17/03/2010

Le elezioni e il "Manifesto umano"

 

croce incisa2.jpgDicono che i paralleli storici sono sempre un po’ impropri, se non fuorvianti. Eppure in questi giorni di confusa campagna elettorale me ne è venuto in mente uno che trovo parecchio significativo.

La scena di oggi è quella di una disaffezione generalizzata verso l’impegno politico; si respira l’aria grama e pesante di una scontentezza che non riesce ad esprimersi, ma solo sbottare nell’urlo sguaiato o nell’insulto. I mezzi di comunicazione soffiano sul fuoco, non mettendoci in condizione di capire cosa veramente stia succedendo, e fanno a gara nello scoraggiare ogni possibile discussione serena sulle questioni reali, sulle proposte in campo, sulle ipotesi di soluzione, sui fatti da giudicare col nostro voto. Come se qualcuno volesse incrementare quella disaffezione.

Viene voglia di lasciarsi andare, di ritirarsi nel guscio di un orizzonte ristretto, anche se ci si sta male. Viene voglia – o te la fanno venire? – di mandare tutto a quel paese e di pensare ad altro.

Spostiamoci ora nell’Unione Sovietica del 1960. Anche se il periodo buio dello stalinismo è finito da qualche anno, l’aria della convivenza civile è ancora irrespirabile. Per sopravvivere sul lavoro bisogna essere servili verso il potere, la corruzione è l’unico modo per tirare un po’ avanti, le file davanti ai negozi durano ore.

E non c’è nessuna libertà di espressione. La stampa di regime – ogni periodo storico ha la sua – magnifica i grandi successi del partito, ma tutti sanno che si tratta solo di menzogne. Viene voglia di lasciar perdere, di sotterrare il proprio desiderio di verità, di costruire una convivenza diversa, di esprimersi.

Viene proprio voglia – o te la fanno venire? – di accettare ogni compromesso e di rassegnarsi a un triste quieto vivere.

Ma c’è qualcuno che non cede. A Mosca, nel settembre 1960, quattro giovani tra i 18 e i 24 anni compiono un gesto semplicissimo e dirompente: vanno in piazza e leggono delle poesie proibite dal regime. È facile immaginare gli sguardi dei passanti; avran pensato che erano degli illusi, li avranno giudicati dei mestatori o peggio dei provocatori prezzolati. Loro, quei quattro ragazzi, non giudicavano nessuno, non lanciavano anatemi, non si accodavano al coro dei lamenti. Volevano solo dire – e dire insieme – che non potevano accettare che la loro gioventù si spegnesse nell’apatia, che il loro io fosse irrimediabilmente tarpato.

Avevano da lanciare a tutti un Manifesto umano. Proprio così era intitolata la poesia di uno di loro, Jurij Galanskov.

Dice: «Non permetterò a nessuno / di calpestare / il candido scampolo dell’anima». Gli sbirri del potere vegliavano. E Galanskov lo sapeva: «Sono io che vi invito alla verità / e alla rivolta / e spezzo le vostre pastoie intessute di menzogna. / Sono io, / dalla legge incatenato / che grido il manifesto umano. / E non importa che il corvo a colpi / di becco / mi incida sul marmo del corpo / una croce».

Infatti dopo poco Galanskov fu arrestato. Passerà gran parte del resto della vita in lager, dove morirà a 32 anni per una operazione (volutamente?) mal riuscita.

Ma quel piccolo gruppo è stato uno dei tanti semi da cui fiorirà la grande stagione del dissenso che ha cambiato i destini, anche politici, dell’URSS.

Uno «scampolo d’anima» che non si fa calpestare può fiorire anche adesso, in queste elezioni.

Fonte

05/03/2010

Vittadini: La politica che si avvicina ai cittadini

Giorgio Vittadini

elezioni.jpegLe elezioni regionali, paradossalmente più che le politiche e le europee, riguardano questioni cruciali che toccano la concretezza della vita personale e sociale del nostro Paese. Sembrerebbe però che anche questa campagna elettorale finirà nel vortice delle contrapposizioni frontali di una politica ridotta a scontro di potere fra schieramenti. Dovremmo allora rassegnarci a vivere questo momento senza vedere messi in discussione contenuti tanto importanti?

Eppure, il recente trattato di Lisbona, che disegnerà nei prossimi decenni la vita della Comunità Europea, e il processo federalista avviato nel nostro Paese - per quanto confuso e incompiuto – stanno già attribuendo competenze maggiori alle Regioni, rendendo il loro operato sempre più cruciale per la vita quotidiana dei cittadini italiani.

La principale area di intervento e voce di spesa delle Regioni è la sanità. Questo dato statistico diventa drammaticamente importante quando si hanno problemi di salute, o ne vengono interessati i nostri cari: è ben diverso sapere che l’ospedale a cui ci si rivolge ha raggiunto una buona efficacia nella cura della patologia di cui si è affetti, lo fa senza spreco di denaro pubblico (a danno dell’erario e quindi di ogni contribuente) e, nello stesso tempo, senza lesinare le cure ai meno abbienti.

Tuttavia, non sono solo le patologie acute a caratterizzare il nostro bisogno di salute: l'aumento dell'aspettativa di vita fa sì che siano in aumento le patologie croniche non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale. La qualità della vita familiare è molto diversa se si è in Regioni capaci di dare risposte adeguate, attraverso strutture o attraverso assistenza domiciliare, nella cura di tali patologie o nell’affronto di problemi di disabilità.

E ancora, a proposito di un altro ambito di intervento proprio delle Regioni, c’è una bella differenza fra sistemi di formazione professionale che usano le risorse per mantenere dipendenti pubblici, senza essere capaci di dare una vera qualificazione professionale, e strutture, magari del privato sociale, in grado di recuperare, attraverso l'istruzione professionale, ragazzi espulsi dalla scuola o che stanno accumulando ripetuti insuccessi scolastici.

E che dire di quella libertà di educazione che solo alcune Regioni assicurano attraverso voucher e doti scolastiche? Tale possibilità non permette solo una maggiore libertà di scelta delle famiglie, ma anche, in una competizione virtuosa, un miglioramento della scuola statale a vantaggio di un’uguaglianza di opportunità che l’attuale assetto scolastico iperstatalista non riesce a garantire (se è vero che nei recenti test Invalsi sulle scuole elementari almeno il 40% degli studenti, soprattutto nelle aree più svantaggiate, non superano prove molto semplici di italiano e matematica).

E si potrebbe continuare parlando di investimenti in infrastrutture, visto che è ben diverso avere treni pendolari in orario e veder migliorare la qualità e la percorribilità di strade e autostrade; di incentivi alle imprese che creano occupazione; di interventi a favore della ricerca universitaria; di raggiungimento di scopi sociali attraverso una vasta sussidiarietà orizzontale che impedisce la divaricazione fra ricchi e poveri.

Basterebbero questi semplici accenni per capire quanto le politiche regionali siano importanti per la vita della gente e quindi quanto siano decisive le prossime elezioni, anche in considerazione del fatto che, come rileva il recente Rapporto “Sussidiarietà e… Pubblica Amministrazione Locale”, pochissime sono le Regioni promosse dai cittadini e molte sono quelle bocciate.

Nel frastuono degli urli vacui della politica nazionale, bisogna trovare la serietà di comparare programmi e risultati e valutare le persone in base al loro operato. Chi vuole fare di queste elezioni l’ennesimo test per uno scontro ideologico tra schieramenti, fa solo il male degli elettori e di tutto il Paese.

(Pubblicato su Il Corriere della Sera del 5 marzo 2010)

17:56 Scritto da: ritina5 in elezioni | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: elezioni, politica, vittadini, regioni | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

26/01/2010

Il discernimento sui candidati alle elezioni

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Monsignor Negri: se non parlano i vescovi contro la cultura della morte, chi lo farà?

IL FOGLIO

Monsignor Luigi Negri, 67 anni, ciellino, già docente di Introduzione alla teologia e Storia della filosofia alla Cattolica di Milano ripete spesso, con la dovuta umiltà, di voler guidare la piccola ma prestigiosa diocesi di San Marino-Montefeltro un po’ come il “Leone di Münster”, monsignor Clemens August von Galen, guidava ai tempi del nazismo la sua diocesi: nel nome di “una fede che non si riduce a privato” – disse di lui Benedetto XVI – non ebbe paura di esprimersi pubblicamente contro Hitler. E paura non ne ha avuta, tre giorni fa, neppure Negri quando, uscita su Avvenire la notizia che in Emilia-Romagna il sei per cento degli aborti avviene con la pillola Ru486 somministrata in day hospital, ha dichiarato: “Si tratta di operazioni di bassa macelleria”. E ancora: “E’ incredibile che si possa definire, come hanno fatto nella nostra regione, l’espulsione del feto come una mestruazione particolarmente copiosa”. Ma “fra qualche mese anche i nostri cittadini andranno alle urne. Spero che molti si ricorderanno di queste agghiaccianti statistiche”.

Non è col Foglio che Negri intende parlare in ecclesialese. Piuttosto intende chiamare le cose col nome loro perché, dice, “è arrivato il tempo di capire bene cosa significhino per il paese, a livello culturale e antropologico, candidature come quella di Emma Bonino nel Lazio”. E ancora: “Se non cominciamo noi vescovi a parlare chiaro, chi lo farà nella chiesa?”. Negri parte da lontano: “Conosco bene – dice – certe forme di radicalesimo. Ricordo di aver assistito da vicino, da studente al liceo Berchet di Milano, alla nascita del primo centro culturale del radicalesimo italiano. Nacque all’inizio degli anni Sessanta. L’occasione fu l’opposizione al vescovo di Prato monsignor Piero Fiordelli. Questi aveva denunciato come ‘pubblici peccatori e concubini’ due giovani che si erano sposati in comune. Per questo motivo venne condannato a un anno di reclusione. Altri tempi, certo. Ma è un esempio per dire che ha radici lontane in Italia un certo tipo di radicalesimo che altro non vuole fare se non proporre in modo chirurgico e preciso una cosa: quella che Giovanni Paolo II chiamò nell’Evangelium vitae la cultura della morte. Sono quarant’anni che in Italia assistiamo al tentativo di espropriazione della nostra cultura popolare e della nostra tradizione cattolica. E non mi pare che questo tentativo sia terminato”.

Per rimanere sul tema “parlare senza giri di parole”, così Negri descrive le caratteristiche di questa “cultura della morte”: “Immoralismo come nuova moralità. Vita affettiva ridotta a puro meccanismo sessuale, un meccanismo da controllare secondo la logica dell’istintualità, a ciò che pare e piace. Equivalenza tra omosessualità ed eterosessualità. Disprezzo dichiarato per la vita: dicono che gli embrioni sono soltanto un grumo di cellule. Liberalizzazione delle droghe. Disprezzo per ogni forma di legge morale”. E ancora: “Qualunque sia il nome col quale vogliamo definire questo tipo di cultura, questo tipo di radicalesimo, non possiamo dimenticare che la sua volontà è una, ed è quella di distruggere la chiesa. E’ quella stessa volontà che Voltaire riassunse nel motto ‘Ecrasez l’infame’, ‘Schiacciate l’infame’, dove l’infame altro non è che la chiesa cattolica”.

Già la chiesa. Le sue posizioni sono chiare. La cultura che intende difendere è ben esplicitata nei magisteri papali, ultimi quelli di Montini, Wojtyla e Ratzinger. Ma quando poi la battaglia da ideologica diviene pratica non tutto risulta chiaro. Dice Negri: “La domanda è: perché di fronte a questa cultura dichiaratamente in opposizione a quanto la chiesa sostiene parte del mondo cattolico si mostra privo di atteggiamento critico? Perché per alcuni cattolici la candidatura di una radicale può sembrare in fondo non così diversa da quella di un qualsiasi altro politico? E’ la stessa domanda che mi sono posto anch’io dopo aver letto l’inchiesta del Foglio a Viterbo che ha evidenziato come per molti cattolici non è un problema la candidatura della Bonino nel Lazio. Mi sono risposto una cosa: se facessimo la medesima inchiesta in altre regioni, vorrei dire in tutte le regioni d’Italia, il risultato sarebbe lo stesso di Viterbo. Perché il dato è uno e chiede d’essere guardato: stiamo crescendo generazioni assolutamente incapaci di giudizio critico sulle cose. Leggendo l’inchiesta del Foglio mi è venuto in mente quel versetto della Bibbia, Geremia 31, dove si dice: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’. Mi domando: siamo stati capaci di favorire in questi anni l’espressione di una vera cultura della fede? Abbiamo promosso quell’antropologia adeguata sulla quale più volte tornò Giovanni Paolo II? Oppure è cresciuta tra noi, sotto i nostri occhi, una generazione per la quale il dialogo viene prima dell’identità? A volte sembra che il dialogo che impostiamo con chi non crede altro non sia che una resa senza condizioni. Nel nome del dialogo ci dimentichiamo chi siamo. E dimenticandoci chi siamo sono sempre gli altri ad avere ragione, ad avere la meglio”.

Allora cosa fare? Per Negri occorre ricominciare, ripartendo da quanto Benedetto XVI e la conferenza episcopale italiana continuano a sottolineare: “Sono dieci anni che i vescovi parlano di emergenza educativa. Occorre lavorare tutti su questa emergenza perché soltanto in questo modo i cattolici di oggi e di domani potranno imparare a discernere, giudicare, difendere la propria identità. Soltanto in questo modo i cattolici potranno capire che è arrivato il tempo di uscire dalla notte in cui tutte le vacche (tutte le identità) sono nere (hanno lo stesso colore). Un tempo, insomma, in cui anche il discernimento sui candidati alle elezioni sarà più semplice”.

Pubblicato sul Foglio martedì 26 gennaio 2010

Grazie a Paolo Rodari