25/11/2010
Che bello poter chiamare la morte nostra sorella
di Aldo Trento
«Verrà e avrà i tuoi occhi» signor magistrato, che ti prostituisci al denaro e al potere illudendoti di poter comprare la felicità degli altri. «Verrà e avrà i tuoi occhi» signor avvocato, poco scrupoloso e avido di denaro che inganni l’orfano e la vedova e pretendi da chi è nel bisogno quello che non hai seminato.
«Verrà e avrà i tuoi occhi» signor capo del governo, signori ministri, parlamentari, consiglieri, che invece di cercare il bene comune delle persone umili creando leggi che nascono dalla voce della realtà e dalle vere necessità del popolo, imponete le vostre ideologie, favorendo i vostri interessi personali o quelli dei potenti. Voi che vendete la cultura del nostro popolo che invece è ancora legata alla concezione dell’uomo maschio e femmina, al diritto esclusivo e inderogabile dei genitori all’educazione dei figli e che crede nella famiglia monogamica ed eterosessuale. Voi che cancellate la nostra tradizione sostituendola con proposte legislative inumane e irrazionali, che pervertono l’ordine antropologico e cosmico stabilito dal Creatore.
«Verrà e avrà i tuoi occhi» signor contadino senza terra o che abiti nel pantano e che invece di lasciarti educare preferisci rimanere in quella deplorevole ignoranza. continuando a mendicare e approfittando degli altri.
«Verrà e avrà i tuoi occhi» monsignore, reverendo, che approfitti della tua condizione e del tuo ministero, che hai perseguito la carriera, il potere, gli interessi personali invece di essere un appassionato amministratore dei misteri divini, dimenticando quello che, nel momento in cui un cardinale è eletto Papa, canta la millenaria tradizione della Chiesa: «Sic transit gloria mundi» (Così passa la gloria di questo mondo). «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi» caro sacerdote che hai abbandonato la tua vocazione a favore della politica o del potere, convinto che ciò che neppure Cristo ha potuto fare sia invece alla tua portata.
Il grido di Pavese
«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi» diceva il poeta Cesare Pavese. Quanto è realistico, quanto è saggio in questo mese, in cui la Chiesa propone la commemorazione dei defunti, poter guardare in faccia la morte senza paura, ma con sincerità, in un mondo che vive nell’illusione di superare questo limite. E infine – forse presto, vista l’età – arriverà anche la mia morte e tutto quel che ho fatto finirà e se, invece di cercare la gloria di Dio, ho cercato la mia, che il Signore abbia pietà di me. «Memento mori» (ricorda che morirai) era il modo in cui si auguravano il buon giorno i certosini, i monaci dei monasteri di clausura, che vivevano completamente per il Signore. E con la consapevolezza di questa indiscutibile verità crearono la civiltà dell’Europa e delle Riduzioni gesuitiche perché non c’è nulla, quanto la familiarità con la morte, che risvegli il dinamismo della ragione trasformandola in operatività, in lavoro. La morte rimanda all’eternità, e come affermava il grande architetto Gaudí: «L’uomo lavora soltanto quando la sua prospettiva è l’eternità». La filosofia stessa è nata come tentativo della ragione di risolvere il problema della morte, con tutti gli interrogativi nati da questa verità che nemmeno i peggiori atei possono negare. Nel corso della storia umana questo è stato l’enigma più crudele, più difficile da risolvere e nessun essere umano, neppure la genialità della filosofia greca, è riuscito a dare una risposta chiara, definitiva, che darà soltanto il Mistero attraverso l’incarnazione di suo Figlio. I miti, l’immaginazione, i diversi tentativi di rispondere a questo dramma che questa realtà ha suscitato anche nei geni dell’antichità, sono stati un interessante punto di arrivo della ragione umana, dato che tutti riconoscono l’esistenza di un aldilà cui tutti siamo destinati. Tutti hanno affermato che l’essere umano non può finire nel nulla, tutti hanno riconosciuto che il cuore, l’intelligenza umana hanno come scopo l’Infinito, senza il quale l’esistenza stessa sarebbe assurda e il suicidio sarebbe il gesto più logico del mondo. Ma non soltanto i geni del passato, anche la stessa filosofia e letteratura contemporanea hanno sottolineato in vari modi la necessità di spiegare il senso della vita, della quale la morte rappresenta un passaggio necessario, per incontrare quel Mistero che la struttura stessa dell’Io riconosce come propria consistenza, propria ragione.
La sfida di Prometeo
Scrive Montale, Nobel per la letteratura: «Sotto l’azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto: “più in là”». E il poeta Ungaretti afferma: «Chiuso tra cose mortali (anche il cielo stellato finirà), perché bramo Dio?». Soltanto gli stolti, dice un Salmo, non riconoscono questa verità, questo grido dell’uomo. E senza dubbio non la riconosce la cultura nichilista di oggi, frutto del razionalismo, ossia dell’uomo che – come un novello Prometeo che vuole sfidare Dio, sostituendolo come padrone del mondo – è dominato da questa stoltezza che ogni giorno riesce ad anestetizzare la ragione e il cuore di tutti. L’uomo, inebriato dall’orgoglio, dalla sete di potere, può censurare la morte, ma arriverà sempre il momento in cui si ritroverà faccia a faccia con lei e l’incontro sarà drammatico. Il dolore rappresenta già un preludio di questo incontro. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». E quel momento si rivelerà come l’ultima possibilità di riconoscere la presenza del Mistero, e quindi il senso della vita nella sua dimensione eterna. Diversamente, si precipiterà nell’abisso del nulla, che oggi ha le sembianze dell’eutanasia o del suicidio. Il mondo, l’uomo di oggi con il suo orgoglio non vuole nemmeno pensare a questa verità, accolta da san Francesco come nostra sorella morte corporale, e per questo vive annullato, omologato nella sua personalità. Guardiamo quelli che ci camminano a fianco, o noi stessi: sembriamo zombie manovrati dal potere dominante. La Chiesa stessa ha dimenticato di parlare dei Novissimi: morte, giudizio, inferno e paradiso. Ha dimenticato quello che recita ogni domenica alla fine del Credo: «Credo la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen». Ma che genere di sentimento e consapevolezza risveglia in noi questa affermazione? Influisce in qualche modo sulla vita quotidiana oppure tutto rimane tranquillo e piatto? Quando ero piccolo, il pensiero della morte mi era familiare. I miei genitori e la Chiesa mi ricordavano ogni giorno i Novissimi, e da questa educazione è nata la libertà e il rispetto per i defunti. Quante volte sono stato testimone della nascita di un bambino in una stanza, mentre nell’altra moriva un membro della famiglia. I sorrisi per la nascita si mescolavano alle lacrime di dolore per la persona cara che era andata in cielo. La maestosità della morte determinava l’atmosfera di tutto il villaggio. Quando ascoltavamo il rintocco delle campane, molto diverso da quello della festa, ci rendevamo conto della morte di un compaesano e recitavamo la preghiera dei defunti. Il giorno del funerale, dopo la Messa solenne, tutto il paese andava a piedi dietro la croce con i chierichetti e il parroco, fino al cimitero dove il parroco lo salutava dandogli l’ultima benedizione. La morte non causava traumi. La grazia più grande che Dio mi ha concesso, oltre a questa educazione, è stata la clinica per malati terminali che ho dedicato a san Riccardo Pampuri. Pochi la visitano e invece è il motivo della mia gioia, del mio dinamismo, perché assistendo chi muore vedo la presenza dolce e amorosa di Cristo risuscitato. Il bel volto di un giovane che muore, o quello rugoso e non meno bello di un anziano, mi permette di non vivere anestetizzato e di sentire fortemente la presenza del Paradiso. «Memento mori!». Amici, è inutile tentare di sfuggire alla morte. Ricordate il famoso film di Bergman Il settimo sigillo? Il protagonista, spaventato perché inseguito dalla morte, la sfida a una partita a scacchi illudendosi di poterla battere. La morte accetta l’orgogliosa provocazione del cavaliere medievale, ma nonostante l’infantile tentativo di ingannarla con un imbroglio la morte vince e se lo porta via. La Chiesa in novembre ci ricorda questa verità, che culmina nella vita eterna. Che consapevolezza dimostrava san Francesco ringraziando il Signore per nostra sorella morte corporale! Noi invece viviamo come idioti, convinti che la vita dipende da noi. Nessuno dimentichi ciò che ci ha trasmesso la tradizione della Chiesa: «Memorare novissima tua et in aeternum non peccabis» (ricordati della tua fine e non peccherai in eterno).
Tempi
12:56 Scritto da: ritina5 in P.Aldo Trento | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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04/07/2010
Prima di pensare all’apologia, dite un Salve Regina
In questo clima culturale definito da Benedetto XVI dittatura del conformismo, che scuote l’uomo fin nelle fibre più intime del suo essere, mi piacerebbe ripetere con voi, cari lettori, il Salve Regina: «Madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, salve. A te ricorriamo, esuli figli di Eva; a te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi. E mostraci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo Seno. O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!». Da secoli questo grido ha accompagnato il popolo cristiano, queste parole hanno costituito la sintesi della coscienza cristiana, per quanti riconoscono la propria natura ontologica debilitata, frustrata dal peccato, e che solo l’incontro con Cristo può riscattarci, e donarci una vita nuova.
Juliàn Carrón, durante la tempesta scatenata dai mass media contro la Chiesa, ha avuto la carità di inviare a tutti gli italiani, dalle pagine di Repubblica, una sfida che riflette in modo chiaro e contundente le parole del Santo Padre riguardo agli scandali che hanno colpito la Chiesa: «Feriti, torniamo a Cristo». Quando ho letto queste parole, si è risvegliata in me la coscienza della bellezza del Salve Regina. Credo che nessuna preghiera in questo momento sia tanto chiara, a livello di giudizio carico di speranza, di realismo umano e di misericordia, quanto le parole in onore della Vergine con cui le madri di tutto il mondo insegnano ai figli a pregare. Di certo quando eravamo bambini era difficile capire «esuli figli di Eva» e «in questa valle di lacrime», perché la vita di un ragazzo dei miei tempi era come una primavera, un luogo pieno di punti fermi e di certezze. È stata la vita a incaricarsi di mostrarmi poi la verità e il realismo di queste espressioni. Oggi mi ritrovo a piangere, mentre ripeto ciò che da piccolo mi era impossibile capire.
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20/03/2010
Contro chi sputa sui preti
Ci scrive un missionario indignato per la campagna dei media sulla pedofilia
Sono in Italia da alcuni giorni e sono davvero amareggiato, addolorato per questi continui attacchi al Santo Padre, ai sacerdoti, alla Chiesa cattolica, usando la diabolica arma della pedofilia. E’ vero, questo argomento sembra interessare più a certi giornali e alle loro fantasie e allucinazioni che al pubblico: perché ho incontrato migliaia di persone e per lo più giovani, ma nessuno mi ha posto una domanda su questa questione. Il che significa che, sebbene esista questo flagello nel mondo e abbia intaccato anche la chiesa, con la dura, chiara e forte condanna del Santo Padre, siamo lontani anni luce da quel fenomeno di massa, come se tutti i preti fossero pedofili, come vogliono farci credere. Sono quarant’anni che sono sacerdote, sono stato in diverse parti del mondo, ho vissuto in brefotrofi, scuole, internati per bambini, ma non ho mai trovato un collega colpevole di questo delitto. Non solo, ma ho vissuto con sacerdoti, religiosi che hanno dato la vita perché questi bimbi avessero la vita.
Attualmente vivo in Paraguay, la mia missione abbraccia tutto l’umano nella sua povertà, quell’umano gettato nell’immondizia dal sensazionalismo dei media. Da 20 anni condivido la mia vita con prostitute, omosessuali, travestiti, ammalati di Aids, raccolti per le strade, negli immondezzai, nelle favelas e me li porto a casa dove la Provvidenza divina ha creato un ospedale di primo mondo come struttura architettonica, ma paradisiaco come clima umano. E in questa “anticamera del Paradiso”, come lo chiamano loro, li accompagno al Paradiso. Hanno vissuto come “cani” e muoiono come principi. Vicino alla clinica, sempre la Provvidenza ha creato due “case di Betlemme” per ricordare il luogo dove è nato Gesù, che raccolgono 32 bambini, molti di essi violentati dai patrigni o dal compagno occasionale della “madre”. Tutti i giorni ho a che fare con situazioni terribili e indescrivibili. Spesso non ho neanche la capacità di leggere i referti delle assistenti sociali, tanto sono orrende le violenze sessuali subite dai miei bambini. Eppure, dopo alcuni mesi che sono con noi, respirano un’altra aria, quell’aria che solo il fatto cristiano e l’amore di noi sacerdoti contro cui i mostri del giornalismo si scagliano, facendo di ogni erba un fascio. Aveva ragione Pablo Neruda quando definiva certi giornalisti “coloro che vivono mangiando gli escrementi del potere”.
La certezza che “io sono Tu che mi fai” che sono frutto del Mistero e non l’esito dei miei antecedenti, per quanto pessimi possano essere stati, si trasmette come per osmosi nel cuore dei miei bambini che ritrovano il sorriso. Come si trasmette anche sui “mostri” (se così vi piace chiamarli voi giornalisti… a cui tanto assomigliate per la vostra ipocrisia) parlo di quelli che sembrano divertirsi a sputare contro la chiesa) che in fondo a loro volta, spesso, sono vittime e carnefici, vittime da piccoli e carnefici da grandi, avendo vissuto come bestie. Il mio cuore di prete mentre do la mia vita per questi innocenti non può non dare la vita, come Gesù, anche per coloro di cui Gesù ha detto con parole fortissime “prima di scandalizzare uno di questi piccoli è meglio mettersi una macina da mulino al collo e buttarsi nel profondo del mare”.
Sono solo alcuni esempi, di milioni, della carità della chiesa. Mi fa soffrire questo sputare nel piatto nel quale, Dio lo voglia, anche certi morbosi giornalisti, un domani si troveranno a mangiare, perché se uno sbaglia non significa che la chiesa sia così. Questa chiesa che è il respiro del mondo. Non vi chiedete cosa sarebbe di questo mondo senza questo porto di sicura speranza per ogni uomo, compresi voi che in questi giorni come corvi inferociti vi divertite sadicamente a sputare sopra il Suo Casto Volto? Venite nel terzo mondo per capire cosa vuol dire migliaia di preti e suore che muoiono dando la vita per i bambini. Venite a vedere i miei bambini violentati che alcuni giorni fa prima di partire per l’Italia piangevano chiedendomi: “Papà quando torni?”.
Non voglio strappare le lacrime a voi che siete come le pietre ma solo ricordarvi che anche per voi un giorno quando la vita vi chiederà il “redde rationem vilicationis tuae” questa chiesa, questa madre contro cui avete imparato bene il gioco dello sputo, vi accoglierà, vi abbraccerà, vi perdonerà. Questa madre, che da 2000 anni è sputacchiata, derisa, accusata e che da 2000 anni continua a dire a tutti coloro che lo chiedono: “Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”.
Questa madre, che sebbene giudichi e condanni duramente il peccato e richiami duramente il peccatore reo di certi orrendi delitti, come la pedofilia, non chiude e non chiuderà mai le porte della sua misericordia a nessuno. Mi confortano le parole di Gesù “le porte dell’inferno non prevarranno mai”. Come mi conforta l’immensa santità che trabocca dal suo corpo di “casta meretrix”.
Allora non perdiamo tempo dietro i deliri di alcuni giornalisti che usano certi esecrabili casi di pedofilia per attaccare l’Avvenimento cristiano, per mettere in discussione la perla del celibato, ma guardiamo le migliaia di persone, giovani in particolare, incontrati personalmente in una settimana di permanenza in Italia che credono, cercano e domandano alla chiesa il perché, il senso ultimo della vita e che vedono in lei l’unica possibile risposta.
Personalmente mi preoccupa di più l’assenza di santità in molti di noi sacerdoti che altre cose per quanto gravi e dolorose siano. Mi preoccupa di più una chiesa che si vergogna di Cristo, invece che predicarlo dai tetti. Mi preoccupa di più non incontrare i sacerdoti nel confessionale per cui il peccatore spesso vive quel tormento del suo peccato perché non trova un confessore che lo assolva. Alle accuse infamanti di questi giorni urge rispondere con la santità della nostra vita e con una consegna totale a Cristo e agli uomini bisognosi, come non mai, di certezza e di speranza. Alla pedofilia si deve rispondere come il Papa ci insegna. Però solo annunciando Cristo si esce da questo orribile letamaio perché solo Cristo salva totalmente l’uomo. Ma se Cristo non è più il cuore della vita, allora qualunque perversione è possibile. L’unica difesa che abbiamo sono i nostri occhi innamorati di Cristo. Il dolore è grandissimo, ma la sicurezza granitica: “Io ho vinto il mondo” è infinitamente superiore.
Padre Aldo Trento, missionario in Paraguay
12:06 Scritto da: ritina5 in P.Aldo Trento | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
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14/10/2009
Un “io” di nuovo unito
Aldo Trento: Per accettare i propri limiti ci vuole la coscienza dei miei malati
Come faccio ad accettare i miei limiti? È la domanda che per anni mi ha tormentato, e che mi capita di ascoltare spesso da coloro che incontro quotidianamente: giovani, adulti, anziani, sposati, consacrati, scapoli.

Come faccio ad accettare i miei limiti? È la domanda che per anni mi ha tormentato, e che mi capita di ascoltare spesso da coloro che incontro quotidianamente: giovani, adulti, anziani, sposati, consacrati, scapoli. Insomma, è una domanda che riguarda tutti, e che purtroppo genera una tristezza enorme sui volti di tanti. Una domanda che esige una risposta chiara e precisa, perché dalla risposta che incontriamo dipende un fattore decisivo che tutti desideriamo: la nostra autostima, la possibilità di dire “io”. Viviamo in un mondo di depressi, in cui l’accettazione di sé, così come si è, spesso sembra impossibile. La depressione si manifesta secondo modalità molto diverse: dall’angoscia del vivere alla bulimia, all’anoressia, alle crisi esistenziali che possono spingere perfino a odiare la vita. Sarei tentato di dare ragione a Cesare Pavese, che soffriva la durezza del “mestiere di vivere”. Un mestiere difficile, che spesso tentiamo di rendere più facile fuggendo i dolori, le responsabilità, le angosce, magari affidandoci a qualche sedicente esperto che promette di rivelarci la soluzione svuotandoci il portafoglio. Ma la depressione non si risolve con le scorciatoie e i metodi antistress. Per poter affrontare un male così oscuro, un limite così difficile da superare, bisogna innanzitutto chiarire bene i termini della questione, e poi cercare le ragioni della grande fatica che si deve fare per affrontarla. Perché ciò che non si affronta non si può riconoscere né capire, e quindi non può mai essere redento, non diventa mai una grazia.
«Padre, non mi sopporto con tutti questi miei limiti, per favore aiutami perché non so come affrontarli», mi supplicava una ragazza giorni fa.
Non si tratta di porre la questione a livello morale, perché il limite umano è ontologico, e perciò non eliminabile con uno sforzo di volontà. Si tratta, invece, di riconoscere e abbracciare questo limite.
L’uomo, in quanto creatura (anche se “divina”) è ontologicamente limitato. Solo Dio non ha limiti. Ogni creatura ne ha, perfino gli angeli che sono creature divine. L’uomo, come gli angeli, è stato creato per mezzo di un atto d’amore divino: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza». Quel “facciamo” sottolinea due cose: la prima è che prima l’uomo non c’era mentre adesso c’è, la seconda è che l’uomo è continuamente “fatto” da Dio, altrimenti cadrebbe nell’abisso del nulla.
La pietà di Dio
Per questo l’affermazione più bella che esiste, e che solo l’uomo in tutto l’universo può dire, è: “Io sono Tu che mi fai”. L’io umano, essendo “creatura” per sua stessa natura, dentro questo riconoscimento è come innalzato e trasformato dal Tu di Dio. In questa esperienza di abbandono al Mistero, si impara a guardarsi con gli occhi stessi del Mistero, con ironia. Dio gode per ognuno di noi, ci sorride, e mentre noi ci affanniamo per uscire dal nostro limite lui ci ripete in ogni momento : «Di un amore eterno ti ho amato, ti ho tratto a me perché ho avuto pietà del tuo niente».
La letizia di fronte al proprio limite è la caratteristica esclusiva di chi si riconosce figlio, si riconosce fatto in ogni istante. E che cosa c’è di più bello e affascinante che il vivere con un cuore traboccante di questa certezza: “Io sono Tu che mi fai”?
Sono convinto che l’offesa più terribile che possiamo rivolgere al Mistero coincida con l’incapacità di svegliarsi al mattino e scoprirsi amati. La bestemmia più grande la diciamo quando ci guardiamo allo specchio con il muso duro, incapaci di sorridere, incapaci di ironia, incapaci di sorprenderci “fatti in quel momento”. Uno che apre gli occhi al mattino dicendo “Io sono Tu che mi fai” non può che sorridere e mettersi in ginocchio davanti al Mistero. È ciò che mi commuove ogni mattina quando incontro gli ammalati terminali: inginocchiandomi davanti a ognuno do loro la comunione e li bacio. I loro occhi stanchi, spesso insonni e tormentati dal dolore, mi sorridono e alla mia domanda: «Come stai?», rispondono: «Molto bene, padre».
L’autostima, che è il motore della vita, comincia a livello di coscienza già al canto del gallo, come si diceva nel mio piccolo paese ai piedi delle Alpi. Lo svegliarsi al mattino ci pone sempre a un bivio: o partire guardando in faccia il Mistero, come il nostro cuore desidera, o partire dallo stato d’animo del momento, in balìa del nostro mutevole umore.
Sono due modi opposti di stare davanti alla realtà, e mentre il primo riempie la vita di certezza e speranza, il secondo la soffoca dentro l’angoscia degli stati d’animo, cangianti a ogni «discorde accento», come direbbe Giacomo Leopardi.
La rottura di Adamo ed Eva
Infine c’è un ultimo aspetto dei limiti umani, che ha la sua origine nel peccato. Quel peccato che la tradizione della Chiesa chiama “originale” e che ogni uomo riceve in eredità da Adamo ed Eva, i quali, nel loro affanno di essere come Dio, un giorno decisero di rompere il rapporto con il Mistero. Quella rottura, voluta dalla libertà umana, ha lasciato terribili conseguenze, terribili al punto che «nella pienezza dei tempi», come ci ricorda san Paolo, Dio si è fatto carne per restituire all’uomo quell’unità dell’io distrutta dal peccato. Da quella rottura in poi l’io ha sperimentato una specie di schizofrenia. Non più l’armonia fra sentimento e ragione, ma una frattura insanabile, che la Genesi rappresenta con l’immagine di Adamo ed Eva che si nascondono allo sguardo di Dio coprendosi con foglie di fico. «Eravamo nudi e abbiamo avuto paura di te», risponde Adamo a Dio che inutilmente li aspettava al solito appuntamento serale.
Questo io frantumato è l’origine di ogni altra forma di divisione. Adamo colpevolizza Eva della disobbedienza al Mistero: è la divisione della coppia umana. Caino uccide Abele: è la distruzione della famiglia. La torre di Babele, la confusione delle lingue: è la fine della comunicazione umana e l’inizio della confusione totale.
Un “io” di nuovo unito
Ovidio descrive magistralmente questa frantumazione dell’io : «Video meliora proboque, deteriora sequor», di cui lo stesso apostolo Paolo prende atto affermando però: «Non faccio ciò che il mio cuore desidera e faccio ciò che il mio cuore non desidera. (…) Chi mi libererà da questo corpo di morte?».
Dio si è fatto uomo solo per questo: ridare all’io umano quell’unità originale persa con il peccato di Adamo ed Eva. Dio, in Cristo Gesù, si è fatto peccato per ridonare la gioia di dire “io”. L’incarnazione è la fine della divisione, è l’inizio di un “io” finalmente unito. Ragione e sentimento non più nemici ma alleati, il cuore non più disperato ma pieno di certezza e speranza. Con l’incarnazione il cuore diventa amico del Mistero e la libertà umana può finalmente gridare: “Io sono Tu che mi fai”. L’uomo non è più il frutto del suo passato, non dipende più dai suoi antecedenti, non importa quali, non è più vittima delle sue miserie, non è più determinato dalle mille cadute quotidiane, bensì creato, voluto, amato in ogni istante.
I battiti del cuore non sono più affannosi, ma pieni di pace, come quelli di un bambino capriccioso quando è tra le braccia di sua madre.
padretrento@rieder.net.py
Grazie a Tempi
20:48 Scritto da: ritina5 in P.Aldo Trento | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala
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25/10/2008
C'E' CHI...

Siamo tutti presi dalla Crisi Finanziaria Mondiale o dalle Contestazioni Scolastiche; ci si parla della Vincita Record di 100.000.000 di Euro al Superenalotto o degli ultimi amori di Madonna...
C'è chi vive e parla così:
bisogna partire sempre dalla vita, dalla realtà e non dal fatto che siamo sposati, consacrati, scapoli o dal ruolo, perché è la vita che chiede l'eternità. Quante volte l'abbiamo cantato in "povera voce", ma è come se tutto fosse scontato. Oggi è un giorno difficile per me a causa dell'insonnia, che oltre a farmi sentire stanco mi fa sudare in modo strano. Così con il clima a 40 gradi e per di più questa mia situazione vi lascio immaginare il mio stato d'animo. Ma da 20 anni sto imparando a ripetermi: "io sono Tu che mi fai", "anche i capelli del mio capo sono contati", "prima di formarti nel seno di tua madre ho pronunciato il tuo nome", "sei come la pupilla dei miei occhi". Ebbene, anche in barba a chi non sopporta la parola depressione e per questo come buon amico gliela auguro così capiranno cosa vuol dire diventare uomo e non rimanere dei borghesi pieni di se stessi, dentro questa situazione, emotivamente negra, non è questo stato d'animo a definirmi, ma la certezza che Lui mi ama così come sono.
Oggi sono facilmente irritabile, eppure nessuno se ne accorge, si accorgono che sono stanco, ma la pace, la gioia del cuore vince tutto. Mi muovo già da tempo solo perché Lui mi muova e il mio stato d'animo è come assorbito, santificato da questa certezza. Per cui oggi ho potuto accogliere (vedi foto) questa piccola bambina, Celeste è il suo nome, ormai alla fine per colpa di una leucemia, trascurata a motivo della povertà. La mamma ha 31 anni e 8 bambini. Da sempre non sorride. La sua vita è stata solo stenti, dolore, miseria, violenza. Oggi, stando io nelle condizioni di cui sopra, l'ho ascoltata. I miei occhi rossi non riuscivano a sostenere il suo sguardo pieno di dolore. "Padre, sono figlia della violenza come tutti i miei 8 bambini. Violentata, picchiata a sangue, sono dovuta scappare dalle grinfie di un uomo che mi ha distrutta. Ho dovuto abbandonare i miei bambini nelle mani di questa bestia. Adesso il dolore della mia bambina di 12 anni mi ha inchiodato qui nella sua clinica… la prego di aiutarmi. Non ho piú lacrime da versare... mi sento come una statua..." La guardavo, vedendo nel suo volto una tristezza infinita come nella maggioranza delle donne di questo paese, ridotte ad animali, abbruttite dalla violenza. Eppure una tenerezza ed era già un'altra. Guardo la sua bimba, già senza capelli, dolori forti, non parla più, mi guarda fisso ma non sorride. Quanto dolore! Il mio cuore spesso ha paura che non resista, ma poi la Provvidenza mi recupera subito.
Alcune ore prima ho celebrato il funerale di un "travestito", un figlio di Dio di 28 anni morto di AIDS. Erano presenti gli altri amici ammalati di AIDS, questi miei figli prediletti. Nella breve omelia ho detto: "figli miei, siamo qui per celebrare la misericordia di Dio. Guardatelo, questo ragazzo, ha vissuto come un animale ed è morto come un santo. Vi ricordate com'era la sua faccia quando è arrivato da noi e ora guardatelo bene: è la faccia di un uomo vero. E'davvero il trionfo della misericordia che non distingue gli esseri umani in normali, omosessuali, travestiti, ermafroditi, ma che guarda ad ognuno come figlio. Amici, capite, che bello: per Dio siamo figli, siamo creature sue". Mi guardavano commossi, loro gli emarginati, loro i lebbrosi del secolo XXI, loro giudicati la perversione del vizio… loro che mi vogliono bene, che ogni mattina bacio e mi inginocchio davanti ad ognuno, non importa se deformati da fattezze femminili o maschili finte. Loro che chiedono di confessarsi, che mi chiedono se la propria compagna o compagno con la stessa malattia possono venire a visitarli. E così, come mi dice la suora, approfitto per annunciare anche a loro la misericordia di Dio.
Victor, che tutti conoscono, e sul quale è nata una reazione a catena a livello mondiale, dividendo quanti mi scrivono in due partiti: quello perché viva e l'altro perché lo lasciamo morire. Quanto mi duole questo secondo partito. Se lo vedessero gemere, soffrire, si renderebbero conto del perché Gesù è morto per me e anche per loro. Ma perché voler eliminare il dolore dal mondo, quando questo dal peccato di Adamo è condizione inevitabile? E'come che io volessi togliermi la depressione, togliermi le notti insonni, togliermi l'ansia. Ma non è possibile. Posso prendere, e lo faccio, delle pastiglie per aiutare la mia pazza emotività, ma non posso, non chiedo a Gesù di togliermi la fatica perché sarebbe ripetere a Gesù quanto quel giorno Pietro gli disse perché non accettasse il dolore… e Gesù gli rispose: "allontanati da me, Satana, perché ragioni secondo il mondo e non secondo la volontà del mio Padre". Chiaro che Victor soffre, lo vedo 24 ore al giorno. Ma possibile che ci sia chi si permetta di dirmi: lascialo morire. Quando non sono io che lo faccio vivere, ma il Mistero che lo crea in ogni istante. Ma possibile che non capiamo che la vita, non importa le condizioni in cui si manifesta, è sempre l'affermazione del "io sono Tu che mi fai".
Victor ha perfino il piccolo torace incurvato per il dolore, per la fatica del respiro, per le convulsioni. Ha la testa appoggiata nel cuscino con tante lacerazioni per decubito, non si può muovere… ma capite che per ognuno di noi è Gesù, è Gesù. Victor non è riconducibile alla sua dolorosissima malattia, perché è Cristo. E allora se è Cristo, capite che è il Paradiso qui in terra.
Io non posso stare senza contemplarlo, perché è il mio conforto, come in questi giorni in cui la fatica si fa sentire. Guardarlo, baciarlo, è sentire vibrare la dolce Presenza di Gesù che mi accarezza nei momenti difficili. Certamente senza prendere sul serio la vita, come ci ricorda Giussani nel Senso Religioso citando quel pezzo di un dialogo fra Richard e la vecchina nonna Henry, è impossibile riconoscere in questi fatti la grande Presenza, il Mistero che da senso e bellezza a tutto…
Quando lo si riconosce come mi ha detto l'altro giorno Cristina, la giovane mamma di una delle casette di Betlemme, con 14 bambini da 0 a 11 anni: "padre, da quando Dio mi ha tolto le mie uniche due figlie del mio matrimonio. Nageli di 6 anni e Natali di 9, e mi ha chiamato ad essere madre di tutti questi bimbi ho capito che per me essere madre significa non possedere mai i miei figli. Ogni attimo li guardo, li amo immensamente, ma so che non saranno mai miei e che prima o poi se ne andranno. Ma questa è la mia vocazione. Mi tortura il cuore, però se Gesù vuole questo è anche vero che mi ha regalato un vero cuore di mamma: farli crescere e poi lasciarli andare seguendo il disegno bueno di Dio... ed io rimanere ogni volta a ricominciare e pregare".
Grazie a quanti mi siete amici.
P.Aldo
Grazie al blog amico Rimini in Dies
15:39 Scritto da: ritina5 in P.Aldo Trento | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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