18/03/2010
Quella «gioia del concreto» sempre attuale
di Marta dell'Asta
17/03/2010 - Cinquant'anni fa nasceva la rivista "La Nuova Europa". Per l'anniversario, il nuovo numero ospita un inedito del grande intellettuale russo. Che affronta l'educazione e la paragona ad «un passeggiare insieme con una meta comune»: conoscere la realtà
Recentemente uno storico della Chiesa russa ha detto che le cruente persecuzioni che si abbatterono sulla Chiesa ortodossa dopo il 1917, spesso per mano degli stessi «fedeli» di un tempo, furono in modo trasparente una «crisi», ossia un «giudizio» che la realtà storica s’incaricò di dare sui peccati dei cristiani russi, sulla decadenza interiore di una fede ridotta a consuetudine e a rito.
Ma tutto ciò che di vero permaneva in quel corpo ecclesiale depresso, che era radicato nella santità della Chiesa non è andato perduto, ha trovato le vie per agire e manifestarsi, e per dare frutti utili alla rinascita. Uno di questi frutti è senz’altro un pensiero filosofico cristiano capace di una profondità di giudizio sull’uomo e sulla storia quale raramente si è dato in altre culture. Il fermento cristiano era talmente connaturato alla cultura russa nel suo complesso, che ha lasciato dei riverberi sorprendenti anche nelle sue manifestazioni più «laiche», là dove era perso ogni legame esteriore con il cristianesimo. È da questo brodo di cultura che sono stati generati fenomeni come il dissenso, il samizdat, e un’autocoscienza umana e civile che ha saputo formulare un giudizio sostanziale sulla tragedia della rivoluzione, la natura del totalitarismo, la responsabilità umana, i lager, andando ben al di là della pura denuncia.
È a questo immenso serbatoio di esperienza e di pensiero che la rivista La Nuova Europa, nata esattamente 50 anni fa col nome Russia cristiana ieri e oggi, ha sempre attinto e continua ad attingere materiale di pubblicazione. Di fronte alle sfide del presente, così come nel passato, la cultura russa offre un criterio di lettura che si conferma sempre aderente al reale, anche se è stato formulato un secolo fa.
Un piccolo gioiello di questa perenne “attualità” si trova in un breve articolo (Lezione e lectio, uscito sul nuovo numero de La Nuova Europa; per informazioni: tel. 035.294021), scritto da padre Florenskij esattamente cent’anni fa come introduzione alle dispense delle sue lezioni. Qui l’autore espone il suo originale metodo didattico, dietro al quale s’individuano criteri educativi molto interessanti. Queste poche pagine sono state citate da molti come un testo importante, ma erano ancora inedite in italiano.
Con la sua abituale precisione, prima di tutto Florenskij specifica quello che la lezione non è: «La lezione non è un tragitto in tram che va avanti su binari prefissati e ti porta alla meta per la via più breve». Neppure consiste «nel tirar fuori dai depositi di un’erudizione astratta delle conclusioni già pronte, in formule stereotipate». Invece di trasmettere una verità già confezionata, la lezione vuole essere «un passeggiare insieme con una meta comune», dove docente e discente ricercano e riflettono insieme in un rapporto vivo e personale. Perciò per Florenskij «fare lezione» significa mettere in moto l’organismo vivo della conoscenza; è un vero «atto creativo» che necessita di un rapporto dialogico. Diversamente, non resterebbe che affidarsi al libro di testo, un materiale già fissato e conchiuso, più perfetto forse, ma inerte.
Tuttavia, guai se in questo cammino il docente si lascia tentare dalla presunzione di «sapere già tutto»: secondo Florenskij la verità, compresa quella scientifica, va concepita in modo aperto, non come un dogma ma come un processo inarrestabile, animato da un’energia viva che si misura solo con l’infinito. E dunque ciò che il maestro deve comunicare è innanzitutto il proprio gusto della ricerca della verità, deve offrire un metodo di lavoro e innescare un fermento intellettuale. Il processo educativo è per questo «un’iniziazione» vera e propria.
Da ultimo, l’oggetto della nostra ricerca non può mai essere una verità astratta e generale che si riduce inevitabilmente a uno schema, ma s’identifica con il concreto; nell’entusiasmo per il dettaglio Florenskij esprime davvero se stesso: «Quanto alla fermentazione della psiche, essa consiste nel gusto per il concreto acquisito per contagio; consiste nella scienza di saper accogliere con venerazione il concreto, nella contemplazione amorosa del concreto. Del resto, il concreto è l’oggetto stesso della ricerca scientifica diretta, nel senso di fonte prima, che si tratti di una pietra, di una pianta o piuttosto di un simbolo religioso, un monumento letterario».
La gioia del concreto di cui Florenskij parla è assieme la gioia dell’educare e dell’apprendere. È il realismo cristiano, capace di dare la pace senza estinguere la sete.
14:01 Scritto da: ritina5 in Europa | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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03/11/2009
E dopo il crocifisso...?

A Strasburgo la Corte Europea dei Diritti dell'uomo alla fine ha sentenziato: la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del "diritto dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni" e una violazione alla "libertà di religione degli alunni".
La sentenza fa seguito ad un ricorso presentato da una donna italiana in causa dal 2002.
Radioformigoni
LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO:
«L'insegnamento dell'italiano» nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di cultura degli alunni». Così la Corte Europea dei diritti dell'uomo nell'ultima sentenza. L'Italia ha ora tre mesi di tempo per adeguarsi.
Questo pronunciamento arriva dopo la sentenza sul crocefisso nelle aule, sul divieto di cartine geografiche sui muri delle stesse "che potrebbero offendere profondamente le sensibilità degli alunni di diversa nazionalità", sulla proibizione di mostrare "opere cosiddette artistiche che urtano la fede o la mancanza della tale" (escluso dall'insegnamento ogni dipinto di soggetto religioso), il discusso comma sulla "non specificazione di genere" che ha bandito ogni riferimento al sesso delle persone in qualsiasi contesto storico o geografico, l'atto sulla "difformità storica" che proibisce l'insegnamento di una specifica circostanza che non sia "approvata in via preventiva come antirazzista, non eurocentrica e non in conflitto con qualsivoglia impostazione culturale", e il comma sull'educazione civica vista come "non vincolante e oppressiva per gli appartenenti a diversa cultura".
In conformità a queste direttive i bambini rigorosamente anonimi e in grembiulini unisex grigi - per via della discriminazione e della privacy - in mancanza di altre materie di studio possibili venivano istruiti solo in matematica e, fino ad oggi, in italiano.
Molti commentatori pensano che, poichè l'italiano è bandito, l'unica possibilità rimasta sia l'apprendimento della matematica tramite video dei teletubbies.
Una persona che potrebbe essere un funzionario del ministero della pubblica Istruzione - il burqa ha reso impossibile verificarne l'identità - ha riferito che si starebbero valutando strade alternative, come far dichiarare gli italiani minoranza protetta e quindi sfruttare gli appositi canali comunitari per insegnarlo almeno come lingua straniera. In fondo, precisa la presunta fonte ministeriale, vista la crisi delle nascite e l'obbligo comunitario della presenza di distributori di droghe, profilattici e pillole abortive fin nella scuola materna, il problema entro qualche anno si risolverà da solo.
Berlicche socio di SamizdatOnLine
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22:41 Scritto da: ritina5 in Europa | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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09/06/2009
PARTITI, PARTITINI, PARTITELLI

San Tommaso d’Aquino, a te che hai classificato i peccati capitali volevo far sapere il risultato dei rispettivi partiti alle elezioni. Volano l’Invidia (8 per cento) e la Gola (10 per cento), cala la Superbia (26 per cento), tiene la Lussuria (35 per cento). L’Accidia consolida le proprie posizioni (6 per cento). Facendo il confronto con le precedenti consultazioni i peccati spirituali, “più gravi di quelli carnali” come dimostri nella Summa Theologiae, sono in flessione, costituendo il movente di solo un terzo dei cittadini italiani. Tomisticamente parlando le cose vanno dunque un po’ meno male, il che, umanamente parlando, è un gran risultato.
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05/06/2009
L'EUROPA CHE VOGLIAMO

Siamo al voto europeo, ma il dibattito che l’ha preceduto in questi mesi non è servito a delineare i tratti di una personalità del nostro continente, non solo matura e unitaria, ma nemmeno cosciente della strada per esserlo. Ciò che la affligge è un problema di identità. Dove è finito quell’afflato ideale che ne ha costituito il DNA originario e per cui cinquantacinque anni fa Paesi che si erano massacrati senza esclusione di colpi decisero, non solo di trovare un accordo, ma di fare scelte determinate da ideali comuni? Dove sono gli ideali di riferimento che attingevano nel background dei padri fondatori Adenauer, De Gasperi, Schumann, Monnet e che hanno determinato lo straordinario successo del processo di integrazione europea? Dietro una retorica europeista ipocrita dominano pensieri di breve respiro e mancanza di valori.
L’idea liberista vigente, degna solo della ideologia – rivelatasi ormai perdente – di un Financial Times, impedisce ai governi di intervenire, per non alterare la concorrenza, quando piccole e medie imprese avrebbero bisogno di incentivi, ma quando si tratta di grandi imprese la Francia non esita a scendere in campo per difendere la “francesità” della Danone o della Suez o i privilegi corporativi della sua agricoltura; i tedeschi entrano a gamba tesa a determinare le sorti della Opel; gli italiani cambiano le regole sugli slot per garantire il monopolio della Nuova Alitalia.
Si parla di Europa dei popoli, ma si cerca di far fuori ogni residuo di economia sociale normalizzando le banche popolari, le banche di credito cooperativo, le realtà non profit, le cooperative, semplicemente facendo finta che non esistono.
Si dice di difendere la dignità della persona e, soprattutto per iniziativa di Paesi nordici, si vogliono introdurre novità degradanti il valore dell’uomo, quali l’assenza di vincoli nell’abortire, l’eutanasia, le sperimentazioni sugli embrioni.
Si parla di Europa unita nel difendere le libertà dei popoli nel mondo, ma molti Paesi europei praticano politiche neocolonialiste o di acquiescenza con Paesi canaglia o si scannano per un seggio individuale nel nuovo Consiglio di sicurezza.
Si vuole superare lo statalismo e si è generata una burocrazia multinazionale mostruosa e una legislazione lontana e sorda di fronte alle realtà sociali dei diversi Paesi. Il venir meno della politica nel suo compito di esprimere pensiero e volontà popolari lascia campo libero alle prassi acefale dei burocrati. E il loro potere è davvero grande, più di quanto si dica: su 100 leggi pubblicate in Gazzetta Ufficiale, ormai 78 sono esecuzioni di normative europee.
Non è strano allora che i cittadini europei, quando sono interpellati, bocciano l’Europa. Determinati dalla volontà di difendere privilegi o dalla paura di un Moloch che avanza, è comunque evidente il loro scetticismo nei confronti di una entità sempre più senz’anima.
Bisogna allora astenersi dal voto? No. Quello che occorre è la fatica di discernere dove sono tenuti vivi quegli ideali (cristiani, socialisti, liberali) che sono ancora nelle nostre fondamenta e, per questo, possono ridare vita ad un’Europa dei popoli.
E per questo bisogna scegliere quegli uomini che vogliono promuovere, a partire dalla legislazione, un’idea di uomo come essere unico e irripetibile, i cui diritti fondamentali hanno un valore oggettivo che si basa sulla sua natura profonda, uguale in ogni tempo e luogo e lo rende capace di perseguire il bene per sé e per gli altri.
Occorrono uomini che promuovendo il principio di sussidiarietà, favoriscano cioè la crescita dei corpi sociali, delle comunità intermedie che educano l’uomo a prendere consapevolezza di sé e della realtà, e lo fanno in modo non coercitivo e repressivo, difendendolo contro le riduzioni individuali e del potere.
Occorrono uomini che, per questo, invece di difendere un preistorico welfare state o un pernicioso mercato selvaggio sappiano vedere, ascoltare, valorizzare ciò che liberamente si sviluppa come risposta “dal basso” ai bisogni dei singoli e della collettività, anche e soprattutto dalle realtà non profit.
Occorrono uomini che, capito l’inganno di uno sviluppo basato sull’ideologia finanziaria degli ultimi anni, promuovano la crescita di quel mondo operoso di imprese che producono beni e servizi; non solo le grandi e grandissime, ma anche le medie, piccole, piccolissime, patrimonio insostituibile europeo e soprattutto del nostro Paese.
Le imminenti votazioni europee dovrebbero rappresentare per tutti i partiti e gli schieramenti l’opportunità di invertire la rotta promuovendo ai vertici europei persone impegnate in questa rinascita ideale, unica decisiva battaglia per il nostro futuro.
Giorgio Vittadini - Il Sussidiario
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25/05/2009
L'EUROPA CHE C'E'
Cos'è l'Europa? Un pensiero, un concetto? Un mercato? Un regolamento, una legge?
Qualcuno dirà che è l'antico Impero Romano, che l'illuminismo ha forgiato nella modernità.
L'Impero del tempo antico era forte nel Nord Africa, e aveva più di un piede in Asia. Ma quella non è Europa.
Nel medioevo era chiaro dove finiva l'Europa, ben prima delle idee di qualsiasi illuminato. Finiva dove finiva la cristianità.
Oggi, dove finisce l'Europa? L'Europa del dopoguerra, quella che si è data un nome? Nata come impeto ideale, come una casa, è diventata presto un mercato. L'idealità si è disseccata in regolamenti, in leggi; il cuore inscatolato, le radici negate.
Invece di riconoscere l'esistente, si è troppo spesso cercato di creare una nuova realtà basata su una propria idea. Si è negata la tradizione, che era esattamente quello che aveva creato e manteneva l'esistente stesso.
La creatività, la libertà di quest'Europa arrivano dal fatto che al cuore dell'Europa c'è l'uomo, la persona, una persona che può essere garantita nella sua unicità e concretezza solo dal rapporto con Dio. Al centro dell'Europa, della sua grandezza, del suo cuore, c'è il cristianesimo, o quantomeno la luce che nei secoli ha generato.
Non si può regolare la vita. Non ci si può aspettare dalla politica, e ancor di più dal mercato, la soluzione ai propri problemi. La storia dell'Europa, di questa storia di storie è questa. Occorrono quindi non burocrati, non chi pensa di poter imporre la sua misura, ma chi permetta all'Europa dei popoli e delle persone di trovare la loro. Aiutando, incoraggiando, coordinando quello che può esserci di disordinato; ma mai imponendo una gabbia che nasce da una ragione troppo stretta.
Questa l'Europa che vogliamo: un patto di libertà. Tra persone libere, certe di chi sono, per il bene di tutti.
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Video incontro pubblico della Cdo sulle elezioni europee - Il Sussidiario.net
Difendere la libertà, sostenere la responsabilità - Giorgio Vittadini
22:13 Scritto da: ritina5 in Europa | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
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