01/03/2010

Signor giudice, nasconda a mia figlia quel nonno muto...



medium_Nonno e nipote.jpg«Che mia figlia non viva nella casa del nonno, paralizzato e muto per una sindrome neurologica. È troppo triste, troppo afflittivo per un bambino, assistere a certe situazioni». È, in sostanza, la richiesta di un padre separato al tribunale. E non è un caso isolato.
Dunque in quel laboratorio di diritti e affetti che sono le divisioni fra coniugi, in cui vengono alla luce prima che altrove questioni che altrimenti si discutono fra le mura di casa, emerge una nuova domanda che pretende di essere affermata giuridicamente: il diritto a non vedere la malattia e la sofferenza. Qualcosa di ulteriore rispetto al «diritto a morire» teorizzato nella battaglia per l’eutanasia: la pretesa di non far vedere quegli stati di vita, che ai sani possono apparire inaccettabili.
O almeno questa pretesa comincia con i bambini, vestendosi di premura paterna: che la bambina non entri in quella casa dove il nonno, cui pure vuole bene, ora non risponde, non parla. Benché privo di una sofferenza fisica evidente, il silenzio degli stati vegetativi o delle sindromi analoghe è giudicato insopportabile; si va dal giudice, perché non sia mostrato ai figli e ai nipoti. Questa premura di genitori è singolare. Vuole nascondere la sofferenza di un vecchio, renderla come inesistente. Invisibile, come se quell’uomo fosse già morto.
Ma davvero, censurando una parte fondamentale della vita, gli adulti proteggono i figli, o invece non proteggono se stessi da ciò che agli occhi loro, e non del figlio, è intollerabile? Sembra paradossale: in un tempo in cui tutto è visibile anche ai bambini, dalla pornografia alla violenza, prende forma un ultimo tabù: la malattia, l’invalidità, e quell’area grigia dell’assenza da sé, che a molti sembra una morte da vivi. L’ultimo tabù, l’inguardabile, l’osceno, è la malattia, e tanto più quella che paralizza, allontana – ineludibile primizia della morte.
Eppure, chiunque non sia più un ragazzo ricorda di essere stato portato al capezzale dei nonni, di averli visti magari in agonia; di avere avuto in casa un vecchio reso assente e bisognoso di tutto dalla demenza. Veramente quel vedere ci ha danneggiato? No: ci ha mostrato che esistono anche la sofferenza e la fine, dunque ci ha spiegato qualcosa, della vita, di fondamentale. Certo, accanto ai bambini una volta c’erano adulti che sapevano stare di fronte alla sofferenza. Che, pure nella paura e nel dolore, avevano la memoria di un senso; che rendeva la fine dei vecchi, e non solo quella dei vecchi, non assurda.
La speranza cristiana, magari neanche pienamente confessata ma respirata da sempre, in una naturale osmosi, alleviava e faceva umanamente tollerabili le invalidità e le agonie. Dolore, ma non insensato e cieco: e dunque le stanze dei malati potevano ben essere aperte ai bambini. Che proprio da quei momenti erano, e sono ancora provocati a farsi delle domande: per che cosa si vive e si muore, e cosa ne è di un nonno amato, quando sembra addormentato per sempre, e non riconosce più chi gli è caro. Domande che ne generano altre, che bruciano, che sfidano. Che fanno diventare grandi.
Ma forse oggi si preferiscono figli inebetiti dal rumore, storditi dai consumi. e il più a lungo possibile ignari della sofferenza, del limite che, in quanto uomini, hanno scritto addosso. O forse sono i padri che, avendo perso la memoria di un senso, stanno atterriti davanti a certe stanze di malati. Lì dentro si è insediato, tenace, assurdo, il dolore: una faccenda che, senza speranza, è atroce. Per questo vogliono che i loro figli non entrino, che i loro figli non vedano. Porte chiuse. Tabù. Signor giudice, che mia figlia non veda quel nonno assente, lontano, muto. A cui io, signor giudice, non tollero di stare davanti.

Marina Corradi - Avvenire


23/02/2010

OLTRE FACEBOOK


down1.jpgBambini Down,
la strage silenziosa

Oggi le reazioni all’assurdo gruppo di Facebook sono perlopiù solidali e indignate, ma non sempre la nostra società mostra sentimenti di accettazione verso le persone con sindrome di Down (SD). Senza elencare un lungo elenco di discriminazioni più o meno palesi che queste persone devono spesso sopportare, c’è un dato abbastanza significativo: nella stragrande maggioranza dei casi di fronte a una diagnosi prenatale di SD, la gravidanza si conclude in un aborto. Non sono opinioni, ma i dati che emergono dalle poche indagini scientifiche condotte sull’argomento, come il recente articolo pubblicato il 26 ottobre scorso dal British Medical Journal (2009; 339:b3794) che indica come Oltremanica nell’arco di vent’anni siano leggermente diminuite (meno 1 per cento) le nascite di bambini con sindrome di Down, mentre l’aumento dell’età materna ne faceva prevedere un incremento significativo (più 48 per cento): a essere aumentati altrettanto sono stati i test prenatali. E anche in Europa, secondo un’indagine del 2003, veniva indicato un calo nei nati tra il 1975 e il 1999 statisticamente significativo. In Italia l’incidenza dei bambini con SD è di circa 1 ogni 1000-1200 nati – secondo diverse valutazioni – cioè 500-600 bambini l’anno. continua...

23/11/2009

Vaccino si? Vaccino no?

Le multinazinali dei farmaci gongolano: vaccino si! Qualcuno fa girare nel web mail allarmistiche contro i rischi di morte del vaccino stesso: vaccino no! Quindi: vaccino si, o vaccino no, non abbiamo alcuna garanzia.
C'é una grande fragilità della cultura moderna di fronte a quel che accade. Il punto è che occorre stare con i piedi per terra e magari alle
indicazioni del Ministero della Salute . Smettiamola però di vivere nella paura ossessiva di tutto: la realtà va guardata nella totalità dei suoi aspetti.
SamizdatOnLine

PANDEMIA INFLUENZALE TRA STATISTICA E CLINICA
La pandemia influenzale. I dati ci assalgono, siamo diventati tutti esperti di statistiche, conosciamo cosa sono gli adiuvanti, la loro funzione, dove si producono i vaccini, e che cosa significa H1N1. Tante informazioni, ma poche spiegazioni sul loro significato. Allora, l’obiettivo diviene quello di identificare gli elementi che ci aiutino a ragionare e ad avvicinarsi, per quanto possibile, alla verita’. E, nella pandemia da virus influenzale, il bisogno di elementi chiari su cui impostare il nostro desiderio di conoscere e’ particolarmente pressante.
Vediamo quindi, a distanza di circa 5 mesi dalla dichiarazione di pandemia influenzale, cosa dicono i numeri italiani.
Numero di casi
Utilizzando il sistema epidemiologico dei medici sentinella (un sistema sperimentato e validato) le persone in Italia infettate da virus influenzale risultano essere nell’ordine dei 2 milioni. La gran parte di esse risulta infettata nelle ultime due settimane, e il loro numero e’ salito rapidamente. I sistemi di sorveglianza virologica, valutati nella settimana del 18 novembre, indicano che il 78% circa dei pazienti con sintomatologia di tipo influenzale, aveva effettivamente contratto il virus. Il restante 22% era infettato da altri patogeni. Il tasso di incidenza della sindrome influenzale e’ nell’ordine di 12 casi per mille assistiti; tale parametro e’ in aumento di settimana in settimana. La fascia di età più colpita e’ quella tra 0 e 14 anni, con particolare rilievo tra 5 e 14 anni (circa 42 casi per 1000 assistiti). Di contro, la fascia oltre i 65 anni e’ poco colpita (nell’ordine di circa 1,5 casi per 1000 assistiti).
Esiste quindi una differenza sostanziale, e rilevante, tra la penetrazione dell’influenza nei giovani e quella negli anziani. La morbilità totale e’ quindi alta, superiore a quella della gran parte delle epidemie influenzali degli anni scorsi.
Mortalità
La pandemia ha causato in Italia, ad oggi, 62 morti. Tutti tranne 3 erano portatori di altre patologie che, in qualche maniera, possono essere considerate concause di morte, o comunque fattori in grado favorire le complicanze e quindi di peggiorare la prognosi. Il tasso di mortalità attuale e’ dello 0,0041% dei malati. Tradotto in numeri reali, ciò significa 4,1 morti per 100.000 persone che hanno contratto l’influenza. Il tasso di mortalità dell’influenza stagionale e’
mediamente dello 0,2%, ossia 200 morti per 100.000 persone infettate. I numeri indicano pertanto un tasso di mortalità per ora basso, e comunque largamente al di sotto (50 volte circa) di quella dell’influenza stagionale, che ogni anno miete alcune migliaia di vittime (sconosciute e misconosciute), direttamente o, più spesso, indirettamente, per le complicazioni che l’accompagnano.
Morbilità grave
In termini di morbilità grave, nella settimana tra il 2 e l’8 novembre, il 12% circa di tutte le persone visitate al Pronto Soccorso degli Ospedali italiani, lamentava sintomatologia respiratoria. Il 17% di questo 12% (circa il 2% del totale) e’ stato poi ricoverato per accertamenti e/o per terapia. Ciò significa che il 2% circa di tutte le visite al Pronto Soccorso (per qualsiasi causa, respiratoria, cardiaca, traumatica, ecc), ha poi avuto bisogno di ricovero per problemi respiratori (quindi circa 1 su 50 visitati). Ovviamente in questo numero vanno incluse, oltre all’influenza, tutte le patologie
respiratorie, le broncopatie croniche-ostruttive, le polmoniti di qualsiasi origine, le insufficienze respiratorie croniche, eccetera. Le statistiche sanitarie generali nei periodi al di fuori della pandemia indicano, ad esempio nel Lazio, che il 10-15% del totale delle visite effettuate al Pronto Soccorso richiede successivamente il ricovero. E’ presumibile quindi che, in questo periodo, circa il 15-20% del totale dei ricoveri a seguito di visita al Pronto Soccorso sia da attribuire a patologie respiratorie, nel senso ampio della parola (sindrome influenzale in primis, ma anche enfisema,bronchiti croniche ostruttive, ecc).
Sindromi respiratorie gravi
Sempre dai dati del Ministero (le cui informazioni sono in effetti puntuali e precise), risulta che le Regioni hanno segnalato fino ad oggi 432 ricoveri in ospedale per complicanze da sindrome influenzale, di cui 216 hanno richiesto cure di alta specializzazione e assistenza respiratoria. Tale quota e’ pari allo 0,0142 per cento del totale stimato delle persone che hanno contratto la nuova influenza A. In altre parole, 14 persone su 100.000 che hanno contratto l’influenza in questo periodo hanno avuto bisogno di assistenza respiratoria specialistica.
Vaccinazione
In tutto ciò, il numero di persone vaccinate per l’influenza pandemia ha raggiunto le 170.000 unità. Tale numero e’ ancora basso. E’ peraltro possibile che le cifre aumentino rapidamente nei prossimi giorni, con la disponibilità piena del vaccino in tutti i Centri sul territorio preposti alla distribuzione del vaccino.
Valutazione dei dati
Cosa concludere da questi dati? Innanzitutto, che sono dati mobili, altamente dinamici, che possono cambiare rapidamente con i giorni e le settimane. Siamo di fronte al picco (o primo picco) della pandemia influenzale? Difficile dirlo. Negli Stati Uniti il numero di casi virologicamente confermati per virus influenzale e’ nell’ordine del 30%, molto più basso, in apparenza, del tasso di conferma in Italia e in Europa (78%, vedi sopra). Può questo significare che il picco e’ gia’ passato negli Stati Uniti (nella cui area, ricordiamo, la patologia ha avuto il suo inizio), e che e’ in corso o
comunque in arrivo in Europa e in Italia? Sarà possibile saperlo solo quando i dati epidemiologici e virologici ci mostreranno un calo dei casi, dopo il netto aumento che stiamo vedendo in questi ultimi giorni.
Un altro elemento da considerare, in una valutazione razionale, e’ che la mortalità si e’ mantenuta molto bassa, e che anche la morbilità grave non sembra essere un elemento che, al momento, faccia pensare ad un prossimo intasamento dei reparti di terapia intensiva e di rianimazione. La malattia, peraltro, e’ molto mutevole, e ciò che accadrà domani e’ difficilmente prevedibile. E’ interessante vedere come molti “esperti” si lancino in previsioni di morbilità e mortalità. I virologi sanno che il virus influenzale e’ poco prevedibile, e pertanto diviene importante essere preparati a
qualsiasi evenienza (cosa che in Italia e’ effettivamente avvenuta).
In questa storia così fluida, così necessaria di attenzione, di osservazione, di lettura analitica e sintetica di una realtà mutevole, l’unico elemento veramente stonato, su cui forse e’ necessario già impostare un giudizio, e’ l’eccesso di “attenzione”. In una società terrorizzata dalla morte e dal dolore, dove ciò che rappresenta un elemento di fatica viene accantonato, dove gli anziani rappresentano un peso, dove la nascita di un bambino rappresenta un’esperienza e non più un dono, dove il “benessere” rappresenta un elemento portante, quasi esistenziale, della vita, l’attenzione morbosa su questa pandemia rischia di diventare un’esorcizzazione del concetto stesso di malattia. La normalità della malattia, presente costantemente nella vita dell’uomo, dalla nascita alla morte, viene così ridotta ad evento mediatico, e, tramite i riti sociali, esorcizzata al fine di riprendere un percorso di “benessere” che aiuti a dimenticare le domande vere dell’uomo.
Editoriale a cura del Prof. Carlo Federico Perno
Ordinario di Virologia, Universita’ di Roma “Tor Vergata”
Primario, Virologia Molecolare, Policlinico “Tor Vergata”

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Perché tanta paura? - Rimini in dies
Uomini e vaccini. tra due fuochi - Vino e Mirra

17/04/2009

PENSIERI NOTTURNI

http://www.riproduzionidarte.it/pictures/cezanne12.jpg

Le immagini e le storie di donne e uomini travolti dal terremoto a L’Aquila hanno allontanato, anche se per poco, tutto il parlare di libertà di morire degli ultimi mesi.

La morte che arriva all’improvviso e misteriosa, e porta via con sé uno e lascia l’altro che dorme accanto, apparentemente senza una spiegazione, ci ha preso a schiaffi, obbligandoci a guardare in faccia una realtà misteriosa, quella dell’esistenza di ciascuno di noi.

Pochi secondi per distruggere città e paesi, secoli di storia, e uno sconvolgimento di morte e macerie, e la lotta contro il tempo per salvare quante più persone possibile: questo abbiamo visto, e i fiumi di parole che abbiamo sentito negli ultimi mesi sull’autodeterminazione, sul diritto a morire, sulla libera scelta di morire, sono apparse nella loro vera consistenza, e cioè semplicemente ridicole.

Libertà di morire: ma di che cosa stiamo parlando? Cosa stiamo dicendo?

Non si tratta di eutanasia, non è neppure più questa la posta in gioco da quando è scoppiato il caso Englaro – la buona morte che si dà per pietà, l’omicidio che si commette per evitare sofferenze indicibili. Non è di questo che si discute, in realtà. Parlare di eutanasia oramai è fuorviante.

Qua si tratta di apologia del suicidio, suicidio inteso come massima forma di libertà, il suicidio medicalmente assistito.

E un’intera società sembra correre dietro a questo surreale miraggio, il diritto a suicidarsi assistiti da un medico, il prossimo traguardo di civiltà.

Basta leggere alcuni commenti – non tutti - alla morte di Roberta Tatafiore, intellettuale femminista, che si è suicidata qualche giorno fa, programmando minuziosamente la sua fine negli ultimi tre mesi della sua vita – una fine triste come lo può essere un suicidio in una camera d’albergo – tanto da scrivere un memoriale che è arrivato postumo ai suoi più stretti amici, che immagino sarà oggetto di pagine e pagine di commenti, nelle prossime settimane.

Su l’Unità oggi Adele Cambrìa commentava “ammiro il suo coraggio: la sua morte così disperatamente eroica - un suicidio, non motivato, pare, da nessuna malattia inguaribile - é sostenuta da un discorso filosofico e letterario iniziato da oltre un anno; e che,approfondito in un testamento ancora non reso noto dalle amiche più vicine a lei, cui è stato indirizzato, forse aiuterà tutti e tutte a riflettere su un passaggio ineluttabile, a cui Roberta ha voluto accedere prima di noi. Per dare anche testimonianza di una società civile, quella italiana, che stenta a crescere su questi temi.”

Sì, hanno scritto proprio così: una morte eroica, quella di Roberta Tatafiore, perché il suicidio non era motivato da nessuna malattia inguaribile. Una testimonianza per una società che stenta a crescere su questi temi.

Ma, dico, io, siamo matti? Ma che stiamo dicendo? Di cosa stiamo parlando? Quale mefitico pifferaio maledetto stiamo inseguendo? Non vediamo l’abisso verso cui ci sta portando?

Io di eroico ho visto la gente di Abruzzo, quella che piangeva, quella che scavava le macerie, quella che guardava la distesa di bare, quella che pregava, quella che cerca di ricostruire.

Un angelo di Dio per tutti noi. E un l’eterno riposo per chi non c’è più. Roberta compresa.

Assuntina Morresi

19/11/2008

CHE SGOMENTO, LA VITA DECISA NEI TRIBUNALI

http://www.marzuillo.it/iannello/immagini/giudici.jpg

I progressi della scienza ci portano ad affrontare problemi etici fino a pochi anni fa impensabili. Se avessi detto a mio nonno, nato nell'Ottocento e sopravvissuto a due guerre mondiali, che avrebbe potuto decidere, con l'aiuto di un atto notarile, in che modo morire penso onestamente che sarebbe inorridito. Come si fa a decidere prima una cosa di una gravità e di una complessità del genere? Certo, nessun essere umano sano di mente augura a se stesso e ai suoi cari di vivere in stato di incoscienza per anni o di dipendere dal funzionamento di una macchina. Ma una cosa è avere un timore, un'altra affrontare la realtà, quando si presenta.

Se capitasse a me, ad esempio, magari in quel momento vedrò lo sguardo della persona che amo e capirò che voglio continuare a vederlo o forse proverò curiosità per questa nuova fase della mia vita che si sta aprendo, un po' come se visitassi una terra inesplorata. Oppure sarò sola, disperata, nessuno risponderà alla mia tristezza allora, certo, vorrò porre fine ai miei giorni. Ma come faccio a saperlo adesso, a decidere in un momento così lontano e così diverso? E se poi questa mia scelta autorizzasse qualcun altro a decidere per me? Contrariamente a quanto ci viene continuamente ripetuto, io penso che sappiamo ancora pochissimo sulla vita, su quello che c'è nella nostra mente, nel nostro corpo e che questo senso di ignoranza debba condurre al massimo timore, al massimo rispetto.

Nessuno di noi sa cosa provi veramente Eluana, nella sua attuale condizione, come non sappiamo perché le sia successo questo incidente, che senso abbia nella sua vita e in quella dei suoi genitori né perché il suo corpo continui ad essere così straordinariamente vitale. Questa vicenda provoca in me un senso di dolorosa compassione. Compassione per la sofferenza dei genitori, per quanto abbia dovuto soffrire - e per quanto ancora avrà da soffrire - la loro figlia; compassione per le suore che, per tanti anni e con tanto amore, si sono prese cura di lei. Ma oltre alla compassione, provo anche un senso di gelo e di sgomento perché l'idea che un tribunale non penale possa decidere della vita di un essere umano è qualcosa che esula dalla mia visione del mondo.

Sono profondamente contraria all'accanimento terapeutico, quando ci sono delle malattie devastanti e progressive, ma un tumore o una malattia metabolica sono ben diverse da uno stato vegetativo. Una delle cose che più mi sorprende, di questi nostri tempi, è la grande quantità di certezze che ci vengono proposte come verità assolute. L'uomo, ci viene ripetuto da più parti, ha una sola dimensione - quella razionale - e tramite questa razionalità è in grado di determinare ogni istante della sua vita in modo che l'imprevisto, quest'ospite scomodo e inquietante, scompaia definitivamente dall'orizzonte.

La vita che ci preparano i devoti della razionalità è una vita di estrema tristezza, dominata dall'ansia e dalla paura, una vita segnata dal continuo ricorso ai tribunali per avere una qualche certezza di essere nel giusto. Una vita, insomma, in cui l'uomo non è che una cosa tra le cose. Se vado in un negozio, infatti, non compro certo un oggetto guasto o scaduto e, se per caso mi capita di farlo, lo porto indietro, chiedendo un rimborso. L'essere cosa tra le cose ci porta a chiedere la perfezione, a bandire dal nostro orizzonte l'imprevisto della malattia, del dolore, lo spettro della morte. Sgombrato infatti il campo dalla necessità di interrogarsi sul mistero che avvolge le cose - perché il mistero non esiste, in quanto non provabile scientificamente - non rimane che appellarsi alla legge degli uomini, invocare una sentenza che confermi la correttezza del nostro sentire. Il tribunale è diventato il cuore attorno a cui ruota la nostra civiltà. La vita è, alla fine, un'avventura amara e, siccome non abbiamo chiesto di venire al mondo e non ne capiamo il senso, abbiamo il diritto di essere risarciti fino alle più piccole contrarietà che ci capitano.

Pagina  12  Susanna Tamaro - Il Giornale

13/10/2008

ELUANA, VIVA

 http://www.padovanews.it/images/thumbnails/adnkronos/eluana_englaro_zadigit--268x201_6c28bd3171a991c88f87305c109b6ac5.jpg

Eluana Englaro, che in sedici anni non ha mai avuto neanche un raffreddore, che respira da sola, che non fa nessuna terapia ma si nutre con un sondino, ieri ha avuto un’emorragia interna improvvisa e abbondante, che l’avrebbe potuta portare in poco tempo alla morte se non si fosse arrestata, all’improvviso, così come era cominciata, senza nessun intervento esterno.

Adesso le sue condizioni sono stazionarie, gravi, ma potrebbe ancora riprendersi se l’emorragia non ricomincia.

 

Il modo con cui i giornali hanno raccontato la faccenda, e le dichiarazioni rilasciate hanno dell’incredibile. Per esempio Carlo Alberto Defanti, il neurologo di Eluana, da sempre favorevole a staccarle il sondino: “Per il momento non è più a rischio di vita immediato. L’importante è che l’emorragia non ricominci”. Ma come, all’improvviso parliamo di “rischio di vita”? Non avete detto fino a cinque minuti fa che era un vegetale, una pressoché morta? E poi: perché adesso è diventato improvvisamente importante che l’emorragia non ricominci, per il medico che vuole farla morire di fame e di sete?

 

Sempre Defanti, in una intervista su Repubblica: “Da un certo punto di vista è un peccato che succeda adesso, perché per me si doveva andare fino in fondo”. Certo, in effetti, un gran peccato, non c’è che dire, se Eluana muore per conto suo per una complicazione naturale, anziché di fame e di sete: qua, invece, siamo tutti di un pezzo, qua si tira dritto, si va fino in fondo, non sia mai che ci si fermi prima, che peccato, signora mia….e l’intervista continua “Ma sono anche sollevato, se Eluana arriverà alla fine dei suoi giorni adesso, si risparmieranno ulteriori polemiche e gli scontri furibondi che ci sarebbero sicuramente stati durante l’agonia, che sarebbe potuta durare almeno 15 giorni una volta tolto il sondino”.

 

Risparmiamoci le polemiche, insomma, mica l’agonia: questa scocciatura di polemiche per un’agonia di almeno quindici giorni…perchè questo toccherà ad Eluana se l’interruzione della nutrizione verrà confermata definitivamente l’11 novembre prossimo dalla Cassazione (se per allora sarà ancora viva).

Certo che un qualche dubbio ci sorge, a leggere: forse che a qualcuno importa di più la battaglia di cui Eluana è diventata la bandiera, piuttosto che la vita di Eluana?

 

In effetti, sempre Defanti su Repubblica “Vorrei che questo avvenimento non scoraggiasse la lunga campagna che la famiglia Englaro ha combattuto in questi sedici lunghissimi anni. […] una battaglia che è stata comunque vinta”.

 

E anche il drammatico racconto di Beppino Englaro: “Mi hanno chiamato stamattina “Eluana sta male, devi venire”. Sono corso, l’ho vista, non mi capacitavo che fosse in quello stato, ero disperato”. Disperato come tutti i genitori, quando sta morendo un figlio. Ma, per l’appunto, di solito si muore da vivi. “ero disperato, era pallida con lo sguardo che vagava”.. E continua il giornalista “Il volto di Eluana è chiaro e disteso. Englaro la osserva “sta meglio rispetto a come l’ho vista stamani”. Ma non è solo apparenza. Alle 18 il destino torna a stupire. L’emorragia si è fermata […] Si torna a sperare al secondo piano della Casa di cura. Suore in festa, il peggio si allontana. […] Eluana potrebbe farcela. Il purosangue non è ancora caduto”

.

Ma come, non era un vegetale? E come fa un vegetale ad avere lo sguardo che vaga? Come fa ad impallidire, e poi a migliorare, un ortaggio? E perché adesso vi scappa pure di scrivere che il peggio si allontana, quando Eluana migliora? Forse che Eluana non è una pianta di insalata, ma una persona? Ma non l’avete descritta sempre come una non-viva? “questa vita, non-vita o non-morte”, spiega il non-giornale Repubblica.

 

Come ha dichiarato oggi Eugenia Roccella “Mai come adesso si capisce che Eluana è viva”.

Saranno i medici a decidere se curarla o meno, adesso, tocca a loro, in scienza e coscienza. Noi, per ora, continuiamo a dire che Eluana è viva, e che non spetta a noi stabilire quando e come deve morire.

Assuntina Morresi

 

(Tratto da www.stranocristiano.it)

17:38 Scritto da: ritina5 in Di sani e di malati | Link permanente | Commenti (8) | Trackback (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

06/10/2008

IL MARKETING DEL BENE

Milano - La parabola è perfetta e la palla sibila, comandata dalle leggi della fisica a un punto preciso dell’area di rigore. Il cronometro segna il 90º, l’ultimo minuto possibile per decidere il destino della partita. È il minuto della vita per Stefano Borgonovo: lui le leggi della fisica non le conosce, ma sa dove cadrà quel pallone, arriva prima di tutti, salta più in alto di tutti e incorna il cross di Roby Baggio: Fiorentina due, Juve uno. Chissà cosa pensava il centravanti della Fiorentina segnando quel gol che l’ha scolpito nei cuori dei tifosi. Di certo non immaginava che vent’anni dopo la fama conquistata sul campo gli sarebbe servita come grimaldello per far parlare della malattia che lo sta uccidendo lentamente, la Sclerosi laterale amiotrofica.

È una brutta malattia la Sla: arriva di soppiatto, tanto che i sintomi spesso vengono trascurati, blocca progressivamente e inesorabilmente i muscoli, lasciando la mente lucida. Dal 5 settembre scorso, quando l’ex campione ha deciso di raccontare pubblicamente la sua storia, attorno a Borgonovo si è alzata una marea di solidarietà che sfocerà tra due giorni in una grande iniziativa di beneficenza, una partita di calcio con tanti grandi del pallone, a partire dal redivivo Baggio. Del resto, la Sla è anche nota come «morbo dei calciatori», perché in molti si sono ammalati, e qualcuno è anche morto. Ma non colpisce solo i calciatori. Tra le vittime, ad esempio, c’è Stefano Farina, un poliziotto milanese del quale si parlò sul settimanale Oggi un anno fa. Era il figlio Mauro, allora 18enne, a raccontare la storia del padre, lanciando un appello al mondo del calcio perché si mobilitasse: «Io so cosa succederà a papà - raccontò -. So cos’è un respiratore, so la sua fine, so tutto». Con dignità, quel ragazzo chiedeva ai calciatori di darsi da fare per il padre «che è stato fuori dagli stadi a prendersi gli sputi e le monete per proteggere i campioni». Ma quest’assist, nonostante l’impegno dell’Aisla, l’associazione dei malati di Sla, e dell’ex campione Massimo Mauro, i calciatori non l’hanno raccolto, denuncia oggi Mauro Farina.

Sarà perché l’articolo è uscito a luglio, quando le star pallonare sono già a mollo alle Maldive. O forse, più probabilmente, sarà perché suo padre era un povero cristo di poliziotto e gol non ne segnava. L’8 agosto scorso, un mese prima dell’appello di Borgonovo, come ha poi raccontato ancora Oggi, Stefano Farina, bloccato nel suo letto lontano dai riflettori, ha smesso di respirare.
È la dura legge della solidarietà Vip che, mai come oggi, è diventata quella che muove i soldi veri. Una beneficenza a puntate, come un reality dove il pubblico schiaccia un bottone del proprio cellulare per mandare un «sms solidale» o mette in internet le 16 cifre della carta di credito, e «nomina» la buona causa preferita. Peccato che, dall’altra parte ci sia una causa altrettanto buona, ma meno telegenica, che viene eliminata, come in un’Isola dei famosi qualunque.

C’è chi dice che un punto di svolta sia stato il giorno di Santo Stefano del 2004, quando è scattata la campagna di solidarietà per lo tsunami nel Sudest asiatico: solo attraverso gli sms, in Italia furono raccolti 47 milioni. Si capì allora che la penisola poteva essere una cornucopia della beneficenza su scala industriale e molte grandi Ong straniere hanno iniziato ad aprire sedi in Italia. In quattro anni le Organizzazioni non governative a sud delle Alpi sono aumentate del 23%. E la chiave indispensabile per aprire i portafogli degli italiani è il testimonial. «Quando organizzo un evento per un’azienda - spiega Tiziana Rocca, regina delle Pr - li invito sempre ad associare un evento di beneficenza. Fa bene all’immagine». Nel ’95 Rocca convinse un’azienda automobilistica, restia ad associare il proprio nome ai bimbi malati di Aids, a sponsorizzare la ristrutturazione di un padiglione ospedaliero. Da allora tante associazioni si rivolgono a lei sottoponendole casi disperati. Scatta un lavoro di marketing: bisogna scegliere la causa, a quale evento associarla e il testimonial, «senza il quale l’evento non avrebbe alcuna eco», spiega la Pr. Anche per il Vip è parte della promozione della propria immagine. «Così la gente capisce che non è solo uno che pensa agli affari suoi - spiega Rocca -. Le associazioni più importanti possono permettersi di scegliere il testimonial più famoso e vice versa». Col Vip la ricaduta è assicurata. «Quando dico che ho la Sla la gente non capisce - spiega Paolo Marchiori, un esponente dell’Aisla - allora gli dico che ho la malattia di quel calciatore, e allora capiscono. Comunque a noi il caso Borgonovo ha fatto solo bene: il 21 settembre per la prima volta abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi via sms, ne sono arrivati 58.000». E per le altre malattie rare, ignorate da sponsor e istituzioni? Ai malati non resta che sperare, magari colpiranno un attore o un cantante.

Giuseppe Marino - Il Giornale 6.10.2008

10:40 Scritto da: ritina5 in Di sani e di malati | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook