07/10/2008
SEX
Il cardinale e lo storico fanno apologia misericordiosa della promiscuità

"La prossimità corporea delle persone prima del matrimonio è un fatto", dice eufemisticamente il cardinal Martini. E' vero: i ragazzi e le ragazze, anzi ragazzini e ragazzine (e poi su su con l'età le cose cambiano ma non di molto) scopano come pare a loro, e piace (non sempre piace, per la verità). Martini ne desume che la chiesa non ha riconosciuto questa realtà, le si è messa contro, ha perso autorevolezza, e quindi dovrebbe chiedere scusa per l'enciclica Humanae vitae scritta da Paolo VI nel 1968, il testo che diede scandalo e mise il Papa in una situazione di tormentosa solitudine.
Per Martini la decisione se fare o no un figlio è un atto di responsabilità individuale, di "autodeterminazione", per riprendere la parola fatale di cui abbiamo discusso a partire dalla abiura di Roberta de Monticelli; e dunque l'uso di scopare liberamente ma con il palloncino o la pillola di tutti i giorni o del giorno dopo, ed eventualmente un veniale aborto in caso di fallimento, è parte di un complesso culturale e psicologico diffuso, un orientamento di massa da convalidare rinnegando la parola degli ultimi tre papi. Bene.
In sostegno al cardinale arriva lo storico Adriano Prosperi. Prosperi fa sempre la stessa operazione. Se qualcuno afferma che l'aborto è divenuto un gesto moralmente indifferente, che trentacinque anni dopo la sentenza americana Roe vs. Wade e trent'anni dopo le legislazioni europee l'aborto non è più depenalizzato per sanare la piaga della clandestinità ma legittimato da una oscena cultura di morte che si incarna anche in politiche pubbliche eugenetiche in tutto il mondo, lo storico insigne ti spiega che nei secoli la chiesa e la medicina repressive obbligavano le donne a partorire e martoriavano il loro corpo. Segue lezione di progressismo morale e implicita rilegittimazione dell'aborto di massa indifferente, e del martirio subito nel presente, non ad opera della chiesa ma della cultura secolare, dal corpo delle donne.
Così per il sesso in generale. In appoggio a Martini, e contro Benedetto XVI, Prosperi racconta secoli di controllo dei preti sulla riproduzione, sul matrimonio, e bolla questa lunga e complicata storia come l'epoca in cui l'amore veniva domato o addomesticato per ragioni di potere sui corpi, sulle anime, sui patrimoni, di concerto tra chiesa e autorità civile. Il magistero tradizionale della chiesa era così oscurantista che si fondava, fino al Concilio Vaticano II, sulla scomparsa dell'amore umano dall'orizzonte della fede e della carità, quando il prete si intrufolava nella camera da letto dei coniugi. Segue lezione d'amore, richiesta di scuse alla chiesa, in sintonia con il cardinale, e condanna degli ultimi tre papati che non si accorgono della libera sessualità dei fedeli neanche quando raccolgono palloncini dopo le Giornate Mondiali della Gioventù a Torvergata o a Sidney.
Penso anche io che "la prossimità corporea delle persone prima del matrimonio è un fatto", ci mancherebbe, ma non ne deduco che l'ultima istituzione capace di ragionare d'amore, cioè la chiesa con la sua dottrina cattolica e la cultura cristiana in generale, debba rinunciare alla propria esperienza e alla parola razionale per prosternarsi in un mea culpa di fronte alla libera libido moderna. Perché mai? Può essere, e lo dico da laico, lo dico accettando senza obblighi di coscienza e di fede la diagnosi e le indicazioni di Benedetto XVI e dei suoi predecessori, può essere che la "prossimità", la promiscuità, il divorzio, l'aborto, l'infertilità generalizzata siano testimonianze straordinarie di amore moderno, ma può essere vero il contrario. Vogliamo continuarla questa discussione, o vogliamo chiuderla con le scuse oscurantiste della chiesa cattolica, con una bella abiura, e con il trionfo del secolarismo più invadente, ideologico e saccente? (Immagine: René Magritte, "Gli amanti", Richard Zeisler Collection - New York)
11:39 Scritto da: ritina5 in Di Maschi e di Femmine | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
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24/09/2008
SOCIETA' AL FEMMINILE? GRANDE FREGATURA!

di Claudio Risè
Tratto da Il Giornale del 23 settembre 2008
Non è vero che oggi in Occidente comandano le donne, ma è vero che stanno male tutti: il maschio temuto come violento, la femmina spodestata dal ruolo tradizionale. Il fatto è che il padre non è più capace al liberare i figli dalla simbiosi con la madre
La «società femminilizzata» è una grandissima fregatura per tutti, uomini e donne. Le donne perché sono state spodestate anche della loro «regalità» domestica, ormai contesa da maschi petulanti, che sanno tenere la cucina spesso meglio di loro.
I maschi perché ricacciati dal circo politico-mediatico (del resto ancora in gran parte maschile) nel girone dei violenti, gente da sottoporre a schedature di massa del Dna, come propongono le Commissarie Europee, o da non lasciar viaggiare accanto a bambini soli, come prevede British Airways. Donne spregiudicatamente sfruttate sul lavoro, come i maschi, e uomini controllati e tenuti in permanenza sotto lo stigma del pregiudizio sociale: questo, e non altro, è la «società femminilizzata» sviluppatasi in modo accelerato dagli anni Settanta in poi. Non a caso donne e uomini attenti a cosa accade e dotati di buonsenso, dalla filosofa e leader femminista Luce Irigaray, al poeta e terapeuta americano Robert Bly denunciano da molti anni questa «società degli eterni adolescenti» che, sollecitando vanità di potere nelle donne poi regolarmente frustrate nelle loro ambizioni, ha svillaneggiato il principio di responsabilità e deriso l’amore tra uomini e donne, mettendo in una miserabile competizione tutti contro tutti. Per comandare con più ampi consensi e sottrarre il potere (ancora massicciamente maschile) a ogni controllo. La società femminilizzata ha persino avuto il suo banchiere centrale: Allen Greenspan, il governatore della Fed di Bill Clinton, il controllore «soft» che teorizzava l’inutilità dei controlli; sotto il suo lungo regno è nato il delirio della finanza «derivata», e si è preparato il grande crash che ha divorato miliardi di risparmi da un anno a questa parte.
Se non comandano le donne però, e anzi ci stanno malissimo (basta guardare le liste dei presidi psichiatrici, o le statistiche sullo sviluppo dell’alcolismo, o dei disturbi alimentari) perché si parla di «società femminilizzata»? È un altro modo, più spostato sul versante degli orientamenti culturali, per descrivere la «società senza padri», come psichiatri, antropologi, e sociologi della politica chiamano già da quarant’anni la società occidentale. L’Occidente viene così identificato perché i padri non svolgono più la loro funzione nell’aiutare durante l’adolescenza i figli ad uscire dalla simbiosi con la madre.
Il cuore di questa faccenda non è però questione di pannolini e di principio d’autorità, di costrutti culturali, e di velleità di potere dell’uno o dell’altro sesso. Il fatto è che i bambini stanno per nove mesi nella pancia della madre, e non nel padre, e quando nascono non è ancora costituita una soggettività psichica, e affettiva, differenziata. Sono nati biologicamente, ma non ancora come soggetti psicologici. Perché questo accada occorre che la simbiosi istituita nella gestazione continui per un periodo abbastanza lungo, durante il quale, nella fondamentale relazione madre-figlio, nasce il soggetto umano. In un gioco di sguardi, di scambi affettivi, di riconoscimenti reciproci, nella quale la madre non è sostituibile dal padre, semplicemente perché il bambino non è mai stato nella pancia paterna, né ha mai respirato coi suoi polmoni. Naturalmente il padre quella simbiosi, dovrà poi interromperla, perché altrimenti il bimbo non riuscirà mai a distaccarsi da quella figura amata e potente, rimanendone dipendente.
Tutti i fenomeni che Alain De Benoist elenca nel suo articolo, dall’onnipotenza terapeutica all’«ideologia vittimista, alla moltiplicazione dei consulenti familiari, allo sviluppo del mercato delle emozioni e della pietà» non sono manipolazioni di un’occulta congiura femminile per la conquista del potere, ma in realtà risposte che il «mercato sociale», guidato prevalentemente da uomini, offre a degli individui (la gran parte degli occidentali adulti), che solo parzialmente si sono staccati dalla madre, e fanno quindi una gran fatica a reggersi in piedi da soli.
Il cuore del malessere della femminilizzazione è questo. Non c’è proprio nulla di male nel femminile; senza di esso la vita diventa molto triste. Solo che ogni essere umano, per esistere pienamente e liberamente, deve rendersi autonomo dalla madre. E può farlo solo quando un padre presente e amorevole l’aiuta a farlo; altrimenti ne rimane dipendente per tutta la vita, magari trasferendo questa dipendenza sulla moglie, sul marito, o sulla società. Per questo, la società femminilizzata è una colossale fregatura. Per tutti.
00:28 Scritto da: ritina5 in Di Maschi e di Femmine | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala
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