. Come radici, quei colossi di marmi, della città attorno; e madri, cui comunque anche da lontano, o col ricordo, si ritorna. Segni di pietra delle origini del nostro vivere in comunità.
Per questo il blitz di un giudice sconosciuto in una piccola città lontana addolora. Quella chiesa è un cuore. Alla gente è stato detto, in un metalinguaggio trasparente, che il cuore comune è depositario forse di vergognosi segreti. Lo si è forzato, violato, per cercarli. E anche se niente è stato trovato il senso di una profanazione rimane, insieme agli indimostrati ma angosciosi dubbi seminati; come se proprio la radice di quella città, di quel popolo si volesse incrinare.

© Copyright Avvenire, 26 giugno 2010 consultabile online anche qui.


09/06/2010

Carron: prima di tutto autenticamente uomini

San_Pietro_CupolaR375_17dic08.jpgJulián Carrón

 

Non dimenticherò mai il contraccolpo avuto durante il ritiro spirituale con alcuni sacerdoti in America latina. Avevo appena terminato di dire che spesso alla nostra fede manca l’umano, che un sacerdote mi avvicinò. Mi disse che all’epoca in cui era in seminario gli avevano insegnato che era meglio nascondere la sua umanità concreta, non averla davanti agli occhi «perché disturbava il cammino della fede». 

Questo episodio mi ha reso più consapevole di come può essere ridotto il cristianesimo e dello stato di confusione in cui siamo chiamati a vivere la nostra vocazione sacerdotale. Una volta domandarono a don Giussani che cosa avrebbe raccomandato a un giovane prete: «Che sia innanzitutto un uomo», rispose, suscitando la reazione stupefatta dei presenti.

Ci troviamo agli antipodi dell’indicazione data al seminarista: da una parte, il distogliere gli occhi dalla propria umanità, dall’altra, uno sguardo pieno di simpatia per se stessi. Che cosa risulta dunque decisivo per la nostra fede e la nostra vocazione? Di che cosa abbiamo bisogno?

Don Giussani ha più volte indicato nella «trascuratezza dell’io», nell’assenza di un autentico interesse per la propria persona, «il supremo ostacolo al nostro cammino umano» (Alla ricerca del volto umano, Rizzoli, Milano 1995, p. 9). Invece è il vero amore a se stessi, la vera affezione a sé quella che ci porta a riscoprire le nostre esigenze costitutive, i nostri bisogni originali nella loro nudità e vastità, così da riconoscerci rapporto col Mistero, domanda di infinito, attesa strutturale. 

Solo un uomo così «ferito» dal reale, così seriamente impegnato con la propria umanità può aprirsi totalmente all’incontro con il Signore. «Cristo infatti - afferma don Giussani - si pone come risposta a ciò che sono “io” e solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo. Senza questa coscienza anche quello di Gesù Cristo diviene un puro nome» (All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2001, p. 3).

«Non c’è risposta più assurda di quella a una domanda che non si pone», ha scritto Reinhold Niebuhr. Può valere anche per noi quando acriticamente subiamo l’influsso della cultura in cui siamo immersi, che sembra favorire la riduzione dell’uomo ai suoi antecedenti biologici, psicologici e sociologici. Ma se l’uomo è davvero ridotto a questo, quale è allora il nostro compito di sacerdoti? A che cosa serviamo? Quale è il senso della nostra vocazione? Come resistere a una fuga dal reale rifugiandoci nello spiritualismo, nel formalismo, cercando alternative che rendano sopportabile la vita? Oppure non sarebbe meglio, obbedendo al clima culturale, diventare assistente sociale, psicologo, operatore culturale o politico?

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26/05/2010

Una piccola luce, invincibile

KirillBenedettoXVI.jpgCent'anni fa lo scritore russo Soloviev, nel suo Racconto dell'Anticristo, poneva nel tempo della fine del mondo la riunione tra Ortodossi e Cattolici. E' proprio un ortodosso a fare la confessione che tutti accomuna davanti all'Imperatore, l'Anticristo stesso:
Allora simile a un cero candido si alzò in piedi lo starets Giovanni e rispose con dolcezza: «Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità."

(Soloviev, Racconto dell'Anticristo)
Probabilmente non siamo all'Apocalisse. Però
, dopo mille anni di separazione, dopo i tempi della persecuzione comunista che vide imprigionati e morire fianco a fianco i membri di una e dell'altra confessione sembrano inaspettatamente arrivati tempi migliori. E se non è ancora la sospirata unità, qualcosa al termine di questa lunghissima notte comincia ad apparire.  SamizdatOnLine

UNA PICCOLA LUCE INVINCIBILE  (ovvero pace tra i capponi di Renzo?!)
I Il led della batteria di alcuni netbook è incredibile. Per quanto sia piccolina, la sua luce azzurra è straordinaria. Quando la stanza è al buio sembra che vi sia un sole azzurro. Così piccola e così potente! Così è la luce della speranza. La sua forza la vediamo solo quando le tenebre paiono vincere definitivamente. Allora essa si mostra e le vince.

Non va sottovalutato come piccola luce di speranza un indirizzo di saluto al Pontefice fatto dal Metropolita Hilarion di Volokolamsk in occasione del concerto che c'è stato in Vaticano, offerto dal Patriarca Kirill al Papa. Perché sono importanti le parole di Hilarion ?

Perché esse, al di là del loro contenuto esplicito, dicono anche “altro”; e lo dicono in una maniera che non si udiva ormai da molti anni, nei quali i rapporti tra il Patriarcato di Mosca e il Vaticano avevano raggiunto dei minimi storici. Lo stesso dialogo ecumenico si era interrotto bruscamente e solo negli ultimi tempi era ripartito.

Cosa è questo "altro" che si è sentito? La presa di coscienza russa che l’attacco scristianizzante al quale è sottoposto l’occidente è qualcosa che riguarda tutti i cristiani e non è solo la prova di un fantomatico “fallimento” degli “eretici” cattolici. Si capisce che l’attacco alla Chiesa di Roma non è “colpa sua”, ma è un attacco che va al cuore dello stesso cristianesimo e che coinvolge tutti. Dice Hilarion:
"Personalmente sono convinto che noi ortodossi e cattolici, per agire comunemente, non dobbiamo aspettare il momento in cui spariranno tutte le differenze teologiche tra noi; non possiamo infatti illuderci che questo avverrà presto. Tuttavia, anche prima che questo avvenga, dobbiamo già agire non come concorrenti ma come alleati, soprattutto nella nostra Europa. Santità, noi sosteniamo appieno il suo appello alla rievangelizzazione del nostro continente. Riteniamo però che nessuna Chiesa, neanche una Chiesa così numerosa e forte come la Chiesa cattolica, possa fare questo da sola. Dobbiamo essere insieme. Abbiamo uno stesso campo di missione: l’Europa scristianizzata di oggi, che ha perso le sue radici religiose, morali, culturali. Davanti al secolarismo, al consumismo, al relativismo morale, solo insieme noi ortodossi e cattolici possiamo trovare le forze per riproporre ai nostri contemporanei, con la nostra stessa vita, il nostro umanesimo cristiano, i valori morali della famiglia, della fedeltà coniugale, il valore della vita dal suo concepimento alla sua fine naturale, e tutti gli altri. Così facendo, non soltanto aiuteremo gli europei a trovare un contenuto spirituale e un cardine morale per la propria vita individuale, ma aiuteremo il nostro continente, che attraversa una serissima crisi di identità, a riscoprire le proprie radici spirituali e culturali."

Queste parole sono state certamente possibili grazie all’elezione del nuovo Patriarca, Kirill. Quando fu eletto, tra le persone "dentro" le questioni ecumeniche con gli Ortodossi, si era diffuso un cauto ma fermo ottimismo. Tra tutti i "patriarcabili" Kirill era quello più vicino a posizioni di dialogo con la Chiesa Cattolica. Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli ha fatto il suo dottorato al Pontificio Istituto Orientale a Roma, conosce da vicino i cattolici. È un momento bello, questo, in cui alla testa delle Chiese più importanti in Europa ci sono persone che parlano di Cristo sulla stessa frequenza. Non è un caso, quindi, che sia stata una Chiesa così profondamente radicata nell'interiorità e nutrita ininterrottamente dalle sue radici liturgiche e monastiche come quella Ortodossa a capire ed entrare in profonda sintonia con il programma di vera riforma del cristianesimo e di rievangelizzazione, portato avanti da Benedetto XVI: programma che si basa non su chissà quali strategie studiate in qualche “master in pastorale”, ma sulla conversione personale, preghiera e penitenza.

Contro l'imbecillità collettiva socio di  SamizdatOnLine

20/04/2010

Dolore e speranza come di «naufragio»

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Uno degli otto che a Malta hanno incon­trato Benedetto XVI e faccia a faccia gli hanno raccontato la loro storia di bambini violati ha detto che il Papa ha pianto, nell’a­scoltare. Segreto e riservatissimo l’incontro, nessuna telecamera si è allungata a cogliere l’istante in cui la compassione, il cum - pa­tere, soffrire insieme, traboccava sul viso di Benedetto XVI. Lo ha testimoniato solo, me­ravigliato, un visitatore: «ll Papa ha pianto con me». Piangere, e soprattutto davanti ad altri uo­mini, non è abitudine dei grandi della Terra. Se mai succede, lo fanno da soli, perché nes­suno veda ciò che comunemente è inteso co­me stigma di confusione e debolezza. «Ver­gogna », e senso di «tradimento» sono le e­spressioni che lo stesso Benedetto ha usato nella Lettera ai cattolici d’Irlanda.

Però non c’è, in quella sofferenza trapelata a Malta, so­lo il dolore del male, né solo senso di sconfitta. In volo verso l’isola dove Pao­lo fece naufragio, il Papa ha detto ai giornalisti: «Pen­so che il motivo del naufragio parli per noi. Dal naufragio, per Malta è nata la fortuna di avere la fede. Così anche noi possiamo pen­sare che i naufragi della vita possono fare il progetto di Dio e possono essere utili per nuovi inizi nella nostra vita». Singolare, straordinaria cristiana lettura di ciò che, normalmente, gli uomini chia­mano semplicemente disgrazia, o colpa, ma in ogni caso identificano in un pu­ro male, come il rivoltarsi di un avverso de­stino. I marinai della nave di Paolo, in balia del Mediterraneo, alla deriva in un orizzonte sen­za approdi, maledivano probabilmente il giorno in cui erano partiti – il giorno in cui un Caso maligno li aveva arruolati in quella im­presa. Paolo invece, lo ha ricordato il Papa, e­ra certo: «Ci dovremo imbattere in un’isola». Spezzata la rotta per Roma, pure non dubi­tava che anche quel naufragio fosse disegno di Dio.


Il fondo della sventura, la nave sfa­sciata dalle onda e l’equipaggio miserabil­mente approdato sugli scogli: eppure Paolo era convinto che non fosse la fine, ma un al­tro inizio. (Non è quasi mai così, fra gli uomi­ni. Di fronte a una dura sconfitta molti si i­steriliscono nella rabbia. I più si rassegnano, amari. Qualcuno si ribella fino a voler mori­re. Non è cosa del mondo, questo modo di guardare a un naufragio: come al germoglia­re di un seme selvatico, non seminato, e che tuttavia spunta in un giardino). Già almeno una volta Benedetto XVI ha usa­to questa espressione, naufragio. «Senza un morire – ha scritto nel 'Gesù di Nazaret' – senza il naufragio di ciò che è solo nostro, non c’è comunione con Dio, non c’è redenzione». Dicendoci che il nostro progetto, anche il mi­gliore, non è necessariamente quello di Dio, che strappò le vele alla nave di Paolo, a Mal­ta. Dicendo che il fallimento accettato nella conversione può essere fertile di vita nuova. Che non ci salviamo da noi, ma veniamo sal­vati da Cristo. Che sguardo 'altro', e che altra prospettiva, mentre ancora i titoli dei giornali stanano e inseguono accaniti vicende di preti colpevo­li – quasi soddisfatti che anche gli uomini di Dio siano a volte miserabili come gli altri. «Il Papa ha pianto», ha detto un ex bambino vio­lato a Malta. Lo ha detto meravigliato e com­mosso; perché ha visto in faccia al Papa vero dolore. Eppure, insieme, una assoluta, ferrea certezza di un bene, tuttavia, perfino di quel male più grande.


Marina Corradi
Da Avvenire

12/04/2010

Tutti in piazza: noi stiamo con il Papa!

papa che firma.jpg

Allora, finalmente, pare che fra poco si andrà tutti in piazza San Pietro per dire al Papa che siamo con lui: secondo Repubblica, dovrebbe essere il prossimo 16 maggio.

ERA ORA! CI VOLEVA TANTO?

Quando hanno impedito al Papa di andare a parlare alla Sapienza, non ci abbiamo pensato due volte, iL Card. Ruini ha invitato tutti pubblicamente – è bastata una frase! – e la domenica dopo eravamo tutti all’Angelus, a pregare con Benedetto XVI. Adesso ci si è pensato pure troppo. SVEGLIA!!!!!! E cominciamo a mettere i puntini sulle i.

Sono cresciuta fra preti e suore. In parrocchia, in comunità, io e la mia famiglia, che è numerosa: fosse un fenomeno tanto diffuso, almeno statisticamente, in 46 anni, avrei dovuto sentirne parlare. Ma a me non è mai capitato neppure di sentirlo come storia lontana. Invece adesso fra i luoghi comuni c’è pure quello del prete pedofilo: è diventato anche un crimine da telefilm (ieri, su Criminal Minds, per esempio). Ma come si permettono?

Vogliamo veramente combattere la pedofilia? Allora, cominciamo a fare nomi e cognomi di quelli che vanno con le minorenni che battono i marciapiedi, quelle dall’est, ma anche le giovanissime africane. Che sono, quelli, benefattori? Oppure: avanti, facciamo una bella indagine fra le agenzie da viaggio, e vediamo chi va in Thailandia, e a fare cosa. Vediamo di fare qualche bella inchiesta sul turismo sessuale – d’altra parte, non ci sarà mica solo il turismo procreativo, no? – e però voglio pubblicati nomi, cognomi e professioni, accanto alle foto di chi va in cerca di minori. E poi voglio un’indagine nelle discoteche: quanti anni hanno le cubiste? E ancora: andiamo a leggere i libri di Mario Mieli,  intellettuale di riferimento del mondo omosessuale, c’è un circolo a Roma che lo ricorda, e anche wikipedia riferisce che “Nel processo politico di ristrutturazione della società (…) Mieli non esita a includere nel suo elenco di esperienze redentive la pedofilia, la necrofilia e la coprofagia” . INSOMMA, COSA SI VUOLE VERAMENTE ABBATTERE:  LA PEDOFILIA O LA CHIESA?

Io non mi faccio fare lezioni sulla moralità della Chiesa da chi pensa che l’aborto sia un diritto e dai Mario Mieli di turno.

C’è la fila di gente che vuole mandare i propri figli nelle scuole cattoliche (e qui ho esperienza personale diretta), specie se la propria famiglia è disastrata, valanghe di persone spingono i propri figli ad andare in parrocchia, durante la settimana e anche durante le vacanze. Anche non credenti. Sfido chiunque a dire che preferisce sapere i propri figli adolescenti in vacanza in campeggi o villaggi turistici qualsiasi, o a spasso per il mondo, rispetto che frequentare una qualsiasi comunità cattolica. SFIDO CHIUNQUE, ripeto. Ma venitemelo a dire in faccia, please. E poi rispondete: tutti incoscienti ad affidare i propri figli a dei pedofili incalliti?

Date le premesse di cui sopra, entriamo nel merito delle denunce. Si accusa Benedetto XVI di aver coperto pedofili. E si sta cercando di arrivare anche a Papa Giovanni Paolo II: calunnia,calunnia, qualcosa rimane! Nessuno nega il fatto che ci siano stati fatti gravissimi, di pedofilia, per colpa di qualche prete. E probabilmente in diversi casi si è intervenuti tardi, e male, e tutto questo è gravissimo, e non deve succedere!!!! La Chiesa ha chiesto scusa e preso i suoi provvedimenti da tempo, e Ratzinger è stato fra i più decisi (chi altro l’ha fatto, scusate?)  Ma da qui a dire che la pedofilia è diffusa nella Chiesa, e soprattutto da qui ad accusare il Papa, questo Papa,  di aver coperto dei crimini, ce ne passa!!!!!! Per quel che riguarda le accuse specifiche, quelle vergognose fatte dal New York Times, basta leggere Avvenire – MA BISOGNA LEGGERLO!!!! – per vedere che ad ognuna è stato risposto puntualmente, ribaltando i fatti. L’ultima, per esempio, è quella della lettera firmata da Ratzinger nel 1985, accusato di aver aspettato due anni prima di sospendere dal sacerdozio Padre Stephen Miller Kiesle: un prete colpevole di abusi sessuali già condannato dallo stato della California, prima della sua richiesta di spretarsi. Mi pare abbastanza evidente che, dopo una condanna di un tribunale civile, il Vaticano non avesse niente da nascondere, lo scandalo c’era già stato! L’attesa di due anni per la riduzione allo stato laicale era dovuta alle nuove regole di Woityla, per le quali, di prassi, non si prendevano in considerazione le domande di spretarsi, prima dei 40 anni, una prassi che cercava di rimediare al lassismo post-sessantottino. Al momento della domanda, il prete suddetto aveva 38 anni: al compimento dei 40 è stato ridotto allo stato laicale, e nel frattempo non aveva compiuto nessun altro crimine.

Per sapere le notizie nel dettaglio, comunque, leggete avvenire, i siti di Massimo Introvigne (che spiega l’ennesima bufala) e Sandro Magister. LEGGETELI!

Non praevalebunt. Lo sappiamo. E la folla di pellegrini di questi giorni alla Sindone è lì a dimostrarcelo. Ma visto che lo stillicidio di documenti ignobili continuerà, è bene cominciare  protestare tutti ad alta voce: non si permettano! Giù le mani dal Papa!

Da Stranocristiano

Nella poesia di Eliot la Chiesa era una "Roccia" da edificare e difendere


chiesa.jpgUn amico, presentando in un sito fiorentino alcuni interventi che si opponevano all’attacco cui il Pontefice è sottoposto da settimane, anche prima dell’articolo della Goodstein sul NYT, li introduceva, acutamente, con la citazione di celebri versi del dramma sacro La roccia ("The Rock", del 1934; generalmente reso con Rocca in italiano, ma The Rock è la Chiesa, la roccia dunque) di T.S.Eliot.

Nel Coro quinto, che ha movenza  di salmo,  Eliot evoca gli uomini dalle “eccellenti intenzioni” che “corrono attorno come cani, … e fiutano e abbaiano”, decisi a metter fine alle “turpitudini dei cristiani”. Contro l’assalto degli uomini dalle “eccellenti intenzioni (e cuore impuro)” il moderno salmista esclama: “Siamo circondati da serpenti e da cani: per cui qualcuno deve stare all’opera [di costruzione], e altri reggere le lance”. È che i cristiani devono riedificare senza sosta la Città. Il Coro quarto, che rievoca il ritorno di Neemia in una Gerusalemme cadente,  aveva anticipato il tema: “Così edificarono, come gli uomini devono edificare,/ Con la spada in una mano e la cazzuola nell’altra”.  Tanto più colpisce, nella meditazione di T.S. Eliot, che questa debba essere anche la modalità dell’esistere cristiano. La vita del cristiano è dare opera alla città di Dio in terra; ma in Gerusalemme vi sono “fuori nemici per distruggerla/ E dentro (…) spie  ed opportunisti”. Per questo l’agire che edifica (la cazzuola) dovrà essere difeso (le metafore delle lance, della spada). La voce dei Salmi, di cui Eliot si fa eco, è sempre realistica, che celebri l’intronizzazione del Signore o scruti l’incombere del nemico, dell’aggressore magico, o denunci a Dio ferite e patimenti. Non si può non pensare, in quegli anni, all’ebreo che nella Palestina del mandato britannico ricostruisce Israele (“con la cazzuola in una mano, e la pistola/ pronta nella fondina”, un’altra delle versioni della formula eliotiana).

Ma Eliot mostra una lettura fine, importante per l’oggi, della congiuntura nihilistica indotta dalle “eccellenti intenzioni”, dall’agitarsi provvidente. Per queste persone eccellenti la Chiesa è una “casa il cui uso è dimenticato”; coloro che vi abitano appaiono “come serpenti distesi su scale cadenti,/ soddisfatti al sole”.  Gli altri fiutano e abbaiano, e “dicono, Questa casa è/ un nido di serpi, distruggiamola,/ Mettiamo fine a questi abomini, alle turpitudini/ dei Cristiani”. Sensibile alle culture anticristiane, specialmente a quelle del nuovo engagement  degli anni Trenta, Eliot scruta il contrasto tra la Chiesa e gli uomini del pacificato nichilismo, ai quali Essa ricorda “il male e il peccato, e altri fatti spiacevoli” (Coro sesto). E aggiunge: “[uomini che] cercano sempre d’evadere/ dal buio esterno e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno/ avrebbe bisogno d’essere buono./”. Eliot penetrava quello che altri chiamavano alienazione e ne colpiva, contemporaneamente, gli aberranti ideali di uomo disalienato; lo faceva adottando la simbolica cristiana. La sua lettura è, di conseguenza, duratura, senza declino.

Ascoltavamo queste parole nelle rappresentazioni della Rocca, non rare nel dopoguerra, ed erano attuali. Attualissime oggi, dopo un certo oblio: la cattolicità ha supposto, infatti, per decenni che la costruzione della Città di Dio non avesse avversari, se non quelli evocati dalle retoriche ‘rivoluzionarie’ (equivocando tra le due Città). Ha talora disperso, in questo mezzo secolo, il sapere che edifica non solo l’anima ma la Città, e perduta la coscienza che l’edificio in costruzione ha dei nemici, e va difeso. T.S.Eliot non suggeriva visioni di gloria prossima – coltivate semmai da chi confonderà Chiesa e Proletariato, ed oggi identifica la Chiesa con una vita buona e garantita, corpi integri e sani, senza peccato né colpa: un nichilismo sorridente e ordinatore, nella “totale confusione del bene e del male”.  Ma scriveva, quasi intravedesse il decennio imminente: “se il sangue dei Martiri deve fluire sui gradini/ Dobbiamo prima costruire i gradini;/ E se il tempio dev’essere abbattuto/ Dobbiamo prima costruire il Tempio”.  (continua)

di Pietro De Marco - Grazie a L'Occidentale

30/03/2010

Non cristiani in serie, ma cristiani sul serio

L'autore, P. Juan Pablo Esquivel, l'ha pubblicato su facebook e mi ha dato il permesso di riprodurlo.
E' bellissimo e confortante perchè dice una parola chiara per noi cristiani. Ringrazio gli amici AnnaVercors e VietatoParlare per aver condiviso questa bella opportunità.


31/12/2009

Quell’inno che fa' tremare il cuore

Quell’inno che faceva tremare il cuore anche ai "mangiapreti" Napoleone e Garibaldi

C'è qualcosa di magnifico ma anche di terribile in questo antichissimo canto con cui la Chiesa loda l'Onnipotente e Gli rende grazie in occasione di eventi particolarmente importanti. E quando un anno si conclude.

Tanto magnifico e terribile, questo inno, che non hanno osato rinunciarvi neppure i più feroci anticlericali. Napoleone, per esempio, non se ne perse uno, arrivando a minacciare di morte il clero se non gliel'avesse eseguito in pompa magna. Il Piemonte delle leggi eversive metteva in carcere i vescovi che si rifiutavano di intonarlo per protesta. Perfino Garibaldi, il più fanatico dei mangiapreti, pretese il solenne Te Deum, e più di una volta.
Bisogno di ingraziarsi le plebi superstiziose e legate alla religione? Voglia di legittimarsi come «liberatori» e «purificatori» della Chiesa? Sì, c'era anche questo, come nel caso del generale Championnet e la sua pistola puntata alla testa dell'arcivescovo di Napoli affinché il sangue di San Gennaro si sciogliesse pure davanti agli invasori francesi.
Ma nessuno mi toglie dalla capoccia che c'era anche un fondo di ancestrale terrore del divino, una di quelle emozioni che niente come la musica è capace di far salire dal profondo dello stomaco.
E, tra i canti sacri della tradizione cristiana, se ce n'è uno in grado di far tremare il cuore è il possente Te Deum. Quelle note, sgorgate nella magnificenza del gregoriano, in qualche modo evocano il Giudizio, la sentenza finale di quel Maestro che, scaduto il tempo, ritira il compito e lo valuta: sufficiente o insufficiente.
La vita è infatti un compito, anche se molti cercano di convincerci che sia solo un giocattolo (il quale, se ti va bene ci giochi, sennò lo butti via). E la valutazione finale, senza possibilità di appello, prevede una sola alternativa di voto: buono, non buono.
Uniamoci anche noi, nel finale di quest'anno, al canto di ringraziamento che la Chiesa eleva da sempre al suo Creatore. Uniamoci anche se siamo stonati. Anche se quest'anno non è stato dei migliori, perché il Signore non permetta di peggio (al quale, com'è noto, non c'è mai fine). Finché non si realizzi la Beata Speranza e venga, finalmente, il Suo Regno.

Rino Camilleri -Il Sussidiario

Te Deum laudamus - Graciete

Editoriale SamizdatOnLine

27/10/2009

Rose: è la fede di Benedetto a spaccare i sassi in Uganda


«È Dio che opera. La nostra capacità, da sola, non salva nulla». A dirlo è Rose Busingye, fondatrice del Meeting Point International di Kampala, Uganda. Il centro ospita donne sieropositive, «le mie donne», dice sempre Rose parlando di loro. Persone che hanno saputo trovare nella fede cristiana una speranza nuova di vita, l’unica risposta credibile alla disperazione dell’abbandono. È alle “sue” donne che corre sempre Rose col pensiero, quando deve parlare della fede, della Chiesa, della speranza che Cristo rappresenta oggi per il mondo, e per l’Africa. Si è concluso domenica il Sinodo dei Vescovi africani. Anche Rose ha partecipato, insieme a tanti altri ospiti. Ilsussidiario.net l’ha intervistata, alla vigilia del suo ritorno in Uganda.

Cos’ha voluto dire per lei questo appuntamento, alla luce dell’esperienza di Chiesa che vive in Africa?

Capire che è Dio che opera. La nostra capacità, da sola, non salva nulla. Tocchi con mano, una volta di più, l’incapacità nostra, però vedi bene che il cristianesimo va avanti lo stesso. Tutta la Chiesa in Africa sta crescendo. Ma non siamo noi a mandarla avanti; è lo Spirito. Questo l’ho visto benissimo dal modo con cui il papa è stato con noi, durante il Sinodo.

Cos’ha colto di così particolare nella presenza del Santo Padre?

Egli stava con noi senza programmi sul da farsi, ma semplicemente per farci compagnia. Come un padre, che suscita in te quella tenerezza per cui ti chiedi: cos’ho da temere? Era impossibile, davanti a quello sguardo, fraintendere. La prima preoccupazione, trattandosi di una chiesa giovane, come quella africana, poteva essere quella di “consolidare una chiesa futura”. Ma la Chiesa non è prima di tutto un’organizzazione. L’invito del papa, e la sua personale testimonianza, è stata quella di predisporsi ad accettare l’iniziativa di Dio su di noi. È in questa accettazione che sta il futuro - e il presente - della chiesa africana.

Ad ascoltare i programmi di sviluppo dei governi e di tante organizzazioni, sembrerebbe che la prima sfida per l’Africa sia trovare più soldi e fare più progetti.

L’uomo europeo ha tutto, ma allora come mai non è contento? Come mai le strade sono piene di facce tristi, di persone che non sorridono mai? È così perché in Europa si è perso che a renderci felici è il progetto di Dio, e non il nostro. Invece le “mie” donne vanno nella cava a spaccare pietre sorridendo e cantando. Anche se non hanno mangiato nulla.

La sfida più grande in occidente è che la società ha abbandonato le sue radici cristiane. Per la maggior parte delle persone il cristianesimo non ha più nulla da dire alla loro umanità. Qual è invece la sfida culturale che più urgente per i cattolici che vivono in Africa?

La fede in Cristo Gesù. Dico sempre che la fede è la fine della schiavitù. È astratto - mi hanno detto tanti di quelli che ho incontrato. Ma non è così, perché un uomo che vive la fede vede tutto come un dato ricevuto e ne gode. Gode del lavoro, dei figli, del creato. Per un uomo che vive la fede Dio è tutto. E lui è più libero.

Benedetto XVI, nella sua omelia in apertura del Sinodo, dell’Africa ha detto che «il suo profondo senso di Dio» è «un tesoro inestimabile per il mondo intero» e che «da questo punto di vista, l’Africa rappresenta un immenso “polmone” spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza». Cosa pensa di queste parole?

È per questo che è più facile oggi incontrare Cristo in Africa che non nei paesi occidentali. Perché un africano ha un senso del mistero tale da essere sempre consapevole di appartenere a Qualcosa. Qualcosa di grande, di più grande di sua madre e di suo padre. Ma questo Mistero è Cristo presente, Colui che ogni cuore attende. Se lo incontro, diventa la mia nuova identità, il mio giudizio nuovo su tutte le cose. Me ne accorgo quando guardo le “mie” donne. Vedi - mi dico - sono sempre più avanti!, non perché sono più intelligenti, ma perché sono semplici. La fede ha penetrato la loro vita. Quando c’è stato l’uragano di New Orleans percepivano le popolazioni colpite come parte di sé, anche se erano dall’altra parte del mondo. E le hanno aiutate. Quando conosci la fede tutto ti appartiene. È una mentalità nuova, persuasiva. Ti accorgi, semplicemente, che è più bello vivere da cristiano.

Il tema del Sinodo recita “la Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. La giustizia e la pace sono cose per le quali vale la pena spendersi?

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14/10/2009

Ecco cosa mi accompagna ogni istante

LETTERA DAL SINODO Rose: «Ecco cosa mi accompagna ogni istante»

14/10/2009 - Mentre prosegue l'Assemblea speciale sull'Africa, da Roma ci scrive Rose, arrivata da Kampala per partecipare ai lavori. Dove ha trovato «la tenerezza del "Dio con noi"»
Un momento dei lavori.
Un momento dei lavori.

Cari amici,
è un momento intenso: grandi incontri e grande esperienza di fede, specialmente per il Papa che non ci lascia mai soli. È proprio un padre che sta in mezzo ai suoi figli. Anzi, il primo giorno del Sinodo m’immaginavo il “Dio con noi” che viene e si siede a fianco a te, con quella tenerezza nell’accompagnarti in tutto quello che fai. Anche negli sbagli, Lui non ha paura. Quando sono partita da Kampala pensavo: «Che ci faccio io in mezzo a tanti Vescovi?». Invece, non avevo nulla da temere: mi sento accompagnata in ogni istante. Fin dalla prima sessione di lavori, la sorpresa è stata pregare insieme. A volte anche guidati dal Santo Padre, che ti fa ricordare proprio questo “Dio con noi”: è lì, ascolta i vari problemi che gli vengono raccontati e ne conosce altri ancora di cui non c’eravamo neanche accorti. Dopo oltre una settimana di Sinodo, non mi sono ancora stancata ed ascolto tutto. Non riuscirei a spiegare perché, ma una cosa la so: con quel modo tenero che ha il Papa di guardare, non si può che stare bene.
Rose

Da Tracce

04/09/2009

Un Avvenimento che si è reso conoscibile

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, abbiamo detto. La migliore risposta a tante chiacchere, moralismi, vendette è la vita reale, scoprire e conoscere il senso e il gusto del vivere, portare alla luce il bene e non il male. Il conoscere è un'avvenimento che accade, non una insinuazione. Avvenimento come quello accaduto a Rimini pochi giorni fa.
SamizdatOnLine

UN AVVENIMENTO CHE SI E' RESO CONOSCIBILE
Durante l'incontro concusivo del Meeting di Rimini la nostra amica Emilia ha detto con il gran vigore che la contraddistingue, che ciascuno di noi ha portato con sè il proprio "quotidiano" all'interno del Meeting. Sarà dunque possibile portare il Meeting dentro il quotidiano? Dentro la ripresa del lavoro, della fatica, delle "solite cose"? Debbo darti ragione, cara Emilia. Dentro il Meeting ho portato tutto, ma proprio tutto! E la scoperta più impotante, la "conocenza" più grande che mi è avvvenuta, è stata proprio quella che riguarda me stesso. Che riguarda la mia vita. Si tratta dell'essermi scoperto, realmente "conosciuto" come unito. Pertanto non si può parlare di parentesi, di ricordi, di nostalgie. E' già così. Tutto ciò che ho visto questa settimana al Meeting è stato ciò che ha determinato la mia certezza nel discutere con chi ho incontrato oggi, ed è ciò che mi mette dentro una strana voglia di rimettermi all'opera, al lavoro. Mentre attorno a me sento solo lamento. Lamento per le vacanze terminate, per il lavoro che ricomincia. Ma come posso riprendere il lavoro senza avere negli occhi (imperterrite, schiaccianti, decisive) le formelle di Giotto?
Il lavoro è ciò che compie l'uomo! Che lo ri-mette in accordo con Dio (che l'ha fatto) perfino dopo il peccato originale. E che tristezza dunque per chi sento lamentarsi, che si perde davvero il meglio.
Una delle domande più incalzanti di questi giorni è stata "ma cos'è il Meeting?". In parte mossa da persone arrivate in fiera per la prima volta, e nel confronto, si sa, occorre proprio giocarsi e darsi le ragioni di ciò che si afferma. Ma in parte perchè il focus della settimana riminese potrebbero apparire gli incontri, le mostre, gli stand.Ma è questo il Meeting? E quando hai dato la tua disponibilità per il lavoro volontario, e con i turni non riesci a vedere nemmeno una mostra? Oppure, come nel mio caso, hai invitato molte persone, ed all'arrivo di ciascuna di queste occorre che si vada ad accoglierle, anche se in mente si aveva un'altra cosa? Che succede se le mostre o gli incontri non si riesce a vederli
perchè si fa i conti con "quel che c'è da fare"?

Beh succede che il Meeting si svela, o meglio esso è sempre lo stesso, però la domanda che ti nasce dentro ti spinge ad essere più attento. Più acuto. Ed allora eccolo l'avvenimento! La conoscenza di cos'è il Meeting! E questo strano "affare" di cui tutti un po' parlano (chi bene chi male) si mostra nelle passeggiate lungo le piscine, dove si vedono volti contenti, più o meno noti, familiari, amici, ma tutti contenti! Perfino i volontari in piedi dalla mattina presto lo sono! Ma perchè? Andiamo avanti.
E ci si scopre amici con persone conosciute da poche ore perchè si condivide il turno all'international point, o si rimane colpiti da un'assemblea coi volontari, più che dall'incontro col mitico "I'm Tony from London" Blair. O ancora c'è bisogno che arrivi un'amica Ruwandese per riaccorgersi cosa sia il Meeting. Perchè basta guardare il suo stupore, ed ascoltare la sua domanda così semplice e così disarmante: "ma perchè tutte queste persone sono qui?" E così ci si accorge che questo strano "affare" lo si comprende e lo si vive meglio così che magari andando a vedere tutte le mostre o tutti gli incontri. Proprio perchè il Meeting è tutto questo!

E' tutto unito! Proprio come noi che ci siamo dentro. Dentro perchè lo costruiamo, perchè lo guardiamo, perchè lo viviamo! Ed allora è chiaro che non si può tornare a casa lasciandolo a Rimini il Meeting. Perchè non è un evento. Cesana ha detto che lui non è un attore e noi non siamo una platea, bensì un popolo. Ed il Meeting è la vita che questo popolo vive!

E' il modo che questo strano popolo ha di divertirsi, di impegnarsi, di comunicare la cultura, la bellezza. Di raccontare cose, fatti, incontri. Di raccontare dei propri amici: di Alfredo, Cleuza, Padre Aldo, Rose, Franco il carcerato. Di discutere e dialogare di ciò che interessa la vita, come la politica o l'economia. E' un unico grande, immenso corpo che vive. E che vita ragazzi! Vale davvero la pena darla tutta! E la vita si può dare solo per Uno che c'è... qui ed ora!

Vita e destino socio di  SamizdatOnLine

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Vi racconto cosa piu’ mi colpito al Meeting di Rimini .. - Vietatoparlare
Meeting una settimana dopo - Cazzeggio libero
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I protagonisti del Meeting: Blair, Jannacci e i parcheggiatori - Centro Culturale della Svizzera Italiana
Il cuore del Meeting? Sono stati i volontari. Ora la sfida del dialogo - Graziella

28/07/2009

CHI SA ONORARE IL NOME CRISTIANO

 

http://www.allaboutmormons.com/IMG/Bom2.jpg

Vale la pena leggere come fossero scritte oggi queste parole di Sant’Agostino a commento della frase del Vangelo di Marco in cui Giovanni dice al Cristo: “Abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato”(Mc 9,38). Spesso parole antiche possono avere più forza di molte scritte nel presente.
“Era come uno di quei tanti che non se la sentono di ricevere i sacramenti di Cristo ma nello stesso tempo sono così favorevoli al nome cristiano da accogliere in casa i cristiani e tributar loro questi tratti di benevolenza senz’altro motivo all’infuori della loro adesione al cristianesimo. Di queste persone il Signore dice che non perderanno la loro ricompensa. Non che costoro per la benevolenza verso i cristiani debbano ritenersi sicuri e tranquilli finché non siano lavati dal battesimo di Cristo e non siano incorporati all’unità della Chiesa; tuttavia quel loro lasciarsi dirigere dalla misericordia di Dio è certo un buon auspicio che arriveranno alla meta, per partire poi con sicurezza da questo mondo. Quanti sono di questo numero, già prima di essere parte della comunità cristiana le sono più utili che non quegli altri che, pur portando il nome cristiano e partecipando ai sacramenti della Chiesa cristiana, diffondono dottrine tali che chi si lascia persuadere finisce con loro nella rovina eterna”. (Agostino, Il consenso degli evangelisti 4,6,7)

Cristian Carrara

18:20 Scritto da: ritina5 in CHIESA CATTOLICA | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala | Tag: chiesa, fede, ateismo, cultura | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

07/07/2009

La Chiesa dica sì alla Madonnina di Civitavecchia

http://blog.ilgiornale.it/tornielli/wp-content/photos/Madonnina_20di_20Civitavecchia.jpg

Esorcismi e sequestri, misteriose telefonate ed inquietanti coincidenze. Un “diario segreto”. Dopo anni di silenzio riesplode il caso della Madonnina di Civitavecchia che pianse non solo nel giardino della famiglia Gregori ma anche nella casa del vescovo, nelle mani di monsignor Girolamo Grillo. E lontano dagli occhi dei media Papa Wojtyla venero’ la statuina. “Un giorno rivelera’ al mondo questo mio gesto di venerazione” dira’ al presule di Civitavecchia.
Tratto da Rai Vaticano il 7 luglio 2009

“In pieno possesso delle mie facolta’ di intendere e volere, in tutta franchezza e verita’, dinnanzi a Dio Padre onnipotente e misericordioso, al suo Figlio Gesu’ Cristo al cui giudizio dovro’ comparire, allo Spirito di santita’ e di amore, dinanzi alla sempre vergine Maria Madre di Dio, dinanzi a vostra Santita’ Beatissimo Padre, e a tutta la Chiesa, dichiaro di aver visto il 15 marzo 1995 alle ore 8, 15 lacrimare nelle mie mani la statuina della Madonna proveniente dalla parrocchia di S. Agostino in Civitavecchia. Di questo fatto sono stato testimone oculare e pertanto non posso minimamente dubitare della sua realtà”. E’ il testo di un solenne giuramento- come ormai se ne leggono pochi- scritto da monsignor Girolamo Grillo, ora vescovo emerito di Civitavecchia/Tarquinia, fatto a Papa Giovanni Paolo II l’8 di ottobre del 2000. Il vescovo esprimeva al pontefice la viva gratitudine per l’Atto di Affidamento di tutta la Chiesa alla Madonna, “accogliendo cosi’ anche una mia proposta in seguito alla lacrimazione di sangue della Vergine”.

Cio’ che impressiona e’ la firma di suo pugno che Papa Wojtyla appone ai margini del testo, quasi a voler dare un sigillo definitivo ad un evento che aveva dilagato sui giornali di mezzo mondo e che aveva sconvolto non solo una famiglia (quella dei Gregori proprietari della statuetta) ma anche quella di un vescovo e di una intera comunita’. Dunque, quello che non si sapeva e’ che un Papa ha “certificato” l’autenticita’ della lacrimazione, rompendo quella che e’ una rigorosa prassi osservata nei secoli dalla Chiesa quando si tratta di fenomeni che sconfinano nel soprannaturale.

Che si debba riaprire clamorosamente il dossier sulla Madonnina di Civitavecchia ? I presupposti ci sono tutti. Dopo anni di silenzio monsignor Grillo ci ha reso, con permesso speciale della Santa Sede, una testimonianza che ci ha profondamente turbato. Essa parte da un “Diario del Vescovo”, tenuto finora segretissimo, che fa la cronistoria dei fatti di Civitavecchia. Si legge di un presule - lo stesso monsignor Grillo - passato dallo scetticismo alla sorpresa, alla conversione. Di un Papa che ha venerato la Madonnina, lontano da occhi indiscreti, nel suo appartamento al terzo piano del Palazzo Apostolico (9 giugno 1995); di telefonate notturne della Segreteria di Stato del Vaticano; di una visita dell’allora onorevole Irene Pivetti, presidente della Camera dei Deputati, al luogo dove era custodita la Madonnina; di una, forse due visite “in incognito” che il pontefice polacco fece a Civitavecchia, durante una delle tante “fughe fuori porta”. E poi di esorcismi e inquietanti coincidenze.

E pensare che il “Diario del Vescovo” si apre con una frase emblematica: “Che brutta storia quella delle Madonne che piangono. C’e’ sempre qualche burlone che si prende lo sfizio di imbrattare gli oggetti sacri. Poveri noi, dove siamo capitati ! Con il parroco don Pablo Marin che va dietro queste stupidaggini. Mater boni consilii, ora pro me” (5 febbraio 1995). Questo l’”incipit”, poi, come in tutte le faccende dove c’e’ qualcosa di misterioso e luminoso, i sentimenti sono cambiati e l’animo si arrende all’evidenza, oppure alla percezione del divino. L’intervista a monsignor Grillo, il primo vescovo nella storia della Chiesa cattolica che ha avuto la straordinaria avventura di esser protagonista di un evento inspiegabile, ne e’ una prova lampante. “Un giorno – dira’ il Papa al vescovo di Civitavecchia – rivelera’ al mondo anche il mio personale gesto di venerazione”. E il momento probabilmente e’ venuto.

Eccellenza, dallo scetticismo alla sorpresa.
Si’. L’11 febbraio del 1995 a nove giorni dalla prima apparizione, ricevo verso mezzanotte una telefonata del cardinale Angelo Sodano. Mi invita a non essere troppo sospettoso ad aprirmi anche ad altre ipotesi interpretative.

Una strana telefonata.
Che mi ha alquanto impensierito. Anche in Vaticano, rifletto, non hanno altro da pensare; vedono pure la TV! Il 23 febbraio, sempre il Segretario di Stato mi ringrazia, a nome del Papa, per essere stato piu’ possibilista in una intervista, commentata da Enzo Biagi, a proposito delle lacrime di sangue versate dalla Madonnina.

L’irrompere di Giovanni Paolo II in questa vicenda e’ misterioso. Del Papa che ha versato il suo sangue nell’attentato in Piazza S. Pietro il 13 maggio 1981. Ora cominciamo a capire perche’ non abbia sottovalutato Civitavecchia. E lei?
I miei convincimenti cominciavano a franare. Un Papa come Giovanni Paolo II che irrompe nella questione e che irrompe nella mia vita non l’avevo messo in conto. Sara’ a conoscenza di qualche segreto, penso. Oppure anche il Papa e’ impazzito?

Intanto le analisi del sangue rivelano che si tratta di sangue maschile. Sara’ il sangue del Figlio di Maria? Mah. La Madonnina viene radiografata al Policlinico Gemelli. Le fanno persino una TAC. Ricoverata come una paziente. Di lei si interessa il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Non ha mai pensato, eccellenza, che in tutto quello che avveniva ci potesse essere lo zampino del diavolo?
Oh, si’. Abbiamo fatto tanti esorcismi. Ho contattato l’esorcista della diocesi. Ho ordinato addirittura ai preti di stare lontani da questa faccenda. Il vescovo Grillo - lo affermo per la prima volta- aveva persino ordinato che quella statuina fosse distrutta!

Lei ha incontrato anche il padre Gabriele Amorth, che di demoni se ne intende.
Amorth escluse un influsso satanico. Si poteva trattare di allucinazioni ad opera diabolica. Don Amorth aggiunse che un’anima di Firenze, da lui diretta spiritualmente, le aveva detto che la Madonna avrebbe pianto lacrime di sangue a Civitavecchia. Otto mesi prima! Lacrime con tristi presagi per il futuro dell’Italia. Elezione nel mese di giugno, vittoria di Prodi e attentato al premier, guerra civile nel nostro Paese. Un presagio funesto che si poteva bloccare con una grande preghiera. Il messaggio di Amorth lo comunico a mia sorella.

Che rimane profondamente turbata, leggo dal suo diario. La mattina del 15 marzo l’imprevedibile.
Ho appena celebrato l’Eucarestia. “Non ho dormito questa notte. Ho ripensato alle parole di padre Amorth. Prima di tornare a Roma mi fai pregare davanti alla Madonna?”, implora mia sorella.

Lei abitava nella villa San Francesco, la sua residenza.
E’ cosi’. Pregare non nuoce, ho pensato. Chiamo una della due suore, suor Tereza rumena, e le chiedo di estrarre dall’armadio, dove’era chiusa a chiave, la statuina. Con me c’erano, dunque, mia sorella, mio cognato, la religiosa.

Cosa pregavate?
Senza metterci d’accordo, recitavamo l’identica preghiera, la “Salve Regina”. Io in latino. Ero arrivato alle parole: “illos tuos misericordes oculos ad nos converte”, volgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi… Quando mio cognato mi da’ una gomitata: “Non vede che ripiange!!”.

Cosa stava accadendo?
Una lacrima scendeva dall’occhio destro della statuina come un filo di capello. La lacrima scendeva, quasi come una lacrima normale, ma fermandosi prima della gota formava come una piccola perla di rubino, la quale voleva superare la gota, per rifare lo stesso tracciato di quella precedente asportata al Policlinico Gemelli. Sono sbiancato tanto che mia sorella si mise a gridare: “aiuto, aiuto”, macchiandosi il dito con il sangue per l’agitazione. Al suo grido, accorsero suor Mariana e mio nipote Angelo che ancora riposava. Chiamarono subito il primario cardiologo dell’ospedale civile, il professor Di Gennaro, il quale si avvide sia dello stato grave di shock in cui mi trovavo, sia della nuova lacrima di sangue ancora fresca…

Mai avuto dubbi? Una allucinazione, una percezione deviata, qualcosa di patologico, una suggestione?
Ma eravamo in quattro! Diventati poi sei! Quale scherzo? Quale allucinazione o suggestione collettiva? Allucinazione o percezione sbagliata potevano essere quelle di Lourdes o Fatima…La’, dei ragazzi, hanno visto la Madonna. Io non ho visto niente. Ho visto il sangue scorrere e restare. Ha capito?! Il fatto e’ stato un fatto constatabile, non una visione. Quante volte sono stato preso da scrupolo. Torturato: “E’ possibile che una Madonnina abbia pianto?”. “Eccellenza - mi rimproverava suor Tereza che allora aveva 25 anni- e’ una brutta tentazione! Un cattivo pensiero. Se lo tolga dalla mente!

Quindi, a distanza di 13 anni lei puo’ affermare con totale sicurezza che…
Che la Madonnina ha pianto nelle mie mani! Era deposta in un cestino nelle mie mani. Ed era sangue! C’e’ poco da aggiungere. Era sangue! Questa e’ la verita’!

Impressionante! Monsignor Grillo, la notizia della quattordicesima lacrimazione a casa sua (come le stazioni della Via Crucis) fa il giro del mondo. Il 22 maggio arriva da lei, in gran segreto, il presidente della Camera dei Deputati, l’onorevole Irene Pivetti. Il 25 maggio incontra il Papa al termine dell’incontro coi vescovi italiani. Cosa le chiese il papa?
Notizie sulla Madonnina. Alla mia esitazione a rispondere, Giovanni Paolo II si lascio’ andare ad una battuta tagliente: “Ah! Voi altri vescovi italiani avete la testa dura e siete sempre dubbiosi”. Ora credo che egli abbia avuto ragione.

La giornata indimenticabile per lei e’ pero’ il 9 giugno.
Si’, sono stato invitato a cena dal Santo Padre il quale ha voluto – cosa che nessuno sa finora – che gli portassi la Madonnina. L’ho informato dei miei contatti coi cardinali Sodano, Ratzinger e Ruini. Il Papa ha citato piu’ volte, a proposito del pianto, il grande teologo Hans Urs Von Balthasar. Il pianto della Vergine e’ un invito alla conversione. Al termine della cena abbiamo pregato a lungo davanti alla Madonnina.

E poi?
L’ha venerata, l’ha baciata, l’ha benedetta, le ha imposto sul capo una corona d’oro che avevo portato con me; ad una mano le ha appeso la corona del rosario.

Il sigillo di Pietro su quell’evento?
E’ probabile. Al termine di quelle ore, che non dimentichero’ piu’, il Papa mi ha imposto il silenzio su quanto era avvenuto.

Con quali parole?
Tremo ancora nel ricordarle. “Un giorno – mi disse il papa – lei lo fara’ sapere al mondo; cioe’ fara’ conoscere a tutti questo mio atto di venerazione”. Poi ha aggiunto: “Mettiamo tutto nelle mani di Ratzinger…” Il giorno successivo il cardinale Sodano mi fa sapere della soddisfazione del Santo Padre. “Per la Madonnina – esclama - si puo’ procedere senza tentennamenti. Pietro e’ con lei!”.

Questo segno di sangue lascia senza parole. Molti l’hanno interpretato come preannuncio di sciagure per l’Italia e per l’umanita’.
Non posso sbilanciarmi. La Madonna non puo’ non seguire da vicino il cammino dei suoi figli nel tempo, i loro affanni e le loro preoccupazioni. Il credente non deve scartare alcuna ipotesi, per chi non crede… Non vorrei essere nei panni di un teologo che deve dare una qualche spiegazione ad una statua di Maria che lacrima sangue maschile. Un giorno l’allora cardinale Ratzinger mi disse: “I teologi, se questo e’ vero, avranno da discutere molto sulla natura del sangue di Maria”.

Lei un uomo di fede, naturalmente. E’ un vescovo. Ha toccato quel sangue… potrebbe essere il sangue di Cristo! Cio’ non la sconvolge?
A dir la verita’ non l’ho toccato. L’ha toccato mia sorella. Lei sa che la commissione incaricata dal Vaticano di affrontare la questione ha dato dieci pareri positivi su undici. Sette di questi propendevano per l’evento non spiegabile, per un evento soprannaturale.

Ci si e’ fermati sulla soglia (e non capisco il perche’), ne’ un giudizio positivo ne’ negativo. Quasi a voler archiviare il fatto, a derubricarlo nel dimenticatoio della storia.
Io non ho parlato di soprannaturalita’ le ho risposto che, si’, la Madonnina ha pianto, ma non so cosa che cosa sia !

Questo premere dell’eterno sul mondo travolge ogni umana, positiva certezza. Monsignore, questo fatto le ha procurato piu’ gioie o sofferenze?
(esita a lungo) Non dico nulla!

Il vescovo di prima, dopo quell’evento, non c’e’ piu’.
No. La lacrimazione ha sconvolto la mia vita e tutto e’ diventato effimero, caduco. E’ come se avessi una percezione nuova delle cose e della vita.

So che tocco corde molto intime. La sua devozione mariana si e’ irrobustita…
Questo si’. Io sono sempre stato devoto della Madonna. Molti mi chiedono: quando pensi alla Madonnina? La domanda andrebbe rovesciata: quando non penso alla Madonnina!

Forse c’e’ una lezione da trarre da tutto questo: bisogna avere il coraggio di non respingere il mistero di Dio.
Dio pero’ ama la liberta’. Ha creato l’uomo libero, libero anche di negarlo. Aprirsi al mistero di Dio significa lasciarsi toccare da Dio. Essere disponibili. Prego molto perche’ le donne e gli uomini del nostro tempo sentano, come un dono, quello di essere toccati da Dio.

Civitavecchia con la sua Madonnina rischiano la “damnatio memoriae”. Lei non vuole. Lei, autorizzato dal Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, dopo tanti anni, ha finalmente parlato. Lei, forse, vorrebbe qualcosa di piu’ dalla Chiesa, un passo meno esitante…
Puo’ darsi che sia arrivato il momento da parte della Chiesa di dire il suo si’ a Civitavecchia. Teniamo conto del miracolo delle conversioni, delle famiglie che si ricompongono, delle persone che si sentono attratte da questo mistero di luce. A Civitavecchia quella Madonnina, e’ incredibile, attira, chiama. “Monsignore, dopo avere sconvolto la Francia adesso non parla più”, mi ha detto un po’ bruscamente il rettore del santuario di Lourdes. Era accompagnato da monsignor Massimo Camisasca. “Che parli io - ho risposto – non importa, parla lei, la Madonna. Lo dimostra il fatto che senza essere invitato e’ venuto qui perche’ ha sentito una forza misteriosa. Io l’ho incontrata per caso. Quindi, meno si parla – ho aggiunto – e piu’ parla Lei”. Speriamo che dopo queste mie parole continui a parlare. Questa e’ la mia speranza.

Grazie a Il Mascellaro

 

20:51 Scritto da: ritina5 in CHIESA CATTOLICA | Link permanente | Commenti (5) | Trackback (0) | Segnala | Tag: chiesa, fede, santi, feste | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

04/07/2009

Libertas Ecclesiae e dintorni

http://www.ilsussidiario.net/new/img/WEB/costantino_papaR375_21ago08.jpg

“Gli illuministi non volevano abolire i valori cristiani [ ….] ma non volevano seguire la Chiesa, non volevano continuare a riconoscere Cristo come decisivo per la vita. Allora difendevano i frutti che Cristo aveva portato separandoli dall’origine; hanno voluto fare un cristianesimo senza Cristo, difendendo i valori cristiani a prescindere dalla fonte, dalla sorgente di questi valori”. E’ uno stralcio da Romano Guardini, citato da Don Carròn, per spiegare che non hanno senso le battaglie sui “valori” di per sé – la vita, la famiglia – se non se ne afferma l’origine e il significato.

E’ profondamente vero, ed è il motivo per cui, per esempio, non abbiamo seguito l’amico Giuliano Ferrara quando alle scorse elezioni politiche ha presentato la lista contro l’aborto, pur condividendone - ovviamente – lo scopo: non sono i discorsi sulla sacralità della vita che fanno cambiare idea ad una donna decisa ad abortire.

Noi chiediamo innanzitutto la libertas ecclesiae, la libertà della Chiesa di esistere, e usiamo questo come criterio per scegliere, ad esempio, quale partito votare o quali candidati scegliere alle elezioni.

Ma dobbiamo capire bene cosa significa adesso, ai nostri giorni, chiedere la “libertas ecclesiae”, nel nostro paese, altrimenti rischiamo di equivocare quanto detto finora.

Alcuni miei amici dicono che Libertas ecclesiae significa poter costruire le nostre opere – dalle scuole, al Banco Alimentare, al Meeting – per fare esperienza e testimoniare la bellezza dell’incontro fatto.

Ma allora dovremmo anche ammettere che se domani, ad esempio, la Corte Costituzionale consentisse anche la diagnosi preimpianto degli embrioni, o la fecondazione eterologa, per le nostre opere non cambierebbe niente: ci sarebbe lo stesso il Meeting, faremmo ugualmente la Colletta Alimentare, le nostre scuole continuerebbero ad esistere.

E d’altra parte nella Spagna di Zapatero l’introduzione del matrimonio omosessuale non ha impedito certo ai cattolici di andare in piazza – ci sono andati a milioni – ai vescovi di parlare, ai movimenti e alle famiglie cattoliche di esistere e di operare, di continuare ad esempio le loro opere di carità.

Quindi leggi di questo tipo non impediscono la libertas ecclesiae, se con questa espressione si intende semplicemente la possibilità di costruire le nostre opere, e testimoniare pubblicamente.

Allora, le possibilità sono due: (continua a leggere...)

31/05/2009

UN FUOCO DAL CIELO

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d'esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: "Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio".

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01/05/2009

MAGGIO, IL MESE DI MARIA

http://1.bp.blogspot.com/_eOwduYeW9Tg/SOsoatal5JI/AAAAAAAALPM/GQR1qwzvfiw/s400/24800.jpg

Santa Maria, Madre di Dio, conservami un cuore di fanciullo, puro e trasparente come una sorgente. Ottienimi un cuore semplice che non assapori le tristezze; un cuore grande nel donarsi, tenero e compassionevole; un cuore fedele e generoso, che non dimentichi alcun bene e non conservi rancore per nessun male. Forma in me un cuore dolce e umile, che ami senza domandare nulla, felice di perdersi in un altro cuore dinanzi al tuo divin Figlio. Donami un cuore aperto e indomabile, che nessuna ingratitudine possa chiudere e nessuna indifferenza stancare. Un cuore tormentato dalla passione per la gloria di Gesù Cristo, ferito dal suo amore, la cui piaga si rimargini solo in cielo. Amen.

16:41 Scritto da: ritina5 in CHIESA CATTOLICA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: chiesa, fede, santi, feste, preghiere | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

25/04/2009

MARTIRE CINESE

http://www.vicariatusurbis.org/amendolagine/A42%20Ulisse%201963.jpg

È morto P. Francesco Tan Tiande,
testimone gioioso dopo 30 anni di lager

Arrestato per la fede nel 1953, dal regime comunista cinese, ha lavorato nei lager dell’Heilongjiang (nord-est) come agricoltore. É ritornato a Guangzhou nel 1983. Da allora ha svolto opera di catechesi e di evangelizzazione, stimato come martire da tutti i fedeli della diocesi di Guangzhou.
In un brano del suo diario, parlando dei durissimi anni di prigionia, egli scriveva: “Anche negli anni in cui era severamente proibito  qualsiasi segno religioso, io non ho mai rinunciato, in mezzo ai prigionieri, a fare il segno della Croce. Avevo paura di dimenticare che tutto mi veniva dalle Sue mani, che tutto era segno di amore, che tutto mi era donato perché io divenissi una persona che sa amare... Quel ‘segno’ mi è costato innumerevoli punizioni… Ma io dovevo salvare la mia dignità di credente, per non trovarmi senza forza”[...] 

Dio, dove sei?... Non so quante volte ho pensato di farla finita. Ma proprio al momento cruciale vedevo Gesù sulla croce che mi guardava con occhi misericordiosi… e lo sentivo dire: O uomo di poca fede! Dubiti forse che io ti ami?”... (continua...)
Fonte  Fatti Sentire

19:46 Scritto da: ritina5 in CHIESA CATTOLICA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: chiesa, fede, santi, martiri | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

10/04/2009

PASQUA, SI MUORE PER RISORGERE

SI MUORE PER RISORGERE
Erano le tre del pomeriggio quando si fece buio su tutta la terra e un violento terremoto squarciò il velo del tempio: il Figlio dell'Uomo moriva sulla croce e la natura partecipava misteriosamente alla morte del Figlio di Dio, del suo Fattore. Evento inaudito, scandalo per l'uomo di tutti i tempi, paradosso perenne di morte che si trasforma in vita e in salvezza eterna.

Il buio di domenica notte, scosso dal boato del terremoto che ha squarciato case, chiese e ospedali in terra d’Abruzzo ci richiama quel momento antico di cui ci apprestiamo a fare cristiana memoria in questi giorni. “Mio Dio, perché mi hai abbandonato?”, ha gridato Gesù. Anche noi lo ripetiamo oggi, osservando i brandelli di case, le chiese sventrate, gli sfollati accampati, il dolore composto di chi ha perso tutto. E poi i morti, i bambini e i giovani strappati dal crudele rombo della terra. “Mio Dio, perché?

E la Regina dei Sette Dolori, come Péguy chiama la Madonna ai piedi della Croce di Cristo, è ancora lì, a guardare il dolore di un popolo che vede tagliata in due la sua vita. Trafitto come il cuore di Maria, il volto tumefatto dalle lacrime. Niente sarà più come prima per chi è stato ferito da una tragedia in cui colpisce la laboriosità della gente, lo sguardo proteso al futuro. E noi che guardiamo immagini apocalittiche di paesi che non esistono più, a fatica ci rassegniamo a riconoscere che non siamo padroni della nostra vita, neanche per una minima parte.Non siamo in grado di controllare la natura, anche se ci illudiamo di poterlo fare, manipolandola.

La Settimana Santa ha uno spessore particolarmente intenso. Porta il nostro sguardo alla Croce carico di domanda. La ragionevolezza della fede che parla di un bene che attraversa il tempo e lo spazio, di un Amore misericordioso che infonde speranza e non chiude il nostro destino nell’ambito cieco della materia, è ciò che serve porre al centro della nostra attenzione e del nostro cuore.

La solidarietà che ha visto protagonista il nostro paese è il primo evidente segno del bene che opera nella storia. Un bene che può essere praticato tanto più se ne riconosce l’origine. “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”. Come Gesù, anche noi, per quel che possiamo siamo chiamati a questo amore-carità. Per poter risorgere. Buona Pasqua.

Cultura Cattolica socio di  SamizdatOnLine

18:30 Scritto da: ritina5 in CHIESA CATTOLICA | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala | Tag: chiesa, fede, santi, feste | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook