13/06/2010
Sguardo reale contro cecità ideologica
L’attualissima ed acuta riflessione di C.S.Lewis
Uno scritto di C.S. Lewis, L’uomo nato cieco, ci aiuta a capire quale sia il giusto atteggiamento da tenere di fronte alle cose: Robin, appena rientrato dalla clinica per un’operazione che gli ha donato la vista, non riesce a darsi pace nella ricerca della luce. Tutte le spiegazioni che gli vengono date dalla moglie circa la luminosità degli oggetti, dei paesaggi circostanti, sembrano non esaurire la bramosia dell’uomo. Inizialmente il lettore viene affascinato da questo desiderio del protagonista di guardare oltre la superficialità, poiché sembra che ci sia un significato più profondo nascosto dietro ogni cosa, che ancora non si riesce però a cogliere.
Una mattina, mentre la moglie Mary è a letto ammalata, Robin compie in casa delle azioni chiudendo deliberatamente gli occhi per provare ancora le sensazioni che aveva sperimentato quando era cieco: facendo ciò trova inaspettatamente piacere e sollievo dati anche dalla «dolce sensazione di fuga che giungeva dall’assenza di lei».
Decide poi di uscire di casa e giungere nel luogo in cui era stato pochi giorni prima con Mary. Scorge così un pittore nei pressi dei bordi di un precipizio che, disegnando, gli spiega la sua intenzione di voler catturare la luce: Robin entusiasta e con tono vendicativo nei confronti del mondo si compiace nel credere di aver trovato qualcuno con cui condividere la sua presunta superiorità intellettuale. Si avvicina poi al precipizio: «l’espressione del volto del pittore cambiò: “Ehi, è pazzo?”. Fece per afferrare Robin, ma era troppo tardi. Era già solo sul viottolo.
Dal fondo di un nuovo e subito svanito squarcio nella nebbia non giunse alcun grido, ma solo un suono così secco e netto che ce lo si sarebbe difficilmente aspettato dalla caduta di una cosa così soffice come un corpo umano; quello, e il rotolare di alcune pietre spostate».
Una morte priva di umanità dunque, un tonfo come di qualcosa di prettamente materiale, privato dell’anima: ecco il destino di una figura impregnata di ottusità ideologica, che decide di cercare in modo solitario la Verità. Questa presunzione, che spesso tutti ci portiamo dentro, ci fa spacciare per “luce e reale” ciò che invece non è altro che la nostra idea: davanti alla realtà corriamo il rischio di negare l’evidenza in nome di una raffigurazione che noi stessi compiamo, che ci siamo prefigurati a priori, prima di “acquistare la vista” (tanto che di fronte ad una realtà diversa dall’immaginata, Robin preferisce richiudere gli occhi e vivere come prima, piuttosto che affrontarla).
Ma questa non è nient’altro che la posizione infantile di chi, senza esperienza e infastidito da una guida, si ritiene in grado di quella forma mentis che coglie e capisce tutto, senza nemmeno riuscire a gustare ciò che ha intorno. Non a caso è il titolo del libro: non si parla di cecità fisica, ma di una condizione esistenziale insolubile. Robin aveva riacquistato la vista, ma, indipendentemente da tutto, era cieco.
Grazie a L'Ottimista
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18/07/2009
I Cattolici con la P38 puntata alla tempia
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L’industria mediatica celebra ed esalta, da anni, la generazione sessantottina anche perché è quella che oggi ha in mano il potere e il contropotere (nei giornali, nel cinema, nella cultura, in politica). Quindi celebra se stessa. Una generazione imbottita di ideologia che ha preteso di essere (e d è) la lotta e il governo, la sovversione e l’establishment. | |
| Fonte: © Libero - 12 luglio 2009 Lo Straniero - Antonio Socci |
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26/06/2009
IL CATECHISMO DELLA CARNE

Consiglio vivamente la lettura dell’ultimo saggio di Timothy Verdon, Il catechismo della carne (Cantagalli 2009). Lo studioso di storia dell’arte cristiana, americano di origine ma residente in Italia da quarant’anni, offre in tre densi capitoli notevoli spunti per comprendere non solo le caratteristiche di una espressione artistica che accompagna la civiltà occidentale da due millenni (e senza della quale quella stessa civiltà risulta meno comprensibile), ma anche la natura stessa del fatto cristiano che a quell’espressione artistica ha dato origine. E la natura del cristianesimo è quella di essere «incarnazionale», cioè fondato sull’accadere di un evento compiutamente «fisico»: l’incarnazione, appunto, di Dio in un corpo umano. Pertanto esso è valorizzatore di ogni «carne», quella dell’uomo, e di ogni «materia», quella del cosmo che circonda l’essere umano. Entrambi sono «chiamati a salvezza», cioè destinati ad una definitiva bellezza, pur dovendo ancora nel tempo dibattersi in quelle che san Paolo chiama «le doglie del parto».
Lascio al lettore il gusto e la soddisfazione di ripercorrere con Verdon l’evolversi della carnalissima arte cristiana, dal superamento della corporeità eroica dell’arte greco-romana all’approfondimento teologico e simbolico del medio evo, dalla rivoluzione affettiva di san Francesco alla reinvenzione del modello classico nel rinascimento, dal dramma barocco alle sue degenerazioni, fino alla strana afasia sul corpo di molta arte sacra contemporanea.
Mi voglio, invece, soffermare su una delle opere analizzate nel volume. Si tratta del michelangiolesco Tondo Pitti, conservato al Bergello di Firenze. Scrive Verdon (che anni fa ha dedicato un saggio a Michelangelo teologo): «Il tondo rappresenta Maria, seduta su un blocco di marmo mentre mostra un libro aperto al bambino Gesù, il quale vi appoggia il braccio destro. Alle spalle di Maria, l’altro bambino che guarda verso Cristo è san Giovanni Battista, sovente raffigurato nell’arte fiorentina in quanto patrono cittadino. Ma l’intuizione teologica principale del tondo è comunicata in un altro particolare: il braccio di Gesù poggiante sul grande libro tenuto da Maria, che comunica l’idea di un’antica cultura “incarnata” nel Verbo fattosi bambino». Perché si tratta di una grande intuizione teologica? Appunto perché il cristianesimo non è una «religione del libro», l’incontro con esso non avviene per riflessione su una teoria e il suo mantenersi nella storia non si realizza perché uno stuolo di scribi commenta e chiosa le parole scritte di una dottrina del passato. Quel braccino di un sorridente bambino è «la vittoria della carne umana sulla parola scritta».
Maria è pensosa, dice Verdon, perché rappresenta tutta l’umanità nel suo sforzo, intenso e un po’ triste, di comprendere il mistero dell’esistenza. E come può farlo? Leggendo un libro, cioè paragonandosi con il meglio che il suo lungo cammino e diuturno sforzo ha saputo produrre e tramandare. «Ma, al posto delle parole, Dio le ha dato il suo Verbo come figlio in carne ed ossa».
Maria, però, è anche la Chiesa. Tra i suoi figli non è mai escluso il pericolo di comportarsi come scribi, sottili interpreti di un libro, dotti esegeti di una teoria, ripetitori di un discorso. Ma il braccio un po’ insolente di quel bambino posato sul libro sta a ricordare che «solo lo stupore conosce» e che l’unico «catechismo» convincente è quello «della carne».
Pigi Colognesi - Il Sussidiario
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27/04/2009
METTERE IN SALVO IL SEME

Don Camillo spalancò le braccia:
<Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?>
<Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione tra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?>
<No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui parlavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne. Signore, la gente paventa le armi terrificanti che disintegrano uomini e cose. Ma io credo che soltanto esse potranno ridare all’uomo la sua ricchezza. Perché distruggeranno tutto e l’uomo, liberato dalla schiavitù dei beni terreni, cercherà nuovamente Dio. E lo ritroverà e ricostruirà il patrimonio spirituale che oggi sta finendo di distruggere. Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?>
Il Cristo sorrise:
<Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancora più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura>.
(Giovannino Guareschi – Don Camillo e i giovani d’oggi)
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15/03/2009
UN ESERCITO FEDELE

“Potete concepire un morto che fa delle conquiste con un esercito fedele e del tutto devoto alla sua memoria? Potete concepire un fantasma che ha soldati senza paga, senza speranza per questo mondo e che ispira loro la perseveranza e la sopportazione di ogni genere di privazione?... Quanto a me, i miei eserciti mi dimenticano mentre sono ancora vivo, come l’esercito cartaginese fece con Annibale. Ecco tutto il nostro potere di uomini!.... Che abisso tra la mia profonda miseria e il regno eterno di Cristo, pregato, incensato, amato, adorato, vivo ancora in tutto l’universo”.
(Napoleone Bonaparte)
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16/12/2008
UN LIBRO PER NATALE

Natale, nelle migliori intenzioni, dovrebbe essere un momento di tranquillità in cui gioire della vita che ci è stata donata. Magari allungando le gambe, seduti su una poltrona, al caldo, con tè, biscotti ed un buon libro.
Sappiamo tutti quanto questo spesso sia lontano dalla realtà. Ansie e preoccupazioni, crisi e influenze troppo spesso ci assillano e ci privano anche di questi momenti. Tuttavia, anche in mancanza di una poltrona, del tè e dei biscotti rimane sempre il buon libro. Quelli che seguono sono alcuni di quelli che soci di SamizdatOnLine hanno letto e ci raccomandano per esperienza diretta. Un consiglio può essere un dono piccolo, ma è fatto di cuore.
Ascoltatelo, e ci ringrazierete
* VITA E DESTINO Vasilij Grossman Biblioteca Adelphi pp. 827 euro 34
Leggerlo è salire un sentiero di montagna: faticoso e bello. La montagna è quella che hai dentro di te, e chiami coscienza del bene e del male. - da Vino e Mirra
* IL CANTO DELLE PIETRE Fernand Puillon Edizioni Lindau pp. 240 euro 19
Il romanzo tratta della costruzione dell'abbazia cistercense di Thoronet, ed è tutto incentrato sulla lotta che il monaco protagonista ingaggia con gli altri monaci, con la natura e con se stesso, diventando poi un viaggio dentro di sè e vagliante il rapporto uomo-Dio. - da Kukulcan
* LA SCHIENA DI PARKER Flannery O'Connor Edizioni BUR pp. 396 euro 10,80
C'è una grande apertura al Mistero - sempre imprevedibile e inatteso - dell'esistenza. Come le certezze acquisite traballino, e la necessità dell'attesa e dell'attenzione alle circostanze sia l'unica chance per cogliere il senso della vita. Profondamente realista! - da Graziella
* LIBERI Storie e testimonianze dalla Russia Parravicini Giovanna ed. BUR Collana dello Spirito Cristiano pp. 176 eur 9 Forse, il segreto desiderio della vita di ogni uomo è di assistere ad un miracolo, più profondamente è di essere partecipi di questo 'miracolo', della manifestazione del Mistero nella vita. In questo libro, Giovanna Parravicini ci racconta il 'miracolo' di libertà di alcune delle personalità più significative del dissenso in Unione Sovietica, che ha conosciuto, incontrato, con alcune delle quali ha allacciato rapporti profondi e sta costruendo ora un nuovo pezzo di storia. - da Secolo XX e dintorni
* UN VARCO NEL MURO Ester Capucciati Ares pp. 152 eur 12
Sono rimasta incantata dalla passione che l'autrice mette nell'educare, dalla passione nel trasmettere la propria fede ai ragazzi, dal suo coraggioso tentativo di far percepire loro quella grande domanda del senso della vita che ogni uomo ha dentro e di cui invece i giovani ignorano addirittura l'esistenza. - da Quid est veritas
* MI MANCANO SOLO LE HAWAII Maurizio Riro Maniscalco Ed. SEF pp. 174 eur 10
L'inserirsi del protagonista con curiosità nella realtà americana, lo porta a scoperte importanti, sopra ogni immaginazione. E' interessante vedere come il cristiano guarda alla realtà tutta, senza censurare nulla, con un giudizio. - da Sguardoleale
* STO REGISTRANDO TUTTO PER L'ETERNITA' Lettere Graziano Grazzini Itaca pp. 72 eur 10
Smuove le corde del cuore e ci interroga sul senso e il Mistero della vita e della morte, dominati paradossalmente dalla speranza e dal fatto che niente è a caso e che tutto si trova in buone mani e che il tempo farà capire il senso delle cose e avvenimenti, se si è aperti con una domanda leale perchè la vita sia grande. - da Politicus
* ALIAS AGENTE BETULLA - Storia di uno 007 italiano Renato Farina Ed. Piemme pp. 223 eur 14,50
L'autore é sincero e racconta i guai del nostro Paese in maniera disincantata e addolorata, guardando alla bontà di ogni singola persona incontrata (Giussani e Piccinini, e poi Feltri e un amico di Al Jazeera). Per chi voglia capire di più i retroscena della guerra in Iraq, in Kosovo e la posizione di certa magistratura, certo mondo giornalistico e politico che ci circonda. - da Aqua
* INDAGINE SU GESU' Antonio Socci Ed. Rizzoli pp. 352 eur 18,50
Socci affronta il più grande mistero di Gesù: la sua resurrezione. La scoperta delle prove antiche e di quelle attuali è un’avventura sorprendente. Un caso unico nella storia che non ha spiegazione umana. - da Il Fromboliere
* IL PROTAGONISTA DELLA STORIA Josè Garcia BUR pp. 456 eur 11
l libro è l'antidoto indispensabile a danbrownismi, explorerismi e alle altre baggianate massmediatiche con cui pseudostorici improvvisati e ideologi vari cercano di imbottirci. Quello che ci viene restituita è la certezza stupita di un avvenimento che ha bisecato il tempo. Un avvenimento, un uomo storico, un Dio da amare; e tutto il resto viene di conseguenza. - da Berlicche
* COME NASCE E VIVE UNA COMUNITA' CRISTIANA Angelo Scola Ed. Marcianum Press pp. 164 eur 10
Un agile libretto che raccoglie le riflessioni del Patriarca di Venezia durante la "Scuola di Metodo" tenuta per la sua diocesi. E' un libro che contiene riflessioni profonde ma anche molto esistenziali, e quindi un dialogo su temi che sono l'essenza del cristianesimo. Si legge in un attimo, ma poi viene voglia di riprendere diversi brani per approfondirli. - da Yellow and White
* PECORE E PASTORI Riflessioni sul gregge di Cristo Giacomo Biffi Ed Cantagalli pp. 256 eur 13,80
E’ in atto oggi una violenta e sistematica aggressione alla Chiesa, che si esprime e si rifinisce quotidianamente in qualche nuovo atto di ostilità; ed è stupefacente che la cristianità (..) non mostra di rendersene conto in misura adeguata. - da Anerella
* SUNSET LIMITED McCarthy Cormac Einaudi pp. 120 eur 10
Quella mattina Bianco ha tentato di uccidersi, Nero l'ha salvato prima che si gettasse sotto la metro. Ora i due uomini sono in un piccolo appartamento di New York, seduti intorno al tavolo. Sul tavolo una Bibbia. Un confronto serrato, alla fine ognuno avrà quello che vuole chi la certezza della vita, chi il dubbio della morte, rimarrà la libertà senza rapporto. - da Factum
* IL NEMICO M.D. O' Brien Ed. San Paolo pp. 552 eur 19,50
Un libro denso di dialoghi ben scritti e senza fronzoli che fa riflettere su quale sia davvero il nocciolo nudo e crudo di Gesù Cristo. Ovvero è un libro che fa porre continuamente la domanda: "Ma, io, oggi, da che cosa lo riconoscerei davvero? Come farei ad accorgermi invece della menzogna detta in Suo nome?" - da Pepe
* EVERYMAN Philip Roth Einaudi pp. 124 eur 13,50
- da Censurarossa
* ECCO, IO VEDO I CIELI APERTI Raffaele Talmelli Edizioni OCD pp. 264 eur 12
il libro tratta del discernimento, tramite Magistero e medicina (fides et ratio) dei fenomeni mistici e diabolici - da Sindrome post aborto
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08/12/2008
IL PIU' BELLO DEI FIGLI DELL'UOMO
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| Chi è Gesù di Nazaret? “Il più bello fra i figli dell’uomo”, risponde il Salmo 44. (…) Ma chi è precisamente questo enigmatico Gesù che da duemila anni affascina tutti, perfino i nemici? Chi è questo giovane rabbi ebreo, che doveva essere cancellato dalla faccia della terra 2000 anni fa con una feroce esecuzione capitale da schiavo, se oggi, dopo 20 secoli, quel suo supplizio è ricordato in ogni angolo del mondo? (…) Interroghiamo Jean Jacques Rousseau, che fu un nemico filosofico della Chiesa ed essendo stato un faro sia dei rivoluzionari francesi che dei romantici è un autore pressoché universale. Ecco quali pensieri e sentimenti rivela, parlando di Gesù, in un libro peraltro condannato sia nella Parigi cattolica che nella Ginevra calvinista:“Vi confesso che la santità del Vangelo parla al mio cuore. Osservate i libri dei filosofi, con tutta la loro pompa! Come sono piccoli in confronto a quello… Può darsi che Colui di cui fa la storia sia egli stesso un uomo? E’ questo il tono di un invasato o di un settario ambizioso? Che dolcezza, che purità nei suoi costumi! Quale grazia toccante nei suoi insegnamenti, quale elevatezza nelle sue massime, quale saggezza nei suoi discorsi, quale presenza di spirito, quale finezza, quale esattezza nelle sue risposte! Quale dominio delle passioni! Dove è l’uomo, dove è il saggio che sa agire, soffrire e morire senza debolezza e senza ostentazione? (…). Ma dove aveva Gesù preso i suoi precetti, presa questa morale elevata e pura, di cui Egli solo ha dato gli insegnamenti e gli esempi? (…) La morte di Socrate che filosofeggia tranquillamente coi suoi amici, è la più dolce che si possa desiderare; quella di Gesù che spira fra i tormenti, ingiuriato, canzonato, maledetto da tutto un popolo, è la più orribile che si possa temere. Socrate che prende la coppa avvelenata benedice colui che gliela offre e che piange; Gesù, nello spaventoso supplizio, prega per i suoi accaniti carnefici. Sì, se la vita e la morte di Socrate sono quelle di un saggio, la vita e la morte di Gesù sono di un Dio”. Stupisce anche lo sguardo su Gesù del giovanissimo Karl Marx. Egli scrisse che “l’unione con Cristo dona un’elevazione interiore, conforto nel dolore, tranquilla certezza e cuore aperto all’amore del prossimo, ad ogni cosa nobile e grande, non già per ambizione né brama di gloria, ma solo per amore di Cristo, dunque l’unione con Cristo dona una letizia che invano l’epicureo nella sua filosofia superficiale, invano il più acuto pensatore nelle più riposte profondità del sapere, tentarono di cogliere; una letizia che solo può conoscere un animo schietto, infantile, unito a Cristo e attraverso di Lui a Dio, una letizia che innalza e più bella rende la vita”. Indagando, interrogando, Gesù emerge sempre come l’uomo più sconvolgente di tutti i tempi (com’è noto il tempo stesso, in buona parte del mondo, da secoli, si computa a partire dalla sua nascita). Non c’è nessun individuo che gli si possa paragonare per l’importanza, la vastità e la durata della sua influenza. Nessuno scatena amore e odio come lui. E’ anche il più rappresentato e cantato dall’arte di tutti i tempi. Anche la letteratura moderna ne è testimone. “Sembra che molti autori” scrive Luigi Pozzoli “pur non riconoscendo il Cristo della fede, siano pronti a condividere le parole e i sentimenti che Dostoevskij ha confidato un giorno a una persona amica”. Ecco le parole dello scrittore russo: “Non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più ragionevole, di più coraggioso e di più perfetto di Cristo” e “non solo non c’è, ma non può esserci”. A tal punto che “se mi si dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo anziché con la verità”. Certo in Dostoevskij l’incontenibile ammirazione per Gesù arriva al paradosso, ma la sua osservazione esprime davvero il sentimento di molti: “Quest’uomo fu il più eccelso sulla terra, la ragione per cui la terra esiste. Tutto il nostro pianeta, con tutto ciò che contiene, sarebbe una follia senza quest’uomo. Non c’è stato e non ci sarà mai nulla che gli sia paragonabile. E’ qui il grande miracolo”. In effetti la personalità di Gesù continua a sorprendere anche i non credenti. Dice Alfredo Oriani: “Creduli o increduli, nessuno sa sottrarsi all’incanto di quella figura, nessun dolore ha rinunciato sinceramente al fascino della sua promessa”. Perfino il simbolo del laicismo italiano, Gaetano Salvemini, rimase folgorato dall’altezza sublime della sua figura e del suo insegnamento. Raccontò, in “Empirici e Teologi”, di essersi trovato in una stagione della vita come “sperduto nel buio e fu una impressione disperata”. Si sentì illuminato allora da una pagina di Pascal in cui una vecchietta dice: “io non so dimostrare a me stessa che c’è un Dio. Ma mi regolo come se ci fosse”. Salvemini spiega: “quella vecchierella mi insegnò la via da seguire. Debbo aggiungere che nel seguire quella via, ho trovato un’altra guida e mi sono trovato bene a lasciarmene guidare. E questa guida è stato Gesù Cristo che ha lasciato il più perfetto codice morale che l’umanità abbia mai conosciuto. Io non so se Gesù Cristo sia stato davvero figlio di Dio o no. Su problemi di questo genere sono cieco nato. Ma sulla necessità di seguire la moralità insegnata da Gesù Cristo non ho nessun dubbio”. Sfogliando il diario del turbolento e inquieto autore di “On the road”, Jack Kerouac, ci si può imbattere in questa annotazione: “so che soltanto Gesù conosce la risposta definitiva”. Nell’itinerario tormentato di Giovanni Testori perfino la “bestemmia” è segno dell’impossibilità di dimenticarlo e proprio perché non si può sradicare dal cuore è spada che lacera. Nel tempo della sua lontananza dalla Chiesa il poeta lombardo scriveva: “T’ho amato con pietà/ Con furia T’ho adorato./ T’ho violato, sconciato,/ bestemmiato./ Tutto puoi dire di me/ Tranne che T’ho evitato”. Sembra che sia rimasta nel mondo – per chi non è cristiano – una nostalgia incolmabile di lui. Con altrettanta drammaticità infatti Pier Paolo Pasolini grida al vuoto divorante della sua assenza: “Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto/ in ogni mio intuire. Ed è volgare,/ questo non essere completo, è volgare,/ mai fui così volgare come in questa ansia,/ questo ‘non avere Cristo’ ….”. Jorge L. Borges, da non credente, dichiara: “Gli uomini hanno perduto un volto, un volto irrecuperabile e tutti vorrebbero essere quel pellegrino (…) che a Roma vede il sudario della Veronica e mormora con fede: Gesù Cristo, Dio mio, Dio vero, così era dunque la tua faccia? (…) Abbiamo perduto quei lineamenti come si può perdere un numero magico, fatto di cifre abituali, come si perde per sempre un’immagine nel caleidoscopio. Possiamo scorgerli e non riconoscerli”. Lo scrittore argentino confessa di “non vedere” personalmente il volto di Cristo nella sua vita, tuttavia “insisterò a cercarlo fino al giorno dei miei ultimi passi sulla terra”. (…) Un grande scrittore ebreo, Franz Kafka, interpellato dall’amico Janouch con una domanda inattesa: “E Cristo?”, dette la sensazione di una scossa all’anima: “chinò il capo. ‘E’ un abisso pieno di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi’ ”. Umberto Saba, poeta triestino, ebreo, confidandosi in alcune sue lettere con l’amico monsignor Giovanni Fallani, dichiarava di non avere la fede, ma scriveva anche: “io amo Gesù come l’uomo che più si è avvicinato al divino o, almeno, a quello che i poveri uomini immaginano essere il divino. Sì, amo infinitamente Gesù, ma (se così oso dire) lo amo come un ponte fra l’uomo e il Divino. Lo amo come un ‘fratello’; infinitamente grande, infinitamente buono e amabile. Ho bisogno di credere, di appoggiare, in ogni caso, la mia disperazione a Gesù”. Dal libro “Indagine su Gesù” (Rizzoli) di Antonio Socci | |||
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26/10/2008
IL CROCIATO

“Juan si accorse di essere capace di pensare a cose, cui prima non aveva pensato. Anteo, il titano della leggenda greca, era invincibile, finché col suo corpo fosse stato in contatto con quello della madre. Il cristiano era invincibile, finché fosse stato unito a Cristo, il Verbo fatto Carne, il Dio fatto Uomo, e del cui Corpo vivente poteva partecipare nell’Ostia.
Come spesso i pagani avevano avuto i primi barlumi, le prime idee geniali sulle cose future!
Il maomettano, però, cercava di tagliare il ponte fra Dio e l’uomo. Cristo, non più uomo-Dio, diventava un semplice profeta di second’ordine, che doveva inginocchiarsi di fronte a Maometto. E anche Maometto era soltanto un profeta. Una volta di più il legame fra Dio e il genere umano veniva spezzato con violenza; la più compatta e amorosa unione infranta.
Ancora una volta Dio sarebbe divenuto lontano, non più il Padre dell’uomo, ma soltanto il Re, il terribile, tremendo Signore dei tempi antichi. L’Islam segnava un regresso, e, in quanto cercava di annullare il supremo sacrificio di Cristo, una delle peggiori degenerazioni.
L’importante era questo e questo solo; innalzare e propagare un Regno sulla terra, dove Dio non regnasse solo come Re, ma anche come Padre; dove all’uomo fosse concesso di partecipare alla divinità di Lui, che non aveva disdegnato di assumere l’umanità dell’uomo. Questo voleva Cristo, quando disse: <Andate e insegnate a tutte le genti...>.
Che l’uomo si chiamasse Principe o Eccellenza o non avesse affatto un nome, non aveva importanza. Come mangiasse o bevesse o vestisse, se fosse seduto su un trono o sul più basso sgabello, non aveva importanza. Anche se avesse o no trovato la felicità tra le braccia di una moglie, poco contava al confronto del più grande di tutti i problemi. Poiché l’uomo apparteneva non a se stesso, ma a Dio.
Per questo i cavalieri delle passate età lasciavano le loro mogli e i loro castelli per amore della Croce. Deus lo vult.”
Louis De Wohl- L’ultimo crociato (pag.253)
Video Non nobis Domine
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21/10/2008
PERCHE' CREDO
Quanto a Vittorio Messori, per lui parlano le milioni di copie vendute in tutto il mondo, a partire da Ipotesi su Gesù, uscito alla metà degli anni Settanta. Messori, se stabilisce un record, s'incarica poi anche di batterlo: fino a tre anni fa era l'unico giornalista della storia ad aver scritto un libro-intervista con un Papa (Wojtyla); poi nel 2005 è diventato Papa Ratzinger, e siccome Messori aveva fatto un libro-intervista anche con lui una ventina di anni prima, è diventato di colpo l'unico ad aver scritto due libri-intervista con due papi. Un primato che probabilmente resisterà fino alla fine dei tempi.
Da un binomio del genere, Tornielli-Messori, non poteva che uscire un grande libro, quale in effetti Perché credo è. Sono più di quattrocento pagine nelle quali Messori offre una specie di summa degli studi e dell'esperienza di tutta una vita, la sua: una vita spesa a rendere «ragione della fede», come è scritto nel sottotitolo. Questa è stata la principale grandezza di Messori: far capire a un mondo ormai dominato dal razionalismo che credere nel Vangelo è tutt'altro che irragionevole, anzi.
Mi rendo conto di aver scritto «è stata» come se Messori non ci fosse più. Per fortuna è ancora fra noi, in salute e con tante altre cose da dire. Se ne ho parlato al passato è perché sono condizionato da quanto lui stesso mi ha detto presentandomi questo libro: «È una sorta di testamento. Ho tirato le somme». E forse proprio perché la considera «definitiva», Messori ha inserito in quest'opera la rivelazione di un suo segreto. Anzi, del suo segreto.
C'è uno scoop, dunque, in queste pagine. Arrivato a 67 anni, Messori racconta per la prima volta che cosa c'è all'origine della sua conversione, avvenuta quando di anni ne aveva ventitrè. Non un ragionamento, non una convinzione intellettuale, non la somma di studi e neppure un atto di generosità. C'è stata, invece, un'esperienza mistica. Non so quanti conoscano il libro Dio esiste, io l'ho incontrato di André Frossard (credo parecchi, almeno fra i cattolici): ecco, si tratta di una cosa molto simile.
Frossard (1915-1999) era figlio del segretario del Partito comunista francese. Famiglia ultra-atea. E non solo ateo, ma anche del tutto spensierato era il giovane André, nel cui orizzonte trovavano spazio solo il giornalismo e le ragazze. L'8 luglio del 1935 il ventenne Frossard aveva un appuntamento con un amico a Parigi. Questi tardava. Per ingannare il tempo, Frossard entrò nell'unico locale nei paraggi: una minuscola cappella. Quel che accadde è difficilmente descrivibile a parole perché trascende i nostri sensi. Sta di fatto che da quella cappella in cui era entrato ateo, Frossard uscì, pochi minuti dopo, con una fede d'acciaio, che non lo avrebbe mai più abbandonato, neanche nei momenti della prova più dura: «Per due volte», raccontò ormai anziano, «ho dovuto accompagnare un figlio al cimitero. Ma non avrei potuto ribellarmi, sapendo che non avrei potuto dubitare». Solo passata la sessantina, Frossard svelò il mistero di quell'Incontro: ormai era affermato e famoso, non aveva bisogno di pubblicità; e aveva accumulato sufficienti anni di vita «normale» per non passar per matto.
Michele Brambilla - Il Giornale
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10/10/2008
LO STUPORE DELL'ESSERCI

I dissidenti ci hanno insegnato a resistere al nichilismo, diceva Glucksmann nell'intervista a Il Giornale (3.10.2008), citando la figura del filosofo-dissidente ceco Jan Patocka (1907-1977), agnostico, firmatario dell'iniziativa civile "Charta77" e morto in seguito agli estenuanti interrogatori cui fu sottoposto dalla StB, la polizia politica del regime comunista cecoslovacco. In un'intensa lezione che tenne clandestinamente a Praga l'11 aprile 1975, dedicata alla differenza tra l'uomo spirituale e l'intellettuale, delineò una sorta di itinerario esistenziale che aiutasse a costruire positivamente anche in una situazione dominata da un'ideologia totalizzante.
Patocka parte da una constatazione apparentemente banale: «Vi sono esperienze che mostrano la straordinarietà della nostra situazione, cioè che soprattutto ci siamo e che il mondo c'è; e questo non è ovvio, è qualcosa di estremamente stupefacente che le cose ci si rivelino e che noi siamo in mezzo a loro. È stupefacente; in questa parola è contenuto lo stupore. Stupirsi significa non accettare nulla come ovvio. Materialmente il mondo resta uguale a prima, le medesime persone, le medesime stelle, e tuttavia c'è qualcosa di completamente cambiato». Le difficoltà che contraddicono questo approccio positivo «dimostrano che la vita che appariva così ovvia, in realtà è piuttosto problematica, che qualcosa non è in ordine. La nostra posizione originale è che sia in ordine e che sia possibile sorvolare sulle incongruenze... Ma se dovessimo realmente seguire fino in fondo la negatività che ci interpella all'improvviso, ci accorgeremmo che il nulla è incapace di parlarci, di spingerci ad agire, e di conseguenza rimarremmo nel vuoto, irretiti in una sorta di vacuità… Non è irrilevante che nella filosofia regni qualcosa che potremmo definire nichilismo, ossia l'idea non tanto che la vita e il mondo siano problematici, quanto piuttosto che il significato e la risposta a questa problematicità non solo non sono stati trovati ma che non si possano trovare, che il nihil sia l'ultimo risultato». «Ma così non si può vivere!», esclama l'anziano filosofo: «E' proprio qui che inizia la vita spirituale... L'uomo spirituale è colui che è in cammino. Conosce le esperienze negative e le medita, a differenza dell'uomo comune che cerca di dimenticarle o ha già la ricetta pronta».
Per Patocka la problematicità della vita non è un'obiezione, bensì il punto di partenza per un'ascesi che porta a prendere posizione nel quotidiano: «L'uomo spirituale capace di sacrificio non deve aver paura... Egli è in un certo senso politico, e non può non esserlo proprio perché dimostra pubblicamente l'imprevedibilità della realtà», ossia «rompe il sistema, e la sua testimonianza è motivo di resistenza e di cambiamento».
Che tutto questo per Patocka e per altri «uomini in cammino» del blocco sovietico avesse implicazioni pratiche e non rimanesssero sofismi, lo si vide nell'esperienza del dissenso. Quando Havel gli chiese di assumersi il ruolo di portavoce di Charta77, Patocka esitò a lungo perché sapeva che si trattava di qualcosa che per lui, docente pensionato dal regime, poteva essere molto rischioso. Poi, una volta presa la decisione, si dedicò completamente a Charta77 esponendosi pubblicamente. Ricorda ancora Havel come, durante il suo ultimo incontro con lui, in prigione in attesa dell'interrogatorio, Patocka si fosse messo a improvvisare una lezione sulla storia dell'idea dell'immortalità umana e dell'umana responsabilità. In un'altra occasione, parlando del futuro di Charta77, disse che «oggi la gente sa nuovamente che esistono cose per cui val la pena soffrire, e che le cose per cui eventualmente si soffre sono quelle per cui val la pena vivere».
Agli inizi del marzo '77, dopo un incontro informale tra Patocka e il ministro degli esteri olandese Max van der Stoel, il regime comunista intensificò la pressione. L'anziano maestro venne ripetutamente convocato dalla polizia. Dai verbali traspare la dignità e l'integrità della sua posizione, persino la lingua e lo stile sono esemplari perché era lui a dettare le risposte. Colpito da infarto, il 13 marzo morì in ospedale. Le autorità, temendo che il funerale potesse sfociare in una manifestazione pubblica, condussero un'inaudita operazione di disturbo e sorveglianza. Tuttavia al cimitero dell'antico convento di Brevnov presenziarono «500 persone, in maggioranza giovani», come si legge nel rapporto della StB.
Un anno dopo Havel, con il Potere dei senza potere, opera dedicata proprio a Patocka, ne riprese le tematiche alla luce dell'esperienza diretta del dissenso.
Angelo Bonaguro - Il Sussidiario
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17/08/2008
L'EUROPA E LA DEMOCRAZIA

Buttando via il cristianesimo L'Europa rischia di buttare via pure la democrazia
Afferma Mario Mauro, Vice Presidente del Parlamento Europeo, nella Presentazione di questo volumetto tanto agile quanto stimolante: “Se – come scriveva Henri Bergson – la ragion d’essere della democrazia è la fraternità, occorre altresì ammettere con lui che 'la democrazia è per essenza evangelica'. Ne scaturisce che è nostro dovere offrire alla democrazia il contributo della nostra filosofia, della nostra morale, della nostra tradizione. Un contributo certamente molteplice e vario, contraddistinto però dal cristianesimo, elemento comune alla vita personale e sociale di tutti noi … Affermando che all’origine della civiltà europea si trova il cristianesimo, non si vuole introdurre alcun criterio confessionale esclusivo. Si vuole invece fare riferimento alle radici comuni dell’Europa, a quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica”. Dunque, a dare ascolto a Bergson, o l’Europa difenderà le sue origini cristiane o perderà se stessa e la democrazia. Ma l’Europa è intenzionata a prestare orecchio all’insegnamento del celebre filosofo dell’evoluzione creatrice? Sembrerebbe proprio di no, e Brienza lo dimostra prendendo in attento esame vari documenti fondamentali della recente storia dell’Unione Europea e ripercorrendo con attenzione alcuni passaggi relativi all’ampio dibattito sulla questione della libertà religiosa sviluppatosi negli ultimi anni nel Vecchio Continente.
In occasione di un convegno tenutosi un paio d’anni fa presso l’Università Lateranense, fu Rocco Buttiglione – ricorda Brienza – a porre il problema se quella che si andava affermando in Europa fosse una “laicità amichevole” di marca statunitense, oppure una “laicità ostile” di tipo francese; laddove – aggiunse l’onorevole Alfredo Mantovano nella medesima sede – si deve intendere amichevole la laicità che tende a difendere le religioni dal potere dello Stato, e ostile quella che viene usata per tenere lo Stato al riparo dalle religioni. E che l’Unione Europea si sia sempre indirizzata a far proprio questo secondo modello sembra incontestabile: il fondamentalismo laicista si sta da tempo affermando e il professor Roberto de Mattei poteva scrivere su “Il Foglio” del 2 ottobre 2003: “Nel momento in cui gli Stati Uniti rivendicano con orgoglio la dimensione collettiva della loro esperienza religiosa, l’assenza di un richiamo al cristianesimo assumerebbe il significato di un imperdonabile atto di rimozione storica”. E così – ricorda Brienza – siamo giunti al divieto di menzionare nella Carta europea le radici cristiane, al fine di ottenere quella privatizzazione del fatto religioso che è negli auspici di molti. Stante questa situazione, non tutto il male viene per nuocere, e anche il congelamento del Trattato Costituzionale seguito ai referendum francese e olandese potrebbe diventare un’opportunità: “All’Europa – conclude Brienza – serve infatti reinfondere nella politica la sua cultura, la sua tradizione, la sua saggezza. E anche la sua religione. Il cristianesimo è vivo nelle chiese e nell’agorà. Anch’esso potrebbe rientrare nella Carta, portato da uomini nuovi, orgogliosi di essere europei con una Costituzione comune”. (Giuseppe Brienza, "Libertà e identità religiosa nell'Unione europea", Solfanelli, 110 pp., €8,00)
di Maurizio Schoepflin - Il Foglio
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12/08/2008
L'UMANITA' DEL CRISTIANESIMO

L'intento fondamentale di Chesterton è, abbiamo detto, apologetico, ed egli lo persegue soprattutto come polemica pars destruens, mostrando gli effetti anti-umani della negazione del Cristianesimo, benché non sia certo assente il risvolto positivo, di proposta della vita cristiana come pienamente umana, vera, buona. Quest'ultimo è però presente come in filigrana, in una modalità discreta e indiretta, ad esempio nella figura di p.Brown. Il mite presbitero cattolico, dall'apparenza insignificante, se non sciatta, non è certo un eroe dal gesto sicuro e imperioso, non un parlatore brillante e raffinato, non ha niente insomma di straordinario, niente di quelle eclatanti qualità che il "mondo" tanto ammira: è un uomo, semplicemente un uomo. Che cosa significa? Il dato che più ci colpisce nel personaggio di p.Brown è il suo realismo: egli sa guardare, sa osservare la realtà, come nessun altro. Mentre altri almanaccano in base a teorie aprioristiche, p.Brown osserva, aderendo al reale (certo formulando teorie anche lui, ma sempre in base ad una rispettosità profonda verso l'esistente). Da notare come il piccolo prete sia spesso silenzioso e rifletta bene sul dato effettivo, laddove i suoi interlocutori si lanciano subito con sicumera in un'impetuosa cascata di ipotesi.
Oltre che realista (molta osservazione...), p.Brown è anche ragionevole. In più racconti in effetti troviamo la polemica contro la confusione tra fede (la fede cristiana) e miracolismo sensazionalistico, pseudomistico. Uno dei più belli, a nostro avviso, è "Il miracolo della mezzaluna"; in esso il miliardario Warren Wynd, efficientissimo e impegnatissimo, viene misteriosamente ucciso. P.Brown, che per primo ha avuto il sospetto del suo omicidio, rifiuta di avvallare la tesi di un evento miracoloso, e riesce poi a spiegare razionalmente l'accaduto, in base all'umano sentimento di vendetta, provato da tre poveri, umiliati dal miliardario. Il paradosso è che, mentre i razionalisti e gli scettici inclinano ben presto a credere in eventi magici, sensazionalisticamente spettacolari (nella fattispecie, che il miliardario sia letteralmente volato dal suo ufficio su un albero, violando ogni verosimiglianza fisica), p.Brown si dimostra come il più razionale di tutti. Lui stesso esplicita tale paradosso, rivolgendosi ai suoi compagni di avventura atei e scettici:
"eravate dei materialisti induriti, ed era quindi naturale che foste in bilico al limite di una fede; eravate sul punto di credere a qualunque cosa. (...) Non avrete pace fino a che non crediate in qualche cosa di definitivo" (p.412)
Da questo emerge splendidamente come il Cristianesimo sia massimamente amante della realtà, della verità, al punto che non può accettare la menzogna, nemmeno se apparentemente potrebbe giovargli:
"il mentire potrà forse servire alla religione; ma sono sicuro che non serve a Dio." (p.409).
"aveva l'idea che, essendo prete, avrei creduto a qualsiasi cosa. Molte persone hanno di queste idee" (p.470).
Non è il Cristianesimo, che è fedeltà al reale, al concreto esistente, ma il diavolo, ad amare il mistero come tenebrosa e inquietante stranezza, come bizzarra e complicata fantasticheria:
"é superbo e scaltro. Gli piace essere superiore, e ama terrificare l'innocente con cose capite a metà, e far rabbrividire i bambini. Questa è la ragione per cui ha tanta passione per i misteri e le iniziazioni e le società segrete e tutte le cose del genere"(p. 409).
È un'idea che egli porta avanti anche ne "La parrucca rossa", quella del diavolo come colui che distoglie dalla realtà, facendo credere in un falso mistero, in un mistero inteso come tenebra oscura
"Io conosco il Dio sconosciuto -[disse p.Brown]- Conosco il suo nome: è Satana. Il vero Dio si fece carne e dimorò fra noi. Ed io vi dico che ovunque voi troviate uomini dominati unicamente dal mistero, questo mistero non è che iniquità. (...) Se voi credete che qualche verità sia insopportabile, sopportatela." (La saggezza di p.Brown, "La parrucca rossa", p.669)
( Da Cara Beltà)
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09/08/2008
IL PADRONE DL MONDO

Padre Percy ottiene di essere ricevuto dal Papa, che gli pone tre domande: «Cosa è avvenuto, cosa avviene e cosa avverrà?» Il prete si fa coraggio ed inizia a parlare... Ecco il dialogo centrale de «il Padrone del Mondo»
La bianca figura del papa sedeva, nella penombra della stanza, dietro una grande scrivania, proprio in faccia alla porta dalla quale Percy e il cardinale erano entrati. Questo fu ciò che Percy vide prima d'inginocchiarsi. Poi avanzò con lo sguardo a terra e si inginocchiò per una seconda volta. Avanzò ancora e di nuovo, per la terza volta, si mise in ginocchio, accostando alle labbra la mano scarna e bianca tesa verso di lui. Mentre Percy si alzava, sentì la porta richiudersi alle sue spalle.
«Padre Franklin, santità!» disse il cardinale al papa, avvicinandosi al suo orecchio.
Il braccio, coperto di bianco, accennò ai visitatori due sedie, sulle quali si accomodarono subito.
Il cardinale, in un latino molto elementare, ricordò al papa chi fosse padre Franklin, quel prete inglese che aveva inviato corrispondenze così interessanti.
Percy intanto si guardava intorno stupito. Conosceva il papa per averlo visto in tante fotografie e cortometraggi. Conosceva anche il suo modo di fare: il leggero piegarsi della testa in atto di assenso e le rapide ed eloquenti mosse delle mani che accompagnavano le parole.
Ma Percy, pur sapendo di pensare una cosa banale, dovette confessare a se stesso che, visto di persona, il papa era una presenza totalmente nuova [...]
Ricapitolando le sue espressioni, Percy trovò che solo la parola prete compendiava quella figura. «Ecce sacerdos magnus»!
Si stupiva che il papa, ormai ottantenne, avesse un aspetto così giovanile (saldo nelle spalle e colla testa ritta, simile a quella d'un atleta) e solo qualche ruga sul volto.
«Pastor angelicus», ripeteva tra sé Percy.
Il cardinale aveva terminato le sue spiegazioni. Fece quindi un cenno al giovane sacerdote. Percy, allora, cercò di svegliare e chiamare a raccolta tutte le capacità del suo spirito, in modo da poter rispondere adeguatamente alle domande che gli sarebbero state rivolte.
«Benvenuto, figlio mio» disse il papa, con voce dolce e musicale. Percy era commosso. Poté soltanto fare una profonda riverenza.
Il papa abbassò lo sguardo, prese con la mano sinistra un fermacarte e cominciò a giocherellare con quello, mentre parlava: «Ora, figlio mio, ecco le tre domande che ho da rivolgervi: che cosa è avvenuto, che cosa avviene e che cosa avverrà? E ditemi cosa, a vostro avviso, si dovrebbe fare».
Percy sospirò profondamente; si appoggiò alla sedia, intrecciò fra loro le dita delle mani e cominciò a guardare in basso, davanti a sé, una scarpa ricamata a croce. Poi prese a parlare, dicendo ciò che il giorno prima aveva ripetuto a se stesso almeno cento volte.
Per prima cosa cercò di inquadrare il problema. Le forze del mondo, egli spiegava, sono concentrate in due campi opposti: il mondo e Dio. Fino a quel momento le forze del mondo, incoerenti e disorganizzate, si erano gettate in diverse strade e, infatti, c'erano state guerre e rivoluzioni, movimenti di folla indisciplinati, sregolati e sfrenati. E a questo la chiesa aveva contrapposto la sua cattolicità, troppo preoccupata della quantità rispetto alla qualità. E in fondo la chiesa aveva opposto a dei franchi tiratori altri franchi tiratori. Ma durante gli ultimi cento anni c'era stato più di un segno che testimoniava la necessità di cambiare tattica di guerra. [...]
A questo punto si rese conto che stava per perdere il filo: accompagnò allora le parole con un gesto sobrio, alzò un pò la voce e tentò di fare un collegamento tra tutti questi fatti e gli ultimi avvenimenti. Sosteneva che tutto quanto era accaduto nella chiesa negli ultimi anni conduceva appunto agli avvenimenti successi negli ultimi mesi, cioé alla riconciliazione del mondo intero su una base che negava il soprannaturale.
Volontà di Dio e del sommo pontefice era quella di unificare l'umanità nel nome di Gesù Cristo. Ma ancora una volta la pietra angolare era stata rigettata: ma non ne era seguito il caos, come molte persone pie avevano profetizzato. Era invece sorta un'unità che non aveva paragone in tutta la storia dell'umanità. E ovviamente concorrevano a costituirla molti uomini di buona volontà. Era morta, a quanto sembrava, la guerra: ma non era stato il cristianesimo a ucciderla. Tutti gli uomini si erano ormai convinti che l'unione è migliore della divisione: era una lezione che essi avevano appreso fuori dalla chiesa. Le virtù naturalistiche avevano cominciato, inaspettatamente, a crescere rigogliose, mentre le virtù divine erano state messe da parte e disprezzate. La filantropia aveva preso il posto della carità; la soddisfazione aveva sostituito la speranza e la fede era stata spodestata dalla cultura.
Percy si fermò su queste parole. Si accorse di avere assunto il tono tipico di un predicatore.
«È proprio così, figlio mio. Che altro c'è, ancora?» disse quella dolce voce. «Sì. Ancora alcune cose, santità» proseguí Percy. «I movimenti di questo genere creano delle personalità. La personalità di questo movimento è Giuliano Felsemburgh. L'opera da lui compiuta, umanamente parlando, è certamente miracolosa. Viene da quella parte del mondo che sola è capace di dar vita a simili virtú; ed è riuscito a porre fine alla secolare divisione tra occidente e oriente. Grazie al suo prestigio personale, ha saputo abbattere le due più grandi tirannie dell'umanità: il fanatismo religioso e i partiti politici. La sua azione deve essere veramente portentosa se si è imposta anche agli inglesi, in genere così poco sensibili, così come ha acceso fiamme d'entusiasmo in Francia, in Germania, in Spagna».
Percy si fermò per descrivere alcune scene in cui Felsemburgh era apparso come una visione celeste: citò, in tutta libertà, gli appellativi attribuiti a quest'uomo da giornali seri e autorevoli, per nulla fanatici. Felsemburgh era stato definito il figlio dell'uomo, per la sua educazione cosmopolita; salvatore del mondo per aver allontanato la guerra e perfino.... (ma a questo punto la voce di Percy tremava leggermente)... Dio incarnato, come simbolo, il più perfetto, della divina umanità.
Ma restò immobile, anche a queste parole, la tranquilla faccia di sacerdote che Percy aveva di fronte. Allora il giovane prete continuò a parlare: «Ormai è prossima la persecuzione. Già sono stati fatti alcuni tentativi. Ma la persecuzione non è da temere. Come sempre, essa, senza alcun dubbio, cagionerà delle defezioni; sono queste però cose deplorevoli eminentemente dal punto di vista personale. La persecuzione, d'altra parte, confermerà nella fede i veri credenti ed eliminerà dalla chiesa le coscienze titubanti. Già nei primi tempi l'attacco di Satana si scagliò sui corpi usando le sferze, il fuoco e le fiere; nel sedicesimo secolo, poi, lo stesso attacco si abbatté sulle intelligenze; nel ventesimo secolo esso violentò le sorgenti stesse della vita spirituale e morale, attaccando contemporaneamente il corpo, l'intelletto e il cuore. La cosa che più è da temere è questa influenza immensa che sa esercitare l'Umanitarismo: esso, infatti, s'avvicina, come il regno di Dio, con grande forza, esaltando le menti visionarie e romantiche; asserisce le sue verità e non le dimostra, soffoca con guanciali comodi invece di sollecitare le menti e ferisce con l'arma della dialettica. Sembra, da quanto è possibile vedere oggi, che esso si sia aperta la via per giungere fino alle più recondite segretezze del cuore umano.
«Vi sono persone che, pur non. avendone mai sentito parlare, si trovano a professare i principi dell'Umanitarismo; i preti se ne nutrono come si nutrivano del corpo di Dio nell'Eucaristia (e qui fece menzione delle più recenti apostasie); i fanciulli s'inebriano così come s'inebriavano a sentire il catechismo. L'anima, naturaliter christiana, sembra essere diventata naturalmente infedele. La persecuzione deve essere accolta, implorata, abbracciata come l'àncora della salvezza! Speriamo che le pubbliche autorità non siano così scaltre da distribuire contemporaneamente veleno e antidoto. Ci saranno così martiri individuali: e ve ne saranno molti, a dispetto del governo secolare, non certo per causa sua. Alla fine quasi sicuramente l'Umanitarismo vestirà gli abiti della liturgia e del sacrificio: dopo di che, senza l'intervento di Dio, la chiesa sarà persa».
Tremava. Si appoggiò pertanto alla sedia per trovare sollievo.
«Sì. Figlio mio. E che si potrebbe fare?»
Percy lasciò cadere le mani.
«Santo padre: la messa, la preghiera, il rosario. Queste sono le prime e le ultime cose. Il mondo nega la loro potenza ed è invece in tutto questo che il cristiano deve cercare appoggio e rifugio. Tutte le cose in Gesù Cristo: in Gesù Cristo ora e sempre. Nessun altro mezzo può servire: Egli deve fare tutto, perché noi non possiamo fare più nulla».
La bianca testa del Santo padre si piegò, in segno d'approvazione.
«Sì. Figlio mio. Ma finché Gesù Cristo si degna di servirsi di noi, noi dobbiamo essere profeti, re, sacerdoti. Quale sarà la nostra profezia e il nostro regno?»
Come a uno squillo improvviso di tromba, Percy cominciò a fremere, poi disse: «Ecco... Santo padre... Come profeti, nostro compito è predicare la carità, come re, dovremmo avere la croce sul nostro trono. Dovremmo amare e patire». Un singhiozzo gli ruppe per un istante il respiro. «La santità vostra ha sempre predicato la carità: risplenda dunque la carità nelle nostre azioni; cerchiamo di essere i primi in questa strada, riportando l'onestà negli affari, la verginità nelle famiglie, la serietà nel modo di governare. Quanto al patire... Oh! Santità... »
Nella mente, ora, ritornava l'antico progetto e questa volta premeva, chiaro, convincente, imperioso.
«Sì. Figlio mio. Dite con tutta franchezza».
«Santità... Ho un vecchio disegno... antico quanto Roma. L'ideale dei pazzi. Un nuovo ordine» diceva Percy e la sua voce tremava un poco.
La bianca mano lasciò andare il fermacarte. Il papa avanzò con la testa e fissò il volto del giovane prete. «Siete sicuro, figlio mio?»
Percy ora si era messo in ginocchio. «Un nuovo ordine, santità, senza abito o distintivo particolare, soggetto direttamente alla santità vostra. Più libero dei gesuiti, più penitente dei certosini, più povero dei francescani. Uomini e donne che fanno i tre voti e, in più, dichiarano la loro disponibilità, se necessario, a patire il martirio. Il Pantheon sarà la loro chiesa e ogni vescovo ne sorveglierà i membri entro i limiti del suo mandato. Ci sarà un luogotenente in ogni paese. Santità, parlo proprio da pazzo... Cristo crocifisso ne sarà il patrono.»
Il papa si alzò bruscamente, tanto bruscamente che anche il cardinale Martin si sentì in dovere d'imitarlo e balzò in piedi sbalordito. Forse il giovane prete aveva detto troppo. Ma il papa si rimise a sedere e, alzando una mano, disse: «Iddio vi benedica, figlio mio! Ora potete ritirarvi. Voi, eminenza, potreste fermarvi qui un momento?».
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06/08/2008
EROS

Ho letto su Il Foglio questo gustosissimo articolo di Camillo Langone, vale la pena di leggerlo, è come l'ora d'aria per i carcerati.
L’espressione “morale cattolica” è paccottiglia da anni Cinquanta
Parliamo della vecchia, cara concupiscenza carnale
E’ insultante pensare che Gesù s’è fatto mettere in croce per impedirci di rubare la marmellata e di toccarci il pisello
Concupiscenza, che bella parola. E che brutta gatta da pelare. Perché il tema mi mette in un angolo, mi impedisce ogni via d’uscita che non sia dire la verità. Potrei menare il torrone a lungo ma tanto vale dirlo subito: io mi sono assunto il compito di testimoniare in partibus infidelium la possibilità di essere nel contempo cattolici e concupiscenti. Di più: di essere cattolici e concupiscenti senza particolari problemi, senza soverchie macerazioni. Di più e di più ancora: senza particolari problemi e senza soverchie macerazioni proprio in quanto cattolici. Penso che sia una testimonianza necessaria in un mondo diviso tra perfettismo e nichilismo. Penso che ogni uomo (ogni uomo normale, non parlo dei santi) abbia una dose limitata di intransigenza: è pericoloso sprecarla per i dettagli, quando serve davvero si rischia di scoprire che è finita.
Stesso ragionamento per qualsiasi altra virtù. La storia e l’esperienza quotidiana insegnano che spesso i vegetariani cominciano e finiscono a tavola la loro dose di bontà. Io mangio carne cruda di cavallo sia perché mi piace sia per essere più mite con i non equini.
L’espressione “morale cattolica” mi fa venire in mente un vecchio libro di Alessandro Manzoni, che immagino non legga più nessuno e una volta tanto l’oblio di un testo è un bene, l’idea ricevuta del cristianesimo come morale è già troppo diffusa. E’ svilente, insultante pensare che Gesù si sia fatto inchiodare a una croce per impedirci di rubare la marmellata o di toccarci il pisello. E’ molto anni Cinquanta, anche. Il nostro popolo è così vecchio e così stanco che ama credere di vivere nel passato, al tempo in cui era pieno di speranze e di energia. In politica giriamo sempre intorno agli anni Settanta (con la differenza che oggi la violenza è solo di sinistra), al cinema vanno molto gli anni Ottanta e per quanto riguarda la religione l’immaginario nazionale è bloccato agli anni Cinquanta, questo grazie all’attività degli anticattolici e alla passività dei cattolici deboli, dei milioni di italiani che hanno ricevuto un’educazione cattolica ma che non sono più capaci di impartirla.
***
Antonio Socci è stato espulso come corpo estraneo dalla televisione non perché cattolico ma perché cattolico attivo e contemporaneo, non nostalgico, non archeologico: osò addirittura mostrare la fede del Terzo Millennio, e non glielo perdonarono. Che andasse a Radio Maria a parlare alle beghine.
Gli anni Cinquanta furono l’età della censura, ovunque, nell’Italia democristiana, nell’Europa comunista, nell’America maccartista, e a chi non vuol pensare fa molto comodo una chiesa vintage, bloccata per sempre dentro quello scenario mondialmente sessuofobico. Ignorando quanto avvenuto prima, ad esempio il Vangelo con quella frase che cambia il corso della storia: “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Tutte le volte che rileggo Giovanni 8, 4-11, tutte le volte che rivedo Gesù tracciare ghirigori sulla sabbia con sprezzatura stellare (un gesto senza il quale non si possono capire né Don Chisciotte né Pierre Drieu La Rochelle), sotto lo sguardo via via più perplesso dei farisei coi sassi pronti in mano, bene, mi vengono le lacrime agli occhi. Come il quadro di Courbet è l’origine del mondo, questa è l’origine del nostro mondo, di tutto quanto di gentile esso contiene. Sono dettagli che sfuggono perfino all’Osservatore Romano che, nel culmine di una crisi di violenza mimetica che per spiegarla ci vorrebbe René Girard, si è vilmente accodato alla lapidazione mediatica dell’adultero Vittorio Emanuele di Savoia. Sono loro che si dovrebbero vergognare, non il principe: la vittima è sempre innocente e chi lo nega è pronto a diventare complice dell’immenso campo di lavoro forzato chiamato Cina, dove chi si ribella viene ucciso assieme a decine di altri in uno stadio e il conto della pallottola mandato a casa ai famigliari.
Gli sciattoni e i maliziosi secondo i quali regna ancora Pio XII ignorano anche quanto è venuto dopo, a cominciare da Comunione e Liberazione, movimento realista quindi immoralista, fino alla “Deus caritas est”. Papa Ratzinger nella sua prima enciclica è stato chiaro al di là di ogni aspettativa: “Eros e àgape non si lasciano mai separare completamente l’uno dall’altro”. Significa che distinguere fra amore e sesso non è cattolico (ed etimologicamente non potrebbe proprio esserlo). Significa che nella concupiscenza non alberga soltanto il male. Sembra di ascoltare Fabrizio De Andrè: “Dal letame nascono i fior”. Benedetto XVI si spinge al punto da considerare potenzialmente fruttifero perfino il sesso senza amore aborrito dagli atei sentimentali: “Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, nell’avvicinarsi poi all’altro cercherà sempre di più la felicità dell’altro”. Qui ci sento qualcosa di sant’Agostino, anche se non vorrei.
***
Farcendo questo articolo di brani delle “Confessioni” potrei finirlo in trenta secondi e andarmene a spasso in bicicletta ma stavolta non voglio usare la scorciatoia del solito “Ama e fa’ ciò che vuoi”. La usa sempre Adriana Zarri, una teologa che non ho ancora capito a quale religione appartenga. Se si equivoca sulla prima parte della frase, la seconda ci porta in bocca a Zapatero. L’amore a cui allude il santo africano è certamente lo stesso amore di cui parla Cristo: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Quindi la manifestazione della propria volontà va subordinata al bene dell’altro. Non che sia sempre così facile identificarlo. Ci sono rari casi di incontri fra concupiscenti: Dio li ha fatti e che si accompagnino pure. Ci sono molti casi di incontri tra falsi concupiscenti che in realtà non ci tengono per niente a essere gettati dopo l’uso. Ci sono altrettanti casi di incontri fra un lui concupiscente e una lei sedotta e abbandonata, e viceversa. Ma non vorrei infilarmi in una casistica degna di un gesuita spagnolo del Seicento, che pure sarebbe divertente. Che spasso l’Enriquez secondo il quale la sodomia praticata con una donna era se non altro esercitata col sesso giusto. Sollazzevole il Suarez che giustificava gli ecclesiastici che non avessero compiuto quell’atto fino in fondo (fondo?) o per non più di due o tre volte. Io purtroppo questi buontemponi li ho conosciuti tardi, attraverso Pascal che non li poteva soffrire. Così mi sono salvato dalla religione braghettona leggendo altri autori, ad esempio Pietro Aretino, principe dei pornografi cattolici, Michelangelo Buonarroti, omosessuale che per la Cristianità ha fatto più di trecento cardinali, Charles Baudelaire, che mi ha insegnato come la preghiera potesse ben abbinarsi alla frequentazione di mulatte e all’aspirazione di pipette.
Recentemente mi è stato prezioso “Peccato non farlo” di Roberto Beretta ed Elisabetta Broli (Piemme), agile catalogo di duemila anni di erotofilia cattolica. Pure il vocabolario mi ha dato una mano. Platonico, aggettivo che ripugna in bocca a una ragazza, deriva da Platone, uno che Cristo non poteva sapere chi fosse. Puritano, altra parola fastidiosa, prima che un moralista fanatico denotava un odiatore della chiesa di Roma. Docetisti, monofisiti, encratiti, pauliciani, bogomili, catari, albigesi, begardi, lollardi, zwingliani, calvinisti…
Ai margini della vera fede sono infinitamente più numerose le eresie e le degenerazioni spiritualiste che quelle carnaliste. Lo spiritualista, uno gnostico convinto di appartenere a una schiera di eletti, è di norma un teorizzatore, un moralizzatore invadente, mentre il carnalista tende a farsi gli affarucci propri, a non fondare né sette né ideologie. L’atteggiamento del peccatore è molto più consono al cristiano di quanto sia quello dell’immacolato.
L’Immacolata è una sola, la Madonna. Tutti gli altri sono macolati, prima ne prendono atto e meglio è. Anche la devozione mariana mi ha aiutato a fare i conti senza isterismi con la concupiscenza. Una mamma protegge sempre un figlio, qualunque sia il suo errore. Provvede a coprirlo sotto il suo manto, a intercedere per lui. Del resto i santuari mariani sono zone franche, a Montevergine si può incontrare Vladimir Luxuria, a Loreto, secondo Vittorio Messori e Magdi Allam, possono arrivare da un momento all’altro i maomettani, per venerare la madre di un profeta. Non che sia la stessa cosa ma in certi casi bisogna sapersi accontentare anche di una mezza verità. Lo dice san Tommaso d’Aquino: “E’ proprio di un legislatore sapiente permettere le trasgressioni più piccole per evitarne di più grandi”.
***
A questo punto, per chiudere l’articolo e andare a pedalare contenti, bisogna solo tracciare il confine fra trasgressioni piccole e trasgressioni grandi. Trasgressione piccola è la concupiscenza rassegnata, grande quella orgogliosa. Perché la prima mantiene il dolente ricordo della caduta primordiale, la seconda non percepisce su di sé la minima ammaccatura. Nella concupiscenza minore, chiamiamola così, Dio è sempre pensabile, mentre nella concupiscenza maggiore Dio è dimenticato o negato, con i rischi segnalati da Dostoevskij. Ma non è certo il dongiovannismo l’ultima stazione di questa nostra via crucis. La concupiscenza sensuale, esercitandosi sui corpi, mantiene sempre un qualche rapporto, per quanto storto, con la legge naturale. L’esplosione dell’artificio tecnoscientifico ha insuperbito le masse rendendole preda di una concupiscenza peggiore, la brama tutta mentale di essere come Dio. Il peccato finora riservato a pochi empi leggendari diventa alla portata di chiunque. La produzione di mele da mordere si è fatta industriale, il prezzo si è abbassato, i supermercati dove le si compra sono aperti anche la domenica. Maggioranze ubriache di potere vogliono approvare nuove leggi che in pratica non servono a niente (i matrimoni omosessuali a nulla praticamente servono), se non a soddisfare uno scopo astratto: proclamarsi fonte del diritto, sorgente della verità. Idem per la manipolazione genetica, per l’aborto non chiamato col suo nome, eccetera. Queste sono trasgressioni grandissime, per aggiornare san Tommaso. Meglio dunque la cara vecchia concupiscenza della carne.
Leggi l'articolo di Giuliano Ferrara
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25/07/2008
NON PIANGERE!

Il suo pianto era come quello di un bimbo abbandonato, il dolore per la perdita di suo figlio «era opposto alla speranza». Eppure Lui le disse quelle parole. E da quel momento Nain è per tutti un luogo caro, per quella compassione che Dio ha avuto per tutti noi
La gente intorno guardava e taceva. Si consumava una storia vecchia e dolorosa, che altre volte avevano visto, e che ogni uomo conosceva bene da sempre. Ma ogni volta era come la prima e ogni dolore era altrettanto nuovo e altrettanto lacerante. Il dolore di una donna, una madre. Una donna sola, vedova, che vedeva morire suo figlio. E non poteva farci nulla, e in quel momento non poteva nemmeno piangere, tratteneva le lacrime per non rendere ancor più terribile l’ultimo terribile attimo di vita del suo ragazzo. Poi avrebbe pianto, lo sapevano, e avrebbe pianto come solo una donna che vede morire il figlio può piangere, e nessuno può dirle: «Donna, non piangere!». Non si ricordava nella storia del villaggio, nella storia del popolo, nella storia dell’umanità che qualcuno avesse avuto quel coraggio, quella forza, quella capacità di sconfinata tenerezza. Quella capacità di commuoversi e quella misteriosa saggezza che nasce da Chi solo conosce il Mistero e lo guarda in faccia e sa di poter chiedere al Mistero ciò che vuole. Ma non era mai esistito nessuno così. Nessuno di loro lo aveva mai incontrato. E così assistevano impotenti agli ultimi inevitabili attimi di quell’ultima inevitabile agonia.
Vento da Nord
«Mamma, comincia a fare un po’ freddino», le aveva detto il ragazzo, e si era stretto il cuore a quella povera donna. Il cielo in effetti era un po’ più scuro, carico di nuvole e il vento soffiava da Nord, da dove c’era il grande lago di Tiberiade e non era mai un buon segno, perché portava sempre pioggia e tempesta. Era la stagione del resto, la stagione in cui le ombre sono un po’ più lunghe e l’aria si rinfresca presto. E là, a Nain, il villaggio sulla strada che corre giù da Nazareth verso il Sud della Galilea, verso il monte Tabor, il tempo era stato davvero poco clemente, quell’anno, e il freddo aveva acuito la malattia di quel ragazzino che ormai era tutta la sua vita, dopo che un altro inverno si era portato via suo marito.
«Mamma, comincia a fare un po’ freddino» e il viso del ragazzo era come più scavato, più affilato. Erano giorni che mangiava poco, si diceva la mamma, ma non si illudeva, quei segni non erano belli e il cuore le si gonfiava e le si stringeva sempre più forte, ma non voleva darlo a vedere. Non voleva piangere, «Mamma…». Non voleva che la vedesse piangere. Era un ragazzo intelligente, e avrebbe capito, se non aveva già capito. Non era giusto, pensava, prima suo padre e adesso… Ma non voleva piangere. E pensava, la donna, a quel momento di festa e di gioia, quando suo marito l’aveva chiesta in sposa, e quel giorno del matrimonio, con tutta la luce e il colore e le danze e il paese che esultava intorno a loro e per loro. E poi era nato quel bimbo, e anche allora c’era luce e si era ballato e fatto festa per quel ragazzo che ora stringeva nella penombra che non era fredda, non era ancora gelida, ma cominciava a essere insopportabile per il suo cuore che diventava sempre più piccolo, un nocciolo duro di dolore.
Un battito di ciglia
Non doveva piangere e guardava a occhi asciutti il viso, il naso più fine del suo bambino, e la pelle della fronte più lucida e tesa, quasi trasparente. Le era sembrato di ritrovarselo tra le braccia come quando era piccolo, e aveva voglia di coccolarlo ancora un poco, almeno un poco, ed era così sola ora e faceva davvero freddo, sempre più freddo e le pareva di non sentire nessuna emozione. Le lacrime erano come chiuse da una diga dietro le palpebre e sarebbe bastato un battito di ciglia per far esplodere l’urlo e la disperazione. Ma in quel momento c’era solo l’Ombra che diventava più presente e quell’Ombra portava un gran freddo nella casa. E quel freddo era la sensazione più fisica del suo dolore. «Mamma…». Aveva ragione, faceva davvero freddo, “freddino” aveva detto il ragazzo con un filo di voce come a non spaventare la sua mamma, a proteggerla da quel dolore che non voleva darle e lei gli aveva accarezzato la fronte e quella diga che sentiva tra le palpebre e gli occhi aveva d’improvviso ceduto.
Lacrime amare
Il pianto era arrivato così, e dicevano che il pianto consolava, e le lacrime salate come il mare avrebbero spazzato via il suo dolore, lo avrebbero lavato a poco a poco, quelle lacrime salate che le ricordavano il sapore di tanti momenti, di gioia e di dolore. Ma non era vero. Nessun pianto era come questo. Era come il pianto del bimbo abbandonato, che non spera che qualcuno venga, che Qualcuno venga a consolarlo. E c’era un sapore diverso in quelle lacrime e un dolore diverso, molto più amaro e irrefrenabile e senza consolazione e nulla avrebbe lavato via nulla. Come il mare si dilatava il suo dolore e il cuore era sempre più piccolo, e non poteva trattenere il figlio a cui aveva dato la vita, tenerlo con sé, abbracciarlo, riscaldare quel freddo che, ora sì, era gelido, e c’era quell’Ombra, che ora ricopriva l’anima e il volto. E nessuno tra quelli che erano entrati nella stanza, osava parlare, osava dire qualcosa. Osava dire “quella cosa”. Chi poteva dire a quella donna: «Non piangere»? Chi? C’era qualcuno sulla faccia della terra che avrebbe potuto pronunciare quelle parole, o soltanto osare pensarle? Che piangesse invece, si sfogasse, si esaurisse nel suo dolore. Era questo il destino pronunciato per lei e tante come lei da secoli. Partorire con dolore e con dolore portare la vita. E il pianto era l’unico sfogo. Come si poteva dire: «Non piangere»? Poi l’avevano accompagnata fuori. L’avevano accompagnata lungo gli stretti sentieri dei campi che portavano al cimitero. Erano appena usciti dal villaggio, dove la strada lasciava le ultime case, la porta del villaggio; la chiamavano e qualcuno si ricordò il luogo e il momento, perché i luoghi sono importanti e si fissano nella memoria quando accade qualcosa di davvero straordinario. Piangeva forte la donna, «per lei il dolore era in quel momento opposto alla speranza», dice don Giussani raccontando quel momento (da Si può vivere così?, pp. 199-200). Quel momento in cui accade qualcosa: il corteo funebre incrocia una gran folla e tra la folla c’erano i discepoli e quell’uomo di cui tanti parlavano, quel Gesù di Nazareth così attento a tutto e a tutti da chinarsi sui fiori e descriverne la veste, da parlare con bontà e delicatezza persino del sole e della pioggia. E soprattutto dell’uomo: diceva che ogni capello del capo era contato, e l’attenzione che rivolgeva a tutti era colma di compassione sterminata, di cordialità senza riserva. Così dicevano di Lui. E Lui è lì, davanti alla donna che nessuno osa consolare. Dice quello che nessuno può immaginare: «Donna non piangere!».
Un estraneo
«Si sarà sorpresa - commentò un giorno don Giussani leggendo questo passo -: un estraneo che fa un passo, le tocca una spalla dicendole: “Donna, non piangere”», «cercando di infonderle così, come una scossa, almeno una sorpresa. (…) Incominciando, così, a ricondurla a prendere considerazione di sé. Lei, dopo quell’avvertimento si sarà sentita come stranita; avrà sospeso un istante le sue grida e in quell’istante Gesù le resuscita il figlio» (da Si può vivere così?, pp. 199-200).
Don Giussani racconta di aver contemplato tante volte questo episodio, e con lui vien da dire a Gesù: «Fa’ prima quello che hai fatto dopo qualche minuto. Restituiscile il figlio vivo, e dopo potrai dirle: “Donna, non piangere”. E invece no. Gesù abbandona gli apostoli, fa un passo avanti e dice: “Donna, non piangere!”. (…) È più miracolo questo: “Donna, non piangere!”, che neanche la risurrezione stessa del figlio. La fede ci fa partecipare a questo amore senza confine all’uomo, all’altro» (da L’io, il potere, le opere, pp. 142-144). Tanto che in quel momento, vicino alla porta di Nain, tra quella gente attonita si compiono due eventi inimmaginabili. Tre parole pronunciate da Chi solo poteva pronunciarle. Da Chi solo poteva dare speranza al dolore apparentemente senza speranza, il dolore che vince tutto, che non ha nessuna attesa di risposta. È un Dio che ama davvero: «Un Dio glaciale, di cristallo freddo, opererebbe tranquillamente la resurrezione come opera la creazione», don Giussani si commuove di fronte a questo Dio commosso: «Sarebbe stato più dignitoso, quasi, per Dio… anzi, senza quasi; sarebbe stato più dignitoso per Dio dire: “Alzati!” e restituirlo a sua madre. Dire “Donna, non piangere!” è come cedere qualche cosa. Cede, è come cedere: è un uomo, è un uomo… Dio è un uomo, è più uomo dell’uomo: si chiama compassione, la gratuità di Dio è piena di compassione» (da Si può (veramente?!) vivere così?, pp. 487-489).
Giovanotto, alzati
Poi quello che accadde è quello che in fondo ci si aspetta - in fondo, in modo inconfessato, ma inevitabile -. Qualcosa di gratuito, di imprevedibile ma a questo punto atteso. I portatori si fermano, Gesù si accosta alla bara, parla al ragazzo. «Dico a te, giovanotto, alzati», e il morto si leva e incomincia a parlare. E Gesù lo consegna alla madre. E tutti glorificano Cristo e annunciano che è sorto un grande profeta .
Ma è strano, davvero strano, che prima del miracolo si ricordano quelle parole, come si ricordano le lacrime di Gesù davanti al sepolcro di Lazzaro.
C’è soltanto una chiesetta francescana oggi a Nain e il villaggio è interamente musulmano. Ci sono le tracce del cimitero dove veniva portato il ragazzo, e non sappiamo cosa sia accaduto poi di quella donna e di quel ragazzo, e cosa si siano detti dopo, ma certo l’Ombra non c’era più e splendeva il sole e non c’era più quel terribile freddo: e ricordiamo il posto e sappiamo che in ebraico Nain vuol dire “grazioso”, e doveva essere un luogo bello e pieno di grazia quel paesino davvero piccolo e ignorato dal mondo che è rimasto così nella storia. È il luogo dove Colui che ha fatto ogni cosa ha dato un senso e una speranza al dolore e al pianto. E mentre gli altri guardavano in silenzio lo strazio di quella donna o se ne allontanavano, nascondendo con il pudore l’intollerabile lacerazione che quelle lacrime facevano echeggiare nell’ animo, quell’Uomo ha detto ciò che ognuno vuol sentirsi dire, vuol veramente sentirsi dire, ogni attimo. «Non piangere». Perché il pianto non è il destino, non è il destino inevitabile. Ed era arrivato Qualcuno che poteva dire «Non piangere», che dice «Non piangere» e lo ripete ogni giorno. E Nain è per tutti da allora un luogo caro e prezioso per quella attenzione che Dio ha avuto per tutti noi, e per quella madre, per quella vedova.
di Giancarlo Giojelli
( Tracce n. 8- settembre 2002 )
11:00 Scritto da: ritina5 in consigli di lettura | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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07/07/2008
L'UOMO CHE FU GIOVEDì
“L’uomo che fu giovedì” tocca corde molto profonde, che non sono solo quelle cristiane, ma appartengono a chiunque si sia trovato un giorno a pensare controcorrente. È un romanzo che ha fatto veri e propri miracoli, come nel caso di Dawn Eden, la creatrice di “Sex and the city”, che ha attribuito la sua recente conversione alla lettura di “L’uomo che fu giovedì”. E mette in condizione l’uomo che ha scoperto la fatica di remare controcorrente di capire che altri remano con lui nella stessa direzione apparentemente solitaria. Il libro sembra suggerire che la sensazione di solitudine è un prodotto illusorio di una propaganda che tende a mostrare ogni pensiero non allineato come reazionario e infantile. Per questo sembra scritto oggi.
Nel 1908 il romanzo era una risposta alle sollecitazioni che provenivano da Oscar Wilde e George Bernard Shaw (altri "nemici" da battere erano Nietzsche, gli anarchici, i marxisti). Ma “L’uomo che fu giovedì” è in pratica la proposta di un cristianesimo non come religione pacificata e benpensante, bensì come testimonianza radicale del dolore e del sacrificio. È una tesi mirata a togliere terreno sotto i piedi dell’anarchismo e del marxismo, i cui esponenti attaccavano la religione come consolazione per far dimenticare i problemi della classe operaia. Ma “L’uomo che fu giovedì” non è una trattazione filosofica o saggistica (argomenti che Chesterton tentò con “Ortodossia”, nel 1908 e “The everlasting Man”, 1925), sebbene una favola moderna, in cui i concetti sono espressi sotto forma di allegoria e di parabola, nella migliore tradizione della letteratura cristiana ma anche del giallo classico e della storia meta-temporale di Dick: un poliziotto-filosofo si infiltra in un segretissimo gruppo di dinamitardi anarchici, guidati dal feroce Domenica (tutti i membri dell’accolita portano il nome di un giorno della settimana), e sperimenta per la prima volta il Getsemani, cioè il terrore e la solitudine estrema, agnello tra lupi pronti a scannarlo.
Lo scioglimento dell’azione si rivela uno dei più commossi epiloghi della narrativa del Novecento. Domenica afferma, dopo aver accolto i suoi inseguitori in uno splendido giardino, «Io sono il giorno del riposo. Io sono la pace di Dio». I poliziotti allibiti capiscono che l’avventura ha significato per loro la conoscenza del vero cristianesimo: il Venerdì Santo prima della Pasqua di risurrezione. Dio li ha costretti a lottare, a sentirsi soli e perduti prima di mostrare loro la sua pace.
“L’uomo che fu giovedì”, di G. K. Chesterton, pp. 227
21:16 Scritto da: ritina5 in consigli di lettura | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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