13/12/2010
Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo
Crisi sociale, economica e politica. Alla fine di questo 2010 tutti siamo presi dallo sconcerto. Come ha detto di recente il cardinale Bagnasco, «siamo angustiati per l’Italia che scorgiamo come inceppata nei suoi meccanismi decisionali, mentre il Paese appare attonito e guarda disorientato». Perché questa crisi ci trova così disarmati, al punto che non riusciamo neanche a metterci d’accordo per affrontarla, pur sentendone l’urgenza come non mai?
A sorpresa il Rapporto Censis 2010 ha individuato la natura della crisi in un «calo del desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della vita. Abbiamo meno voglia di costruire, di crescere, di cercare la felicità. A questo fatto andrebbe attribuita la responsabilità delle «evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro». Come mai, se siamo stati in grado di raggiungere importanti obiettivi nel passato (casa, lavoro, sviluppo...), adesso «siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto» e a un ciclo storico pieno di interesse e voglia di fare ne segue un altro segnato dal suo annullamento?
Tutto questo ci mostra che la crisi è sì sociale, economica e politica, ma è soprattutto antropologica perché riguarda la concezione stessa della persona, della natura del suo desiderio, del suo rapporto con la realtà. Ci eravamo illusi che il desiderio si sarebbe mantenuto in vita da solo o addirittura che sarebbe stato più vivo nella nuova situazione di benessere raggiunto. L’esperienza ci mostra, invece, che il desiderio può appiattirsi se non trova un oggetto all’altezza delle sue esigenze. Ci ritroviamo così tutti «sazi e disperati». «Nell’appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio, e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano», come disse don Giussani ad Assago nel 1987. Venticinque anni dopo vediamo che entrambe queste risposte - volontarismo individualista e speranza statalista - non sono state in grado di darci la consistenza auspicata e ci troviamo ad affrontare la crisi più disarmati, più fragili che in passato. Paradossalmente, i nostri nonni e genitori erano umanamente meglio attrezzati per affrontare simili sfide.
Il Censis centra di nuovo il bersaglio quando identifica la vera urgenza di questo momento storico: «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata e appiattita». Ma chi o che cosa può ridestare il desiderio? È questo il problema culturale della nostra epoca. Con esso sono costretti a misurarsi tutti coloro che hanno qualcosa da dire per uscire della crisi: partiti, associazioni, sindacati, insegnanti. Non basterà più una risposta ideologica, perché di tutti i progetti abbiamo visto il fallimento. Saremo perciò costretti a testimoniare un’esperienza.
Anche la Chiesa, il cui contributo non potrà limitarsi a offrire un riparo assistenziale per le mancanze altrui, dovrà mostrare l’autenticità della sua pretesa di avere qualcosa in più da offrire. Come ha ricordato Benedetto XVI, «il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà». Dovrà mostrare che Cristo è così presente da essere in grado di ridestare la persona - e quindi tutto il suo desiderio - fino al punto di non farla dipendere totalmente dalle congiunture storiche. Come? Attraverso la presenza di persone che documentano un’umanità diversa in tutti i campi della vita sociale: scuola e università, lavoro e imprenditoria, fino alla politica e all’impegno nelle istituzioni. Persone che non si sentono condannate alla delusione e allo sconcerto, ma vivono all’altezza dei loro desideri perché riconoscono presente la risposta.
Possiamo sperare di uscire dalla drammatica situazione attuale se tutti - compresi i governanti che oggi hanno la difficile responsabilità di guidare il Paese attraverso questa profonda crisi - decidiamo di essere veramente ragionevoli sottomettendo la ragione all’esperienza, se cioè, liberandoci da ogni presunzione ideologica, siamo disponibili a riconoscere qualcosa che nella realtà già funziona. Sostenere chi, nella vita sociale e politica, non si è rassegnato a una misura ridotta del proprio desiderio e per questo lavora e costruisce mosso da una passione per l’uomo, è il primo contributo che possiamo dare al bene di tutti.
Comunione e Liberazione, dicembre 2010
22:41 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: chiesa cattolica, cl, testimoni, politica, bene comune | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
26/05/2009
FAMIGLIA, UNA BELLEZZA DA RICONQUISTARE
L'incontro nel quadro Settimana della Cultura 2009 della Diocesi di Milano:
Grazie al Centro Culturale della Svizzera Italiana
La famiglia, una bellezza da conquistare di nuovo
Grazie a Il Sussidiario.Net alleghiamo il link al video dell'incontro, che realmente val la pena di essere visto: “Intevento di Juliàn Carrón”
13:25 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: chiesa cattolica, cl, testimoni | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
29/04/2009
IL POPOLO DI CL AGLI "ESERCIZI"

Ancora un altro post sugli esercizi. E non sarà l'ultimo.
Alcune immagini mi sono rimaste particolarmente impresse.
Già venerdì sera il “popolo di CL” entrava composto e in silenzio nei saloni. Quattordicimila posti a sedere per salone. Saloni strapieni.
Quel silenzio “parlava”. Diceva cos'è un popolo. Dice cosa significa avere coscienza di un destino comune. Un cammino comune. Nel ripensarci, vorrei mostrare quella scena al mio parroco, che non ha mai visto entrare in parrocchia compostamente e attentamente non dico ventisei persone, ma almeno cinque o sei. Lì ce ne erano oltre ventiseimila, un numero “piccolo” rispetto ai veri numeri (veramente difficili da stimare) di Comunione e Liberazione (non tutti possono permettersi di andare a Rimini per tre giorni, anche se due di questi tre sono festivi).
Un risultato del genere - decine di migliaia di persone in silenzio, in ordine - è impossibile da ottenere, se non con la violenza di uno Stalin o di un Hitler. C'è dunque qualcosa in CL che muove le persone stimolando la loro libertà. Sarebbe impossibile muovere tanta gente con una violenza hitleriana senza che nessuno ci faccia mai caso.
Coloro che deprecano il movimento (come il mio parroco), avrebbero dovuto vedere quella scena venerdì sera. E rifletterci onestamente. Basta un minimo di onestà per far crollare tutte le etichette anticielline distribuite dai soliti sfigati che del protestare e del detestare hanno fatto una ragione di vita.
Mi ritrovo a meravigliarmi anch'io. Dopo anni di presenze agli esercizi, ancora resto a bocca aperta nel vedere quel popolo e nel riflettere su quanto grande sia ciò che lo tiene unito. Probabilmente non sono l'unico.
Ventisei puzzoni di un centro sociale fanno una micromanifestazione di protesta? Prima pagina sui TG, o almeno una citazione in cronaca. Ventiseimila adulti, liberi, coscienti, fanno un discreto sacrificio (di tempo e denaro e fatica) per andare a degli “esercizi spirituali” di CL? Silenzio stampa totale.
Silenzio totale perché se qualcuno ne parlasse su un quotidiano a tiratura nazionale, dovrà pur dire perché tanta gente si raduna lì, dovrà pur tentare di abbozzare una spiegazione su come mai gli esercizi siano così importanti da far dire “ne vale la pena” di fronte ai sacrifici fatti per andarvi. Dovrà pur intervistare chi tiene gli esercizi. Il quale potrebbe dirti in poche parole qualcosa che se lo trascrivi nel “pezzo” mandato alla redazione, o te lo cestinano subito o te lo pubblicano per errore ma il giorno dopo ti trasferiscono a fare il galoppino dell'ultimo dei corrispondenti della rubrica Giardinaggio. Non c'è bisogno di essere “giornali di sinistra” per fare certe cose.
Un'altra immagine mi torna in mente. Quella lunghissima, interminabile fila di sacerdoti per la distribuzione dell'Eucarestia. Per amministrare la Comunione a 25-26mila persone in pochi minuti (lo spazio di non più di tre canti) ci vuole un esercito di preti. Bene: l'esercito c'era. Una delle “divisioni del Papa” era lì.
Che santo spettacolo! In quella fila di sacerdoti che si sparpagliavano per tutti gli angoli e incroci del salone, riconoscevo talvolta qualcuno dei miei amici della San Carlo (li chiamo amici anche se non si ricordano di me: come fai a ricordarti di uno con cui hai parlato una sola volta? ma io prego per loro ogni giorno e li chiamo “amici” perché li considero tali, perché quel poco che hanno potuto fare per me lo trovo preziosissimo - si può diventare benefattori anche con una sola parola).
Un esercito di sacerdoti, di tutte le età e di tutti i generi. Si va dal congolese in missione in Russia all'anziano e affaticato monzese. Si va dal parroco basso e attempato e pelato al giovane alto come un armadio. C'è il romano, c'è il marchigiano, c'è uno dei milanesi... Tutti con la loro pisside zeppa di ostie.
Per la comunione, una fila ordinata. Per l'ingresso e l'uscita dai saloni, la percentuale di aspiranti furbi è veramente irrisoria. Il servizio d'ordine fa le cose per bene. E' facile il compito del servizio d'ordine con un popolo siffatto.
15:56 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (18) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: chiesa cattolica, cl, testimoni | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
09/04/2009
PASSIONE DELL'UOMO, PASSIONE DI CRISTO

Il volantino di giudizio preparato da Comunione e Liberazione in merito ai tragici eventi che hanno colpito l'Abruzzo in questi giorni.
Ancora una volta siamo stati feriti nell’intimo del nostro essere da un evento sconvolgente. Così sconvolgente che è difficile sottrarsi alla domanda circa il suo significato, talmente supera la nostra capacità di comprensione.
La questione è tanto radicale quanto scomoda. Non possiamo cercare di chiuderla in fretta, desiderando di voltare pagina quanto prima per dimenticare. Non è ragionevole restare prigionieri di una emotività che ci soffoca, tanto meno spostare l’attenzione su eventuali responsabili.
La carità sterminata, che si è documentata in questi giorni come moto spontaneo e che sarà necessaria soprattutto nei prossimi mesi quando ci sarà più bisogno di aiuto, indica che la dimenticanza non è l’unica strada. Eppure neanche questa mossa è in grado di esaurire l’urgenza della domanda, suscitata dall’esperienza della nostra impotenza di fronte al terremoto.
Eventi come questo ci mettono davanti al mistero dell’esistenza, provocando la nostra ragione e la nostra libertà di uomini. Sprecare l’occasione di guardarlo in faccia ci lascerebbe ancora più smarriti e scettici. Ma per stare davanti al mistero dell’esistenza abbiamo bisogno di qualcosa di più della nostra pur giusta solidarietà. Da soli non possiamo.
La compagnia di Cristo - che è all’origine dell’amore all’uomo proprio del nostro popolo - si rivela ancora una volta decisiva nella nostra storia: una compagnia che dà senso alla vita e alla morte, alle vittime, ai sopravvissuti e a noi stessi, e sostiene la speranza.
L’imminenza della Pasqua acquista, allora, una nuova luce. «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8,32).
Comunione e Liberazione
Aprile 2009
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Per gli amici di CL:
Abbiamo ritenuto di promuovere nell’ambito del Movimento una raccolta straordinaria di fondi per sovvenire, nella misura del possibile, alle tante necessità – che hanno colpito anche molti nostri amici – conseguenti al sisma del 6 aprile.
Alle più immediate urgenze provvederemo con il Fondo Comune della Fraternità.
Quanto raccoglierete andrà versato esclusivamente su:
c/c bancario intestato a: Fraternità di C.L. – Emergenza Terremoto
IBAN: IT 48 Z0351201614000000008561
presso il Credito Artigiano SpA Sede di Milano Stelline
(per versamenti dall’estero: BIC SWIFT ARTIITM2)
In seguito segnaleremo tempestivamente le ulteriori richieste di aiuto secondo le modalità che i nostri amici dell’Abruzzo – passati questi primi giorni di emergenza – individueranno e riterranno più utili ed opportune.
* * * * *
Compagnia delle Opere Abruzzo Molise, Compagnia delle Opere nazionale e Banco Alimentare, per far fronte alle emergenze emerse a causa del terremoto, hanno messo in atto una serie di inziative che trovate dettagliatamente descritte nei rispettivi siti Internet:
www.cdoabruzzomolise.it
www.cdo.it
www.bancoalimentare.org
* * * * *
Il punto di riferimento per ogni necessità e iniziativa è la Sede CdO Abruzzo Molise, V.le Abruzzo n° 1 – 65016 Montesilvano (PE), tel. (+39) 085 4491848 dalle h. 15.00 alle h. 19.00; fax (+39) 085 4459961; http://www.cdoabruzzomolise.it
10:53 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: chiesa cattolica, cl, terremoto, appelli | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
26/02/2009
CL: SIAMO COL CARDINALE BAGNASCO

Comunicato Stampa di Comunione e Liberazione sul "Fine Vita"
CL: sul “fine vita” siamo col cardinale Bagnasco
In relazione al dibattito intorno a una legge sul fine vita, Comunione e Liberazione condivide le ragioni più volte espresse dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, e rese ancora più attuali dopo la morte di Eluana Englaro: «Il vero diritto di ogni persona umana, che è necessario riaffermare e garantire, è il diritto alla vita che infatti è indisponibile. Quando la Chiesa segnala che ogni essere umano ha un valore in se stesso, anche se appare fragile agli occhi dell’altro, o che sono sempre sbagliate le decisioni contro la vita, comunque questa si presenti, vengono in realtà enunciati principi che sono di massima garanzia per qualunque individuo» (Prolusione al Consiglio permanente della Cei, 26 gennaio 2009).
Lo stesso Benedetto XVI, nell’Angelus del 1° febbraio 2009, ha ricordato che «la vera risposta non può essere dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano».
Per questo, di fronte alle polemiche suscitate da ambienti laici e anche da cattolici, restano per noi valide le preoccupazioni del cardinale Bagnasco e della Cei sulla necessità di «una legge sul fine vita, resasi necessaria a seguito di alcune decisioni della giurisprudenza. Con questa tecnica si sta cercando di far passare nella mentalità comune una pretesa nuova necessità, il diritto di morire, e si vorrebbe dare ad esso addirittura la copertura dell’art. 32 della Costituzione».
Chi si impegna in politica secondo ragione può trarre da queste preoccupazioni della Chiesa uno sguardo più vero alla vita degli uomini, nel difficile compito di servire il bene comune.
l’ufficio stampa di CL
Milano, 26 febbraio 2009
18:08 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (5) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: eutanasia, testamento biologico, politica | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
22/02/2009
IL DON GIUS...

Oggi sono quattro anni che Don Luigi Giussani è “Ritornato alla casa del Padre”, come si suol dire negli annunci funebri. Ma il Don Gius, come affettuosamente lo chiamiamo, è più vivo che mai. E opera in mezzo ai suoi, ah, se opera!
L’ho incontrato poche volte. Venne al mio paese verso il settantatre settantaquattro; non ricordo bene. Ma allora non l’ho conosciuto. A quei tempi non giravo per sacrestie…perciò posso sapere solo dai racconti di chi c’era.
L’ho incontrato per la prima volta di persona a Rimini, ai primi Esercizi della Fraternità. Eravamo in pochi, circa settecento al Palazzetto dello Sport. Dopo la “Lezione” del mattino, avevo il cuore sottosopra; non avevo mai sentito parlare così di Cristo e dell’Uomo. Due amici con cui avevo fatto il viaggio per Rimini spiavano le sensazioni che trasparivano sul mio volto. Cosa desideri, mi ha chiesto uno di loro; conoscere Giussani, ho risposto. Andiamo. Dietro il palchetto, protetto da una tenda, c’era Gius con alcuni amici, uno mi pare fosse Don Camisasca…Appena ci ha visti ha esultato ed è corso incontro ai miei due amici perché si conoscevano da tempo. Si sono abbracciati e scambiati una specie di saluto tribale; si sollevavano a vicenda come dei ragazzini, così, in aria come pupazzi! Che gioia e che libertà nelle loro facce…Poi venne il mio turno, “Ecco una pecorella del gregge del Parroco di Campagna” (era così che Giussani appellava affettuosamente il mio amico prete); Egli mi puntò addosso gli occhi azzurri, che sapevano guardare il fiorellino del campo e l’Infinito, e non disse niente, mi guadava e mi stringeva la mano. Non ero emozionata, era semplice e normale come vedere mio padre. L’ho salutato e mi sono girata per andare all’uscita, dietro di me i miei amici parlottavano con lui. Ad un tratto sento un vocione che mi chiamava; “Hei, piccola…!” era il Gius che mi chiamava, teneva le braccia sulle spalle dei miei amici e mi ha detto: “Te li raccomando, capito? Te li affido, prenditi cura di loro, te li raccomando!” Ho accennato un “sì” con la testa e lui mi ha sorriso con una letizia dello sguardo che non ho dimenticato. Ancora mi fa compagnia. Ho cominciato a pregare per loro; il gesto più amorevole che si possa fare. Questa è stata la “consegna” che Don Giussani mi ha affidato e io da buona figlia obbedisco.
16:51 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: chiesa, fede, comunione e liberazione, esperienze | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
10/02/2009
"CI VORREBBE UNA CAREZZA DEL NAZARENO"

» (Enzo Jannacci, Corriere della Sera, 6 febbraio 2009).
Ma una vita come quella di Eluana si può riempire di senso? Ha ancora significato?
La morte di Eluana non ha chiuso la porta a queste domande. Anzi. Non è tutto finito, come un
fallimento della speranza per chi la voleva ancora in vita, o come una liberazione per chi non riteneva
più sopportabile quella situazione. Proprio ora la sfida si fa più radicale per tutti.
La morte di Eluana urge come un pungolo: come ciascuno di noi ha collaborato a riempire di senso
la sua vita, che contributo ha dato a coloro che erano più direttamente colpiti dalla sua malattia, cominciando
da suo padre?
Quando la realtà ci mette alle strette, la nostra misura non è in grado di offrire il senso di cui
abbiamo bisogno per andare avanti. Soprattutto, di fronte a circostanze dolorose e ingiuste, che non
sembrano destinate a cambiare o a risolversi, viene da domandarsi: che senso ha? La vita non è forse
un inganno?
Il senso di vuoto avanza, se rimaniamo prigionieri della nostra ragione ridotta a misura, incapace
di reggere l’urto della contraddizione. Ci troviamo smarriti e da soli con la nostra impotenza, col sospetto
che in fondo tutto è niente.
Possiamo «riempire di senso» una vita quando ci troviamo davanti a una persona come Eluana?
Possiamo sopportare la sofferenza quando supera la nostra misura? Da soli non ce la facciamo.Occorre
imbattersi nella presenza di qualcuno che sperimenti come piena di senso quella vita che noi
stessi invece viviamo come un vuoto devastante.
Neanche a Cristo è stato risparmiato lo sgomento del dolore e del male, fino alla morte. Ma che
cosa in Lui ha fatto la differenza? Che fosse più bravo? Che avesse più energia morale di noi? No,
tanto è vero che nel momento più terribile della prova ha domandato che gli fosse risparmiata la croce.
In Cristo è stato sconfitto il sospetto che la vita fosse ultimamente un fallimento: ha vinto il Suo legame
col Padre.
Benedetto XVI ha ricordato che per sperare «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato.
Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita…potrà mai separarci dall’amore
di Dio, che è in Cristo Gesù” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta,
allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare»
(Spe salvi 26).
La presenza di Cristo è l’unico fatto che può dare senso al dolore e all’ingiustizia. Riconoscere
la positività che vince ogni solitudine e violenza è possibile solo grazie all’incontro con persone che
testimoniano che la vita vale più della malattia e della morte. Questo sono state per Eluana le suore
che l’hanno accudita per tanti anni, perché, come ha detto Jannacci, anche oggi «ci vorrebbe una carezza
del Nazareno, avremmo così tanto bisogno di una sua carezza», di quell’uomo che duemila
anni fa ha detto, rivolgendosi alla vedova di Nain: «Donna, non piangere!».
Comunione e Liberazione
23:51 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (5) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: eluana, eutanasia, testamento biologico, politica | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
06/02/2009
CL: PREGHIAMO PER ELUANA
| |||
| | |||
16:19 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: eluana, eutanasia, testamento biologico, politica | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
14/11/2008
CARITA' O VIOLENZA?
Caso Eluana
«Capire le ragioni della fatica è la suprema cosa nella vita,
perché l'obiezione più grande alla vita è la morte e l'obiezione più grande
al vivere è la fatica del vivere; l'obiezione più grande alla gioia sono
i sacrifici… Il sacrificio più grande è la morte» (don Giussani).
Dov'è il punto di origine di una ragione impazzita, capace di ribaltare bene e male
e, quindi, incapace di dare alle cose il loro vero nome?
L'annunciata sospensione dell'alimentazione di Eluana è un omicidio. La cosa è
tanto più grave in quanto impedisce l'esercizio della carità, perché c'è chi si è preso
cura di lei e continuerebbe a farlo.
Nella lunga storia della medicina il suo sviluppo è diventato più fecondo quando,
in epoca cristiana, è cominciata l'assistenza proprio agli "inguaribili", che prima venivano
espulsi dalla comunità degli uomini "sani", lasciati morire fuori dalle mura
della città o eliminati. Chi se ne fosse occupato avrebbe messo a rischio la propria
vita. Per questo chi cominciò a prendersi cura degli inguaribili lo fece per una ragione
che era più potente della vita stessa: una passione per il destino dell'altro
uomo, per il suo valore infinito perché immagine di Dio creatore.
Così il caso Eluana ci mette davanti alla prima evidenza che emerge nella nostra
vita: non ci facciamo da soli. Siamo voluti da un Altro. Siamo strappati al nulla da
Qualcuno che ci ama e che ha detto: «Persino i capelli del vostro capo sono contati».
Rifiutare questa evidenza vuol dire, prima o poi, rifiutare la realtà. Persino quando
questa realtà ha il volto delle persone che amiamo.
Ecco perché arrivare fino a riconoscere Chi ci sta donando la presenza di Eluana
non è un'aggiunta "spirituale" per chi ha fede. È una necessità per tutti coloro che,
avendo la ragione, cercano un significato. Senza questo riconoscimento diventa impossibile
abbracciare Eluana e vivere il sacrificio di accompagnarla; anzi, diventa
possibile ucciderla e scambiare questo gesto, in buona fede, per amore.
Il cristianesimo è nato precisamente come passione per l'uomo: Dio si è fatto
uomo per rispondere all'esigenza drammatica - che ognuno avverte, credente o no
- di un significato per vivere e per morire; Cristo ha avuto pietà del nostro niente
fino a dare la vita per affermare il valore infinito di ciascuno di noi, qualunque sia
la nostra condizione.
Abbiamo bisogno di Lui, per essere noi stessi. E abbiamo bisogno di essere educati
a riconoscerLo, per vivere.
20:31 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: eluana, eutanasia, società, martiri | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
08/08/2008
EGLI E' QUI!

Mi sono commossa fino alle lacrime leggendo quest'articolo di Socci. Mi si è stretto il cuore perchè l'Amore non è amato! Ma Egli è qui, presente, nostro compagno, per il tempo e per l'eternità!
| |||
| I mass media parlano solo di politica, pettegolezzi, porcate, idiozie. Come la gente di duemila anni fa. E noi non ci accorgiamo che intanto nel mondo c’è Lui, con i suoi amici… | |||
| E’ un milanese l’uomo che ha affascinato il cuore di uno dei paesi più poveri del Sud America, il Perù. Soprattutto nelle baraccopoli più misere di Lima, “Andrés” era considerato un angelo. Mercoledì scorso il suo cuore ancora giovane (55 anni) - che ardeva per questa gente – si è spezzato. E sabato, in una grande basilica di Lima affacciata sull’Oceano Pacifico, davanti a migliaia di persone in lacrime, si è celebrata la sua “nascita al cielo”. Nella stessa mattina di sabato, commosso, il cardinal Cipriani, arcivescovo di Lima, ha parlato di lui alla radio nazionale. Ma in Italia uomini come Andrea Aziani restano sconosciuti. Instancabile e radioso, Andrés, in quella megalopoli sull’oceano che è la capitale peruviana, viveva da 20 anni, mandato da don Giussani. Lo conoscevano tutti: dal presidente della Repubblica fino al venditore ambulante di “emolliente” che è venuto a dargli l’ultimo saluto in chiesa e fra la folla ripeteva piangendo: “gli volevo tanto bene”. Poteva discutere nella sua università con i ministri o con i maggiori intellettuali del Paese e subito dopo trascorrere ore nei pueblos più malfamati ad aiutare la povera gente delle baracche, a giocare con i bambini nella polvere delle strade, insegnando loro dei canti o delle preghiere. O portando loro di che vivere. Ce n’era una folla sabato in chiesa di questi suoi “figli”, di cui spesso era “padrino” di battesimo o della comunione o della cresima. Sebastiana é una di queste bambine. Giovedì sera, dopo la veglia, alcuni amici di Andrés, di Comunione e liberazione, sono andati ad accommpagnarla a “casa”. Hanno scoperto che vive in una poverissima capanna in cima a una collina di casupole. La fanciulla ha mostrato loro una cappellina mezza costruita fra le baracche: “il mio padrino ha aiutato tanto a farla...”. Ed è facile immaginare – per chi conosceva Andrés – che il suo è stato anche un aiuto materiale, da muratore improvvisato o manovale. Perché quella povera gente sentisse che Gesù è fra di loro. Pochi, anche fra i suoi amici, sapevano della gran quantità di persone che aiutava. Il cardinal Cipriani, andando a benedire il corpo, giovedì, lo ha detto: “vi accorgerete con il tempo di tutto il bene che umilmente faceva quest’uomo. Lui mi cercava per ripetermi che lui e il movimento di CL volevano servire la Chiesa e mi chiedeva sempre di dargli una missione”. Era uno dei figli di don Giussani. La sua è una storia da film: la storia di una compagnia di giovani che è la vera “meglio gioventù”, quella su cui nessuno farà un film. Andrea aveva partecipato alla nascita di Comunione e liberazione nelle università di Milano. Alla Statale, dove si iscrisse nel 1972 (facoltà di Filosofia), diventò presto il responsabile. Erano anni durissimi. Aggressioni, odio e calunnie dei giornali contro i ciellini che erano gli unici a esserci con una identità cristiana, come agnelli in mezzo ai lupi di ogni estremismo. Anche Andrea si sentiva dare del “fascista” lui che era cresciuto con un nonno, Emanuele Samek Lodovici, che era stato discriminato dal fascismo perché militante del Partito popolare di Sturzo e poi perseguitato a causa delle leggi razziali perché ebreo. Lui era di quella tempra lì. Malmenati nelle università i ciellini erano cacciati anche dai seminari perché i vescovi progressisti del post concilio li ritenevano “integralisti”. Andrea entrò nei Memores Domini, il gruppo dei consacrati laici di CL. Nel 1976 fu mandato da Giussani a Siena. Lì con tre amici iniziò una presenza cattolica nell’ateneo di una delle città più rosse d’Italia. Fu un ciclone. Non si era visto niente di simile dai tempi di santa Caterina. In Università quella ciellina diventò subito la presenza più forte (alle prime elezioni studentesche la lista cattolica prese più del 50 per cento mettendo in allarme tutto il locale apparato del Pci). Ma ad infiammare i cuori di tutti quei giovani non era la politica, era quell’amicizia con Gesù che Andrea proponeva con la sua stessa persona, così affascinante ed entusiasmante. Andrea si faceva in quattro per tutti, senza mai riposare, spesso saltando i pasti. Quando si laureò gli amici della comunità gli regalarono un po’ di vestiti (ne aveva davvero bisogno) e il giorno dopo erano già finiti a dei profughi cambogiani che erano scappati dall’inferno dei Khmer rossi e che – attraverso la Caritas – lui era riuscito a ospitare a Siena. Nel 1989, a 36 anni, ottenne finalmente – come desiderava da sempre - di essere mandato in una delle missioni di CL in Sud America, il Perù. Prima insegnò in alcuni atenei di Lima, poi, con alcuni amici e l’appoggio della Chiesa, fondò l’università “Sedes Sapientiae”. Una università che cerca di far accedere agli studi i più poveri e che è diventata già un modello contagioso per tutto il Sud America. Che senso ha fondare una università in un paese del terzo mondo? Andrea rispondeva: “la peggiore povertà non è quella economica, ma quella umana. Da lì viene la miseria, il degrado e la fame. Educare uomini nuovi significa far crescere una generazione capace di costruire e quindi di dare un futuro a questo povero paese”. E’ esattamente quello che sostiene il decano dei missionari, padre Piero Gheddo. Ed è così che la Chiesa è diventata dovunque una straordinaria sorgente di sviluppo umano. A leggere su un blog le centinaia di messaggi di studenti di Lima, sconvolti dalla morte del professor Aziani, sembra davvero che questa grande avventura sia vincente. E’ impressionante il segno che ha lasciato quest’uomo. Cito qualche espressione dei ragazzi: “che persona straordinaria!”, “gran hombre sabio”, “la passione che irradiava in tutto non lasciava indifferente nessuno”, “donava se stesso attraverso ciò che insegnava”, “la sua sapienza ci affascinava, ma soprattutto la sua grande umanità e la sua purezza di cuore”, “il suo sorriso caldo e amabile”, “un uomo senza paragoni, differente da tutti quelli che incontriamo”, “un vero Maestro, un padre, un amico… que vive en todos nosotros”, “ci dava sempre speranza guardandoci come figli”, “ringrazio Dio: che fortuna averti conosciuto!”, “sei stato un Maestro eccezionale, grazie per l’esempio della tua vita!”, “era entusiasmante”, “trasmetteva una passione per la vita e per gli altri impressionante”, “amico fedele di Gesù, un cuore semplice e puro”, “ricorderò sempre la sua immensa bontà, il suo amore verso tutte le cose”, “che modo straordinario di amare la vita e tutti quelli che incrociavano la sua strada”, “era sempre disponibile, soprattutto per chi aveva bisogno”, “la sua felicità ci ha segnati per sempre: caro amico, grazie per aver avuto fiducia in me”, “un grande uomo che ci ha insegnato a essere uomini”. Al funerale, sabato, il vescovo monsignor Panizza non é riuscito a terminare l’omelia per la commozione. C’erano 1500 persone in chiesa, altre mille all’universita dove gli studenti dalle finestre hanno lanciato una pioggia di petali di fiori. Avevano fatto cartelli con le sue frasi tipiche, come “Febbre di vita”. Il ragazzo che ha parlato ha riferito che Andrea ha terminato la sua ultima lezione dicendo: “ricordatevi sempre: l’amore é piú forte della morte”. Era sconvolgente vedere centinaia di giovani silenziosi in lacrime. Al cimitero altre mille persone. La sua tomba è già meta di pellegrinaggio. Ha un popolo che ora aiuta dal cielo. In una lettera del 1993 a un amico, Andrea ricordava una frase di santa Caterina e scriveva: “Che qualcuno si innamori di ciò che ha innamorato noi. Ma perché sia così, noi dobbiamo bruciare, letteralmente, ardere di passione perché Cristo lo raggiunga. Perché attraverso questo bruciare sia Cristo a raggiungerlo”. Don Giussani un giorno lesse queste righe davanti a centinaia di persone e, commosso, commentò: “vi sfido a trovare una testimonianza simile. Dovunque!”. Antonio Socci Da “Libero”, 7 agosto 2008 | |||
01:15 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
29/07/2008
IL '68 E L'ETERNA GIOVINEZZA
![]() A proposito di don Giussani, di un suo libro appena uscito e del prossimo Meeting…Qualcosa che ha a che fare col nostro desiderio inappagato di felicità prendendo spunto dai 40 anni del ‘68 | |
| Il fatto è clamoroso, ma nessuno lo nota. Eppure non si fa che parlare del quarantennale del ‘68. C’è un solo movimento, nato nel ’68, che sia tuttora vivo (e tuttora un movimento di giovani). E’ Comunione e liberazione, cioè quello che era considerato “strano”: quello “disarmato”, odiato e aggredito (120 attentati nel volgere di alcuni mesi, pestaggi e fiumi di calunnie). Nessuno degli altri movimenti giovanili che infiammarono una generazione e avevano dalla loro parte i media e il pensiero dominante è sopravvissuto. Estinti come i dinosauri, che sparirono perché erano troppo forti di potenza mondana, terrena. Oggi che si rievoca quel sommovimento, con i miti e i riti di allora, bisogna interrogarsi sul “segreto” di don Giussani che attraversa i decenni, sulla sua vera forza, su quell’ “eterna giovinezza” che infiamma il cuore dei figli, nel 2008, come infiammò i cuori dei loro padri nei lontani anni Settanta. Ma giornali e cattedre sono perlopiù in mano a ex sessantottini che – pur brillanti e trasgressivi – hanno paura di spingere la riflessione su se stessi così a fondo. Anche perché riflettere (oltre le solite riduzioni alla politica e alle banalità dei giornali) su un fenomeno come quello nato da Giussani costringerebbe a mettersi in gioco, a dire “io”, a guardare dentro di sé, il proprio inappagato desiderio di felicità, la propria povertà individuale e generazionale. Perciò non si è mai capito dove stava davvero la forza e la “giovinezza” di Giussani e di quello che è nato da lui. Nessuno lo capì anche allora. I cronisti andavano nei porticati della “Cattolica” di Milano in quei concitati mesi del ’68 e raccontavano la “forza” del movimento studentesco. Quei capetti e le masse urlanti parevano destinati a cambiare il mondo. Nessuno degnò di attenzione quella cosa diversa che stava nascendo, che era come un filo di stupore destato nel cuore di alcuni giovani da un prete brianzolo che parlava loro di Gesù e ne parlava in un modo così travolgente che quelli si sentivano trafiggere e sentivano un’eco profonda dentro e una specie di commozione per le proprie persone e il proprio destino e un desiderio di seguirlo e si sentivano più se stessi, più autentici, desiderosi di abbracciare il mondo. Del resto anche gli storici dell’epoca di Augusto scrivevano dell’imperatore e pensavano che fosse lui il padrone del mondo. Non si interessavano certo di una giovane e “irrilevante” ragazzina, alla periferia dell’impero, nella sperduta Nazaret. Eppure sarebbe stata lei, col suo sì, a cambiare il mondo e a diventarne la regina per sempre. Spazzando via anche l’impero. E il cronista che fosse stato a Gerusalemme quel 7 aprile dell’anno 30, avrebbe parlato del potere di Pilato, emanazione di Roma, e della casta sadducea capeggiata da Caifa e di Erode: questi erano quelli che contavano, che facevano la storia, non certo quel Gesù di Nazaret, condannato a morte, che stava agonizzando su un patibolo. Eppure quei poteri mondani sono passati, spazzati via come i più potenti faraoni d’Egitto. E quell’uomo inchiodato a una croce ha travolto e capovolto la storia. E’ lui che ha vinto e continua a vincere fino alla fine dei tempi. Anche oggi si fa lo stesso errore. Si ritiene che contino davvero, e facciano la storia, i politici o la grande finanza o gli americani o i cinesi. Invece sono i “mendicanti”. Disse precisamente così Giussani, in piazza San Pietro, il 30 maggio ’98, davanti a Giovanni Paolo II e a migliaia di giovani: “Il protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante il cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante Cristo”. Non era una provocazione. Citando san Paolo all’Areopago di Atene, spiegava: “Cristo è il motivo per cui tutti i popoli si muovono, per cui tutto il mondo si muove”. Senza saperlo. Sui giornali si parlerà del prossimo Meeting per i politici che ci sono o che non ci sono. O per la forza organizzativa di CL. Come si parla della Chiesa per la forza della sua istituzione, per la sua diffusione planetaria, la sua imponente tradizione, la cultura e i valori che promuove. Anche un ammiratore laico come Giuliano Ferrara ne parla così. E nessuno capisce che la sua vera forza – per usare un’immagine di Péguy – non è l’imponenza del tronco della quercia millenaria, ma è la piccola gemma che sboccia ad aprile, apparentemente la cosa più fragile e trascurabile. Quando vedi la forza di quel tronco, spiegava Péguy, ti sembra che quella piccola gemma non sia nulla, “eppure è da lei che tutto viene/ ogni vita nasce dalla tenerezza”. E senza quella gemma, quel grande tronco non sarebbe che legna secca da ardere. Quella gemma è lo stupore dell’incontro personale con Gesù che avviene oggi come 2000 anni fa. La sorpresa di accorgersi di quel volto presente, di lui che è il senso della vita e dell’universo, di sentirsi da lui chiamati per nome. Una volta, davanti ad alcune migliaia di studenti, don Giussani lesse la lettera di un giovane malato terminale di Aids. Dopo una vita distrutta aveva conosciuto un nuovo amico, un ragazzo che partecipava alla vita di CL e in lui aveva scoperto un mondo totalmente nuovo, soprattutto, per la prima volta, uno sguardo totalmente diverso su di sé. E quindi Gesù. Quel giovane, che sarebbe morto di lì a pochi giorni, scriveva a Giussani la gratitudine e la commozione di aver finalmente trovato la gioia, il senso della sua esistenza e si diceva pronto a quel “passaggio” che prima considerava la fine e che ora gli appariva come il grande incontro. Migliaia di giovani lo ascoltavano col groppo in gola e Giussani – commosso – finì dicendo che era come se 2000 anni non esistessero, Gesù era lì, vivo e continuava a salvare e a vincere: “la lotta contro il nichilismo” concluse “è questa commozione vissuta”. Avrei voluto che ci fosse stato il mio amico Ferrara, di cui ammiro le battaglie, ma che sembra pensare che la cultura nichilista si vinca con una cultura umanista o cattolica. Non è così. Non è un’opera umana, culturale, politica o organizzativa che salva davvero. E’ solo la gemma di quella commozione per Cristo (che col tempo germina una civiltà nuova, ma innanzitutto salva te). Giussani talora ha dovuto ripeterlo anche ai suoi. Lo testimonia il bel libro appena uscito, “Uomini senza patria”. Diceva nel 1982: “è come se CL dal ’70 in poi avesse lavorato, costruito e lottato sui valori che Cristo ha portato senza riconoscere veramente Cristo (…). Fino a quando il cristianesimo è sostenere valori cristiani, esso trova spazio e accoglienza dovunque”, invece “non ha patria da nessuna parte nella società, colui che riconosce la presenza di Cristo - una presenza diversa da tutte le altre – nella propria vita”. Ma l’amicizia di Cristo: come posso parlarne? “Intender non la può chi non la prova”, perché è la felicità. S. Agostino la descriveva così: “occorre dire che si è attirati dal piacere. Ma che cosa significa essere attirati dal piacere? ‘Godi nel Signore, ed Egli soddisferà i desideri del tuo cuore’… Del resto se Virgilio ha potuto dire: ‘Ciascuno è attratto dal proprio piacere’ (…) quanto più noi dobbiamo dire che è attratto a Cristo l’uomo che gode della verità, gode della felicità, gode della giustizia, della vita eterna, dal momento che Cristo è proprio tutto questo…. Che senso hanno queste parole: ‘I figli degli uomini porranno la loro speranza all’ombra delle tue ali/ si inebrieranno dell’abbondanza della tua casa/ e tu li disseterai col torrente del tuo piacere;/ poiché è presso di te la fonte della vita, e alla tua luce vedremo la luce’ ? Un uomo innamorato comprende quello che dico. Un uomo che abbia desideri, che abbia fame, uno che cammini in questo deserto e sia assetato, che aneli alla sorgente della patria eterna, un uomo così sa di cosa sto parlando. Se mi rivolgo invece a un uomo freddo, costui non capisce neppure di che cosa parlo”. Antonio Socci Da “Libero”, 27 luglio 2008 |
01:15 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (4) | Trackback (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
20/07/2008
IL CRISTIANO, UOMO SENZA "PATRIA"

Il cristiano, uomo «senza patria» - di Luigi Giussani
Oltre allo spunto dei contributi che avete inviato, come da richiesta, e che sarà rispettato, ce n’è un altro, nel frattempo succeduto, che travolge anche la pertinenza dei vostri fogli e porta in modo suggestivamente drammatico la questione a un livello che noi abbiamo subìto, soprattutto dal ‘68 in poi, specialmente in certi anni, ma senza prenderne coscienza. Il fatto successo è l’incontro col Papa che abbiamo avuto settimana scorsa. A parte l’interesse che il Papa aveva per il Meeting, sul quale voleva da noi qualche apporto o qualche osservazione, la cosa più impressionante di quella conversazione, durata un’ora e mezza, è stata scoprire nel Papa, come persuasione ovvia, come atteggiamento acquisito, quello che almeno due altre volte aveva esplicitato con parole che per noi sono state subito preziose, che ci hanno destato entusiasmo, ma che è come se non vessimo accolto secondo tutta la serietà definitiva con cui il Papa le aveva pronunciate. Mi riferisco innanzitutto a quella frase che poi abbiamo collocato sulla copertina di un Litterae communionis: «Il vostro modo di affrontare i problemi umani è molto simile al mio, anzi, dirò, è lo stesso». E la disse una seconda volta, con gli universitari di Roma, in un raduno a Castelgandolfo. (…) Il Papa, per almeno due o tre volte, ha ripetuto questa identificazione per così dire - del destino della sua figura con il destino della nostra esperienza.
Mentre scendevamo per la colazione (…), parlando del fatto che il malanno della Chiesa è stato quello di introdurre, nel post-concilio, categorie della mentalità laica dominante, per esempio le categorie di «integrista» e di «aperturista», dove solo l’aperturista avrebbe nella società di oggi il diritto a esistere, ha detto: «Esattamente come dicono di me, dicono di voi; definiscono voi così, come definisco- no me così». E ancora: «Dove il Papa viene accolto, venite accolti anche voi». (…) Mentre era ancora seduto, e stava per girarsi sulla sedia per alzarsi, ha detto: «Voi non avete patria, perché voi siete inassimilabili a questa società». Poi ha fatto un momento di silenzio e, quasi mentre si alzava dalla sedia, ha ripetuto questa parola: «Voi non avete patria», in cui era commoventemente visibile la proiezione della sua situazione su di noi. (…) Il che vuole dire: uno che non ha patria è continuamente senza sicurezze umane, senza protezioni, senza soste, sempre in qualche modo attraversando, perciò «contro», ma contro nel senso di attraversando. In fondo in fondo, se mettete insieme queste parole, esse rappresentano la descrizione o la definizione dell’anti-borghese, di ciò che non è borghese, di ciò che non è consolidato socialmente, di ciò che non è established. (…). Ma, dentro a tutto questo, è incosciente ciò che adesso dico essere il primo passo nella comprensione del come mai noi siamo senza patria. Perché, guardate, in fondo in fondo, tutta la nostra attività, da quando è nata Comunione e Liberazione, dal ‘70, specialmente dal ‘73, (…) tutto quello che noi facciamo è per avere una patria, è per avere una patria in questo mondo. Non dico che non sia giusto.
Dico che lo facciamo per avere una patria e che questa patria non l’avremo. «Voi siete senza patria». (…) Siamo andati avanti per dieci anni lavorando sui valori cristiani e dimenticando Cristo, senza conoscere Cristo. Il problema è Cristo, conoscere Cristo. Come dice san Paolo, nel terzo capitolo della Lettera ai Filippesi: «Io, se dovessi mettermi a paragone con voi, starei molto bene, perché sono molto più di voi, sono professore all’università diciamo che per l’età era un Associato, ho superato molto in fretta la prova di Ricercatore, sono diventato, giovanissimo ancora, Associato all’università, so quel che sapete voi e ne so anche molto di più, ho fatto per la mia religione quello che voi non avete fatto, ma tutto questo io ho capito che è sterco di fronte alla conoscenza di Cristo». L’avvenimento cristiano ha questo come suo oggetto, come suo contenuto: la conoscenza di Cristo.
Non è una conoscenza riducibile, sia pure in analogia, allo studio che facciamo dei fossili o di Giulio Cesare. Per questo la parola più giusta è «riconoscimento» di Cristo: perché non si conosce una Presenza, la si riconosce. (…). Non ha patria da nessuna parte nella società di oggi colui che riconosce la presenza di Cristo - una presenza diversa da tutte le altre - nella propria vita, nella trama dei propri rapporti, nella società in cui vive; talmente riconosce questa Presenza che è essa a determinare la modalità di veduta, la modalità di percezione, quindi la modalità di giudizio e la modalità di comportamento. Non ha patria l’uomo che dice: «Dio è un fatto presente, con un nome storico che coglie e tocca fisiologicamente la mia vita, e quindi pretende di determinarla in ogni senso, affinché attraverso la mia vita possa determinare la vita della società».
Costui non ha patria. Fino a quando il cristianesimo è sostenere dialetticamente e anche praticamente valori cristiani, esso trova spazio e accoglienza dovunque.
Ma là dove il cristiano è l’uomo che annuncia nella realtà umana, storica, la presenza permanente la presenza e la presenza permanente di Dio fatto Uno tra noi, oggetto di esperienza (come quella di un amico, di un padre o di una madre), attivamente determinante come orizzonte totale, come l’ultimo amore («Nell’esperienza di un grande amore […] tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito »), la presenza di Cristo centro del modo di vedere, di concepire e di affrontare la vita, senso di ogni azione, sorgente di tutta l’attività dell’uomo intero, vale a dire dell’attività culturale dell’uomo, questo uomo non ha patria.
Colui che riconosce la presenza di Cristo come fatto presente non è assimilabile a questa società, perchè cambia il modo di affrontare la sua vita
Copyright (c) Avvenire
Don Giussani. La lezione etica di un cristiano «senza patria» - Julián Carrón, Il Giornale - Stralcio della prefazione di Julián Carrón al libro di don Luigi Giussani “Uomini senza patria”.
Grazie al blog amico Fontana Vivace
13:25 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
24/05/2008
Amico: cioè Testimone

Grazie Santità !
Il Papa ci ha incontrato profondamente con la sua umanità, così certa,
radiosa e paterna.
Il Papa ci ha incontrato nell’amore con cui ha guardato ognuno di noi,
nel nostro essere ammalati, giovani, semplici fedeli.
Ci ha guardato uno per uno, facendoci percepire l’amore della
Madonna e dal suo abbraccio è voluto partire per l’incontro con le
nostre città.
Il Papa ci ha incontrato nel nostro desiderio di conoscenza di Cristo.
Ci ha accompagnato nell’incontro con Lui facendoci immedesimare
negli apostoli che lo guardavano “quasi timidamente”, tutti tesi a Lui.
Ci ha incontrati nel suo richiamo ad una fede pensata e ad una
testimonianza di comunione contro una mentalità protesa
all’individualismo.
Come un padre premuroso, che non vuole ingannare i propri figli, il
Papa ci ha anche parlato della fatica a cui siamo chiamati:
nell’educazione alla fede, nella preghiera e nell’aiuto ai poveri ed ai
deboli.
Vogliamo ringraziare Papa Benedetto per la sua appassionata
sequela di Cristo, così forte e decisa, capace di trascinare tutti noi.
Vogliamo ringraziare la Chiesa locale, alla quale apparteniamo, ed il
nostro Pastore per questo avvenimento di grazia e di umanità:
vogliamo ridire la nostra obbedienza e disponibilità, essendo presenti
ed invitando tutti alla processione cittadina del Corpus Domini del
prossimo sabato.
Genova,19 Maggio 2008
La comunità genovese di CL
02:26 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (4) | Segnala
| OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
19/05/2008
COMPAGNIA ALL'UOMO

Cristo è un uomo che si è detto Dio.
Alla domanda di Filippo «Mostraci il Padre», interprete dell’interrogativo degli apostoli che, pur seguendo da alcuni anni Gesù, non capivano bene (come noi non capiamo bene quando sentiamo la parola di Dio o la parola del mistero), Gesù risponde: «Chi vede me vede il Padre». Cristo è l’unico uomo nella storia che si è identificato con Dio, l’unico che ha osato dire: Io sono la via, la verità e la vita. Noi, distratti dalle vicende quotidiane e dalla superficialità del nostro vivere, non realizziamo la sconfinata sproporzione, la lontananza infinita che separa l’uomo da Dio. Ma un animo profondamente religioso, un genio religioso è colui che questa sproporzione sente enorme e la insegna a tutti gli altri: che Dio solo è Dio. Così hanno fatto tutti i grandi nomi nella storia delle religioni, anche Budda, anche Maometto. Mosè, aveva un tale senso della propria piccolezza davanti a Dio da supplicarlo che investisse della missione un altro al posto suo. Unico fra tutti, unico caso al mondo, questo uomo che è Cristo si dice Dio. Come è bello percorrere il Vangelo e sorprendere come i primi uomini, uomini come noi, che hanno seguito Gesù, sono arrivati non ad accorgersi che quell’uomo era Dio, ma a dire, a ripetere certe affermazioni che Lui faceva di sé. È questa la loro professione di fede. Perché gli Apostoli non hanno scoperto che Gesù era Dio, ma, stando con Lui, ne hanno avuto un’impressione grande, tale da «dover» dire: se non dobbiamo credere a questo uomo non dobbiamo credere neppure ai nostri occhi. È per questa evidenza che, pur senza capire bene, hanno ripetuto le sue parole, quelle parole che hanno poi investito la storia e il nostro cuore. (…) È questa la grande strada dell’evidenza, della ragione: è la strada della vita, del rapporto continuo, dell’esperienza quotidiana spartita. Per questo potevano dire: se non crediamo a questo uomo non possiamo aver fiducia neanche nei nostri occhi. La folla invece seguiva Gesù quando aveva interesse e curiosità. E restava colpita perché la parola era vera e la verità porta con sé la propria evidenza. Ma la dissipazione era immediata; la folla lo seguiva anche per passione di sentirlo, ma senza impegnare il fondo del proprio animo, senza coinvolgimento vitale. Nel sesto capitolo di Giovanni, Gesù commosso perché la gente lo segue ha l’intuizione più affascinante della sua vita: «Voi mi seguite perché vi ho sfamato con un po’ di pane. Ma io vi darò la mia carne da mangiare, vi darò il mio sangue da bere». La sproporzione del divino appare, si fa evidente e proprio lì si instaura la resistenza di chi non vuole capire, di chi è scandalizzato perché i criteri e le modalità di quell’uomo scompaginano il suo modo di pensare. «È pazzo, chi può dar da mangiare la sua carne e da bere il suo sangue?». Le insinuazioni si fanno rumore, si fanno vociare intero della folla che abbandona la sinagoga. Il Cristo rimane solo con i suoi, nel silenzio della sera. E rompe quel silenzio con un’altra sconvolgente domanda: «Anche voi volete andarvene?» «Maestro - grida all’improvviso, grida impetuoso, ancora Pietro - anche noi non comprendiamo quello che tu dici, ma se andiamo via da te dove andiamo? Tu solo hai parole che danno senso alla vita». È questa la risposta di chi ha l’umiltà, la fedeltà, l’umanità di seguire Gesù attratto dall’evidenza della verità delle sue parole. Ma chi non sa seguirlo, chi non osa lo sforzo di una familiarità, di una consuetudine di vita non arriva ad evidenziare la verità e non troverà risposta vera, personale e matura all’interrogativo fondamentale, definitivo che Gesù gli rivolge: e tu, chi dici che io sia? Come possiamo rispondere a questa domanda noi che non siamo stati alle nozze di Cana, che non abbiamo visto il paralitico guarire, che non abbiamo assistito al funerale di Naim, che non lo abbiamo seguito per tre giorni nella steppa, dimenticando persino il cibo? La familiarità con Lui da cui nasce l’evidenza della sua parola come unica che dia senso alla vita, come possiamo viverla? Il modo c’è: la compagnia che da Cristo è nata ha investito la storia: è la Chiesa, suo corpo, cioè modalità della sua presenza oggi. È perciò una familiarità quotidiana di impegno nel mistero della sua presenza entro il segno della Chiesa. Di qui può nascere l’evidenza razionale, pienamente ragionevole, che ci fa ripetere con certezza ciò che Lui, unico nella storia dell’umanità disse di sé: Io sono la via, la verità, la vita.
Dal "Volantone" di Pasqua del 1982
01:13 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
11/03/2008
Don Juliàn Carròn riconfermato guida di CL
Don Julián Carrón riconfermato alla guida di Comunione e LiberazioneGuiderà questo movimento ecclesiale per altri 6 anniROMA, lunedì, 10 marzo 2008 (ZENIT.org).- Don Julián Carrón è stato “confermato all’unanimità”, con un'unica sola scheda bianca, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione (CL) per i prossimi sei anni.
Ha dato la notizia la stessa associazione, riferisce l’agenzia Sir. Carrón è succeduto il 19 marzo 2005 a don Luigi Giussani, fondatore del Movimento morto il 22 febbraio di quell'anno.
Prima di morire, era stato lo stesso Giussani a indicare Carrón, docente di Nuovo Testamento presso la Facoltà di Teologia San Damaso (Madrid), come suo successore.
Hanno partecipato all’incontro nel quale è stato rieletto, svoltosi l’8 marzo, tutti i componenti della Diaconia centrale della Fraternità di Comunione e Liberazione, con una sola assenza per impegni improrogabili.
Il voto si è svolto a scrutinio segreto e il seggio elettorale è stato presieduto da monsignor Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo.
La Fraternità di CL affonda le sue origini nell'iniziativa di presenza cristiana fondata con il nome di Gioventù Studentesca (GS) da don Luigi Giussani nel 1954 a partire dal Liceo classico “Berchet” di Milano, allo scopo di “elaborare una propria proposta culturale per la crescita dall’interno e dal basso nel mondo giovanile e studentesco”.
La sigla attuale di “Comunione e Liberazione” è comparsa per la prima volta solo nel 1969, mentre il riconoscimento pontificio della Fraternità è avvenuto con un decreto del Pontificio Consiglio per i Laici dell’11 febbraio 1982.
CL conta all’incirca 50.000 membri, è presente in 64 Paesi e sintetizza la convinzione che l’avvenimento cristiano, vissuto nella comunione, è il fondamento dell’autentica liberazione dell’uomo.
00:12 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
IL MISTERO DI CRISTO E DEL SUO ESSERE UOMO
| |||
| LINK A QUESTO ARTICOLO QUI http://www.clonline.org/articoli/ita/trcc0308_volImg.htm |
00:02 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook



























L’importanza della Presa di Cristo nella parabola umana ed artistica di Caravaggio è così bene individuata dalle parole di Roberto Longhi, che val la pena riascoltarle: «Caravaggio chiarì il suo genio torturato e intrepido nella Presa di Cristo nell’Orto, dove, contro la citazione antica del manto che avvolge quasi in un dittico la testa di Cristo e di Giuda, il gruppo, schiarito dal lampione oscillante, sembra incrinarsi come un calice di vetro oscuro entro l’orrore notturno».