30/07/2010

Solo il cuore conosce

Oggi un post un po' lunghetto ma interessante; c'è da... ragionarci.

henry matisse (icaro) (2)(2).jpgDi solito ne parliamo come di una metafora. Buona, al massimo, per evocare il sentimento. E sviare la ragione dalla (vera) conoscenza. Ma in cosa consiste davvero «quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi»? Il Meeting di Rimini qualche idea ce l’ha. Ecco perché

Il cuore è trattato con condiscendenza e liquidato come una metafora. Lo sentiamo sempre far rima con “amore” e “dolore” in canzoni e poesie che cercano di portare alla luce il livello più profondo dell’umana emozione, ma in un certo senso non riteniamo che esso sia veramente la bussola del sentire. Semplicemente senza pensarci, poniamo il cuore all’estremità inferiore dell’asse della ragione, dove la testa regna sovrana.
Quando “pensiamo” al cuore, pensiamo a una pompa idraulica a cui attribuiamo anche, curiosamente, questa funzione emozionale. Secondo tale convinzione il cuore diviene un segno grafico, un “cuore innamorato” che rievoca la passione, il dolore e la confusione di un legame sentimentale nostalgicamente romantico.
La nostra confusa percezione del cuore rispecchia la confusione sulla nostra natura. Da una parte, non possiamo sfuggire il dato di questo indispensabile organo, un motore che continua a pompare e ad alimentare - per sua natura - l’inizio di ogni cosa. Ma la nostra mentalità razionalista rende sempre più necessario che manteniamo vive almeno due concezioni incompatibili di cuore. L’idea che le nostre vite emotive siano legate a qualcosa di più banale, un congegno che regola delle funzioni, sembra un residuo culturale del tempo in cui si capiva di meno di questo “meccanismo” umano. Ci aspettiamo, un giorno - se procediamo sulla strada su cui stiamo andando -, di arrivare a una formula elettrica entro la quale le cose che ci disturbano (amore, paura, desiderio, passione) saranno identificate come impulsi lanciati qua e là nel circuito della macchina umana. Nel frattempo andiamo avanti con le nostre ricerche come se queste conoscenze fossero già adeguate.
La ragione - l’abbiamo deciso noi - è una consulente sicura e affidabile, come un contabile o un avvocato. A ben guardare, sembra che la ragione abbia deciso questo ruolo di sua spontanea volontà, il che suona come un conflitto di interessi un po’ losco per cui l’avvocato e il contabile rischierebbero di essere tolti di mezzo. Ma il dato di fatto è che intanto il cuore sembra un po’ una seccatura, che ci strattona di qua e di là, incapace di decidersi.

Tra due orecchie. C’è una teoria secondo cui la mente non esiste o, comunque, non si sa dove si trovi. Diamo per scontato che essa si trovi in mezzo alle nostre orecchie, ma non sappiamo ancora collocarla con precisione. Non sembra che la mente esista nello spazio, come un processo chimico o meccanico. Non può essere pesata, né udita o vista, e ciò sembra condurci sempre a un punto morto nella misurazione e nell’oggettivazione. La mente non può essere osservata eccetto che dall’interno o in termini di effetti dei suoi processi. In un certo senso, la mente appare più adatta del cuore a divenire metafora, più soggetta a essere trattata con condiscendenza, perché non è stato trovato nulla nelle sue profondità che corrisponda al suo significato di un mondo di processi meccanici.
Il cuore che batte ogni istante, che pulsa anno dopo anno, è diventato la principale vittima di questa concezione dualistica. Da un lato, è concepito “dall’interno” come uno strumento meccanico, essenziale ma comunque adeguato, e dall’altro viene falsamente e superficialmente incolpato di tutti quei comportamenti piuttosto eccentrici che fanno sì che le nostre menti disperino di riuscire a capire ciò che l’uomo realmente desidera o di cui ha bisogno. Il cuore è una sorta di capro espiatorio per l’incapacità della ragione di comprendere pienamente se stessa. Poiché la ragione guarda le cose in modo deterministico, definisce anche se stessa e il cuore come sistemi deterministici, ma scarta gli elementi che non sa spiegare, puntando il dito contro di loro in modo un po’ ironico. La ragione incolpa il cuore di sviarla.

Chi comanda? Se il cuore è ridotto a una entità meccanica in azione, e soltanto qualcosa a cui è curiosamente attribuita la colpa di tutti quei desideri e esigenze di cui la ragione rifiuta di prendersi la responsabilità, allora ovviamente è una parte dell’essere umano, e non la sua interezza, che prende la decisione e la pone in atto. La ragione ha effettuato una “rivoluzione” nella quale il cuore è conservato per scopi funzionali e simbolici, ma spogliato di tutta l’autorità nel prendere decisioni. L’idea che il cuore possa “conoscere” qualcosa che sfugge alla ragione è oggi giudicata anacronistica e delirante, retaggio di un oscuro passato. Tuttora noi “incolpiamo” il cuore, scherzando solo per metà.
È una sorta di confusione in cui non è chiaro “cosa” o “chi” comandi. Chi è il “chi” che decide tutto questo? Dov’è la sede della conoscenza? C’è un’intelligenza centrale o qualcosa d’altro? Può questa intelligenza centrale, ammesso che esista, essere responsabile sia delle cose sensate che facciamo sia di quelle che un senso non ce l’hanno, delle risposte intelligenti come di quelle stupide, dei comportamenti razionali e di quelli irrazionali? In altri termini, ciò che una volta era la “tempesta” del cuore è solo un modo per descrivere caratteristiche della ragione molto più complesse e forse non ben funzionanti? E quando ci poniamo questa domanda, cosa dentro di noi fa sì che ce la poniamo? La ragione è in grado di oggettivare il cuore? La ragione è in grado di oggettivare se stessa? In che modo conosciamo? E se conosciamo una cosa, quale “parte” di noi realizza tale conoscenza?
Ci deve essere un altro modo di considerare la questione.

Se qualcosa non torna. E infatti c’è: si tratta di accettare il fatto che la ragione non sia nostra, che il cuore non sia nostro, ma che entrambi siano dati, che entrambi non siano proiezioni dall’interno di noi - non possono esserlo, in quanto non si può tracciarne un’origine - ma che provengano da qualche altra parte; si tratta di accettare che il nostro modello meccanicistico della realtà - che deriva da una concezione oggettivata della razionalità, implicita nel mondo creato dall’uomo - non ha senso se applicato all’uomo stesso. Illusoriamente, ha un senso parziale, ci rende capaci di raggiungere una certa conoscenza di base di noi stessi, o una mediante la quale - se accettiamo di comportarci come le macchine che abbiamo creato - diventiamo capaci di formulare una accettabile teoria della realtà e del nostro vivere in essa.
In realtà, è questo che don Giussani tenta di criticare quando ci dice, con insistenza e quasi con una punta di irritazione, che noi non ci facciamo da soli; che nessuna delle spiegazioni a cui siamo arrivati riguardo alla nostra origine e al nostro agire “momento per momento” è totalmente persuasiva; che nessuna “intelligenza centrale” può essere individuata tranne che come una metafora simile a quella alla quale, nella cultura moderna, la ragione umana ha ridotto le funzioni extra-meccaniche attribuite al cuore. Io non mi faccio da solo; non c’è un “io” che funzioni in questo modo. Se cerco l’“io” in quanto autore di me stesso, è come se rovistassi in un pacchetto, senza trovare altro che la confezione. Ovviamente c’è dentro qualcosa, un “io” di qualche genere, che non sembra essersi originato da sé. Solamente se si considera l’“io” che batte e che pensa come la proiezione di qualcosa d’altro, tutto inizia ad acquisire un senso. Se l’essere umano è considerato solo come un insieme di processi meccanicistici e deterministici nei quali la ragione eccelle, occorre un processo di censura per escludere l’idea di un “fantasma” che deve trovarsi al centro della macchina: il cuore. Questo fantasma è il vero “io”, quell’essenziale e originario elemento del cuore umano, che il chirurgo dei trapianti non può trovare.
Questo “io” non è solo là dentro, ma sembra in società con qualcos’altro. Nel cuore di ognuno di noi c’è ancora qualcosa che non si spiega. Di più: sembra che esista qualcosa che non può essere ridotto, né compreso secondo i metodi che sembrano funzionare per ogni altra cosa, o almeno per la maggior parte delle cose che affrontiamo nella nostra vita di ogni giorno. Forse potremmo dire che, per definizione, il cuore è definibile come incapace di comprendere se stesso.

L’inizio dell’umanità. E qui il cuore si rivela nella sua vera natura; il luogo di ciò che nell’uomo non può essere ridotto dalla brama umana di una spiegazione, un desiderio che sembra emergere nel cuore stesso. Forse il cuore non ha più diritto della ragione ad affermare se stesso come centro dell’essere umano. Forse esso è davvero una metafora. Ma se così è, è una metafora oltre la quale non sembra esistano ulteriori possibilità. Di conseguenza, sembra che il cuore renda drammatico il mistero del dilemma centrale dell’uomo, ma sembra offrire anche un inizio di ragione sfruttabile e affidabile. Il cuore è l’entità in cui la mia umanità sembra per la prima volta emergere, iniziare, avere origine. Quindi se si tratta di una metafora, è attraverso di essa che scopriamo l’unico fondamento che risulta adeguato. Ma anche questo, se esaminato, non riesce a darsi l’origine, la sua voce interiore, l’impulso che genera il suo pulsare.
Dunque, c’è questo paradosso: quell’“io” che si trova al centro di ogni essere umano non è una sorta di autorità autonoma, separata e ben localizzata, ma una specie di “società” tra ciò che è evidente e qualcosa che sembra non esserci. Il mio “io” sono io, certo, ma anche qualcosa di misteriosamente altro. I “miei” desideri non sono completamente “miei” nel senso che non sono la risultanza di una chiara equazione tra le mie ovvie esigenze e quello che ho scoperto essere le mie possibilità immediate. Essi derivano anche da questa alterità e ciò porta a quella confusione che la ragione umana ha chiamato irrazionalità. Il cuore, fonte di un desiderio che mi accompagna da quell’oltre da cui sono venuto, mi parla ogni istante di ciò che l’io cerca davvero, di ciò che vuole veramente, di ciò che veramente è.

Un punto di partenza. Qui dobbiamo fermarci per evitare un corto circuito. L’idea di ciò che il cuore desidererebbe non può, e non deve, suonare come un’ingiunzione sentimentale o morale o suggerire una direzione già stabilita. Si tratta di un punto di partenza, non di una indicazione di pentimento. Se saltiamo immediatamente alle conclusioni, chiudiamo la discussione, creiamo un cortocircuito, micidiale quanto tutte le riduzioni deterministiche che abbiamo considerato. No. A questo punto dobbiamo fare un respiro profondo e prepararci per il vero viaggio. Il cuore ci farà capire la natura e l’intera portata del nostro desiderio. La ricerca deve essere profonda e totale. Essa inizia con la vera domanda che scandisce con il suo ritmo ogni giorno della nostra vita.

John Waters

Fonte

22:55 Scritto da: ritina5 in Meditate gente | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, cuore, ragione, tracce, filosofia | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

19/05/2010

Senza Maria non c'è Dio

 

 

Madonna_col_bambino.jpg
La testimonianza della nascita di Gesù dalla vergine Maria non è un angolo idilliaco di devozione nella struttura della fede neotestamentaria; non è una piccola cappella di due evangelisti, che si potrebbe alla fine anche trascurare. Si tratta del problema di Dio: Dio è, non so dove, una profondità dell’essere che dilava ogni cosa, non si sa bene come, oppure è egli l’agente che ha potenza, che conosce ed ama la sua creazione, le è presente, opera in essa, sempre, anche oggi? Si tratta dell’alternativa: Dio agisce o non agisce? Può egli agire veramente? Se non può, è veramente “Dio”? Ma che cosa significa, propriamente, “Dio”? La fede del Dio che è rimasto realmente il creatore nella nuova creazione – Creator Spiritus – è parte centrale del messaggio del Nuovo Testamento, è la vera forza che lo muove. Il messaggio della nascita dalla vergine Maria vuole testimoniare proprio questi due fatti: Dio agisce realmente, realiter, non solo interpretative, e: la terra porta il suo frutto proprio perché egli agisce. In fondo, il natus ex Maria virgine è una proposizione rigorosamente teo-logica: essa testimonia il Dio che non ha liquidato la creazione. Qui si fondano la speranza, la libertà, la tranquillità e la responsabilità del cristiano.

 

Joseph Ratzinger, La figlia di Sione, la devozione a Maria nella Chiesa, Jaca book, 1979

Il testo e l'immagine dell'ultimo Taz&Bao di Tempi

23/09/2009

AGENTE SEGRETO DI CRISTO

Oggi post lunghetto; ma è troppo bello e commovente! Lo lascio un po' di giorni così potrete leggerlo con calma. E avrete modo di pensare...


A Grevinec, i compagni italiani erano attesi: il dirigente del reparto agitazione e propaganda li prelevò all’ingresso del villaggio e li guidò alla sede del soviet rurale dove il primo segretario del comitato distrettuale del Partito e il presidente del colcos li accolsero con parole di circostanza che la compagna Nadia Petrovna tradusse puntualmente.
Peppone rispose recitando il discorsetto che aveva diligentemente mandato a memoria e, alla fine del suo dire, batté anche lui le mani, applaudendo chi l’applaudiva.
Oltre ai pezzi grossi, c’era altra gente e si trattava, come risultò dalle spiegazioni con le quali la compagna Nadia corredò le presentazioni, dei responsabili dei vari settori: allevamento bovino, allevamento suino, coltivazione, frutticoltura, macchinario e via discorrendo.
Il salone delle assemblee dove si svolgeva il ricevimento dava soprattutto l’idea di un magazzino, anche perché l’arredamento era costituito da un rustico tavolo centrale con annesse panche, e da un ritratto di Lenin appeso alla parete.
Il comitato dei festeggiamenti del colcos aveva provveduto a fare adornare il ritratto di Lenin con una frasca verde che girava tutt’attorno alla cornice luccicante di porporina d’oro, ma ciò non sarebbe bastato a rendere caldo e ospitale l’ambiente se la lunga tavola non fosse stata ingentilita da una generosa decorazione di bicchieri vuoti e di bottiglie piene di vodka.

Un bicchierozzo di vodka, buttato giù come fosse un bicchiere di lambrusco, riscalda rapidamente le orecchie e Peppone si trovò, in pochi secondi, col motore al massimo di giri. Cosicché, quando la compagna Petrovna ebbe spiegato che il colcos di Grevinec era uno dei più efficienti avendo raggiunto le massime punte nella produzione del latte, dei suini e dei cereali, domandò la parola e, piantatosi davanti al compagno Oregov, disse con voce ferma, staccando proposizione da proposizione, in modo da lasciare il tempo alla Petrovna di tradurre:
«Compagno, io vengo dall’Emilia: da quella regione, cioè, dove, esattamente cinquant’anni fa, esistevano, uniche in Italia e fra le pochissime del mondo, cooperative proletarie perfette. Una regione con agricoltura intensamente meccanizzata, e con una produzione di latticini, salumi e cereali fra le prime del mondo come quantità e qualità. Al mio paese, io e i miei compagni abbiamo fondato una cooperativa agricola di braccianti che ha avuto l’alto onore di ricevere dai fratelli dell’Unione Sovietica il dono più gradito!...».
Peppone trasse dalla sua borsa di pelle un fascio di fotografie che porse al compagno Oregov, e le fotografie rappresentavano l’arrivo trionfale in paese di «Nikita», il trattore ricevuto in regalo dall’URSS, il trattore stesso in azione di dissodamento sulle terre della cooperativa agricola «Nikita Kruscev» e mercanzia del genere.
Le grandi fotografie girarono da mano a mano e suscitarono in tutti viva impressione, a cominciare dal compagno Oregov.
«Procede l’opera di smantellamento del capitalismo» continuò Peppone «e, se non siamo ancora alla fase finale, siamo però a buon punto e, come potrebbe dirvi meglio di me il compagno Tarocci che appartiene alla mia stessa regione, è fatale che i privilegi dei proprietari e del clero vengano cancellati dalla lavagna della storia e incominci l’era della libertà e del lavoro. Le cooperative agricole modellate sui colcos, oltre alle aziende statali sul tipo dei sovcos, sostituiranno, fra non molto, l’attuale forma di conduzione schiavistica delle tenute agricole e, come è facile capire, è per me di grandissimo interesse conoscere del colcos ogni particolare tecnico e organizzativo. Vorrei quindi che tu, compagno Oregov, pregassi i compagni dirigenti del colcos di Grevinec di mettermi dettagliatamente al corrente dell’esatto funzionamento del colcos in ogni minimo settore.»
Il compagno Oregov fece rispondere che si rendeva conto dell’importanza della richiesta e promise di fare del suo meglio per venire incontro al giustificato desiderio di Peppone.
Poi parlottò coi dirigenti del colcos e, alla fine, la compagna Nadia riferì a Peppone:
«Compagno, il tuo particolare interesse per l’aspetto tecnico e organizzativo è stato riconosciuto da tutti. Ma, se io rimanessi qui a disposizione tua e dei dirigenti del colcos, i tuoi compagni non potrebbero compiere quella completa visita al colcos che è stabilita dal programma. Fortunatamente, fra i tecnici qui presenti, c’è qualcuno che potrà spiegarti ogni cosa senza bisogno d’interpreti».
La Petrovna s’interruppe e fece un cenno. Dal gruppo dei dirigenti si staccò un uomo bruno, magro, in tuta da meccanico, fra i trentacinque e i quarant’anni.
«Il responsabile dei reparti meccanizzazione, rifornimenti, coordinamento lavori» spiegò la compagna Petrovna presentando l’uomo a Peppone «Stephan Bordonny, italiano.»
«Stephan Bordonny cittadino sovietico» precisò l’uomo magro, porgendo la mano a Peppone ma guardando la Petrovna. «Cittadino sovietico come i miei figli.»
La Petrovna sorrise per nascondere il suo imbarazzo:
«Hai ragione, Stephan Bordonny» rettificò. «Dovevo dire “d’origine italiana”. Mentre noi proseguiamo la visita, tu rimarrai a disposizione del compagno senatore Bottazzi.»
La compagna Petrovna se ne andò per raggiungere il gruppo e don Camillo fece l’atto di seguirla, ma Peppone lo bloccò:
«Tu, compagno Tarocci, resterai con me e prenderai nota di tutto quanto ti dirò io».
«Agli ordini» borbottò don Camillo a denti stretti.

«Sei membro del Partito?» s’informò Peppone uscendo dalla baracca del soviet a fianco dell’uomo magro.
«Non mi è stato ancora concesso quest’onore» rispose con voce impersonale l’altro.
Era di una gelida cortesia: mentre don Camillo s’affaccendava a prendere appunti su un libretto di note, il cittadino Stephan Bordonny rispondeva con esattezza a ogni domanda di Peppone, ma si notava in lui lo sforzo per cercare d’esprimersi col minor numero di parole possibile.
Conosceva perfettamente il funzionamento del colcos in ogni minimo dettaglio. Citava con sicurezza date e dati. Ma non aggiungeva mai niente di più.
Peppone gli offerse un mezzo toscano ed egli cortesemente lo rifiutò.
Con un semplice «grazie» rifiutò la «Nazionale» offertagli da don Camillo. Siccome gli altri fumavano, trasse di tasca un pezzetto di carta da giornale, un pizzico di makorka e si arrotolò abilmente una sigaretta.
Visitarono il silos per il frumento, poi il capannone dov’erano contenuti i mangimi speciali, i disinfettanti per i trattamenti dei frutteti e gli attrezzi agricoli per il lavoro manuale.
Tutto esattamente ordinato e catalogato.
In un angolo c’era una strana macchina nuova di zecca e Peppone domandò a cosa servisse.
«A cardare il cotone» rispose il cittadino sovietico Stephan Bordonny.
«Il cotone?» si stupì don Camillo. «Con questo clima, voi coltivate il cotone?»
«No» rispose l’uomo.
«E come mai si trova qui?» insisté don Camillo.
«Un errore di smistamento» spiegò l’uomo. «È arrivata al posto di una macchina setacciatrice per la selezione del seme di frumento.»
Peppone fulminò don Camillo con un’occhiata atomica, ma don Camillo, ora che aveva trovato un uncino, ci si aggrappò:
«E voi selezionate il grano con una macchina per cardare il cotone?».
«No» rispose glaciale l’uomo magro. «Usiamo una macchina selezionatrice costruita con mezzi nostri, nella nostra officina.»
«E quelli che hanno ricevuto la selezionatrice, con cosa cardano il cotone?»
«È cosa che non interessa il colcos di Grevinec» rispose l’uomo.
«Errori di questo genere non dovrebbero succedere» osservò vilmente don Camillo.
«La vostra patria è trecentomila chilometri quadrati» comunicò con voce ufficiale l’altro. «L’Unione Sovietica è oltre ventidue milioni di chilometri quadrati di superficie.»
Intervenne Peppone:
«Stephan Bordonny» disse spedendo una zampata sul piede sinistro di don Camillo «sei tu l’addetto a questo magazzino?».
«No, io collaboro. Vi interessano gli allevamenti di bestiame»
«Mi interessa il parco macchine agricole» rispose Peppone.
Il capannone delle macchine agricole non si presentava bene perché non assomigliava neppure a un capannone ma era una gran baracca con le pareti di legno e paglia e il tetto coperto di rugginosa lamiera.
Però, una volta entrati, c’era da rimanere a bocca aperta. Sul pavimento di terra battuta non c’era un bruscolo e le macchine, perfettamente ordinate, erano tirate a lucido come per l’esposizione campionaria.
Il cittadino Stephan Bordonny conosceva le macchine una per una, dall’a alla zeta: età, ore di lavoro compiuto, consumo, rendimento, potenza, come se avesse, dentro il cervello, uno schedario completo.
In fondo alla baracca c’era l’officina, l’unica parte costruita in mattoni. Una povera officina col minimo indispensabile d’attrezzi e macchinari, ma ordinata in modo tale da strappare le lacrime a Peppone.
Un grosso cingolato era sotto cura e i pezzi del suo motore si allineavano su un banco. Peppone ne tolse uno, lo guardò, poi guardò il cittadino Stephan.
«Chi è che ha rettificato questa roba?» domandò.
«Io» rispose sempre con indifferenza Stephan.
«Con quella specie di tornio!» esclamò Peppone indicando un vecchio e scassato arnese che poteva ricordare, appunto, un tornio.
«No» spiegò l’altro. «Con la lima.»
Peppone guardò ancora il pezzo. Poi ne tolse su un altro dal banco e lo considerò con pari stupore.
Infisso nel muro, sopra il banco, c’era uno spezzone di ferro e una biella penzolava da esso, legata con un pezzo di spago.
Stephan prese un punteruolo e percosse la biella che risuonò come una campanella.
«Dal suono che manda, si sente se è sbilanciata» spiegò l’uomo deponendo il punteruolo. «Questione d’avere un po’ d’orecchio.»
Peppone si tolse il cappello e si asciugò il sudore:
«Vecchio mondo» esclamò. «Io avrei giurato che quello fosse l’unico a usare questo sistema e, invece, te ne trovo un altro, qui, in mezzo alla Russia!»
«Quello chi?» s’informò don Camillo.
«Il meccanico di Torricella» rispose Peppone. «Era un fenomeno: preparava le automobili per i corridori. Venivano fin dall’estero. Un ometto che, a vederlo, non gli davi quattro soldi. Il secondo anno di guerra, un canchero inglese che voleva colpire il ponte sullo Stivone gli ha centrato la casa. È rimasto sotto le macerie lui, la moglie e i due figli.»
«Uno» precisò il cittadino sovietico Stephan. «L’altro, per sua fortuna, era soldato.»
Il cittadino sovietico Stephan Bordonny aveva parlato con una voce diversa dal solito.
«Mi fa piacere che qualcuno si ricordi ancora di mio padre» aggiunse.

Uscirono senza più parlare dall’officina. Trovarono, fuori, un cielo livido che minacciava tempesta.
«Io abito in quella casa là» disse Stephan. «Ci conviene arrivarci prima che venga giù il diluvio. Lì, aspettando che smetta di piovere, vi potrò fornire tutti i dati che ancora vi servono.»
Arrivarono alla casa proprio quando incominciavano a precipitare i primi goccioloni. Era una casa rustica, povera, ma pulita e accogliente, con una vasta cucina dalle travi annerite e la grande stufa.
Peppone non s’era ancora riavuto dalla sorpresa.
Presero posto alla lunga tavola.
«L’ultima volta che andai all’officina di Torricella» disse Peppone come parlando tra sé «fu nel 1939. M’era capitata una Balilla d’occasione e non riuscivo a capire cos’avesse il motore.»
«Una biella sbilanciata» spiegò Stephan. «L’ho sistemata io. Quelle cosette, mio padre le dava da fare a me. E, poi, andava bene?»
«Va ancora» rispose Peppone. «Allora, quel ragazzino magro col ciuffo nero sempre sugli occhi...»
«Avevo diciannove anni» borbottò Stephan. «Lei non aveva i baffi, allora...»
«No» intervenne don Camillo. «Se li è fatti crescere quando l’hanno messo in prigione per ubriachezza molesta e repugnante e schiamazzi notturni a sfondo antifascista. È in quell’occasione che ha guadagnato l’attestato di perseguitato politico acquistando il diritto di diventare senatore comunista.»
Peppone pestò un pugno sulla tavola.
«Ho fatto anche qualcosa d’altro!» esclamò.
Stephan continuava a guardare don Camillo.
«Eppure» borbottò alla fine «lei non ha una faccia nuova. È anche lei dei paraggi?»
«No» rispose in fretta Peppone. «Abita da quelle parti ma è un importato. Non puoi conoscerlo. Dimmi, piuttosto: come sei arrivato qui?»
Stephan allargò le braccia:
«Perché ricordare quello che i russi hanno generosamente dimenticato?» disse con voce ritornata gelida. «Se vi servono altre spiegazioni sul colcos, sono a vostra disposizione.»
Intervenne don Camillo:
«Amico» disse «non ti preoccupare se lui è senatore comunista. Parliamo da uomo a uomo. La politica non c’entra».
Stephan guardò negli occhi don Camillo e poi Peppone.
«Non ho niente da nascondere» spiegò. «È una storia che sanno tutti, qui a Grevinec, ma, siccome nessuno ne parla, vorrei non parlarne neppure io.»
Don Camillo gli allungò il pacchetto delle «Nazionali».
Fuori era scoppiato il diluvio e il vento buttava rovesci d’acqua contro i piccoli vetri delle due finestre.
«Sono diciassette anni che sogno di fumare una “Nazionale”» disse Stephan accendendosi una sigaretta. «Non posso abituarmi al makorka e alla carta da giornale. Mi spaccano lo stomaco.»
Inghiottì avidamente qualche boccata osservando poi il fumo azzurrino uscire lentamente dalla bocca.
«La storia?» continuò. «Ero soldato dell’autocentro. Un giorno i russi ci presero. Era la fine del ’42; neve e freddo da crepare. Ci spingevano avanti come una mandria di pecore. Ogni tanto qualcuno cadeva: se non si rialzava lo inchiodavano sulla neve fangosa della pista con una pallottola sulla fronte. Arrivò il mio turno e caddi. Capivo il russo e sapevo farmi capire: quando caddi, un soldato russo mi raggiunse e mi smosse col piede: “Alzati!”ordinò. “Tovarish” gli risposi “non ce la faccio più. Lasciami morire in pace.” La fine della colonna – io era uno degli ultimi – era già lontana una decina di metri e incominciava a nevicare. Mi sparò un colpo mezzo metro più in là della testa borbottando: “Vedi di morire alla svelta e di non mettermi nei guai”.»
Stephan s’interruppe: era entrato in cucina un gran fagotto coperto di tela da sacco grondante acqua e, caduta la tela da sacco, si vide una bella donna che dimostrava poco più di trent’anni.
«Mia moglie» spiegò Stephan.
La donna sorrise poi spiegò in fretta qualcosa in una strana lingua e disparve su per la scaletta a pioli che spariva nel soffitto.
«Dio aveva stabilito che campassi» continuò Stephan. «Quando rinvenni, ero in una isba, al caldo. Ero caduto a mezzo chilometro da qui, tra il villaggio e il bosco, e una ragazza di diciassette anni, tornando dal bosco dove era andata a far legna, aveva sentito dei lamenti uscire da sotto un mucchietto di neve. Era una ragazza robusta: mi aveva agguantato per il bavero del cappotto e, senza mollare la fascina che portava in spalla, m’aveva trascinato fino alla sua isba, come un sacco di patate.»
«Buona gente, i contadini russi» osservò Peppone. «Anche Bagò del Molinetto è stato salvato così.»
«Sì» riconobbe Stephan «ne hanno salvati parecchi, dei disgraziati come me. Però quella ragazza non era russa, ma polacca. L’avevano portata qui assieme al padre e alla madre perché c’era bisogno di gente che lavorasse la terra. Mi diedero da mangiare quel poco che avevano e mi tennero nascosto due giorni. Poi capii che la cosa non poteva durare e, siccome io e la ragazza riuscivamo a capirci bestemmiando il russo, le dissi d’andare dal capo del villaggio a spiegare che un soldato italiano disperso le era capitato in casa da poche ore. Le dispiaceva, ma andò. Ritornò di lì a poco assieme a un tizio armato di pistola e a due altri armati di fucile. Alzai le mani e mi fecero cenno di uscire. La capanna della ragazza polacca era la più lontana dal centro del villaggio e dovetti camminare un bel pezzetto sempre con le armi puntate alla schiena. Arrivammo finalmente nello spiazzo dove avete visto il silos. Un camion carico di sacchi di grano era lì e un vigliacco maledetto lo stava assassinando per rimetterlo in moto. Mi dimenticai il resto e pensai soltanto al camion; mi arrestai e mi volsi al capo: “Tovarish” gli dissi “quello scaricherà le batterie e non riuscirà più a rimetterlo in moto! Ordinagli di smetterla e di spurgare prima la pompa”. Il capo, sentendomi parlare in russo, rimase a bocca aperta, poi esclamò duro: “E cosa ne sai tu?”. Gli risposi che era il mio mestiere. Il maledetto continuava ad assassinare le batterie che già incominciavano a tirare gli ultimi. Il capo mi spinse avanti con la canna della pistola e, quando fu arrivato al camion, si fermò e gridò all’autista di smetterla e di guardare la pompa. Dal finestrino della cabina venne fuori la faccia melensa di un ragazzotto vestito da soldato. Non sapeva neanche di che pompa si trattasse. Era la prima volta che guidava un diesel. Gli dissi di darmi un cacciavite e, avutolo, tirai su il coperchio del cofano e, in quattro e quattr’otto, spurgai la pompa d’iniezione. Poi riabbassai il coperchio e gli allungai il cacciavite. “Adesso va” gli dissi. Dopo due secondi, il camion partiva.
«Mi portarono in una stanzetta della baracca del soviet e lì mi chiusero. Chiesi una sigaretta e me la diedero. Tornarono dopo dieci minuti e mi fecero uscire spingendomi, sempre con la bocca dei fucili contro la schiena, fino a una tettoia dove erano riparati alla bell’e meglio trattori e macchine agricole. Il capo m’indicò un cingolato e mi domandò perché non andasse. Feci portare dell’acqua bollente, riempii il radiatore e provai la messa in moto. Scesi subito: “C’è una bronzina fusa” spiegai. “Bisognerebbe smontare tutto, rifare la bronzina e rimontare. Ci vuole tempo.” Con quei quattro arnesi malandati che mi misero a disposizione, dovetti lavorare come un pazzo ma, quarantott’ore dopo, io stavo finendo di rimontare l’ultimo pezzo. Fu allora che arrivò un ufficiale con due soldati armati di parabellum. Rimasero a contemplarmi e, quand’ebbi finito e il radiatore fu pieno d’acqua bollente, io salii sul trattore. Dio aveva stabilito di salvarmi a ogni costo: il motore attaccò subito e marciava come un orologio. Lo provai con un giretto attorno alla tettoia, poi lo rimisi al suo posto. Mi pulii le mani con uno straccio, saltai giù e mi presentai all’ufficiale a braccia levate. Mi scoppiarono a ridere in faccia. “Te lo lasciamo, compagno” disse l’ufficiale al capo. “Sotto la tua responsabilità. Se scappa, paghi tu.” Allora mi misi a ridere io. “Signor capitano” risposi “la Russia è grande e io, al massimo, potrei scappare fino a quell’isba laggiù dove c’è una bella ragazza che mi piace molto, anche se mi ha denunciato al segretario del comitato distrettuale del Partito”. L’ufficiale mi guardò: “Tu sei un bravo lavoratore italiano: perché sei venuto a combattere i lavoratori sovietici?”. Gli risposi che ero venuto perché mi ci avevano mandato. Comunque, io ero capo meccanico dell’autocentro, e gli unici russi che avevo ammazzato erano i due polli finiti sotto le ruote del mio camion...»

Fuori il diluvio era diventato una vera burrasca. Stephan si alzò e andò a parlare in russo dentro un telefono militare da campo che era in un angolo. Tornò di lì a poco:
«Dicono che potete rimanere qui: gli altri sono rimasti bloccati alla stalla numero tre che è a casa di Dio».
Tornò a sedersi.
«E allora?» domandò don Camillo.
«Allora io incominciai un lavoro infernale perché rimisi a posto tutte le macchine, sistemai l’officina e la rimessa e, quando potei cominciare a pensare a me, la guerra era finita da due anni. Il padre della ragazza polacca era morto e io sposai la ragazza. Poi passarono degli altri anni e fu concessa la cittadinanza sovietica a me e a mia moglie.»
«E non hai mai pensato a tornare a casa?» insinuò don Camillo.
«A fare che? A vedere il mucchio di calcinacci sotto il quale marciscono mio padre, mia madre e mio fratello? Qui, adesso, mi trattano come uno dei loro. Anzi, meglio, perché io lavoro e il mio mestiere lo so fare. Chi si ricorda di me, laggiù? Sono scomparso nel niente, come uno dei tanti dispersi in Russia...»
Avvenne, a questo punto, una confusione maledetta e la porta si spalancò di botto lasciando entrare, assieme a uno scroscio d’acqua, una strana bestia, una specie di millegambe dalla pelle scura e viscida.
Con un urlo, la moglie di Stephan, balzata fuori da chi sa dove, si precipitò verso la porta e la richiuse. Allora la pelle viscida del mostro cadde e, liberati dallo sbrindellato telone cerato sotto il quale s’erano riparati dalla pioggia, apparvero sei bambini uno più bello dell’altro e in perfetta scala, dai sei ai dodici anni.
«Amico, accidenti quanto sei disperso in Russia!» esclamò don Camillo.
Stephan sbirciò ancora don Camillo:
«Eppure» ripeté «io vi devo aver visto da qualche parte».
«Probabilmente no» rispose don Camillo. «Comunque, anche se fosse, dimenticati d’avermi visto.»

Erano sei bambini educati: starnazzavano come gallinelle ma bastarono tre parole della madre per ammutolirli. Si misero a sedere tranquilli nella panchetta attorno alla stufa chiacchierando a bassa voce.
«Sono piccoli» spiegò la donna con un italiano strano, ma chiaro. «Avevano dimenticato la nonna malata.»
Don Camillo si alzò.
«Vorrei salutarla» disse.
«Sarà molto contenta» esclamò sorridendo la donna. «Non vede mai nessuno.»
Salirono per la scaletta a pioli e si trovarono in una bassa stanza a soffitta. Una vecchietta striminzita giaceva su un lettuccio dalle lenzuola candide, senza una piega.
La moglie di Stephan le parlò in polacco e la vecchia le bisbigliò qualcosa.
«Ha detto che il Signore benedica chi visita gli infermi» spiegò la moglie di Stephan. «È una vecchia donna e bisogna perdonare se la sua mente è ancora nel passato.»
Sopra la testiera del lettuccio, appesa al muro, era un’immagine e don Camillo si avvicinò curioso.
«È la Madonna Nera!» esclamò.
«Sì» spiegò sottovoce la moglie di Stephan. «È la protettrice della Polonia. I vecchi polacchi sono cattolici. Bisogna capire i vecchi.»
La moglie di Stephan s’esprimeva con molta cautela e un vago timore era nei suoi occhi.
Peppone risolse la situazione:
«Non c’è niente da perdonare» affermò. «In Italia sono cattolici non solo i vecchi ma anche i giovani. L’importante è che siano onesti. Noi avversiamo solo i maledetti preti che, invece di fare i ministri di Dio, fanno i politicanti.»
La vecchia le sussurrò qualcosa all’orecchio e la moglie di Stephan, prima di parlare, lanciò un’occhiata interrogativa al marito.
«Non sono qui per farci del male» la rassicurò Stephan.
«Vorrebbe sapere...» balbettò la donna arrossendo «vorrebbe sapere come sta... il Papa.»
«Anche troppo bene!» rispose ridendo Peppone.
Don Camillo, dopo aver armeggiato sotto il giubbotto, trasse un cartoncino e lo porse alla vecchia che, dopo averlo guardato con occhi sbarrati, tirò fuori faticosamente dalle coperte una piccola mano tutta ossicini e lo afferrò.
Poi parlò concitatamente nell’orecchio alla figlia.
«Dice se è proprio lui» tradusse con l’ansia nella voce la moglie.
«Lui in persona» confermò don Camillo. «Papa Giovanni vigesimoterzo.»
Peppone impallidì e si guardò attorno preoccupato, incontrando gli occhi stupiti di Stephan.
«Compagno» gli intimò don Camillo afferrandolo per un braccio e spingendolo verso la porta. «Scendi assieme a lui e andate a vedere come piove a pianterreno.»
Peppone tentò di protestare, ma don Camillo tagliò corto:
«Non t’impicciare, compagno, se non vuoi avere dei guai».
Rimasero soli don Camillo, la moglie di Stephan e la vecchietta.
«Dille che può parlare perché io sono cattolico come lei» ordinò perentorio don Camillo.
Le due donne parlottarono a lungo quindi la moglie di Stephan riferì:
«Dice che vi ringrazia e vi benedice. Ora, con quell’immagine che le avete dato, si sente maggior forza nell’aspettare la morte. Ha sofferto molto, vedendo mio padre morire come un cane, senza la benedizione di Dio».
«Ma avete dei preti che girano liberamente e arrivano fin qui!» si stupì don Camillo.
La donna scosse il capo:
«Sembrano preti, ma non dipendono da Dio ma dal Partito» spiegò. «Non sono buoni per noi polacchi.»
Fuori pioveva che Dio la mandava.
Don Camillo si strappò il giubbotto, cavò dalla finta stilografica il Crocifisso dalle braccia pieghevoli, l’infilò nel collo d’una bottiglia e lo dispose in mezzo al tavolino che era contro al muro, a fianco del lettuccio della vecchia. Trasse il bicchierino di alluminio che fungeva da Calice.
Un quarto d’ora dopo, allarmati dal lungo silenzio, Peppone e Stephan salivano, si affacciavano alla porta della soffitta e rimanevano senza parola: don Camillo celebrava la Santa Messa.
La vecchia, a mani giunte, lo guardava con occhi pieni di lagrime.
Quando la vecchietta poté ricevere la Comunione parve che la vita le rifluisse d’improvviso impetuosa nelle vene esangui.
«Ite, Missa est...»
La vecchia parlò convulsa all’orecchio della figlia che, d’un balzo, raggiunse il marito:
«Reverendo» disse ansimando «sposateci davanti a Dio. Ora siamo sposi soltanto davanti agli uomini».
Fuori diluviava: pareva che le nuvole di tutta la grande Russia si fossero concentrate nel cielo di Grevinec.
Mancava l’anello, ma la vecchia protese la mano e la consunta vera matrimoniale, un sottile cerchietto d’argento, si infilò nel dito della figlia.
«Signore» implorò don Camillo «non badate se mangio qualche parola o qualche periodo.»
Peppone pareva la classica statua di gesso: don Camillo interruppe un momento il rito e lo spinse verso la porta:
«Spicciati, porta su tutta la banda!».
Ormai la pioggia stava decrescendo rapidamente, ma don Camillo era lanciato e pareva una mitragliatrice: battezzò tutt’e sei i bambini con una rapidità da togliere il fiato.
E non è che, come aveva detto, mangiasse le parole o saltasse addirittura dei periodi interi. Diceva tutto quel che doveva dire, dalla prima sillaba all’ultima. Ma il fiato glielo dava Gesù.

Forse tutto era durato un’ora. Forse un minuto. Don Camillo non lo sapeva: si ritrovò seduto alla tavola di cucina, con Peppone al fianco e Stephan davanti.
Il sole, ora, sfolgorava, e, nell’angolo semibuio della stufa, sfolgoravano ancor più del sole occhi sgranati che cercavano gli occhi di don Camillo.
Don Camillo li contò ed erano sedici: dodici dei bambini, due della madre e due della vecchietta. Ma, questi, non erano incastonati in uno dei visi celati nella penombra della stufa, ma li aveva dentro il cervello don Camillo perché mai aveva visto due occhi guardarlo così e non poteva toglierseli dalla mente.
La compagna Nadia Petrovna comparve sulla porta.
«Tutto a posto?» s’informò.
«Tutto perfettamente a posto» rispose don Camillo alzandosi.
«Siamo grati al compagno Oregov che ci ha messo a disposizione un tecnico competente come il cittadino Stephan Bordonny» aggiunse Peppone stringendo la mano a Stephan e avviandosi verso la porta.
Don Camillo fu l’ultimo a uscire e, giunto sulla soglia, si volse e tracciò un rapido segno di croce sussurrando:
«Pax vobiscum».
«Amen» risposero gli occhi della vecchietta.

G.Guareschi, Il compagno don Camillo, Milano, Rizzoli, 2002, pp. 97-115

10/05/2009

COME SU ALI DI AQUILA

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Nel buddismo l’uomo che si appoggia alle cose è paragonato a un uomo che precipita giù per un precipizio che sprofonda nel mare, trova un ciuffo d’erba e ci si attacca: sotto c’è l’abisso, sopra non può più salire. Ma attaccato a questo ciuffo d’erba c’è un topo che rosicchia le radici dell’erba: vi immaginate il terrore dell’uomo che sta per precipitare giù in questo abisso? Ecco” proseguiva don Barsotti “l’uomo vive questo. Noi cerchiamo di dimenticarlo ma viviamo questo, perché c’è la morte e, nella morte, questo abisso che è come il nulla. Invece, ecco Dio: Lui ti porta sulle sue ali. C’è l’abisso – sì, anche quando c’è Dio c’è l’abisso – ma tu sei portato sulle ali dell’aquila… Ecco la vita dell’anima: si vola sopra gli abissi e si va verso Dio, come l’aquila va verso il sole.


Fonte

25/11/2008

VITO E IL SENSO DELL'ESISTENZA

PROVIAMO A INCROCIARE L’AULA DI RIVOLI E LE SCUOLE DI SPAGNA

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Di DAVIDE RONDONI

Per una strana coincidenza, mentre qui in Italia si piange attoniti e con rabbia d’insurrezione la morte di un ragazzo per il crollo di un soffitto dell’aula, in Spagna c’è chi esulta per una sentenza che ' manda fuori dalla porta' delle aule scolastiche il crocifisso. La strana coincidenza urge, tra le lacrime del cuore, a guardare proprio lì, tra le macerie, senza distogliere lo sguardo. Perché si piange la vita di un ragazzo, la vita intera di un ragazzo che incontrava a scuola i contenuti dell’insegnamento, le cose da imparare, le nozioni. E se lui e i suoi compagni alzavano lo sguardo vedevano, oltre ai ritratti di presidenti, il segno di un uomo-Dio messo in croce. Il segno di una strana vittima. Il segno di una morte sofferta perché la vita risorga. Io non so se Vito abbia mai guardato il Crocifisso. Ma se il Crocifisso non guarda ora quel ragazzo, se il Dio-uomo in cui credo non lo prendesse ora dalla sua croce di banchi sepolti, di tubi divelti, di crollo idiota e colpevole, per stringerlo al Suo petto di cielo, allora sarei io il primo a cacciarLo da ogni luogo come statuetta inutile.
Di fronte a quella morte assurda possiamo fissare gli occhi chiari di Vito, e il crocifisso. E offrire al suo spasimo il nostro. L’irruzione della morte nella vita quotidiana dei nostri ragazzi ci fa domandare quale sentimento, quale visione di essa abbiano maturato. In certe manifestazioni di inebetito dolore, di pietà lacrimosa e demente, e di cieca rassegnazione, vediamo i segni di qualcosa di antico, di precristiano, se così si può dire. Un fatalismo senza nessuna inquietudine. E il «perché?» gridato da molti sembra più che una vera domanda al cielo, una chiusa invettiva contro gli uomini o un fato cieco.
In questi giorni in cui vampiri gentili e crudeli trionfano nei cinema, proposti con gran dispendio di mezzi ai nostri adolescenti, qualcuno ha fatto notare che ormai, deprivati di una educazione religiosa, i ragazzi hanno in questi fenomeni che sfruttano la morte in senso spettacolare forse gli unici punti di contatto con una elaborazione intorno al problema.

E il crocifisso viene mandato fuori dall’aula. Perché 'disturba'.

Esultano nella Spagna comandata da Zapatero che comunque ha scelto per le sue figlie una scuola dove c’è l’ora di religione.

Certo una statuetta attaccata al muro non è niente, se in chi lo guarda non s’affaccia una domanda reale circa il significato, e se chi la espone e magari fa pure le battaglie politiche perché ci resti non sa spiegare veramente e commuoversi. Equiparare il crocifisso alla bandiera, al ritratto del Presidente, insomma a un simbolo solo storicocivile, non credo sia giusto. No, si tratta proprio di un segno d’altro genere. Che si pone ad un altro livello di signficati. Che vale, in questo senso, per i cristiani e anche per chi non crede, perché ricorda che il senso della morte è una questione che ci riguarda, ed è un problema che un ragazzo deve affrontare anche a scuola. Il crocifisso propone quella taciuta e però sempre risorgente questione in modo non ipocrita. E la propone legata a una possibilità di affronto non disperato. O si preferisce che i nostri ragazzi imparino cosa è morire dai filmoni hollywoodiani fatti per tirar su quattrini?

Sentire un crocifisso come una minaccia per la laicità dello Stato è una bufala che non sta né in cielo né in terra. Tra i tanti disagi che i nostri ragazzi, anche nelle manifestazioni politiche, stanno mostrando non mi pare che ci siano i segni di quella 'cristofobia' che invece eccita certi loro genitori- consiglieri o certi media.

Proprio i maledetti fatti di questi giorni, e gli occhi chiari e pieni di infinito del povero dolcissimo ragazzo di nome Vito, ci possono far pensare meglio a che cosa proporre o cosa togliere da davanti agli occhi nei luoghi che chiamiamo pubblici. E che non significa anonimi, anzi: sono i luoghi dove la vita e la morte di ognuno non si lasciano occultare.

© Copyright Avvenire, 25 novembre 2008

01/10/2008

SI RIPARTE DA QUI

Vi ripropongo il volantino che i nostri amici di Napoli hanno distribuito in occasione della festa di san Gennaro e del rinnovo del miracolo.
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http://italyanker.files.wordpress.com/2008/04/golfo_napoli.jpg
                       

Dicono che Napoli sia una città allo sfascio. I giornali dicono così. Dicono che Napoli sia anche una città senza speranza. I cinici ribadiscono sempre ciò che pensano. Ma (con tutto quello che si dice) il sangue continua ancora a ricoagularsi. E con il sangue si ricoagula anche la gente di Napoli, il popolo napoletano. Ecco il vero miracolo: non il sangue“sciolto” ma ciò che il sangue scioglie, cioè cambia. Il popolo infatti dopo questo prodigioso evento cambia d’improvviso e ricomincia a sperare nella rinascita della città. Una speranza reale perché il sangue sciolto non rappresenta, come i più documentano, l’evento folkloristico dell’anno ma il segno di una Presenza che incide nella vita di ognuno. Ogni giorno. In ogni circostanza.

Così anno dopo anno San Gennaro scioglie i grumi di cinismo e di violenza e ricorda che non c’è un amore più grande di questo: “dare la vita per i propri amici”. Lui che non ha avuto timore di affrontare la morte pur di incontrare il suo amico Sossio passando da Benevento a Pozzuoli, ha indicato la strada del perdono, del per/donum che equivale a dare una nuova possibilità, iniziare una nuova convivenza valorizzando il buono che c’è.  

 

San Gennaro anche quest’anno ci ripropone la sua amicizia in grado di riscoprire senza alcun dubbio che Cristo è la risposta alle esigenze di significato, di giustizia, di verità e bellezza del cuore.

 

Il cuore nostro. E cosi nella nostra città, nel cuore di questa città, può succedere qualcosa che è l’inizio di un cambiamento, che è l’inizio di una novità. Questa novità che quest’anno abbiamo visto iniziare nel cuore di tanta gente e questo cuore cambiato, ridestato alla speranza inizia ad operare un cambiamento reale anche nella città.  Noi ripartiamo da qui . Ripartiamo da questa fede : dal riconoscimento di Cristo vivo e presente che con l’imponenza del Suo amore ci cambia e ci trascina senza farci definire da quello che manca e non funziona. Buona Festa a tutti.  

  Napoli 19 – IX - 08                                            Comunione e Liberazione

13:32 Scritto da: ritina5 in Meditate gente | Link permanente | Commenti (17) | Trackback (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

17/09/2008

COME IN UNO SPECCHIO

http://www.giottoagliscrovegni.it/ita/resta/images/cristo_specchi.jpg

Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte. Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

Paolo di Tarso

10:49 Scritto da: ritina5 in Meditate gente | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook