09/07/2010

Ecco nomi e cognomi di chi vuol "far fuori" Benedetto

benedettoXVIR375_09ott08.jpgRodolfo Casadei

L’articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola

Dove non sono arrivati i bersaglieri della breccia di Porta Pia ci arriveranno avvocati e giudici a stelle e strisce; a mettere fine al potere temporale della Chiesa non saranno i cosacchi che abbeverano i loro cavalli alle fontane di Piazza San Pietro, ma gli ufficiali giudiziari che sventolano ingiunzioni di pagamento sotto le finestre del Papa. A rendere non del tutto remoto questo fosco scenario è la decisione con cui settimana scorsa la Corte suprema americana ha deciso di non prendere in esame un ricorso della Santa Sede, chiamata in causa in un processo per abusi sessuali a Portland nell’Oregon.

L’appello chiedeva che fosse riconosciuta l’immunità giudiziaria della Santa Sede di fronte alle Corti Usa in quanto stato sovrano, in base a un principio di diritto internazionale recepito anche dalla legge americana. Non riconoscendo merito legale al ricorso la Corte suprema ha rimandato di fatto il caso alla Corte d’appello di Portland, dove l’avvocato Jeffrey Lena dovrà ora dimostrare che un ex sacerdote già condannato per abusi sessuali e defunto nel 1992 non aveva un rapporto di dipendenza diretta col Vaticano, dunque le vittime non possono esigere indennizzi da Roma.

Se non ci riuscirà, le schiere di avvocati americani capitanati dal procuratore Jeff Anderson che negli ultimi quindici anni hanno spolpato le diocesi statunitensi per una cifra che si avvicina a un miliardo di euro rivolgeranno le loro attenzioni alla Santa Sede. E magari troveranno imitatori nel vecchio continente, dove finora in nessun caso di processo per pedofilia nel clero è mai stato giudicato colpevole il Vaticano. Così potrebbe realizzarsi un vecchio sogno dei protestanti anglosassoni intransigenti che oggi li accomuna ad atei e agnostici militanti: infliggere un colpo mortale al potere temporale della Chiesa, mandandolo in bancarotta.

L’ostilità americana alla Chiesa di Roma non è certo confinata ai Padri pellegrini reduci dalle guerre di religione europee. Dai nativisti del XIX secolo contrari all’immigrazione dai paesi fedeli a Roma alle croci del Ku Klux Klan bruciate di fronte alle chiese cattoliche, dalle leggi dell’Oregon nel 1922 per mettere fuorilegge le scuole parrocchiali alle campagne contro John Kennedy accusato di subalternità agli ordini del Papa alla vigilia delle presidenziali del 1960, l’anticattolicesimo si ripropone come una caratteristica durevole del paesaggio politico-religioso degli Stati Uniti.

Il più recente attacco di origine americana al potere temporale della Chiesa romana, però, è arrivato da un’organizzazione sedicente cattolica: trattasi della campagna contro la Santa Sede per privarla dello status di membro osservatore delle Nazioni Unite promossa nel 2000 dagli abortisti Catholics for a Free Choice di Frances Kissling, femminista direttrice di cliniche per aborti. Non a caso fra le 400 organizzazioni che hanno aderito alla campagna spiccano la Planned Parenthood Federation of America e la National Abortion and Reproductive Rights Action League(Naral), numi tutelari della promozione e diffusione dell’aborto come strumento di controllo delle nascite. Continua...

16/11/2009

I nemici del Crocifisso

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La sentenza della Corte europea che impone di togliere i crocifissi dalle nostre aule scolastiche appare con tutta evidenza opera di qualcuno che è “nemico” di ciò che quel segno indica. È nemico del fatto storico che ne sta all’origine: un uomo che si è detto figlio di Dio e che i suoi contemporanei hanno ucciso nel modo più infamante, quello appunto della crocifissione.

È nemico di ciò che da quel fatto è stato generato: un fiume millenario di uomini che, dal mattino in cui il condannato crocifisso si è mostrato risorto, gli hanno dato la vita, trovando in lui la sorgente della speranza, la possibilità di una compagnia reale, il gusto di una costruttività a tutto campo. È nemico di tutti coloro che, pur non volendo credere alla risurrezione, trovano in quel segno un conforto per la loro dolente umanità.

I nemici: una buona parte dei salmi che da secoli i cristiani usano come trave portante della propria preghiera è dedicata proprio all’invocazione di essere liberati dai tanti nemici che affliggono la nostra esistenza. Nemici sono i potenti iniqui che sembrano farla sempre franca, mentre chi rispetta la legge paga in prima persona. Nemici sono quelli che coi loro eserciti devastano la propria terra. Nemici sono coloro che insultano, denigrano, tendono tranelli. Nemico è chi mostra un apparente volto benevolo, ma «uscito fuori sparla». E perfino «l’amico in cui confidavo» può rivelarsi un nemico.

Ma, come tutti i grandi maestri dello spirito hanno sempre sottolineato, questi nemici esterni hanno sempre - e questa è la cosa più temibile - un alleato nel nostro cuore, una quinta colonna nel nostro intimo. Così, mentre sento giustissimo protestare e difendersi dall’attacco dei nemici che vogliono toglierci i crocifissi, sento fondamentale capire dove in me essi trovano una connivenza. Da quali pareti della mia vita, da quali momenti della mia giornata io vorrei togliere il crocifisso?

Lo vorrei togliere dalla parete scintillante e multicolore dei rapporti che gratificano, dei successi lavorativi, delle piccole e grandi soddisfazioni acquisite in autonomia e in forza delle mie risorse. Lì il crocifisso mi ricorda realisticamente e drammaticamente che gratificazioni, successi e soddisfazioni non sono la salvezza che cerco; che quella salvezza è stata per me conquistata da un sacrificio, da una dimenticanza di sé, da una donazione e non da un accaparramento.

Lo vorrei togliere dalla parete scura e screpolata della contraddizione negli affetti, della stanchezza che snerva, della tristezza che assale improvvisa. Lo vorrei togliere per quella strana malattia originale per cui l’uomo tende a piegarsi su di sé, abbeverandosi delle proprie lacrime. Proprio lì, invece, il crocifisso mi ricorda che ogni tipo di male e di dolore, ogni anticipo della morte, non è condanna a una solitudine definitiva.

L’uomo inchiodato sul legno della «crux fidelis» ha già preso sulle sue spalle, salvandola, ogni mia contraddizione. Dice un inno monastico: «Con te siamo saliti sulla croce»: non siamo soli nel dolore. Perciò possiamo chiedere: «Fa’ che la nostra morte sia assorbita dalla luce gloriosa della Pasqua».

Pigi Colognesi - Il Sussidiario

19/10/2009

La rivincita dei santi

 

In anticipo sulla festa del primo novembre, girano sui nostri giornali parecchi articoli e notizie che riguardano i santi. Un giorno è la presentazione della mostra di Palazzo Venezia a Roma “Il potere e la grazia”, dedicata alla storia della santità in Europa. Un altro è la segnalazione che il presidente Obama ha scritto un messaggio per la canonizzazione di padre Damiano de Veuster, missionario morto tra i lebbrosi di dell’isola hawaiana di Molokai. Un altro ancora sono i resoconti dell’ultima commedia di Dario Fo, che ha per protagonista sant’Ambrogio. Si tratta, ovviamente di cose molto diverse tra loro. Ma con qualche elemento in comune.

Il primo è forse implicito, ma è chiaro. Sembra proprio che nei momenti di crisi e confusione sorga prepotente il bisogno di guardare a qualcuno che nelle crisi della sua vita sia rimasto in piedi e che dalle confusioni della sua esistenza non sia stato travolto. Il santo, infatti è un uomo. Come noi. Che però, a differenza di quanto troppo spesso ci capita, ha vissuto la propria vita, comprese le difficoltà, in pienezza.

Ma qui comincia il problema: perché lui, o lei, ha potuto vivere così? Non basta l’eroismo - di cui pure tanti santi sono testimoni quasi al limite dell’incredibile -, non bastano la generosità, l’intelligenza, la bontà - che molti santi avevano in dosi massicce -. Bisogna risalire al fondamento di tutto questo. Anche perché, altrimenti, saremmo portati a concludere sconsolati che noi non ci arriveremo mai e la stessa santità sarebbe solo un fastidioso richiamo ad una meta irraggiungibile.

Una volta un giornalista, stupefatto per l’eroica dedizione con cui le sue suore assistevano i più miseri di Calcutta, e lo facevano con una inspiegabile letizia, chiese a Madre Teresa in forza di cosa esse si comportassero così. Rispose: «Lo fanno per Gesù». Una risposta secca, senza possibilità di interpretazioni ambigue. Una risposta che spiazza.

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24/07/2009

Il male che non voglio

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La tesi recentemente espressa da Umberto Veronesi in un articolo intitolato “Predestinati alla bontà, dai nostri geni” si può riassumere pressappoco così: «L’uomo è buono per natura». Non si tratta di una posizione inedita; l’ottimismo rinascimentale, per voce di François Rabelais, affermava già: «Fa ciò che vuoi, perché per natura l’uomo è spinto ad atti virtuosi». Ora ci si basa su ricerche genetiche e su indagini sofisticate, ma l’idea di fondo resta la medesima.

Già ieri su queste stesse pagine sono stati lucidamente evidenziati limiti e forzature di una simile impostazione e delle conclusioni cui giunge. A me interessa riportare la questione ad un livello ancora più elementare: il paragone di quella tesi con quello che mi succede

È vero che in me c’è la propensione a fare il bene e non c’è dubbio che io trovi in esso soddisfazione. Ma non posso non constatare che in me c’è anche una strana ombra che sceglie il male o per lo meno si disinteressa del bene che pure riconosce. Senza stare a scomodare delitti o tragedie, chi di noi non ha sperimentato il prevalere di un’invidia, l’aspro gusto di ferire un altro, la codardia davanti a una cosa buona che si reputa giusto fare, ma da cui si fugge?

Più realistica della presunta “predestinazione alla bontà” dovuta ai nostri geni è la constatazione che a fianco del desiderio del bene c’è - accovacciata alla porta dell’io come un cane rabbioso dice la Bibbia - l’oscura suggestione del male. La Chiesa cattolica la chiama “peccato originale”. Esso non distrugge completamente la nostra bontà originaria, ma la rende esistenzialmente impraticabile.

Si genera così quel dramma che, pur giocandosi nelle scelte più minute e quotidiane, non è però meno grandioso e avvincente. Il dramma che san Paolo ha raccontato nella lettera i Romani con queste parole: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Non c’è dubbio: una frase così spiega molto di più ciò che mi capita ogni giorno di quanto facciano le pretese giustificazioni genetiche della mia esclusiva propensione alla bontà.

San Paolo conclude: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?». Forse si evita di guardare in faccia al male che è in noi perché saremmo costretti a chiedere un liberatore? Forse le discussioni sui geni che ci predestinerebbero alla bontà non sono che l’ennesima forma di un’autosufficienza immotivata e insostenibile? Che ha gravi esiti anche in campo sociale, come ha ricordato Benedetto XVI nella Caritas in veritate: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa presunzione che discende dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società».

Pigi Colognesi - Il Sussidiario

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