02/09/2010

RF: Diamo l'arrivederci al Meeting

Alcune interviste ai protagonisti del Meeting di Rimini

Il Meeting, segno profetico della realtà quotidiana - intervista a Giorgio Vittadini

Diario del Meeting 2010

Il confronto con la realtà attraverso un "cuore" non sentimentale, il ruolo dei cattolici nell'orizzonte politico italiano, i gesti "profetici" del Meeting 2010, questi gli argomenti trattati in una nostra intervista esclusiva con Giorgio Vittadini, presidente di Fondazione per la Sussidiarietà.


Dall'incontro tra Erdò e Filaret al Giussani "cinese" - intervista a Roberto Fontolan

Diario del Meeting 2010

La sorpresa cordiale tra S. Em. Card. Peter Erdò e il Metropolita Filaret, Esarca Patriarcale di Bielorussia; la presentazione dell'edizione in cinese de "Il Senso Religioso" di don Giussani: due avvenimenti che confermano "l'internazionalità" del Meeting di Rimini, nel segno dell'amicizia "globale".
Ecco alcune riflessioni con Roberto Fontolan, direttore del Centro Internazionale  di Comunione e Liberazione.


Segnali di ripresa - intervista a Corrado Passera

Diario del Meeting 2010

la XXXI edizione del Meeting di Rimini si apre parlando di ripresa e di quei segnali positivi che nell'ultimo anno l'Italia ha dimostrato di poter dare. Segnali che, dal suo osservatorio privilegiato, il consigliere delegato e CEO di Intesa San Paolo, Corrado Passera, ha voluto spiegare e approfondire ai nostri microfoni Domenica 22 agosto, all'uscita dell'incontro dal titolo "Ripresa a quali condizioni?".


Integrazione e immigrazione: l'esperienza di Portofranco - intervista ad Alberto Bonfanti
Diario del Meeting 2010

 

Il dibattito sull'integrazione degli immigrati nel tessuto sociale italiano è spesso svolto in maniera schematica, preda di due opposti moralismi.
Al Meeting, il Governo, rappresentato dal Ministro dell'Interno Roberto Maroni, si è confrontato con esperienze che, sul territorio, quotidianamente, si approcciano concretamente con la realtà. Abbiamo intervistato Alberto Bonfanti, presidente di Portofranco, associazione nata per l'aiuto allo studio degli studenti in difficoltà.



Rispettare la volontà popolare - conferenza stampa di Roberto Maroni
Diario del Meeting 2010


Le sorti della maggioranza di Governo di un paese non devono essere decise da accordi interni ai partiti nei Palazzi romani ma dalla volontà popolare. E' stato questo il concetto principale espresso dal Ministro degli Interni, Roberto Maroni, durante la conferenza stampa di mercoledì 25 agosto. Un intervento, questo, che ha portato la politica nazionale nel vivo della XXXI edizione del Meeting di Rimini e di cui vi riproponiamo le parti salienti.



Il virtuale: una porta per il rapporto umano vero - Intervista a Roberto Formigoni
DSCN1901-_bDiario del Meeting 2010

 

La sfida di mettersi in "rete" è diventata ormai un progetto in continua evoluzione per il Presidente di Regione Lombardia, Roberto Formigoni, che, dopo l'incontro con gli amici di Facebook, ha spiegato ai microfoni di Radioformigoni, in un'intervista con il direttore, Roberto Vallini, come questa forte presenza sul web diventi un ottimo viatico per la condivisione di una politica indirizzata al bene comune.

L'incontro con gli amici di Facebook
formigoni2010Diario dal Meeting 2010

Amicizia, condivisione e responsabilità. Sono queste le tre parole che hanno animato l'incontro svoltosi il 25 agosto 2010 all'interno della XXXI edizione del Meeting di Rimini tra il Presidente di Regione Lombardia, Roberto Formigoni, e gli amici di Facebook. Un evento innovativo e coinvolgente che ha visto, in un ora e mezza circa, alternarsi 24 persone che hanno così dialogato per la prima volta dal vivo con il Governatore lombardo.


I miei amici preti, innanzitutto uomini - intervista ad Aldo Cazzullo
Diario dal Meeting 2010

 

Piccola intervista ad un giornalista del Corriere della Sera, che da giorni vive una "full immersion" di questa edizione del Meeting.
Intervistando più volte mons. Massimo Camisasca, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo e dopo aver dialogato con il Patriarca di Venezia, card.Angelo Scola, Aldo Cazzullo si è accorto di un particolare e lo ha voluto rendere partecipe ai lettori dei suoi articoli.



La mostra. Da uno a infinito: al cuore della matematica - presentazione di Raffaella Manara
Diario del Meeting 2010

 

Un viaggio al "cuore" della matematica, abbandonando reminiscenze scolastiche: perchè partendo dai numeri si può arrivare a quell'Uno che è Infinito. Presentazione della mostra relizzata dall' Associazione Euresis per il Meeting 2010


Diamo lustro al Welfare della famiglia - Intervista a Luca Pesenti
Diario del Meeting 2010

 

La famiglia deve diventare l'origine di tutte quelle attività e politiche sociali che si pongono il fine della sussidiarietà. E' questo il forte messaggio che, nell'intervista esclusiva rilasciata a Radioformigoni.it, il Professore di Sociologia all'Università Cattolica del S. Cuore di Milano, Luca Pesenti, ha voluto esprimere, per spiegare quanto sia importante oggi che lo stato sensibilizzi sempre di più l'opinione pubblica e la cultura italiana alla valorizzazione e all'aiuto di un nucleo fondamentale per la buona crescita della nostra società come quello della famiglia.


Welfare: avete presente il "modello Parma"? - intervista a Pietro Vignali

Diario del Meeting 2010

"C'è bisogno di un fisco a misura di famiglia". E' questa la principale richiesta che il Sindaco di Parma, Pietro Vignali, ha fatto ai microfoni di Radioformigoni.it. Un monito inderogabile ormai, secondo il primo cittadino parmense, per poter sostenere in maniera concreta quel nucleo fondamentale della nostra società che è la famiglia.


La mostra: Danzica 1980 - presentazione di Sandro Chierici

Diario del Meeting 2010

Sono passati esattamente trent'anni dagli scioperi degli operai di Danzica, che con la nascita del sindacato di Solidarnosc e l'imporsi della figura carismatica di Lech Walesa, diedero una spallata decisiva al socialismo reale "made in Mosca".
La mostra del Meeting, qui presentata da uno dei curatori, Sandro Chierici, ripercorre un avvenimento del secolo scorso, che non deve essere dimenticato dalle generazioni più giovani. Un avvenimento che iniziò proprio in contemporanea, in quell'agosto 1980, alla nascita del Meeting di Rimini.


Caterina, faro nella tempesta dell'imprevisto - intervista a Elena Ugolini

Diario dal Meeting 2010

Il libro è diventato un evento editoriale e naturalmente la presentazione al Caffè Letterario al Meeting di Rimini ha visto la presenza di  una grande folla di attenti ascoltatori.
"Caterina", questo il titolo del libro, edito da Rizzoli, i cui proventi delle vendite andranno ad opere no-profit, è il dipanarsi del percorso drammatico di malattia che ha colpito la famiglia di Antonio Socci, storico e giornalista, che racconta in prima persona la tempesta improvvisa di una nuova quotidianità.
Con la prof.ssa Elena Ugolini, preside di liceo a Bologna, che ha partecipato alla presentazione del volume, abbiamo fatto alcune riflessioni.

21/08/2010

«Meeting di Rimini: è l'anno del cuore»

Trader_TrombettaR375.jpgIntervista a Emilia Guarnieri

sabato 21 agosto 2010


«Cuore e ragione non sono contrapposti, questo è il dogma del razionalismo moderno che “fa fuori” il desiderio infinito dell’uomo, riducendo la ragione a misura di ciò che già si conosce»: così il presidente del Meeting dell’amicizia tra i popoli, Emilia Guarnieri, introduce l’evento, spiegando in cosa consiste uno sguardo originale su politica, cultura ed economia.

Quattro anni dopo il Meeting della ragione Comunione e Liberazione propone quello del cuore. Nel frattempo c'è stata la battaglia sui Dico, la crisi è ancora lì, la Fiat ha “disdetto” il contratto dei metalmeccanici... La scelta di questo tema significa che le capacità concertative della ragione vi hanno deluso?

“La ragione è esigenza di infinito” suggeriva il Meeting del 2004, stesso contenuto del “cuore“ che “desidera cose grandi” del titolo di quest’anno. Cuore e ragione – ci risponde Emilia Guarnieri, presidente del Meeting dell’amicizia tra i popoli - non sono contrapposti, questo è il dogma del razionalismo moderno che “fa fuori” il desiderio infinito dell’uomo, riducendo la ragione a misura di ciò che già si conosce. In un momento così drammatico c’è bisogno di uomini capaci di desiderare cose grandi e di usare la ragione in tutta la sua capacità, non riducendo la realtà a partire dai propri istinti o dai propri interessi. Smettiamola di conformarci al coro relativista secondo cui ognuno ha la sua verità, il cuore è puro soggettivismo, il bene comune è un’utopia, i desideri non c’entrano con la politica o con l’economia…


Il Meeting, dite, è "un luogo dove la storia passa in anticipo": perché quest'anno fa tappa in Irlanda?


Quando abbiamo incontrato il presidente di Irlanda e ci ha colpito il suo accento sulle relazioni internazionali: la relazione tra persone, capace anche di andare oltre un puro rapporto istituzionale, può essere un fattore imprescindibile anche per affrontare i grandi conflitti . Il Meeting molto spesso è arrivato in anticipo proprio perché invita persone che abbiano qualcosa da dire, al di là della loro notorietà. Spesso per fortuna succede che “chi ha qualcosa da dire” prima o poi riesca a “dirlo” e conti nella storia. Per esempio nel 1981 è stato nostro ospite il giornalista Tadeusz Mazowiecki, che nel 1989 fu il premier del primo Governo non comunista della Polonia.

Il cartellone è sempre stato il luogo dei messaggi forti: per restare al protagonista dello spettacolo di apertura, oggigiorno chi è Caligola e cosa significa avere "bisogno della luna"?

continua Quì

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31/08/2009

Il cuore del Meeting? Sono stati i volontari. Ora la sfida del dialogo


INT. Giorgio Vittadini

lunedì 31 agosto 2009

«Il Meeting è un volontario che sta per ore sotto il sole a discu­tere con chi vorrebbe parcheg­giare dove non si può» . Ha abbracciato Tony Blair e ha stretto la mano a due pre­mi Nobel ma per Giorgio Vittadini l’in­contro più importante è ancora quello con chi ha sgobbato una settimana per rendere possibile l’evento culturale e po­litico più ricco dell’anno. Nessun sentimentalismo: il giudizio del presidente della Fondazione per la Sus­sidiarietà riflette l’idea ciellina del rap­porto tra la persona e Dio, una conce­zione teologica e morale basata sull’in­contro con Cristo, fondata su un incon­tro reale, fatto di testimonianza e di o­pere, di preghiera e di sudore.

Da Giovanni Paolo II a Von Balthasar, dai Trabalhadores Sem Terra a Milbank: quale, tra i tanti che sono passati in que­sti trent’anni dalla Fiera di Rimini, rap­presenta meglio il Meeting?

Senza nulla togliere ai giganti della fede, della cultura o della pace, il Meeting di Ri­mini è il suo popolo e in particolare lo sono i volontari che svolgono ogni sorta di servizio. Vengono qui per lavorare gra­tis, si pagano l’hotel, non possono se­guire la manifestazione se non quando non devono coprire il proprio turno e so­prattutto provano la delusione dei primi discepoli di Cristo.

Prego?

Ma sì, ogni giorno questi ragazzi tra­scorrono ore a discutere con chi vorreb­be parcheggiare dove non può. E poi, Blair si è lamentato per l’afa ma loro pas­sano ore sotto il sole; mi pare logico che possano essere delusi come lo erano i di­scepoli del Signore quand’erano reietti e attaccati da tutti. Poi tornano a casa e capiscono che l’ar­ricchimento personale, l’insegnamento del Meeting consiste in quel che hanno dato, nell’essersi messi in gioco, aver sof­ferto. Soprattutto quest’anno, loro sono il cuore del Meeting, perché loro arriva­no davvero alla conoscenza, che è sem­pre un avvenimento.

Siamo sicuri che la realtà non sia più semplice e cioè che molti tornino vera­mente delusi da questo incontro?

I numeri che crescono ogni anno, anche quelli di chi si offre di lavorare qui, dico­no il contrario. Ma sarebbe banale farne un discorso statistico. Il volontario stremato dalla fatica incar­na perfettamente l’uomo che arriva alla conoscenza perché, come ci hanno in­segnato Brague, Mather e Townes, non si conosce nulla se non si è implicati. Di Martino, che ha riletto la filosofia mo­derna sotto questa luce, ha smontato pezzo per pezzo la pretesa di estrarre il soggetto dal processo conoscitivo e Carrón ha messo in cima all’esperienza speculativa cristiana l’avvenimento del­la conversione, analizzando il caso di San Paolo. La Glendon, poi, ha esplicitato i legami tra la bellezza e il diritto naturale, dimo­strando che ogni uomo è in grado di co­gliere questo nesso. La conoscenza non può essere anaffettiva e solo quando l’uo­mo coglie l’avvenimento e si fa coinvol­gere dalla realtà abitata dal Mistero è in grado di “conoscere” realmente. In questo senso, una settimana di fatica può essere più efficace che assistere di­strattamente all’intervento di un premio Nobel.
Dal Meeting sono passate centinaia di migliaia di persone. Cosa pensa che sia rimasto a loro di quest’esperienza?

Pochi sanno che i gruppi di Comunione e Liberazione proseguono il cammino del Meeting durante l’anno, ma da tem­po a quest’evento non partecipano solo ciellini e anche agli “altri” resta molto.
Oltre ai contenuti che hanno acquisito, qui si stabiliscono dei legami, con i rela­tori e tra il pubblico, che non finiscono dopo il Meeting. Marco Bersanelli, par­tendo da Rimini, ha avviato un pro­gramma di collaborazione con la Tem­pleton Foundation. Molti imprenditori, professori di scuola, giovani di ogni sensibilità vengono qui a cogliere spunti che poi mettono a frutto nella loro esperienza di vita.
Il Meeting è solo un incontro tra cultu­re oppure modifica rapporti, situazioni, insomma lascia un segno nella storia dei popoli?

Qui si compiono avvenimenti che han­no riflessi storici. Il convegno dei leader africani con Frattini, ad esempio, ha per­messo una serie di incontri bilaterali. La dimensione sempre più internazio­nale di questa manifestazione non si­gnifica solo un cartellone più ricco, ma anche altrettanti spezzoni di sviluppo che cerchiamo, pazientemente, di co­struire. Anche in termini ecclesiali, il Meeting ci cambia tutti: il clima di apertura che si realizza a Rimini non riguarda solo i ciel­lini.
I politici fanno la fila per venire qui. An­che loro stanno cambiando?

La “nostra” politica è quella che accetta di affrontare i problemi dell’uomo, a muoversi sui fatti, utilizzando lo stru­mento del dialogo. Non ci interessa in­vece chi si appiattisce sul gossip politico e personale: abbiamo cose più impor­tanti di cui parlare. Ciò detto, credo che affrontare il tema dell’immigrazione con i leader africani significhi lasciare un segno, porre le ba­si per risolvere quel problema. Così co­me parlare della crisi con il governatore Draghi o con il ministro Tremonti vuole dire comprendere meglio lo scenario in cui ci muoveremo tra qualche settimana. Questa è la politica che piace al Meeting, la politica che dibatte – come hanno fat­to Lupi e Bersani – senza prendersi a cal­ci negli stinchi o delegittimare le perso­ne. Del resto l’esempio più autorevole e chia­ro, in questo senso, lo ha dato l’intervento del presidente del Senato Renato Schifa­ni che ha mostrato la strada per una ri­presa umana, culturale, politica per l’I­talia, in un clima di concordia e operosa costruttività.
Ma poi cambia qualcosa?

L’intergruppo della Sussidiarietà è nato qui, è figlio del Meeting.
Questo è stato anche il Meeting delle conversioni…

Oltre alla testimonianza di Blair, que­st’anno si è parlato molto della conver­sione di Jannacci e lui ha chiarito che non si è convertito perché era già credente. Dico però che ancora una volta abbiamo incontrato un uomo vero in azione, sul palco e fuori. L’incontro con lui resterà nella storia del Meeting.


Il Meeting è anche un format vincente: dopo trent’anni pensate di cambiarlo?

Non se ne parla, anche perché lo cam­biamo tutti gli anni: i focus, un certo mo­do di organizzare le mostre e la stessa ri­storazione sono nati o sono stati trasfor­mati in relazione agli input che proven­gono dai protagonisti. Spesso sono gli stessi relatori a proporci delle soluzioni innovative per l’anno suc­cessivo. È successo con Cleuza e Marcos Zerbini e con padre Aldo, giganti dell’e­vento. Infine, o in primis a seconda dei casi, è importante il dialogo con le altre realtà della Chiesa e con le altre Chiese. Poiché la cifra del Meeting è anche religiosa, in­fatti, una parte del programma nasce in sintonia con le autorità ecclesiastiche.

(Paolo Viana)

(Avvenire, 30 agosto 2009)

Da Il Sussidiario

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29/08/2009

Ciò che unisce Blair, Cleuza e Draghi




sabato 29 agosto 2009

Forse mai, come in questa edizione, abbiamo avuto la percezione che il Meeting di Rimini è, come recita il titolo, un Avvenimento. Un Avvenimento di conoscenza. L'incontro con i grandi personaggi che hanno segnato in maniera indelebile questa trentesima edizione, è stato anzitutto l'incontro con testimoni. Uomini che ci hanno aiutato a conoscere meglio, ad andare più al fondo della realtà che abbiamo intorno. È l'ulteriore conferma che l'incontro fatto, che la fede vissuta, è metodo per affrontare ogni aspetto della vita.

Dalla politica all'economia, dalla fisica alla filosofia, non c'è differenza. Tutto viene rivitalizzato quando si incontra qualcosa che ci permette di conoscere più a fondo il senso della nostra esistenza. La cosa che mi ha più colpito, nonostante siano ormai anni che partecipo al Meeting, è la letizia sui volti delle persone che ho incontrato. La gioia di Tony Blair, di Cleuza Zerbini, ma anche quella dei ragazzi del Rione Sanità di Napoli o dei carcerati della cooperativa Giotto, via via fino alle migliaia di persone che, anche quest'anno, hanno visitato i padiglioni della Fiera. Non è una felicità incosciente, ma la letizia di chi sa, di chi conosce che tutto è fatto per un destino buono.

È la stessa certezza che ci permette di dire che usciremo dalla crisi economica che abbiamo attraversato. Non siamo degli illusi o delle persone che negano la realtà. Sappiamo che gli effetti del terremoto che ha investito il mondo si trascineranno anche nei prossimi mesi, ma sappiamo anche che, dopo i fasti del mercatismo sfrenato, il mondo ha riscoperto che non esiste sviluppo se al centro non c'è la persona. Ha capito che il profitto deve essere al servizio del lavoro e non viceversa. Che c'è un lavoro dentro il lavoro che rende più umano il lavoro. Che se uno conosce il senso di ciò che fa è in grado di plasmare la realtà che gli si mostra davanti. La mostra allestita dalla Compagnia delle Opere sulle formelle del campanile di Giotto semplifica in maniera perfetta questa tensione che purtroppo, nei secoli, si è persa. Per fortuna non ovunque. In luoghi come il Meeting c'è.

Ma è una sfida quotidiana. Che non è diversa per me che di “professione” faccio il politico o per chi in questi giorni ha pulito i padiglioni della Fiera o si è messo dietro i fornelli nonostante il caldo torrido o lunedì dovrà andare nella sua impresa. È l'unica possibilità per non cadere vittima del nichilismo che ormai domina le giornate di tanti uomini e donne che conosciamo.

Ma questo avvenimento di conoscenza è aiutato dall'incontro con uomini che vivono così. Con quelli che, come recitava il titolo del Meeting 2008, sanno essere “protagonisti” della loro vita. Serve un'educazione. Per questo sono certo che ciò che è successo in questa settimana non resterà una parentesi dell'estate ma produrrà frutti. Perché anche noi, oggi, siamo testimoni di un avvenimento.

Da Il Sussidiario

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24/08/2009

Padre Aldo Trento: così don Giussani ci mandò nella terra delle Reducciones


PARAGUAY/ Padre Aldo Trento: così don Giussani ci mandò nella terra delle Reducciones


lunedì 24 agosto 2009

«Carissimi amici universitari, vi auguro di avere tanta fede e tanta intelligenza da rinnovare la più grande impresa sociale e politica del vostro passato, l’impresa delle Reducciones. La fede in Cristo è il mezzo per vivere più intensamente anche questo mondo. Coraggio e arrivederci» (Don Giussani, Asuncion 23/7/1988).

Don Giussani non era mai stato nelle Reducciones, aveva letto solo un libro di un autore francese, eppure quel giorno di luglio di 21 anni fa con questo semplice e profondo giudizio ci ha portato nel cuore di questa esperienza accaduta 400 anni fa a cominciare dal 1609 quando il provinciale dei gesuiti della grande Provincia di Paracuaria, Diego de Torres, decise di inviare i primi due gesuiti verso sud, sulle sponde del Rio Tebicuary, principale affluente del Rio Paraguay, a fondare la prima riduzione. Ad essa fu dato il nome del fondatore della Compagnia di Gesù, S. Ignazio Guazu (che significa “grande”). I due padri vi rimarranno pochi mesi, sostituiti da quello che sarà il primo martire paraguaiano, S. Roque Gonzales de Santa Cruz.

Con quel giudizio don Giussani ci ha aperto un orizzonte non solo sconosciuto a noi, un gruppetto di italiani recentemente giunti in Paraguay per impiantare il movimento di Comunione e Liberazione lavorando nella nascente Università Cattolica di Asuncion, ma anche per il mondo intero. Mai prima di Giussani si era registrato un giudizio di così grande portata storica. Ad essere onesti dovremmo ritornare a Voltaire, Montaigne, Chateaubriand, anche se la positività di giudizio di questi intellettuali aveva tutt’altro valore di quello del fondatore di CL. Solo Ludovico Antonio Muratori aveva preceduto Giussani in un simile giudizio con i libri “Il cristianesimo felice” e “Il paradiso del Paraguay”.

La mostra allestita a Rimini da parte di un gruppo di amici guidati da padre Ferdinando Dell’Amore riflette con precisione storica l’impegno che don Giussani ci aveva affidato in quel giorno e nello stesso tempo descrive l’origine di quello che molti hanno definito “Sagrado Experimento”: lo sviluppo, i protagonisti, la vita quotidiana. E anche come oggi quel fatto è diventato visibile nella parrocchia San Rafael.

L’origine è descritta in modo geniale dal “padre dei Guaranì” (il popolo indio della regione), Ruiz de Montoya nel suo diario “La conquista spirituale del Paraguay”: «Per due anni ci siamo guardati dal giudicare intorno al sesto e nono comandamento, assolutamente incomprensibili per i Guaranì, poligamici e cannibali. Ciò che ci siamo preoccupati di fare per non distruggere quelle tenere e giovani piante è annunciare l’avvenimento della bellezza di Cristo». Dopo due anni i Guaranì, diventati cristiani, hanno chiesto il matrimonio monogamico. Nasce la famiglia e con la famiglia il primo popolo cristiano della selva. Lo sviluppo, come affermano i protagonisti è stato il declinarsi chiaro, deciso, critico e sistematico dell’annuncio cristiano, valorizzando tutto ciò che di autenticamente umano c’era nella cultura Guaranì. I protagonisti sono stati i due o tre sacerdoti che vivevano in ogni riduzione, composta da un minimo di tremila a un massimo di cinquemila abitanti. Questi uomini, innamorati di Cristo “ad maiorem Dei gloriam”, sono stati protagonisti con gli indios di una nuova civiltà che potremmo definire come il Medio Evo latinoamericano. Il rapporto gesuiti-indios era definito dalla libertà. Come si potrebbe spiegare altrimenti l’amore, il rispetto, la creatività artistica, lo sviluppo economico e sociale, che hanno caratterizzato l’esperienza delle riduzioni?

Come documenta la mostra, la vita quotidiana era definita dall’avvenimento cristiano in tutti i dettagli, dall’uso perfetto del tempo all’igiene, dall’architettura alla musica. Essa, oltre che un tentativo di rendere giustizia a un’esperienza umana autentica, molte volte ignorata e censurata all’interno della stessa Chiesa, intende riproporre all’uomo di oggi il fatto che l’annuncio cristiano è il grande unico fattore capace di creare quella “civiltà della verità e dell’amore” citata proprio al Meeting da Giovanni Paolo II. La presenza a Rimini del vicepresidente della Repubblica del Paraguay, Federico Franco, e del ministro del turismo Liz Cramer, testimoniano l’importanza decisiva delle Riduzioni nella storia della nazione. È significativo il fatto che alla vigilia delle celebrazioni del bicentenario dell’indipendenza del Paese (tanto esaltata in questi tempi e strumentalizzate anche con fini laicisti e massonici), un decreto del Governo definisca le Riduzioni «fattore costitutivo e creativo della cultura e civiltà raggiunte dal Paraguay grazie all’annuncio cristiano».

Da Il Sussidiario

21/08/2009

La vera storia di Miguel Mañara

Il protagonista della serata teatrale d’apertura del trentesimo Meeting di Rimini sarà Miguel Mañara. Domenica prossima vedremo, infatti, una nuova messa in scena del dramma di Oscar Milosz, incentrato sulle vicende del giovane rubacuori sivigliano, prima stanco delle sue stesse avventure amorose, poi sorpreso dal candore di un amore vero e sposo, infine umile monaco che diventa santo e muore nel silenzio. È quel Mañara che ha dato origine alla lunga serie dei don Giovanni di cui è zeppa la letteratura, da Tirso de Molina a Molière a Puškin, e la musica (basti pensare a Mozart).

Ma nello scrivere la sua più famosa opera teatrale, che è del 1913, Milosz non aveva in mente un’ennesima edizione del mito già visitato da tanti altri prima di lui (e che lui stesso aveva trattato in un precedente dramma). Milosz infatti resta fedele al dato storico, così come lo aveva letto e studiato nella biografia su Mañara scritta dal de Latour nel 1857. Chi era, dunque, questo Mañara, che la Chiesa cattolica annovera tra i “venerabili”?

Don Miguel Mañara Vicentelo de Leca nasce a Siviglia il 3 marzo 1627. La sua giovinezza è quella tipica dei giovani rampolli della nobiltà del siglo de oro: baldoria, amorazzi, duelli per difendere l’onore. Intorno ai vent’anni la conversione. Il suo primo biografo, Cárdenas, racconta che, mentre si dirigeva di notte a un appuntamento galante, Mañara fu colpito al capo, cadde per terra e sentì una voce che chiedeva una bara per lui, considerato ormai morto. In preda al terrore, Mañara tornò a casa e venne poi a sapere che all’appuntamento galante sarebbe stato accolto da sicari decisi a ucciderlo.

È la svolta. Miguel ventunenne sposa una brava ragazza della città, Jerónima Carrillo da Mendoza (la Girolama di Milosz). Che però muore poco dopo. Miguel entra allora nella Confraternita della Carità, che si occupa dell’assistenza materiale e spirituale ai poveri di Siviglia. Nel 1662 ne diventa il presidente, dandole nuovo impulso e ingrandendone il raggio di azione. Tale è il fascino della sua vita, che gran parte della nobiltà di Siviglia entra a far parte della Confraternita, attorno alla cui sede viene costruito un ospizio per i poveri, un ospedale per i malati che nessun’altra struttura accoglie e fondato un sodalizio di persone impegnate nell’assistenza ai condannati a morte. Mañara si prodiga anche per la conversione dei musulmani che si trovavano in città.

Muore il 9 maggio 1679, circondato dall’ammirazione di tutti e da una solida fama di santità. Di sé, lui aveva ben altra idea, tanto da scrivere nel suo testamento: «Io, don Miguel Mañara, cenere e polvere, miserabile peccatore, per la maggior parte della mia vita ho offeso l’altissima maestà di Dio mio Padre, di cui confesso di essere creatura e schiavo. Ho servito Babilonia e il Diavolo suo principe con mille abomini, orgoglio, adulteri, bestemmie, scandali, brigantaggio. I miei peccati e le mie infamie sono senza numero e solo la grande saggezza di Dio li può nominare, la sua pazienza infinita sopportarli e la sua infinita misericordia perdonarli. Sul mio sepolcro si metta una pietra con questo epitaffio: Qui giacciono i resti del peggior uomo che ci fu al mondo. Pregate per lui».

Da Il Sussidiario

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07/08/2009

Meeting: Giussani; Dio ha bisogno degli uomini

Fate bene a battere le mani, perché credo in quello che dico. «Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità - dice Teilhard de Chardin - non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere».

Quando ho detto questa frase mi è venuto immediatamente al cuore e alla memoria come deve essere nato storicamente l’interesse per Cristo. La gente poteva andarlo a sentirlo chiedendosi: "Cosa dice costui? Parla della Trinità, di Dio Padre, parla dell’inferno dell’anima, della responsabilità dell’uomo". Però poteva farsi anche un’altra domanda, che trovava la risposta dentro il cuore della gente, senza che essa ne fosse cosciente: "Costui, perché dice queste cose?" E immediatamente, chi avesse formulato questa domanda si sarebbe sentito rispondere: "Perché ama l’uomo". Prese un bambino se lo strinse al seno e disse: "Guai a colui che torce un capello al più piccolo dei bambini" e non parlava di torcere fisicamente un capello, perché in questo fatto tutti hanno un po’ di ritegno; parlava nel far del male al bambino in termini morali, là dove nessuno presta attenzione e precauzione; parlava di un rispetto assoluto di questo esserino indifeso. Oppure si scosta nel sentiero, passa un funerale, una donna singhiozza dietro il feretro e Lui domanda: "Cosa succede?" "È una donna vedova. Le è morto l’unico figlio". Fa un passo avanti e dice: "Donna, non piangere". O ancora: "Che importa se ti prendi tutto quello che vuoi e poi perdi te stesso?” Che cosa darà l'uomo in cambio di sé? Così è sorto nel mondo il senso del rispetto, della venerazione, dell'attaccamento, dell'amore, della fiducia, della responsabilità verso la persona.

La persona: l'amore all'uomo. Altrimenti non si può capire il Cristianesimo. Ma forse noi stessi non lo comprendiamo, pur tentando di viverlo, perché non partecipiamo di questa sua origine. Il cristianesimo non è nato per fondare una religione, è nato come passione per l'uomo. Allora si capisce che se Cristo parlava del Padre, se parlava del bambino, se tendeva con particolare cura lo sguardo all'ammalato, al povero, era perché povero, bambino o ammalato erano, fra tutti, i meno difesi, coloro che meno avrebbero potuto imporre se stessi; proprio per questo ne sottolineava la presenza, perché il loro valore era indipendente dalla loro capacità di potere o di servire al potere. L'uomo, il figlio di donna, l'uomo concreto, come sempre insiste Giovanni Paolo II, non l'uomo alla Feuerbach o alla Marx, io, tu, l'uomo figlio di sua madre e suo padre: e l'amore all'uomo, la venerazione per l'uomo, la tenerezza per l'uomo, la passione per l'uomo, la stima assoluta per l'uomo.

La frase di Teilhard de Chardin mi ha richiamato una frase del Vangelo: "Vi ho detto tutte le cose che vi ho dette, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena". Gioia: è l'unica voce, quella cristiana, che può usare la parola gioia senza essere obbligata a dimenticare o rinnegare qualche cosa. Gesù lo dice in termini biblici: "Il loro angelo (l'angelo dei bambini) vede la faccia del Padre mio". L'uomo è grande perché è in rapporto con l'Infinito, ma un rapporto siffatto che lo si è potuto anche definire con un paradosso: Dio ha bisogno degli uomini. Dio. Ma chi non ha paura, qualunque immagine ne abbia, ad usare questa parola? Io ne ho molta, e infatti raramente la uso. (continua)

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20/07/2009

Miguel Mañara

Quest’anno ad inaugurare il Meeting il 23 di agosto sarà la rappresentazione dell’opera di Oscar V. Milosz, interpretato dall’attore Gigio Alberti, con la regia di Otello Cenci, musiche originali di Roberto Andreoni e Marina Valmaggi e opere pittoriche di Franco Vignazia.

di Otello Cenci

La trama
Siviglia. È notte inoltrata. Nella cella del Convento della Caridad Padre Miguel non riesce a prendere sonno. Tra ricordi e sogni rivive quegli incontri che gli hanno cambiato la vita. Don Fernando, l’anziano uomo d’armi che osò riprenderlo in pubblico con toni aspri e, nello stesso tempo, abbracciarlo come un figlio. Girolama, la giovane donna e sposa che infiammò il suo cuore di amore vero. L’abate che gli insegnò il valore del tempo e la forza del perdono. Lo storpio, nel quale riconobbe Cristo e per il quale invocò il miracolo. Diversi luoghi, persone diverse accomunate da uno stesso sguardo. Uno sguardo severo e allo stesso tempo dolce, dal quale Manara è rimasto più volte affascinato. Accadimenti straordinari a cui si è abbandonato fiducioso accettando i cambiamenti e i rischi che questi comportavano. Gli stessi fatti di sempre, gli eventi del passato visti sotto una diversa prospettiva, che disvela un disegno fino ad allora nascosto.
Il tema
‘Si, Girolama, dite il vero; non sono come ero. Vedo meglio; e pure non ero cieco; ma era la luce, forse, che mancava: perchè la luce esterna è cosa da poco; non è essa che ci illumina la vita. Voi avete acceso una lampada nel mio cuore.’ Questo brano del Miguel Manara, credo esemplifichi in maniera efficace il significato del titolo di quest’anno del Meeting. Tutti i sei quadri di quest’opera parlano di avvenimenti che conducono, a volte trascinano, avanti il protagonista nella sua interminabile ricerca. Ricerca di qualcuno o qualcosa che dia senso e gusto alle giornate che si ripetono. Così, specchiandosi nell’irrequieto desiderio di felicità del Don Giovanni spagnolo di Oscar Milosz, ci si commuove per quegli incontri a volte bruschi, a volte dolci che stravolgono e sorreggono il suo cammino. In questi personaggi, ciascuno rivede le persone particolarmente care e importanti della propria storia e riassapora il loro abbraccio sincero e incondizionato. Per questi motivi, pur essendo una storia ambientata in una Spagna rinascimentale, sarà facile per il pubblico immedesimarsi. Il motore delle azioni e l’intreccio che ne consegue, sono le stesse per gli uomini di tutti i tempi: l’attesa di qualcosa che colmi l’abisso della vita e la grazia di un incontro con una Presenza che dona nuova luce alle ‘solite cose’ di tutti i giorni.
Lo spettacolo
Lo spettacolo inaugurale del Meeting è per sua natura un evento. Un evento perchè presenta in prima assoluta, una nuova produzione che apre una settimana eccezionalmente ricca di contenuti culturali ed artistici internazionali. Un evento perchè è l’occasione per iniziare a confrontarsi con il tema della manifestazione attraverso il linguaggio scenico. Un evento perchè vi prendono parte ogni anno tremila persone. Quest’anno l’allestimento prevede la presenza di oltre 50 artisti tra attori, acrobati coro e orchestra. Grazie ai dipinti di Franco Vignazia e a grandi proiezioni realizzate su quattro differenti fondali, gli spettatori sono introdotti nei paesaggi e negli ambienti di Siviglia della metà del 1600. I costumi di Ilaria Ariemme e le musiche originali di Marina Valmaggi e Roberto Andreoni completano il panorama di un viaggio che auspico suggestivo e intenso.
Fondazione Meeting per l'amicizia fra i Popoli


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09/09/2008

MALEDETTI CIELLINI

Vi segnaliamo l’articolo di Giampaolo Pansa “Quel Meeting ci batterà”, pubblicato sull’ultimo Espresso. Il 27 agosto ha partecipato all’incontro del Meeting dal titolo “Passione per la storia”, con lo scopo di discutere dei suoi libri sulla guerra civile italiana.

L’esperienza del Meeting è stata per lui una vera e propria scoperta. “Il primo choc – ha confidato nell’articolo – è stato di trovarmi di fronte a una platea di mille persone, venute per capire che tipo sono. (…) Che scoperte ho fatto quella sera e il giorno successivo, nel vagare per il Meeting? Soprattutto tre. La prima che lì c’era un popolo, ossia una folla sterminata di gente comune, però non qualunque. Spesso di condizioni modeste e a famiglie intere. E tutti avevano nel cuore il desiderio di stare insieme, ma anche di incontrare persone diverse da loro.

La seconda scoperta è stata che questa gente non ti chiedeva da dove venivi, ma voleva soltanto comprendere dove stavi andando. (…) Era il mio percorso umano che volevano scrutare, con lo sguardo attento dell’amicizia: il mio viaggio alla ricerca della verità e di me stesso. E ogni volta mi sono sentito ascoltato e mai giudicato. Non mi era mai successo.

La terza scoperta sono stati i giovani che lavoravano al Meeting, dalla mattina sino a tarda sera.”

Infine, conclude riprendendo un motto dell’ex presidente francese Mitterrand e definendo il popolo di cl come “Una calma forza tranquilla” che sconfiggerà le vecchie sinistre italiane: “Ripenso al Meeting di Rimini e concludo: maledetti ciellini, ci sconfiggerete. Anzi ci avete già battuti.”

Qui tutto l’articolo.

Grazie a Il Sorvegliato Speciale

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06/09/2008

CHI E' IL VERO NEMICO

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Mio caro Malacoda, sono reduce da una settimana stressante. Mi sono travestito da giornalista e mi sono intrufolato nei padiglioni della Fiera di Rimini dov’era in corso il Meeting per l’amicizia fra i popoli. Non è cosa per noi, ma è comunque un’esperienza utile, aiuta a identificare il nemico. E il nemico, è stato chiaro una volta per tutte, non è il bene, non sono i “valori” di cui i cristiani e gli uomini di buona volontà si fanno alfieri; il nemico è uno solo: il nemico è l’uomo. Non l’umanità, l’uomo. Quello singolo, concreto, quello che dice “io”, quello che si sente morire quando è ammalato, che si sente felice quando è innamorato, quello che ti deruba, che uccide, che aiuta gli altri oppure li maledice… quello che sa dire “tu”. Ne ho incontrati tanti fra i settecentomila del Meeting e ne ho tratta una conclusione: alla fine è questione di teoria economica, una teoria del valore. Non i valori, ma il valore. Ho incontrato una donna ugandese malata di Aids, condannata a convivere (e morire) con la sua malattia, ma è una donna che si è sentita dire: «Tu vali di più della tua malattia» e ha scoperto che è vero.
L’ha scoperto sulla sua pelle e su quella di suo figlio, non le hanno detto che la famiglia è un valore, l’hanno guardata commossi per quello che era, fino a farla piangere. Ho incontrato una donna che vive tra i favelados in Brasile, una che un giorno ha guardato in faccia il capomafia del suo quartiere. «Che guardi donna, sai chi sono io e quanti ne ho ammazzati?». «So chi sei e so che non sei quello che hai fatto». «Voglio cambiare, mi puoi aiutare?». «Vieni a trovarmi». Ho stretto una mano che ha ucciso, diciamo che mi sentivo a casa, poi ho guardato l’assassino negli occhi e l’avrei ucciso io: non rivendica la sua innocenza, non vuole sconti, aspetta la fine condanna e dice che può essere libero anche dentro; sulla maglietta aveva una scritta: “Vale la pena”, assurda se non si vedesse che per lui è vera. Ho incontrato un uomo che raccoglie moribondi per strada e tiene loro la mano finché muoiono: «Gratitudine – mi ha detto –. Ero moribondo io, e un uomo mi ha tenuto la mano finché non è morto lui. Che posso fare di diverso?». Ma si può vivere così? Ho parlato a lungo con uno scrittore ebreo, uno scampato alla Shoah, mi ha raccontato degli orrori dei nazisti, ma anche di quelli dei profughi ebrei, delle violenze sui bambini, delle miserie di cui si macchia l’uomo che vuole sopravvivere; a un certo punto ha detto: «A quei tempi nessuno sapeva cosa fare della vita che aveva salvato. Io ho chiesto a un vecchio se mi insegnava a pregare. Lui mi picchiava, ma ne è valsa la pena». Mentre mi aggiravo nei padiglioni della Fiera mi sentivo assediato da tremila “volontari”, lavorano gratis una settimana e anche loro ripetono che “ne vale la pena”, uno di loro mi ha citato uno scrittore francese che già ci procurò grane nel secolo scorso, Paul Claudel: «A che vale la vita se non per essere data?». E qui ho capito una cosa paradossale: quando si dice che una cosa non ha prezzo, di solito si intende che ne ha uno altissimo e che solo pochi possono permettersela. Questi strani esseri che abitano da protagonisti il mondo senza complessi di inferiorità quando dicono che una cosa non ha prezzo intendono dire che è gratis e, guardandoti stupito che tu non capisca, ti dicono: «Che cosa darà l’uomo in cambio di se stesso?». Per fortuna è finito, ora sui giornali e dai pulpiti si tornerà a parlare di valori. Noi ci saremo.

Tuo affezionatissimo zio   

Berlicche

Da Tempi - 6.9.08

09:42 Scritto da: ritina5 in meeting | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

31/08/2008

I BLOGGERS CHE FECERO L'IMPRESA

Meeting dell'amicizia 2008
 Parafrasando il famoso film, questo il clima che si respirava al centro del padiglione della Compagnia delle Opere dove i blogger si erano dati appuntamento, non in un luogo qualsiasi, ma bensì nel padiglione del Matching che è un evento nato con l’obiettivo di favorire le relazioni di business tra gli imprenditori, con Matching si creano delle occasioni, si favoriscono delle opportunità, e, anche se in una modalità molto piccola, è esattamente ciò che è accaduto a noi tra i padiglioni del Meeting di Rimini.   Logo SamizdatOnLine
Non sapevamo prima lo stand che avrebbe ospitato SamizdatOnLine, CdO persona che si era offerta di ospitarci, faceva riferimento al Matching e così ci siamo ritrovati intorno ai tavolini tra due gruppi di divanetti che ospitavano imprenditori in colloquio.
Domenica quasi senza volerlo e senza darci appuntamento, mi ritrovo con Factum al mitico bar Alcamo, giriamo tutto il padiglione alla ricerca di Anerella e poi chiediamo al Matching informazioni, guarda a caso era lì poco prima, non facciamo in tempo a lasciare un messaggio per lei che è già di ritorno e ci viene incontro. Proseguiamo la conoscenza in una saletta sul retro dove incontro anche una cara amica che non vedevo da tempo, Anerella ci mostra i volantini e tutto il materiale da distribuire nonché le magliette con il logo di SamizdatOnLine (SOL) fatte preparare dal mitico Natanaele. Lasciamo Anerella al lavoro e ci salutiamo ridandoci appuntamento al giorno dopo alle 14 quando inizia il mio turno di disponibilità per incontrare gli amici di SOL. Racconto a Factum che ho appena conosciuto Politicus presso la libreria insieme a due amiche toscane, un medico e una ricercatrice e che rientreranno a casa in giornata, ma devo incontrarmi con Vnnvvvn che è arrivata al meeting per la prima volta con una amica Profemate, e lui, senza perdere un minuto mi dice: dammi il numero che la chiamo; che dire quando hai a disposizione il telefono aziendale: obbedisco. Ci ritroviamo in cinque alla piadineria dove stavano facendo uno spuntino e io non mi tiro certo indietro dato che non avevo ancora pranzato. Quindici minuti di conversazione e poi ci ridiamo appuntamento al giorno successivo al Maching (saranno le prime ad arrivare). Intanto si è fatto tardi Factum mi presenta velocemente la sua la famiglia e ci salutiamo dandoci appuntamento il giorno dopo alle 15 a fine turno per l’incontro con don Gabriele.
Arriva lunedì sono quasi le 14 e io sono ancora distante dal luogo dove dovrei essere, la mia camminata non è velocissima, arrivo non vedo Anerella ma un giovane ricciolino con i capelli che gli coprivano gli occhi, mi guardo in giro non la vedo e alla fine mi decido a domandare al giovane, mi ascolta a testa bassa e poi alza il viso, lo guardo ed esclamo: ma non ci credo Jack sei proprio tu, sono anni che non ci vediamo. Sono visibilmente contenta perché era uno degli amici dei miei figli che capitava spessissimo a casa nostra, quante chiacchierate tra di noi anche senza i miei figli. Lo guardo abbracciando insieme in un istante i ricordi, ma subito lo riprendo (come solo le mamme san fare) perché non si è più fatto vivo.
Con l’aiuto di mio nipote sistemo il materiale su un tavolino e immediatamente arrivano i primi amici: Vnnvvvn, profmate che ci salutano dopo dieci minuti per un appuntamento, arriva il Centro Culturale di Lugano insieme a Yellow and White a cui subito rilancio la possibilità di associarsi a SOL. Ida di Lugano vede le magliette e dato che non l’aveva ordinata le cedo una di quelle che avevo ordinato scusandomi perché per lei è troppo abbondante. Arrivano quasi contemporaneamente Il mascellaro e Sguardo Leale, rispettivamente webmaster e segretaria di SOL. Poi a seguire una sfilza di blogger di cui ho perso la successione: Natanaele accolto con grande ovazione per l'idea della maglietta; contemporaneamente arriva Vinoemirra al meeting prima la prima volta, mi lascia stupita per la faccia simpatica e rotonda non era il dottorone che mi immaginavo, subito viene accalappiato dalle spiegazioni di una mia amica che si lancia ad illustrargli le bellezze del meeting. Ed ecco Islemoon la simpatia in persona baci ed abbracci a non finire, dopo poco ci lascia per andare a dare una mano allo stand di amici.
Nel frattempo suona il telefono è Cuoredipizza che non ci trova e mi domanda dove siamo, non faccio in tempo a finire di spiegare che giro la testa e vedo un’elegante signora bionda che mi guarda con aria interrogativa, la chiamo con il suo nick e lei Graciete sei tu. A quel punto la compagnia era consistente, alle mie spalle su un divanetto degli imprenditori discutevano tra di loro e io sorrido pensando che secondo me ci prendono per pazzi con questi nomignoli, o forse pensano che siamo una compagnia teatrale.
Arriva Factum e subito dopo Giorgetto insieme a Fiordicatus e il sant uomo dell’Udmv, dell'incontro ha già detto quasi tutto Fiordicactus.
Si sente l'assenza di qualche amico e subito c'è chi suggerisce di chiamare AnnaV impossibilitata a partecipare di persona, perché invece con il blog praticamente non ha scordato nulla da segnalare; un saluto veloce e anche lei è come se fosse lì in carne e ossa. Manca anche Graziella ma di lei non ho il telefono. Cultura Cattolica
Arriva don Gabriele di Cultura Cattolica,
si accomoda su uno dei comodi divanetti e lì con Factum attendiamo che si liberi per verificare l’utilità o meno di un sito che avevamo appena aperto. Donga, così lo chiamano gli amici, ci dà la sua assoluzione e ci lancia nella missione. E proprio a partire da quel divanetto del Maching si preannunciano all’orizzonte di SOL grandi cambiamenti, certi che la provvidenza metterà la sua mano per sostenerci nell’impresa.  
Ho incontrato anche altri blogger, vi racconterò in altri post, ma l’impatto con tutti è stato lo stesso, sembrava che ci conoscessimo da sempre, eppure non ci eravamo mai visti, era evidente che un Altro ci aveva messo insieme, in questa scalcinata compagnia di SamizdatOnLIne.
Grazie all'amica Graciete

23:01 Scritto da: ritina5 in meeting | Link permanente | Commenti (6) | Trackback (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

IL POPOLO D'AGOSTO

Spagnoli, portoghesi, kazaki, russi, egiziani, giordani, messicani, americani, polacchi, lituani, cechi... tra i volontari del Meeting di Rimini di quest’anno ci sono giovani che vengono da molto lontano, a loro spese, per pulire i pavimenti della fiera, strappare i biglietti all’ingresso degli spettacoli, fare servizio d’ordine negli incontri, servire ai tavoli dei ristoranti o pelare patate.
Questo dice in modo efficace della svolta che sta caratterizzando il Meeting: è divenuto ormai un evento internazionale, non solo per quello che riguarda i relatori degli incontri, ma anche per ciò che concerne il pubblico e persino i volontari.
Cosa accomuna tutta questa gente? Un carisma cattolico, come quello di Luigi Giussani, che si immerge nella tradizione e nella storia del nostro Paese, rende gente di tutto il mondo capace di vedere ciò che molti non sono capaci di vedere, un nuovo mondo che sta nascendo: donne ugandesi malate di Aids piene di speranza; gli appartenenti ad una associazione di ex favelados che, abbracciando la fede cattolica, trovano nuova linfa alla loro azione educativa e sociale; carcerati spinti a un profondo cambiamento interiore per l’incontro con gente che scommette sul loro destino e insegna loro a lavorare; missionari, fratelli e compagni di coloro che hanno incontrato in terre lontane; giovani del rione Sanità di Napoli protagonisti di un impegno sociale che sembra un canto; intellettuali alla scoperta di un nuovo significato dopo anni di nichilismo; giovani imprenditori e operatori sociali che, invece di discutere di crisi, cercano innanzitutto di affrontarla con creatività e spirito di iniziativa.
Sono frammenti di popolo che torna ad unirsi durante una settimana di agosto, persone leali con il grido del loro cuore, che non si accontentano di osservare queste novità umane presenti nella realtà, ma vogliono scoprire che cosa e chi le origina.
Per questo hanno ascoltato in modo filiale gli interventi di pastori come Bagnasco e Pezzi. Per questo hanno affollato incontri, come quello in cui si è parlato di ecumenismo con Habukawa, di diritti umani con Glendon, Weiler e Hauerwas, di pace con Mamberti, Tauran e Moussa, di multiculturalismo con Prades e Milbank, della solitudine esistenziale con Borgna e Cesana, di percorsi alla ricerca della verità di se stessi con Pansa, Cominelli, Modiano, Waters e Allam. Per questo, negli incontri politici, sociali ed economici in questo Meeting, partendo da un desiderio di significato per la propria vita e da tentativi positivi in atto nella vita economica e sociale, hanno aiutato i relatori a star di fronte ai problemi che attanagliano la nostra società, secondo un’ottica sussidiaria, senza soffermarsi sul gossip politico. Così, si è discusso di molte proposte che stanno punteggiando l’inizio di questo governo e l’attuale clima politico: la volontà di rilanciare il sistema produttivo e bancario da parte di operatori pubblici e privati (come Conti, Passera, Profumo e Moretti), il dialogo per il bene comune dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, il riassetto dello Stato e il federalismo fiscale negli interventi di Tremonti e Calderoli, la necessità per la scuola di una riforma nella direzione di autonomia, parità, valutazione e valorizzazione della professionalità degli insegnanti nel dibattito Gelmini-Garavaglia, l’urgenza della liberalizzazione del mercato del lavoro nell’incontro con Sacconi e Bonanni, la riforma della giustizia e delle carceri annunciata da Alfano, la sussidiarietà nell’ente locale di Formigoni e Alemanno. Chi impara da Giussani a vivere senza patria non si estrania dal mondo, come hanno testimoniato Eugenia Roccella e Bernhard Scholz nell’incontro conclusivo: vi scopre quella Presenza Misteriosa che continuamente mostra i suoi tratti inconfondibili in fatti e persone che spalancano il nostro cuore e ci fanno appassionare a tutto, anche quando non tutto è come istintivamente vorremmo.
Pagina  12 

Giorgio Vittadini - Il Giornale

11:08 Scritto da: ritina5 in meeting | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

28/08/2008

NON UNA DOTTRINA MA UN INCONTRO

Il Cristianesimo non è una dottrina ma un incontro: due giornalisti, Waters e Allam, si raccontano

“La prima condizione per cui il cristianesimo si realizza come avvenimento è l’affezione a sé, alla propria umanità. Non accade come una magia, ma come dice don Carròn, occorre la nostra umanità”. Apre così Alberto Savorana, portavoce di Comunione e Liberazione, uno dei più attesi e affollati incontri della ventinovesima edizione del Meeting. Sono stati invitati a testimoniare l’incontro fatto con l’avvenimento di Cristo nella loro vita John Waters, editorialista dell’Irish Times e Magdi Cristiano Allam, vicedirettore del Corriere della Sera.

“Di recente ho vissuto un fenomeno per me strano: sentirmi nella posizione di Giovanni e Andrea quando incontrarono Gesù per la prima volta”. Waters, già presente al Meeting due anni fa, inizia il suo intervento raccontando ciò che considera novità nella sua vita. “Sono seduto a un bar, prendo un caffè con un amico e c’è una sedia vuota come per un altro ospite. Allora comincio a pensare a come sarebbe se arrivasse Lui: come potrei fare a riconoscerLo? Che aspetto avrebbe?”. È chiaro che per il giornalista irlandese deve accadere qualcosa di eccezionale per riconoscere la Presenza di Cristo su quella sedia, nella sua vita.
Prova così a spiegare il suo lungo e complicato percorso all’interno della cultura moderna, descritta da lui come “una giungla buia all’interno della quale cammino a tentoni e tocco senza riuscire a capire se sono buone o cattive”. In effetti la sua vita è stata una giungla in cui ha anche affrontato il tunnel dell’alcolismo durante la ricerca della sua libertà, necessariamente diversa da quella in Cristo trasmessagli dalla sua famiglia. Ma il suo cuore non ha mai smesso di desiderare di incontrare una verità che sia più corrispondente della sua idea di libertà. Accogliendo allora la provocazione di don Giussani di essere onesto con se stesso e stare a ciò che accade nella sua vita, è arrivato alla radura camminando nella giungla della sua vita. “Lì ho incontrato gente che guardava tutti i miei desideri e mi ha invitato a fare un viaggio. Questo è il Meeting, l’Incontro. L’unico incontro che io conosca” conclude Waters. “Oggi Lui è presente nella mia realtà”.

Interrotto più e più volte da applausi, Magdi Cristiano Allam inizia ricordando che ha ricevuto la grazia di incontrare autentici testimoni di fede. Ciò che poteva sembrare casuale nella sua vita, oggi lo riconosce come fondamentale per la conversione al cristianesimo: l’educazione dall’età di quattro anni nelle scuole cattoliche. “Ho conosciuto così la realtà del cristianesimo, vissuto attraverso le opere buone dalle suore e dai frati che insegnavano lì. Da allora - continua – è cresciuta sempre di più la mia spiritualità e la convinta adesione ai valori non negoziabili: la sacralità della vita, la dignità della persona che comporta la libertà personale, in particolare quella religiosa oggi messa sempre più spesso a repentaglio”.

Ancora una volta Allam vuole spiegare perché nel suo ultimo libro Grazie Gesù ha definito l’islam “la religione del Dio che si fa testo e si incarta nel Corano”. Gli attacchi a Benedetto XVI dopo il discorso all’Università di Ratisbona da parte del mondo musulmano e l’isolamento in cui l’occidente lo ha lasciato, gli atti terroristici e la violenza giustificata in nome dell’islam e delle gesta di Maometto, hanno portato il vicedirettore del Corriere della Sera a ripensare alla sua fede. “Come musulmano laico, moderato e impegnato a cercare la compatibilità dell’islam con i diritti umani fondamentali, ho dovuto prendere atto che questa non è possibile. Non è infatti possibile approcciarsi con gli strumenti della ragione e della critica ad un testo, il Corano, considerato intangibile e ingiudicabile come Dio. Ho compiuto approfonditi studi sui testi della religione islamica e posso dire che molti versetti legittimano l’ideologia dell’odio e della violenza. La stessa biografia ufficiale di Maometto, riconosciuta dal mondo islamico, descrive la vita del Profeta come un guerriero che si è macchiato di efferati crimini come l’uccisione di settecento ebrei a Medina nel 627 d.C.”.

Minacciato per le sue battaglie su diritti e valori incompatibili con lo stesso testo fondamentale della religione islamica, Allam ha deciso di lasciarla convintamente e definivamente. “Ma questa mia condanna alla religione – vuole puntualizzare – non inficia l’amore autenticamente cristiano verso i musulmani che accettano e vivono secondo i valori universali. Vanno dunque rispettati ed è inoltre necessario incoraggiare un lavoro per costruire insieme il mondo”. Questo dev’essere però fatto “con la certezza della nostra verità, senza accostarci al relativismo per cui si devono mettere su un piano di parità tutte le religioni. Questo permette di agire da protagonisti per edificare il bene comune”. Inizia quindi un nuova vita per Magdi Cristiano Allam, in quel Dio che si è fatto uomo.

Una testimonianza dunque dello “stupore per qualcosa che accade” quella resa oggi da Waters e Allam. “All’inizio - conclude Savorana - quando riconosci l’origine della stranezza delle persone che incontri al Meeting lo dici a denti stretti: Cristo. Ma questo provoca nel cuore lo scoppio ancora più grande del desiderio”.

(A.P.)
Rimini, 28 agosto 2008

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O PROTAGONISTI O NESSUNO

Bersanelli presenta il tema del Meeting

In un auditorium pieno in ogni ordine di posti Emilia Guarnieri, presidente della fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ha introdotto l’incontro sul tema di questa edizione del Meeting, ‘O protagonisti o nessuno’. “Come fa l’uomo ad essere protagonista? In questi giorni di Meeting abbiamo incontrato molti uomini che sono venuti qui a parlare a partire dal proprio cuore, testimoniando un bisogno di bene, di senso e di essere utili nella storia. Davanti ad alcune testimonianze, come quelle di Rose, Marguerite e Vicky, tutti siamo stati provocati e ci siamo sentiti più protagonisti”. Emilia Guarnieri ha precisato che “protagonista è colui che vive il reale mosso dal senso che ha incontrato nella propria vita”.
A Marco Bersanelli, docente di Astrofisica all’Università degli Studi di Milano è stato affidato il compito di entrare nel merito del tema. “L’uomo per sua natura aspira ad essere protagonista – ha esordito – desidera che la propria vita lasci un segno originale. L’idea che la vita scorra senza generare nulla è insopportabile”. Da dove viene allora la nostra immagine di realizzazione di un io protagonista? “L’uomo è fatto per essere in rapporto con ogni cosa creata, per cercarne il senso e per conoscere il reale: con l’epoca moderna nell’Occidente però è maturata la convinzione che l’uomo fosse in grado da sé, autonomamente, di dominare e definire il reale, confidando nelle proprie capacità. L’immagine di protagonista che noi abbiamo ereditato è quella di un uomo che si identifica con quello che riesce a fare da sé e con il successo che riesce a ottenere”.
Questo smarrimento dell’io rispetto alla sua aspirazione originale è ben riassunto nelle parole di Hannah Arendt: “L’uomo moderno […] fu proiettato in sé stesso, nella chiusa interiorità dell’introspezione dove tutt’al più poteva sperimentare i processi vuoti del meccanismo mentale […]. È perfettamente concepibile che l’età moderna cominciata con un così eccezionale e promettente rigoglio di attività umana, termini nella più mortale e nella più sterile passività che la storia abbia mai conosciuto”. La conseguenza di questo smarrimento, annota Bersanelli, è una disaffezione per la realtà, che “o non ci riguarda, oppure è ridotta a ciò che di essa noi decidiamo di scegliere. I fatti che accadono sono visti come ostacoli e limiti e non come opportunità”. La debolezza nel rapporto con la realtà genera poi un’aridità nella conoscenza ed elimina la commozione e lo stupore davanti a ciò che c’è. Come affermava Max Planck, “chi ha raggiunto lo stadio di non meravigliarsi più di nulla dimostra semplicemente di aver perduto l’arte del ragionare e del riflettere”. Si crea una distanza tra l’uomo e la realtà, una dinamica “totalmente opposta rispetto a quell’impeto positivo presente in uomini come Dante Alighieri, secondo cui ogni creatura era segno del Mistero (‘Le cose tutte quante hanno ordine tra loro e questo è forma che l’universo a Dio fa similiante’)”.
Secondo Bersanelli è fallita un’idea di protagonista per la quale l’uomo si concepisce libero da tutte le dipendenze, autonomo e appartenente solo a se stesso. Ma allora chi è veramente protagonista? Don Giussani lo descrive bene in un suo intervento del ’79: “Protagonista non vuol dire avere la genialità o spiritualità di alcuni, ma avere il proprio volto, che è, in tutta la storia e l’eternità, unico e irripetibile”.
Proprio l’irriducibilità della natura di ogni uomo, osservabile nell’esperienza di ciascuno e testimoniata da molte persone in questo Meeting, rende l’uomo libero, non assimilabile a nessuno schema e dotato di un valore infinito. Questa irriducibilità, ha sottolineato con vigore Bersanelli, “non viene da una capacità, o da un discorso, è un fatto: io non mi sto facendo da me. Il mio io è fatto da un Altro, e la consistenza della mia personalità sta in questo rapporto che mi genera”. Riprendendo don Giussani, Bersanelli ha affermato che “le due concezioni in lotta tra loro sono quella dell’uomo che appartiene a qualcosa di più grande oppure quella dell’uomo che appartiene a se stesso”.
In quest’ultima visione però l’uomo diviene facilmente preda del potere, “la sua pretesa di autonomia lo rende schiavo della mentalità comune. Un io cosciente della propria irriducibilità invece è inassimilabile a qualunque potere”. L’astrofisico ha poi evidenziato che oggi “un eccesso di comunicazione e di possibilità di scelta favorisce lo smarrimento dell’io. Come ha detto Benedetto XVI, l’uomo è minacciato da uno squilibrio tra le possibilità che ha e la debolezza di giudizio del cuore”. Anche il potere di un uomo, in fondo, fin dove può arrivare? La scienza moderna ci fa vedere la vastità del mondo, l’immensità dello spazio e del tempo, nei quali l’uomo è un istante risibile: anche il più grande potere è insignificante di fronte a tale grandezza. Cosa può reggere il confronto con questa immensità? Il fatto che ogni gesto umano ha una dimensione cosmica, che “l’uomo è rapporto con la totalità, come descrive mirabilmente Dante nella sua opera”. Dunque c’è qualcosa nell’uomo che non si azzera al cospetto dell’immensità dell’universo. “L’uomo è questo paradosso, un ‘quasi nulla’ che ha la capacità dell’infinito – ha detto Bersanelli – e gente come Dante, Pascal, Leopardi, Dostoevskij e Giussani ha capito che ogni uomo ha una grandezza incommensurabile”.
Bersanelli poi si è soffermato sul come mantenere questa coscienza di sé. “Sia il potere, sia l’uomo stesso tendono a ridurre la sua libertà. Come dice don Carrón, l’unica possibilità di ridestare l’io è un avvenimento, un amore incontrato, una Presenza che afferma il tuo essere. Il Cristianesimo è questo invito inaspettato che cambia la vita”. Questo non vuol dire che bisogna demonizzare il potere, significa però che “il potere dello sguardo di Gesù che alla vedova a cui era il morto il figlio dice ‘Donna, non piangere’, ci affascina di più della boria di certi politici. Per questo non ci avranno mai”.
“Un uomo che scopre il rapporto con questa Presenza nella sua vita diventa un soggetto instancabile, un protagonista di positività che tenderà a costruire pezzi di mondo migliore nella realtà che ha da vivere. Dio è il protagonista della storia, e noi lo diventiamo nel rapporto con Lui, accorgendoci di essere bisognosi – ha concluso Bersanelli – come ci ha testimoniato don Giussani: il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo”.

(M.C.)
mercoledì 27 agosto 2008

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LA STORIA, COMPITO NOSTRO

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 MARINA CORRADI
 
In questo agosto pigro, in cui i titoli dei giornali sulla Georgia vengono spalancati fra gli ombrelloni e in fretta si volta pagina, sperando che non ci riguardino davvero; in questo agosto normale, in cui come tragicamente rassegnati contiamo i ragazzi che si schiantano la notte sulle strade, domenica a Rimini si è sentito parlare di storia. Con un accento cui non siamo più abituati. La storia, ha detto alla gente del Meeting il cardinale Bagnasco, è «compito di ogni uomo». Questo compito di ognuno è il «primo affluente della storia universale». La storia, compito di ciascuno? Ci immaginiamo se questa frase venisse detta in una classe di quattordicenni, che perplessità negli sguardi, se non un attonito sbalordimento. La storia, compito nostro? La storia, risponderebbero, la fanno i leader, i rivoluzionari, i famosi; ma noi, cosa c’entriamo con la storia? Forse solo negli occhi dei più ambiziosi l’ansia di entrare nella cerchia dei pochi, delle facce note, di quelli che, soli, lasciano di sé una traccia; sottratti al triste anonimato dei “comuni”, di tutti. E invece la tradizione cristiana a Rimini ripropone la sua audacia: fare la storia, è compito di ognuno.
  Veniamo al mondo per costruire, testimoniare, educare, continuare nei figli. Per un lavoro che, anche quando è oscuro e invisibile agli occhi, forma la storia. Nessuno, nel cristianesimo, è un nulla irrilevante. La storia, compito nostro? Siamo andati così lontani da questa
forma mentis,
  che a sentirla ridire pare quasi rivoluzionaria. Chi più, se non forse gli ultimi della generazione della guerra, pensa al vivere come a un compito dato, cui occorre far fronte?
  Invece ci percorre l’imperativo morale di un lieto nichilismo: si vive, ci dicono, per “realizzarci”, e dunque cavarcela con quanta più soddisfazione possibile; in un progetto rigorosamente individualistico, e accompagnati al massimo, finché sia gradevole, da temporanei compagni di viaggio. A Ferragosto la copertina dell’Espresso recava una domanda che dice molto della corrente prospettiva sulla vita. «Ma i figli danno la felicità?», si chiedeva sospettoso il titolista.
  Ed è già una domanda che dice di uno sguardo capovolto, oggi, rispetto a secoli di storia di Occidente. Di un’Europa cristiana in cui non si facevano figli per essere felici, ma perché semplicemente era ovvio, che si viveva per continuare la storia. Per strappare alle paludi nuovi campi, e dunque mangiare, e costruire strade e ponti e città – e in mezzo alle città, chiese.
  Addirittura si ponevano le fondamenta di cattedrali, che solo duecento anni dopo gli eredi avrebbero visto finite. Nessuno si chiedeva se scaricare marmi, o issarli vertiginosamente sulle guglie, dava la felicità. Si viveva così.
Naturaliter
  costruttori di storia. «Il senso di appartenenza a un popolo dipende dal riconoscersi in un quadro di valori che riguardano la vita e la morte, il loro significato, non tanto i fini ma il fine», ha detto Bagnasco, alludendo a quel “secondo livello” della storia che è la storia dei popoli, in cui come in un fiume confluisce il fare di ciascuno. Un popolo fa storia dunque finché si riconosce in quell’alveo comune, e scorre in una condivisa direzione. Ma non è proprio questo patto originario che è incrinato, nell’onda forte dell’individualismo di massa, dove si prende ciò che si può e si vive, in fondo, per sé soli? Dimentichi.
  Annoiati, perché tutto ciò che si ha alla fine stanca.
  «Ma i figli danno la felicità?», si chiedono i giornali colti e borghesi, e concludono che no, si vive molto meglio da single, dunque lasciate stare. Ma ai cristiani un cristiano ricorda il compito, quello che colma la vita. Costruire, educare, testimoniare.
  Stampare nella terra e nella carne l’impronta di una tenace speranza.

 Ai cristiani un cristiano ricorda il compito, quello che colma la vita Costruire, educare

Da Avvenire


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27/08/2008

GLORIAE CHRISTI PASSIO

 

Partire per rimanere: comunione e missione in Russia

Incontro con l’arcivescovo di Mosca monsignor Paolo Pezzi
Un auditorium stracolmo di persone ha accolto con un grande applauso l’ingresso in sala di monsignor Paolo Pezzi. L’occasione è stata l’incontro svoltosi alle 17 in sala D7 dal titolo “Partire per rimanere: comunione e missione in Russia” che ha visto come protagonista il sacerdote di origini romagnole nominato da poco meno di un anno arcivescovo di Mosca.
“Sono quasi imbarazzato nel darle del ‘lei’ – ha detto nell’introduzione Alberto Savorana, portavoce di Comunione e Liberazione – per quell’amicizia che con don Paolo ho condiviso fino adesso. Ci tengo a chiedergli che cosa ha generato il ‘sì’ di un giovane in servizio di leva all’invito di un commilitone. Chi avrebbe mai immaginato questo filo della storia?”. Ricordando l’esperienza da seminarista di don Luigi Giussani, Savorana ha poi aggiunto che “oggi don Gius si compiace perché un suo figlio è stato chiamato a collaborare affinché quel suo sogno giovanile di unità della Chiesa di Dio diventi realtà”.
“Quando mi hanno chiesto di parlare a questo Meeting – ha esordito monsignor Pezzi – ho subito pensato a quando venticinque anni fa io montavo questo palco come volontario. C’era il mio amico Aldo che teneva la supervisione, sapeva tutto di come si doveva lavorare. E io seguivo lui. Oggi sono a parlare da questo palco, ma nella sostanza è lo stesso”. Gli applausi dei presenti quasi coprono le parole dell’arcivescovo. “Nella mia vita ho sempre cercato la risposta al mistero di Dio – ha continuato -, magari anche ingenuamente e incoscientemente, ma ho scoperto con stupore un disegno buono sulla mia vita”. E così, continuando il paragone con la sua esperienza di volontario al Meeting, monsignor Pezzi ha tenuto a precisare che oggi per lui “dire sì a Cristo nell’accettare la nomina del Papa è come quando venticinque anni fa dicevo di sì ad Aldo che mi chiedeva di portargli una chiave numero cinque per montare il palco”.
“Come posso allora servire questo mistero?” si è chiesto. “Per rispondere devo rimanere in rapporto con Dio, perché il sì a Cristo è sempre un sì a persone e circostanze concrete. Per questo mi interessava di più il sì che continuare a sognare circostanze favorevoli al mio temperamento. Ciò che fa fiorire il deserto è l’offerta quotidiana. Perché anche la vita di tutti i giorni di un vescovo è piena di cose aride, ma questa è un’occasione di protagonismo solo se si offre ogni cosa a Cristo”.
Passando a spiegare il titolo scelto per l’incontro, il presule ha raccontato di un aneddoto avvenuto quindici anni fa, quando prima di ripartire per la Russia era stato a trovare un amico monaco della Cascinazza, nell’hinterland milanese. “Gli dissi che lui rimaneva in monastero perché io potessi partire. Non si rimane infatti se non per partire. E non si parte se non per rimanere. Solo rimanendo nello stupore ritrovo il gusto dell’avventura della mia vita e della missione che ho imparato a gustare all’interno della Fraternità San Carlo Borromeo e nel rapporto con don Massimo Camisasca”.
Il sì pronunciato da monsignor Pezzi è sempre stato un gesto concreto, di cui fare memoria e poter rendere testimonianza. “Nel 1984, in occasione del trentennale del movimento – ha raccontato – scrissi a don Giussani che ero così grato dell’esperienza vissuta da essere disposto ad andare ovunque nel mondo. Non avevo mai pensato alla Russia, se non per le affascinanti letture del Samizdat. Partire per rimanere per me è stata una condivisione di vita, che oggi si riflette nell’attirare uomini in un miracolo di comunione. La vita si trasforma solo nell’obbedienza – ha aggiunto – che è la condizione secondo la quale tutto quello che fai esprime la comunione che affermi, piegarsi alle circostanze invece che perseguire un proprio progetto”.
Nell’ultima parte del suo intervento monsignor Pezzi si è soffermato a parlare della situazione della Russia, sottolineando un problema fondamentale di metodo: “Oggi ci si arresta a livello di analisi della situazione, dimenticando qual è la priorità e il punto di partenza. Per chi vive in Cristo l’ecumenismo è infatti l’andare verso l’altro col desiderio di conoscere la verità in lui presente. Attraverso di me la presenza di Cristo tende a diventare trasparente e questo lo posso vedere nella mia amicizia con alcuni preti ortodossi con i quali ci troviamo in incontri informali che hanno a tema l’educazione di noi stessi e di chi incontriamo”.
“Tutta questa mia esperienza – ha concluso il vescovo – mi fa guardare con pietà alle persone che incontro senza voler ingrossare le fila. Per me significa guardare con attenzione alla realtà della Russia e della sua Chiesa ortodossa, ricordandomi che tutti gli uomini, compresi i russi, sono bisognosi di Cristo”.
“Carròn tempo fa ci diceva che c’è un inconveniente in tutto questo: – ha affermato Savorana nel chiudere l’incontro - noi non possiamo pretendere di partire da Dio. Si parte dalla realtà. Per dare ragione di questa realtà io devo iniziare un percorso, come don Paolo ci ha testimoniato, per poter poi arrivare a dare un nome a questa realtà. Il suo motto episcopale è ‘Gloriae Christi passio’, desiderio e passione per la gloria di Cristo. Noi facciamo il Meeting – ha aggiunto il portavoce di Cl – animati dentro la nostra incoerenza dallo struggimento che quel nome sia conosciuto, incontrando tutto e tutti”.

(G.B.)
Rimini, 26 agosto 2008

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