22/02/2010

Giussani: era capace di guardare l'uomo dal di dentro

giuss_primopianoR375.jpgIntervista a Franco Loi


«Quello che colpiva, di Giussani, era lo splendore che aveva negli occhi. Il filo diretto tra gli occhi e il cuore si vedeva, risaltava. Era tutt’uno col suo donarsi continuamente alla vita». Il poeta milanese Franco Loi ha conosciuto don Luigi Giussani nel 1960. A quell’epoca Loi stava facendo ricerche per l’ufficio stampa della Mondadori su alcune nuove figure carismatiche di personalità che attiravano l’attenzione dei giovani. Furono due conoscenti a presentargli il fondatore di Cl.

Franco Loi, come avvenne il suo incontro con don Giussani?

Mia moglie conosceva Cecilia d’Antonio, che nel ’60 era responsabile delle ragazze di Gioventù studentesca di Milano. È stato attraverso di lei che ho incontrato Giussani. Con un amico conosciuto in Mondadori a quel tempo, Ferruccio Parazzoli, volevamo fare una serie di inchieste sui giovani cattolici, socialisti e comunisti e sugli ideali che li muovevano. Incontrai Giussani e dopo di lui don Lorenzo Milani. Volevo, insomma, conoscere quelle persone che guidavano i giovani delle nuove generazioni.

E che cosa ricorda?

Quando lo vidi per la prima volta rimasi impressionato. Accadde vicino all’Università statale, in via Sant’Antonio se non ricordo male. Giussani aveva tenuto una lezione ad un gruppo di giovani. Mi avvicinai a lui accompagnato dai comuni amici. La prima cosa che mi colpì di lui fu quello che si dice, se non sbaglio, il carisma. Da lui veniva un’energia che non avevo mai sperimentato in altri. Fu come se sentissi vibrare, dentro di me, la sua emanazione spirituale.

Lei era cattolico?

No. Venivo dalla politica. Avevo dato le mie dimissioni dal Pci nel 1954, di cui ero stato anche responsabile di una sezione giovanile a Milano, perché c’era un andazzo che non mi piaceva. Problemi, diciamo, che sarebbero diventati evidenti più avanti. Don Giussani e io cominciammo a frequentarci. Le vorrei però raccontare un episodio che riguarda un mio amico di allora, Giulio Trasanna.

Lo scrittore Giulio Trasanna?

Sì. Poeta e scrittore molto noto negli anni ’30, aveva aderito al fascismo, anche se non era fascista convinto, e si professava ateo. Nel periodo di Natale del ’61 ero appena sposato, e invitai don Giussani a casa mia per un cena. C’erano anche altri amici e tra questi Trasanna. Fu una bella serata e si parlò di tutto: di fede, di rivoluzione, di chiesa, di politica. Lì si conobbero. Poi Trasanna, all’inizio del 1962, si ammalò di tumore e finì ricoverato in ospedale. Giussani andò a trovarlo. «Sai - mi disse Trasanna quando andai da lui - avevo torto sulla religione e sulla fede». Si era convertito. Giussani aveva la capacità di mettere l’uomo di fronte alle proprie responsabilità. Di prenderlo per mano e di condurlo di fronte alle cose ultime, a quello che conta davvero nella vita.

Che cosa la colpì del metodo di don Giussani come educatore?

 

Clicca >> qui sotto per continuare a leggere l’intervista a Franco Loi



1 2 3 >>


01/07/2009

Don Giussani contro il "gulag" della modernità


«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Forse nessuno più di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov ha posto in modo sintetico e perentorio la sfida davanti alla quale si trova il cristianesimo nella modernità. Don Giussani ha avuto il coraggio di misurarsi con questa sfida storica, radicalizzandola, se possibile.

Infatti, scommette tutto sulla capacità della sua proposta educativa di generare un tipo di soggetto cristiano per cui «anche se andassero via tutti - tutti! -, chi ha questa dimensione di coscienza personale (che la fede genera) non può fare altro che ricominciare le cose da solo». E la stessa, identica, scommessa che lo stesso Gesù non ebbe paura di correre coi suoi. Che cosa avrebbe fatto Gesù nell`ipotetico caso che, davanti alla sfida: «Anche voi volete andarvene?», tutti i discepoli l`avessero abbandonato? Nessuno ha alcun dubbio: avrebbe ricominciato da solo.

Che cosa può consentire una tale capacità di ripresa, nelle attuali circostanze storiche? Possiamo incominciare a intravedere la risposta, se cerchiamo di immedesimarci con Gesù: che cosa l`avrebbe potuto fare ripartire da capo? È evidente che Lui non si sarebbe potuto appoggiare su una logica di gruppo, dal momento che, nella nostra ipotesi, era rimasto da solo. Per potere affrontare questa sfida occorre passare «da una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale».

Gesù sarebbe stato costretto a poggiare tutto sul contenuto della sua autocoscienza, della sua appartenenza al Padre. «Qual è il contenuto di questa dimensione di coscienza personale? La definizione dell`io è "appartenenza". L’appartenenza definisce ciò che sono; come l`essere figli è definito dall’appartenenza al padre e alla madre; e non è schiavitù, perché tale appartenenza non è estrinseca. Dire che l’io è rapporto con l’Infinito vuole dire che l’essenza dell’io, nel senso stretto della parola, è appartenenza a un Altro».

Così don Giussani indica che quello che potrebbe far ripartire da capo ciascuno è la stessa cosa per cui Gesù ha cominciato: la coscienza della sua appartenenza al Padre. Non è, dunque, una capacità nostra, una energia propria, una nostra bravura, ma è l’esito di una appartenenza.

In questo modo don Giussani non fa altro che identificare lo scopo ultimo dell’opera salvifica di Cristo. Infatti Lui è diventato uomo, è morto e risorto, perché mediante il dono dello Spirito potessimo vivere con la coscienza di figli, come “figli nel Figlio”. Prendere consapevolezza del nostro essere figli, cioè della nostra appartenenza al Padre, è il compito di ogni educazione cristiana, che ha la verifica della sua verità nella capacità dell’io - così educato - di ricominciare da capo, se tutti se ne andassero. Questo chiarisce la strada che ognuno di noi deve cercare di percorrere: che la vita diventi un cammino che ci renda sempre più certi e consapevoli della nostra appartenenza.

Ma acquistare questa consapevolezza è possibile soltanto se essa è verificata nelle circostanze della vita: «L’impatto con le circostanze, il rapporto con la realtà, non è nient’altro che l’avvenimento della vita come vocazione, in cui il “soggetto” è l’appartenenza a ciò che è accaduto - Cristo dentro la fragilità effimera della comunità - mentre il contenuto “oggettivo”, su cui questo soggetto è chiamato ad agire, è l’incontro con quel complesso di circostanze finalizzate che si chiamano appunto “vocazione” perché Dio non fa nulla per caso. Il complesso di circostanze sollecita il soggetto e questo agisce secondo l’origine totalizzante che ha dentro, secondo quel principio formale, quel principio determinante, che è stato l’incontro».

Raggiungere questa coscienza è una lotta che chiede a ciascuno di noi la disponibilità alla conversione, vale a dire a vivere secondo un`altra mentalità. La ragione è evidente. Questa posizione entra in contrasto con l`atteggiamento diffuso in questo preciso momento storico, in cui siamo chiamati a vivere la fede, e ci penetra molto più di quanto pensiamo: «L’uomo moderno ha creduto di evitare tutto dicendo: "L’uomo appartiene a se stesso", che è la più grande menzogna, perché prima non c`era, perciò va contro l`evidenza più chiara. “L’uomo appartiene a se stesso” vuole dire: l’uomo diventa possesso del potere, appartiene al potere, cioè appartiene agli uomini che lo determinano».

Le conseguenze di questa scelta adesso sono più documentabili di quando furono dette queste parole, a metà degli anni Ottanta: «Amici miei, siamo in un`epoca di una pericolosità sterminata. Siamo in un`epoca in cui le catene non sono portate ai piedi, ma alla motilità delle prime origini del nostro io e della nostra vita. L’Occidente sta, non lentamente, ma violentemente spingendo tutta la realtà umana, anche nostra, verso il "gulag" di un asservimento mentale e psicologico inaudito: la perdita dell`umano, di cui Teilhard de Chardin segnalava già il sintomo più impressionante, che è la perdita del gusto del vivere». Juliàn Carròn - Il Sussidiario


(Pubblicato su Avvenire 1 luglio 2009)

12:26 Scritto da: ritina5 in Giussani | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: chiesa cattolica, cl, testimoni, giussani, fede | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

29/03/2009

UNA COSA DELL'ALTRO MONDO IN QUESTO MONDO

http://www.settemuse.it/poesia/foto_poesia/attesa.jpg

Ho sempre desiderato un amico secondo il mio cuore. Un'amicizia che fosse qualcosa dell'altro mondo in "questo" mondo. Leggendo questo testo, di cui riporto alcuni brani, mi è sorta nell'anima una dolce, buona, santa invidia, come uno struggimento per una Presenza che sembra assente. Perchè questo dolore per la Sua assenza, pur nella letizia di una certezza che è presente? Perchè Egli è quì. Ne sono cosciente. Ne sono certa.

"...e piango, piango come un bambino: il Signore Gesù ci ha messo al mondo per la felicità, perchè tanta gente si fabbrica un'effimera illusione che li porterà all'eterna infelicita?

Io vorrei essere presente per poterti vedere e vedere la tua gioia: perchè non c'è gioia più grande di quella di vedere la gioia dell'amico caro

Ci credi vero? Io non sono fine come te: ma nell'amore per i miei fratelli uomini (figuriamoci poi gli amici) non posso rimanerti indietro: noi non siamo forse al mondo per amore di Lui e per la felicità degli uomini?
Com'è bello che Gesù ci abbia messi insieme per questa missione!

Tu puoi sapere quanto desidererei di strapparti dal cuore l'angoscia che ti opprime, di rubartela e tenerla per me.

Perchè l'amicizia è una tal cosa che lascia irrequieti al pensiero di essere diversi dall'amico: bisogna essere il più possibile uguali, identici: uniti ed impastati insieme, aderenti l'uno all'altro così come la luce aderisce ai contorni delle cose: e se Lui è in Croce tutto l'orgoglio mio deve consistere nel sentirmi come Lui.

Perchè la gioia più grande della via dell'uomo è quella di sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore. Il resto è veloce illusione o sterco.

Vivi quindi il più intensamente possibile, direi il più veementemente possibile questi mesi preziosi, lascia libero, sfrenato corpo, alle meditazioni, alle idee, che ti pulluleranno e scaturiranno dal misterioso e sconosciuto fondo dell'anima, e solo tieni fermamente e fiduciosamente una riserva: venerazione leale per i tuoi superiori e per i loro principi: perchè il nuovo non può con prudenza giudicare fuori combattimento, sui due piedi, ciò che fu prima di lui e che - se non altro - ha almeno il merito di non averne impedito la nascita, se non ne fu magari il genitore.

Io ho ancora la febbre ma mi pare che il Signore lo si possa amare ugualmente. E non è l'unica cosa da fare? Ti prego di non rispondere puntualmente alle mie lettere: non che non lo desideri, ma mi pare che la puntualità nel rispondere, se diventa una preoccupazione, è cosa che relaziona due estranei, non due amici. Tienti sempre libero: anche di non scrivermi più: io sono così contento di voler bene, "io", e di ricordare "io" gli amici.

Non pretendo nulla. Se non che mi interesso di te. Per forza. E' Lui che fa incontrare e crea le circostanze della vita.

Guardala in faccia la Realtà, Lui: Gesù Signore.

Ti parlo come se ti tenessi la testa appoggiata sulla spalla.

Bisognerebbe che anche tu fossi qui: adesso piango. E' malinconico che dobbiamo "rinunciare" a delle cose che non sono "nulla". Il desiderio è solo di Lui."

(Luigi Giussani - "Lettere di fede e di amicizia, ad Angelo Majo, ed. San Paolo)

15:01 Scritto da: ritina5 in Giussani | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala | Tag: amicizia, cultura, fede, compagnia | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook