17/11/2009

Carissimi Greggio e Iacchetti...

http://www.cinetivu.com/wp-content/uploads/2009/09/Striscia-La-Notizia-Greggio-e-Iacchetti.jpg

Esimi Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti, portavoci di quell’Antonio Ricci che produce uno dei migliori tg dell’etere; vi seguo sempre con piacere, c’ho gusto e apprezzo molto le vostre lotte – condotte, per altro, con molta ironia – contro le palesi ingiustizie che quotidianamente vengono perpetrate contro la gente semplice, che non ragiona con la propria testa, che assorbe come una spugna tutto ciò che le viene ammannito dai potenti mezzi televisivi e giornalistici, che si crede importante se viene inquadrato, sia pure di… striscio, da una telecamera, che viene invitato a “salutare” i conduttori da un Militello qualsiasi. Fate e rifate, snidate falsi dentisti, maghi rattosi, guaritori visionari, televenditori truffaldini, e chi più ne ha più ne metta. Le bestie, con voi, stanno al sicuro; garantisti dei diritti animaleschi; se ammazzi un pollo per l’arrosto ti arrivano Mingo e Fabio, se presti cento euro a qualcuno ti arriva la Petix col bassotto, se ti incacchi coi vicini rumorosi ti invade Staffelli col tapiro, se passeggi nel parco e ti vedi dietro un uomo biancovestito, no, non è un fantasma; è Moreno Morello che t’insegue e tu non sai perché, ma ti metti a correre, e corri, corri… fino a che ti viene l’infarto. Mi piace come ridicolizzate i politici; tutti proni allo pseudo Vespa. Che si deve fa’ per avere il pubblico plauso…! Per risultare simpatici e alla mano. Solo Buttiglione resiste, imperterrito, come Cuccia buon’anima, e non scherza; no, non scherza. Lui. Questa sera avete sfottuto pure il Papa, che ha detto a quelli della Fao (la fame del mondo?) che bisognava evitare gli sprechi. Lo avete sfottuto per i suoi paramenti d’oro, per le sue scarpette rosse, per l’abbigliamento esageratamente ricco… Oh! Quanto siete stati populisti! Avete strappato qualche risata dal vostro pubblico addomesticato e niente di più. Anche i più ignoranti sanno che i “colori” e gli “ori” papali sono dei simboli; soltanto una bellezza anticipata. Signor Greggio, Lei è un uomo di gran cuore, sensibile, ironico, intelligente… non faccia l’attore addomesticato; si rifiuti di dire battute sciocche e scontate, mi creda, ne guadagnerà in rispettabilità e non perderà tanti poveri spettatori già eccessivamente vessati da altri programmi televisivi che deprimono più della Nazionale di Lippi!

21/12/2008

MAI PIU' IL SACRO CUORE

http://www.kallistea.com/img/sentier-douaniers.jpg

di Pierluigi Battista

Ipotesi: un mondo laico (e inaridito?) senza crocefissi e crocirosse. Senza natali nè ospedali. E privo di bestemmie, per non offendere certe dignità.

La rimozione dei crocifissi dalle pareti delle scuole e degli ospedali ha dato vita a una ammirevole opera di bonificazione di tutti quei simboli della prepotenza cristo-occidentale che avrebbero potuto offendere crudelmente la sensibilità delle sue molteplici vittime. Sono stati accolti con gioia e speranza i tecnici che hanno scalpellato dall'esterno dell'ateneo milanese la sfrontata scritta: Università Cattolica del Sacro Cuore.
Entusiasmo per la cancellazione in tutta Italia di ogni riferimento a quel Sacro Cuore che rischia, con la sua cruenta spudoratezza, di intimorire bambini e cardiopatici con sane tendenze ateistiche. I pittori che hanno dato una mano di bianco su quel simbolo arrogante della Croce Rossa che un tempo deturpava le fiancate delle nostre ambulanze hanno visto la loro laica opera accompagnata dalla commossa partecipazione della popolazione cristo-perseguitata.
Le mamme hanno accompagnato con trepidazione i loro figli all'ospedale finalmente liberato dalla provocatoria scritta Bambin Gesù così offensiva per la sensibilità multiculturale.
Squadre di volenterosi addetti alla tolleranza si sono sparpagliate in tutta Italia per liberare ogni ospedale, ogni sportello bancario, ogni ambulatorio dalla deplorevole dicitura Santo Spirito che avrebbe costretto il popolo pluri-culturale ad accettare la protervia di una imposizione così sorda ai progetti di inclusione. L'ospedale Fatebenefratelli non è stato ribattezzato (pardon, rinominato) Fatemalesorelle come era stato previsto da Marcello Veneziani su Libero, bensì ospedale Nazioni Unite.
I manuali di storia sono stati ripuliti di ogni riferimento alla datazione in auge nella dittatura cristiana: via ogni avanti Cristo e dopo Cristo. Nei bar i volontari della tolleranza, riconoscibili per una fascia la braccio con i colori dell'arcobaleno, impongono la nuova disciplina lessicale: non verranno più sopportate espressioni sfacciatamente clericali come "oh, Madonna mia", "Gesù, che è accaduto", "santa pazienza", "è stato un calvario",
"povero cristiano, che gli hanno fatto", "Parigi val bene una messa", "morto un papa se ne fa un altro".
Ogni bestemmia viene bandita, per non offendere la dignità del porco.
Il 25 dicembre viene celebrato come festa laica e democratica, con relativo divieto di presepi e alberi un tempo chiamati, perdonate la cruda franchezza, "di Natale". In una ex domenica (troppo esplicito il riferimento all'antistorico Dominus) della primavera le scuole celebreranno feste laiche, previa cancellazione di ogni allusione alla, perdonate ancora la cruda franchezza, Pasqua.
Particolare euforia ha provocato la demolizione e, dove non è stato possibile, la copertura di campanili e facciate di quelle che un tempo venivano definite, perdonate la cruda franchezza, chiese e che tanto deturpavano il nostro paesaggio multiculturale. Piazze e vie, viali e corsi sono stati liberati da riferimenti oramai obsoleti. Grande gioia per la liberazione di una piazza romana dedicata ai Santi Apostoli.
Non sono stati ancora svuotati i cassetti dai privati dai crocifissi, ma presto verrà attuata una radicale purificazione nelle singole case. Non si può pretendere che tutto venga realizzato, perdonate la cruda franchezza, in un amen.

© Copyright Corriere Magazine, 4 dicembre 2008

Dal Papa Ratzinger Blog

11/12/2008

MORTE IN SOLITUDINE

http://www.genovatune.net/public/immagini_articoli/07-La-finestra-sul-cortile.jpg

Solitudine Muore nel collegio dei preti. E nessuno se ne accorge

È una di quelle storie che siamo abituati ad ascoltare in tv. È una di quelle morti avvenute in solitudine, magari ambientate negli anonimi quartieri dormitorio delle periferie metropolitane, dove spesso non si conosce nemmeno la faccia del vicino di casa. Tante, troppe volte abbiamo sentito di anziani che si sono spenti nelle loro abitazioni e che per giorni e giorni sono rimasti lì, senza che nessuno li cercasse, senza che nessuno ne denunciasse la scomparsa.
Ieri dai sacri palazzi vaticani, dove è stata accolta con prevedibile dolore, è filtrata la storia di don Albert (il nome è fittizio), prete africano di trent'anni, morto nella sua stanza presso un collegio della Congregazione di Propaganda Fide e ritrovato soltanto alcuni giorni dopo a causa del cattivo odore che si avvertiva nel corridoio.
Teatro di questa triste vicenda è il Collegio internazionale missionario San Paolo Apostolo, che si trova in via di Torre Rossa, a Roma. Collegio che accoglie circa 150 sacerdoti di Africa e Asia che studiano presso le università pontificie prima di far ritorno nella loro terra. Dal 1977 a oggi un paio di alunni del San Paolo sono diventati cardinali e più di un centinaio sono stati consacrati vescovi.
Don Albert, originario dello Zimbabwe, stava seguendo i corsi dell'ultimo anno di dottorato. La scorsa settimana è scomparso. I responsabili del collegio, diretto da padre Jozef Kuc, missionario degli Oblati di Maria Immacolata, hanno provato a cercarlo telefonandogli in camera, ma il sacerdote ormai non poteva rispondere. Così hanno pensato che se ne fosse andato, magari per celebrare una messa o tenere una conferenza, dimenticandosi di avvisare la portineria della sua temporanea assenza. Nessuno si è preoccupato più di tanto.
Sono passati i giorni, secondo una prima ricostruzione almeno tre, ma forse anche qualcuno di più. Del prete nessuna traccia. Soltanto un inspiegabile e fastidioso cattivo odore, che si avvertiva sempre più insistente nei corridoio del collegio, senza che nessuno riuscisse a individuarne l'origine. Poi, finalmente, la macabra scoperta. Il sacerdote è stato trovato morto e già in stato di decomposizione sul suo letto. Ora c'è chi sussurra che accanto al corpo di don Albert sarebbe stata ritrovata una bottiglia vuota, lasciando intendere che talvolta esagerasse con l'alcol, anche se in realtà nel referto si parla di infarto.
In ogni caso, a colpire in questa vicenda, non sono tanto i risvolti medico-legali, quanto piuttosto quelli umani. Il collegio San Paolo, dipendente dalla Congregazione vaticana guidata dal cardinale Ivan Dias, non è un condominio anonimo né un dormitorio, ma un luogo di vita comunitaria, che prevede momenti di preghiera e di ritrovo, ad esempio per i pasti. Quale solitudine viveva il trentenne sacerdote dello Zimbabwe nella Roma tutta addobbata di festoni natalizi nonostante la crisi e il calo dei consumi? Non aveva compagni o amici ai quali riferire i suoi spostamenti, qualcuno che non vedendolo la mattina a colazione, la sera a messa o a cena, si preoccupasse, chiedesse notizie.
Ovviamente nessuno intende scaricare colpe sulle spalle degli ospiti del San Paolo né sui suoi superiori. Ma, anche se casi come questo possono accadere - talvolta per una serie di sfortunate circostanze, per una verifica non fatta, per le troppe occupazioni quotidiane - sarebbe un errore archiviare in fretta la morte di don Albert, senza lasciarsi interrogare da quell'abisso di solitudine vissuta da un prete africano nella Città Eterna.
Pagina  12   Andrea Tornielli - Il Giornale

04/09/2008

DECIDERE IN MEZZO ALLE FIAMME

http://www.baxart.it/ARIA-%20cielo%20in%20fiamme.jpg

A est la nuova guerra fredda, a ovest il ciclone Gustav, a nord gli orsi che affogano nello scioglimento della banchina, a sud le maree di disperati che ad esempio dalla Libia arrivano e che speriamo di fermare regalando un autostrada.
E a Bologna.... Dove ti volti il mondo è in fiamme. Da sempre è così, ora lo sappiamo di più, e in tempo reale. Per questo il fiato manca più spesso. Tranne che per coloro che da un po' di tempo non respirano neanche più, e sono vivi, ma non vegeti.
Il mondo è una domanda che apre le vene. Farci ridurre a turisti o telespettatori è la vittoria della noia, e della paura.
Al Meeting di Rimini una donna del Burundi di nome Marguerite ha raccontato che mentre le uccidevano davanti agli occhi 70 persone ha deciso di accoglierne i bambini e da lì ha dato vita a una risposta allo sbando di migliaia di piccoli.
La vita non è assistere e commentare, più o meno intelligentemente, più o meno cinicamente. La vita è decisione. La vita senza decisione per l'impiego assoluto della propria esistenza è noiosa, schiava di preoccupazioni soffocanti, vana. La decisione è umana, il resto è subumano. Chi non decide mentre salgono le fiamme è destinato a consumarsi male. Ed è pericoloso.

Davide Rondoni - ClanDestino

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QUEI DUBBI SULLA MORTE...

 

Stefano Lorenzetto - Il Giornale

A me pare che il vero scandalo sia questo: c’è voluto un quotidiano straniero (L’Osservatore Romano), diretto da un docente universitario di filologia patristica prestato al giornalismo (Giovanni Maria Vian), per porre con forza l’interrogativo che da 40 anni viene censurato dagli organi d’informazione italiani: è giusto dichiarare morta una persona in base a una convenzione di legge che ha il solo scopo di favorire i trapianti d’organo? Perciò dobbiamo essere grati a Lucetta Scaraffia, componente del Comitato nazionale di bioetica, che s’è assunta questa scomoda incombenza sulla prima pagina del foglio vaticano e ora deve sopportare il peso delle critiche e degli insulti.

Avrebbe potuto esprimere la sua posizione impopolare dalle pagine del Corriere della Sera, al quale pure collabora insieme col marito Ernesto Galli della Loggia. Non è un caso se ha deciso invece di affidarla al giornale del Papa. Questo Papa. Perché, come ha ricordato lei stessa nell’articolo, fu proprio l’allora cardinale Joseph Ratzinger, in una relazione sulle minacce alla vita umana tenuta durante il concistoro straordinario del 1991, a dire: «Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma “irreversibile”, saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d’organo o serviranno, anch’essi, alla sperimentazione medica». Il futuro pontefice li chiamò, in quell’occasione, «cadaveri caldi».

Temo d’essere stato l’involontario catalizzatore dell’articolo sul giornale della Santa Sede. Giusto una settimana fa ho partecipato con l’autrice e con il professor Edoardo Boncinelli a un dibattito di Cortina Incontra che verteva proprio su questo tema, Tra la vita e la morte. La professoressa Scaraffia ha parlato soprattutto dell’aborto. Io mi sono permesso di scandalizzare l’attento uditorio ampezzano con alcune provocazioni sulla morte cerebrale. La consonanza d’opinioni, fra lei e me, alla fine m’è sembrata totale. Il padre di mio padre fu dichiarato morto quando il suo cuore si fermò, l’alito non appannò più uno specchio, il corpo cominciò a perdere tepore e a irrigidirsi. Ma nel 1968 la Harvard medical school concepì un nuovo criterio: si è morti quando muore il cervello. Del resto bisognava pur dare copertura giuridica a un chirurgo sudafricano, Christian Barnard, che qualche mese prima aveva eseguito il primo trapianto di cuore.

Purtroppo tutti gli organi, a eccezione delle cornee, hanno questo di brutto: per poter essere trapiantati vanno tolti dal corpo del «donatore» mentre il cuore di questi batte, il sangue circola, la pelle è rosea e calda, i reni secernono urina, un’eventuale gravidanza prosegue, tanto da rendere necessaria la somministrazione di farmaci curarizzanti per impedire spiacevoli reazioni quando il chirurgo affonda il bisturi. Vi paiono cadaveri, questi? Sì, assicurano i trapiantisti. No, stabilisce una legge dello Stato: infatti «per cadavere si intende: “Il corpo umano rimasto privo delle funzioni cardiorespiratoria e cerebrale”» (circolare del ministero della Sanità 24 giugno 1993, n. 24).

Prima contraddizione. Chiesi al professor Vittorio Staudacher, pioniere della chirurgia, come mai ai parenti delle vittime venisse taciuto che il «cadavere» del loro caro tale non era, visto che la funzione cardiorespiratoria è conservata. Mi rispose (aveva ormai 90 anni e non operava più): «Perché è terribile. Per non impressionare la gente. Sembrerebbe il saccheggio di un vivente». Collimava con quanto dichiarato sette anni prima dall’allora presidente dell’Associazione internazionale di bioetica, Peter Singer, assertore del principio per cui è da considerarsi persona solo chi è cosciente: «La gente ha abbastanza buon senso da capire che i “morti cerebrali” non sono veramente morti. La morte cerebrale non è altro che una comoda finzione. Fu proposta e accettata perché rendeva possibile il procacciamento di organi». Molteplici studi convergono sul fatto che solo il 10 per cento delle funzioni encefaliche è stato sinora esplorato. Più ottimista, il professor Enzo Soresi, autore de Il cervello anarchico (Utet), di recente mi ha detto: «Sul piano anatomico e biologico sappiamo intorno al 70 per cento. Ma sulla coscienza? Qui si apre il mondo».

Pagina  12

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28/08/2008

PAURA DELLA MORTE

http://www.mobbing-sisu.com/poesie/autunno.gif

La morte del nostro corpo, evento finale della nostra vita
su questa terra, di fatto NON E' la sola morte della nostra vita.
Ovvero non è il solo evento nella nostra vita che meriti questo nome: "morte".

E questo non solo perché già adesso quell'istante futuro proietta
all'indietro su tutta la vita precedente, quella che sto vivendo e quella che
non ho ancora vissuto, un'ombra di paura e di angoscia.
Ma anche perché ci sono tanti momenti nella vita che portano con sé
le stesse paure ed angosce della morte del corpo, a volte anche
peggiori.

Perché quello che il pensiero della morte del corpo scatena
è angoscia, rabbia, sconforto, recriminazione per il limite inesorabile posto
al mio desiderio, al mio illimitato desiderio di aria, di luce, di cieli azzurri e
boschi profumati, di sguardi di amicizia e abbracci d'amore.
Il cuore, quando ci penso, è oppresso, niente sembra che abbia più valore,
mi sento come un animale braccato, chiuso in una stretta gola senza uscite.
Vorrei stringermi a tutte le persone più care, chiamarle a confortarmi,
rassicurarci a vicenda...ma poi mi accorgo che la "mia" morte, proprio
perché "mia" non può essere davvero di nessun altro, viverla tocca
a me e non c'è solidarietà che tenga...

Questo è il vissuto che associo alla morte fisica. Ma
se penso alla mia vita ed alla vita delle persone a me
care, mi accorgo che tante volte il mio ed il loro cuore si è trovato
a risuonare di quelle stesse note che la morte fisica, o meglio la paura
di essa, produce. Le stesse risonanze, le medesime angosce che la fine
della vita proietta sulla nostra vita le abbiamo vissute prima e per
motivi diversi. Tante volte mi sono sentito chiuso in un vicolo cieco
senza possibilità di uscirne indenne! Tante volte la vita stessa mi
ha posto in situazioni in cui lo stesso vivere era come morire, tanto che
la fine della vita poteva sembrare non morte, ma liberazione: vere
e proprie situazioni "di morte". Mi accorgo, guardando indietro, anche di quante delle
mie azioni passate e presenti sono state e sono condizionate dalla paura di finire in
una di queste situazioni di morte: quanto male ho fatto ad altri per sfuggire
alla "mia" morte!...in fondo "mors tua, vita mea"! Quante volte la
paura della morte è stata signora della mia vita!

Sì, ci sono tante "morti" nella vita mia e delle persone a me care.
L'elenco sarebbe lunghissimo. Dal dover chiedere perdono a qualcuno
all'essere costretto a letto in seguito ad un incidente stradale,
dal subire una reprimenda dal capo al dover abbandonare il lavoro,
dalla perdita di un figlio all'essere abbandonata dal marito,
dal fallire un obiettivo importante per la vita all'accettare
e perdonare un tradimento, dall'essere incompreso dai propri
stessi genitori all'essere rifiutato dai propri figli...

No, la morte è presente in tante forme nella vita ed ancor
più presente è la paura della morte, che rischia di diventare
la vera signora della nostra vita se non impariamo a disubbidirle...
ma è davvero possibile disubbidire alla paura della morte?

 
Grazie a Poemen Qui il link

14:03 Scritto da: ritina5 in pensieri sparsi | Link permanente | Commenti (4) | Trackback (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

13/08/2008

PARSIFAL

Parsifal non era il cavaliere più prestigioso della Tavola Rotonda, anzi era il meno dotato fra tutti. Eppure egli, diversamente dagli altri, accetta di giocare tutta la sua vita nella ricerca del Sacro Graal: diventerà così il simbolo dell’uomo vero, dove vero non significa capace di coerenza personale, ma disposto a riconoscere che la sua vita appartiene ad un Altro, respira ed è vive di un Altro. “Diventare sempre più veri significa cambiare la nostra falsa coscienza di essere padroni di noi stessi e arrivare alla consapevolezza di appartenere totalmente ad un Altro”

http://images.easyart.com/i/prints/rw/en_easyart/lg/2/1/Parsifal-In-Quest-Of-The-Holy-Grail--1912-Ferdinand-Leeke-211533.jpgE’ utile rileggere qui le parole, già più sopra citate, con cui la scrittrice Sigrid Undset descrive lo stato d’animo della protagonista del suo romanzo Kristin figlia di Lavrans nel momento in cui quest’ultima giunge alla conclusione della sua travagliata esistenza: “Una cosa era certa: Dio, ella lo sapeva, aveva stretto un patto con lei, un patto d’amore col quale la legava a sè in eterno, indipendentemente dalla sua volontà, dai suoi pensieri terreni, questo amore era esistito sempre in lei, aveva agito come il sole sulla terra che dà alla fine i suoi frutti. Questi frutti nessuno avrebbe potuto distruggerli, nè il fuoco dei desideri carnali, nè l’orgoglio, nè l’ira folle. Era stata serva di Dio, anche se ribelle, restìa, infedele nel cuore, con una preghiera falsa sulle labbra; una serva maldestra, insofferente davanti alla fatica, indecisa, ma Dio aveva voluto mantenerla lo stesso al suo servizio”.

In questa canzone Claudio Chieffo dà voce al Mistero che si rivolge a Parsifal per esortarlo a non fermarsi nel seguire la voce Sua, la voce dell’Ideale, la Sua presenza misteriosa ma reale, più reale di qualsiasi altra.


Parsifal, Parsifal non ti fermare

e lascia sempre che sia

la voce unica dell' Ideale

ad indicarti la via.



Sarò con te, io ti ho messo una mano sul cuore

sempre con te come un fuoco che, dentro, non muore



Non fermarti alla corte delle anime nane

che ripetono i gesti e non sanno capire

non salire al castello dei giovani giusti

che adorano il sole

è quel sole lo specchio di chi

non si vuole vedere



Parsifal, Parsifal devi lottare

devi cercare dov' è

il Punto Fermo tra le onde del mare

e questa isola c'è.



Sarò con te, io ti ho messo una mano sul cuore

sempre con te, come un fuoco che, dentro, non muore



Io sapevo da sempre che avresti tradito

mille volte in un giorno e poi mille altre ancora,

ma i tuoi occhi che cercan

son gli occhi di chi si sorprende ferito

e il mio braccio è più forte del male

più grande dell'ora



Parsifal, Parsifal non ti fermare...
Grazie al Centro Culturale Rebora

14:38 Scritto da: ritina5 in pensieri sparsi | Link permanente | Commenti (6) | Trackback (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

03/08/2008

L'UOMO VECCHIO

http://imagecache2.allposters.com/images/pic/41/030_Sa048fla~Giovane-uomo-nudo-seduto-in-riva-al-mare-1855-Posters.jpg

Con questo canto Claudio Chieffo esprime una vera e propria preghiera: la domanda appassionata di un uomo che cerca realmente il compimento di sé e comprende che tale compimento può venire solo da un Altro.

 

C’è inoltre in questa canzone una lucida consapevolezza del peccato dell’uomo. Esso è all’origine di una debolezza costitutiva, di una incapacità ad essere veri, a raggiungere il proprio destino,a stabilire rapporti umani autentici. Senza questo riconoscimento del è proprio peccato, della propria incapacità, non si riesce più a capire nulla della vita. E purtroppo questo riconoscimento è merce rara nella coscienza dell’uomo di ogni tempo.

La tristezza che c’è in me

l’amore che non c’è

hanno mille secoli

Il dolore che ti do

la fede che non ho

hanno mille secoli.  

Sono vecchio ormai, sono vecchio sì,

questo tu lo sai ma resti qui.  

Io vorrei vedere Dio,

vorrei vedere Dio,

ma non è possibile;

ha la faccia che tu hai

il volto che tu hai

è per terribile.

Sono vecchio ormai…

Ascoltami, rimani ancora qui,

ripeti ancora a me la tua parola.

Ripetimi quella parola che

un giorno hai detto a me

e che mi liberò  

Io vorrei veder Dio…  

La paura che c’è in me

l’amore che non c’è

hanno mille secoli.

Tutto il male che io so

la fede che non ho

hanno mille secoli.

Sono vecchio ormai, sono vecchio sì,

ma se tu vorrai mi salverai  

Ascoltami…

La Ballata dell’uomo vecchio – Claudio Chieffo

Grazie al Centro Culturale Rebora

 

Centro Culturale Rebora

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30/07/2008

IL NEMICO

http://www.amicigg.it/lettere/imm/demonio2.gif

 

I Cristiani descrivono il Nemico come uno "senza il quale Nulla è forte". E il Nulla è assai forte: è tanto da rubare all'uomo gli anni migliori non in dolci peccati, ma in una terribile volubilità della mente che si aggira in non sa che cosa senza saperne il perchè, nell'appagamento di curiosità così deboli che ne è consapevole soltanto a metà, nel fare il tamburiello con le dita e battersi i tacchi, nello zufolare ariette che non gli piacciono, o nel lungo, oscuro labirinto di sogni privi perfino di quel piacere o di quell'ambizione che diano loro un certo gusto, ma che, una volta che un incontro fortuito abbia dato il via, la creatura è troppo debole e troppo intossicata per scrollarli da sè. Dirai che questi sono peccati veniali. Senza dubbio, come tutti i tentatori giovani, tu hai una gran voglia di poter fare un rapporto con qualche delitto spettacolare. Ma ricordati che la sola cosa che ha importanza è la distanza con la quale riuscirai a separare il giovanotto dal nemico. La piccolezza dei peccati non ha importanza, purchè il loro effetto cumulativo scacci l'uomo nel Nulla, lontano dalla Luce. Un assassinio non è migliore delle carte da gioco, se le carte riescono a fare il gioco. La strada più sicura per l'Inferno, ricordalo, è quella graduale - è il dolce pendio, il soffice suolo, senza brusche voltate, senza pietre miliari, senza indicazioni. Tuo affezionatissimo Zio. Berlicche.

 

Clive Staples Lewis 1898-1963, Le Lettere di berlicche, 1942

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12/07/2008

DOV'E' DIO?

http://www.secondlife.it/images/inferno.jpg

Federica, che viene uccisa nei "paradisi" senza crocifissi.

 
Lloret de Mar come metafora del nostro tempo...
I socialisti di Zapatero hanno annunciato di voler togliere i crocifissi dagli spazi pubblici. Il caso ha voluto che la notizia uscisse in contemporanea con l’assassinio di Federica, proprio in Spagna, a Llorett de Mar, in un divertimentificio che è il nuovo santuario dello sballo giovanile. Dove la discoteca è – come ha spiegato Vittorino Andreoli – la cattedrale pagana di “un grande rito di trasformazione collettiva” che fa dimenticare la vita e la realtà. Gli ingredienti (anche chimici) di questa “nuova religione” sono noti, con il solito comandamento: “vietato vietare”. La felicità si trova davvero lì? E perché Federica ci ha trovato la morte, macellata come un agnello?

Nessuno ci riflette. Nell’euforica Spagna le autorità sembrano preoccupate soprattutto che il delitto non porti pubblicità negativa alla località turistica. E vai con la tequila bum bum, dimentichiamo la povera Federica e via i crocifissi. Anche noi da tempo li abbiamo tolti dai cuori, oltreché dalla vita pubblica. Anzi, l’immagine del crocifisso o quella della Madonna vengono periodicamente dileggiati da sedicenti artisti in nome della libertà d’espressione. Del resto il Papa stesso subisce questa sorte nelle manifestazioni di piazza della sedicente “Italia dei migliori”. E la fede cattolica viene azzannata, senza alcuna obiettività, in programmi televisivi che, se fossero realizzati contro qualsiasi altra religione, scatenerebbero subito l’accusa di intolleranza o razzismo. Contro Gesù Cristo invece sembra che tutto sia permesso.

Poi, quando ci visita il dolore o si consuma la tragedia o assistiamo all’orrore, gridiamo furenti – col dito accusatore – “dov’è Dio?”, “Perché non ha impedito tutto questo?”. Dopo l’ecatombe dell’ 11 settembre a New York si alzò questo stesso grido e una donna, in tutta semplicità, parlando in televisione rispose così: “per anni abbiamo detto a Dio di uscire dalle nostre scuole, di uscire dal nostro Governo, e di uscire dalle nostre vite. E da gentiluomo che è, credo che Lui sia quietamente uscito. Come possiamo aspettarci che Dio ci dia le Sue benedizioni, e la Sua protezione, se prima esigiamo che ci lasci soli?”.

Continuava ricordando quando si lanciò la crociata perché non si voleva “che si pregasse nelle scuole americane, e gli americani hanno detto OK. Poi qualcun altro ha detto che sarebbe meglio non leggere la Bibbia nelle scuole americane. Quella stessa Bibbia che dice: ‘Non uccidere, non rubare, ama il tuo prossimo come te stesso...’, e gli americani hanno detto OK. Poi, in molti paesi del mondo, qualcuno ha detto: ‘Lasciamo che le nostre figlie abortiscano, se lo vogliono, senza neanche avvisare i propri genitori’. Ed il mondo ha detto OK”.

Si girano film e show televisivi che sommergono le anime di fango. E si fa musica che celebra violenza, suicidio, droga o ammicca al satanismo. E tutti trovano questo normale e dicono che è solo un gioco, com’è normale che, secondo le statistiche, un bimbo italiano, prima di aver terminato le elementari, veda in media in tv 8 mila omicidi e 100 mila atti di violenza, ma per carità togliamo la preghiera dalla scuola ché sarebbe un atto di “violenza psicologica”.

”Ora” proseguiva quella donna americana “ci chiediamo perché i nostri figli non hanno coscienza, perché non sanno distinguere il bene dal male, e perché uccidono così facilmente estranei, compagni di scuola, e loro stessi. Probabilmente perché, com’è stato scritto, ‘l'uomo miete ciò che ha seminato’ (Galati 6:7). Uno studente ha ‘sinceramente’ chiesto: ‘Caro Dio, perché non hai salvato quella bambina che è stata uccisa in una scuola americana?’. Risposta: ‘Caro Studente, a Me non è permesso entrare nelle scuole americane. Sinceramente, Dio’ ”. Tutto questo non è solo americano. Dopo Auschwitz una folla di intellettuali accusò Dio: “Dov’eri? Come hai potuto permettere tutto questo?”. Nessuno ricordava quale fu la prima battaglia fatta dal nazismo appena arrivato al potere: la guerra dei crocifissi. Il nuovo regime pretese di spazzar via da tutte le scuole l’immagine di Gesù crocifisso. Fu uno scontro durissimo e la Chiesa fu praticamente lasciata sola a sostenerlo. Dov’erano gli intellettuali? Poi il nazismo, fra il 1939 e il 1940, spazzò via migliaia di “crocifissi viventi”, una eutanasia di massa per 70 mila disabili e malati mentali: ritennero le loro delle vite indegne di essere vissute e dettero loro “la morte pietosa”, ma anche in quel caso la Chiesa fu lasciata quasi sola perché nei cuori il crocifisso era stato spazzato via dalla pagana e feroce croce uncinata. E così alla fine Hitler scatenò la guerra e la Shoah. Dov’era Dio? Era stato cacciato da tempo. E stava agonizzando nei lager con Massimiliano Kolbe, Edith Stein o Dietrich Bonhoeffer, accanto a una moltitudine di croficissi.

Siamo la generazione che ha visto poi consolidarsi nel mondo il più immane tentativo di strappare Dio dai cuori, imponendo l’ateismo di Stato: l’impero comunista che si è risolto nel più colossale genocidio planetario di uomini e popoli. Tutto questo c’insegna qualcosa? No. Noi siamo la generazione che non impara dalle tragedie del suo tempo. E per questo forse sarà destinata a ripeterle. Non abbiamo forse consegnato la costruzione europea a una tecnocrazia laicista e dispotica che ha voluto strappare le radici cristiane dell’albero europeo? Ed eccoci all’inverno demografico, al declino e all’invasione islamica.

Un grande economista come Giulio Tremonti, nel suo celebre libro, ha affermato che il riscatto è possibile solo con una rinascita spirituale. Ma noi siamo “gli uomini impagliati” di Eliot, con la testa piena di vento e il cuore pieno di solitudine. Abbiamo sputato su Gesù Cristo e sulla Chiesa credendo che questo fosse “libertà”, poi ci troviamo soli o disperati e allora puntiamo il dito accusatore sulla presunta “indifferenza” di Dio. Di quel Dio che non cessa un solo giorno di darci il respiro e di farsi incontro a noi.

Siamo la generazione che non sa più dare senso alla vita, né speranza ai propri figli, che vede addensarsi all’orizzonte nubi cupe di crisi planetarie, di guerre, di carestie, ma non afferra la mano della “Regina della Pace”, presente fra noi per salvarci. Perché si ride del Mistero e del soprannaturale, mentre si va da maghi e astrologi, perché si crede ai giornali e a internet e non al Vangelo, perché si irride chi parla di Satana e dell’Inferno, ma si affollano come non mai sette sataniche o esoteriche, perché si venerano le maschere vuote dei palcoscenici e della tv e si disprezzano i santi, perché si crede che libertà sia poter fare qualunque cosa, anziché essere veramente amati.

Questa stagione iniziò nel ’68, quando si cominciò a sparare sulla religione come “oppio dei popoli”, così oggi l’oppio (o la cocaina) è diventata la religione dei popoli, anche di notai, industriali e deputati. Nietsche tuonò contro il crocifisso perché – scrisse – abolì i sacrifici umani che erano il motore della storia pagana. E infatti oggi, cancellato il crocifisso dai cuori, sono tornati i sacrifici umani. Siamo la generazione che ha assistito tranquillamente in 30 anni allo sterminio – con leggi degli Stati – di un miliardo di piccole vite umane nascenti, il più immane sacrificio umano della storia. La generazione che torna a discettare di vite “indegne di essere vissute”, che pretende di trasformare i più piccoli esseri umani in cavie da laboratorio, che esige – specialmente “in nome della scienza” - che tutto sia permesso. In effetti “se Dio non c’è, tutto è permesso”. Ma con quali conseguenze?

L’abbiamo visto nel recente passato. E siccome non ne traiamo le conseguenze lo vediamo nel presente e ancor più lo vedremo nel futuro. Qualcuno ha osservato: “Strano come sia semplice per le persone cacciare Dio per poi meravigliarsi perché il mondo sta andando all'inferno”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 11 luglio 2008

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10/07/2008

PER ELUANA

http://blogs.reuters.com/faithworld/files/2007/10/schiavo.jpg

Anche la sofferenza può trasformarsi in gioia

"Che cosa importa se il sonno della nostra bambina si prolunga? L'universo dove dobbiamo vivere è presenza di Dio, dove tutte le delusioni del tempo possono trovare immediatamente il loro posto, tutte le sofferenze trasformarsi in gioia. Non ci resta che diventare cristiani a tempo perduto... Sentivo che mi avvicinavo a quel piccolo letto come ad un altare, ad un luogo sacro da dove Dio parlava mediante un segno. E tutto intorno alla bambina, non ho altre parole: un'adorazione. Bisogna osare di dir­lo: una grazia troppo pesante. Un'ostia vivente in mezzo a noi. Muta come un'os­tia. Splendente come un'ostia... ".

Emanuele Mounier

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29/06/2008

CHI PARLA E CHI ASCOLTA

http://blog.105.net/media/cancello_03.jpg

In "Il Tempio e il Tempo" l'autore, Luigi Giussani, si chiede: "è la Chiesa che ha abbandonato l'uomo o è l'uomo che ha abbandonato la Chiesa? Tutte e due!" Leggendo questo articolo mi chiedo: è la Chiesa che non sa più parlare o è l'uomo che non sa più ascoltare? Tutte e due!!!

Il professore Bianco, simbolo di una civiltà evoluta, invece rappresenta tutte le contraddizioni della cultura occidentale che afferma il primato dell’intelletto e della conoscenza. Ma poi, come dice il Nero, finisce tra le rotaie del Sunset Limited. Qui, forse c’è un altro sovvertimento: l’autodistruzione viene perseguita come una vittoria. «Il Bianco è una figura forte: si sente prigioniero della speranza, della felicità. Non soltanto vuole morire, ma vuole guadagnare la solitudine assoluta. Nemmeno vuole rivedere sua madre. Semplicemente, vuole non esistere. Una posizione radicalissima. Disperata. E qui si vede che McCarthy è più narratore che pedagogo». Non sarà un pedagogo ma il suo libro, come forse nessun altro, rappresenta quest’epoca di scontro fra il cristianesimo e il nichilismo contemporaneo. Cristo si identifica in Nero perché il popolo nero conserva una primordialità vergine che Bianco non ha più e forse non può più avere. C’è troppa presunzione, ci sono troppi libri. E a Bianco che ammette di non essere abbastanza virtuoso per accorgersi di Dio, Nero replica che «non si tratta di essere virtuosi. Si tratta di stare zitti». «Si tratta di saper ascoltare», precisa Ferrara. «Nero rappresenta l’esperienza evangelica, è un monumento al povero di spirito. Ma i libri che ha letto Bianco, come Guerra e pace, sono un portato del cristianesimo. Io credo che il confronto non sia tra uno che incarna la spiritualità e l’altro che rappresenta la secolarizzazione, ma che entrambi si muovano in un orizzonte secolarizzato».
Più che la fede e la scommessa su Dio, il terreno preferito da Ferrara è l’etica, la città degli uomini. «In uno dei suoi ultimi saggi il vescovo anglicano Nazir-Ali scrive che la libertà di peccare senza misura del mondo contemporaneo viene dal cristianesimo. Ma questa libertà di peccare non va giudicata, bensì messa sotto controllo. La conversione non è un fatto risolutivo per la civiltà. Nella storia, dopo che il cristianesimo ha convertito re e regine, ha cominciato a corrompersi, secolarizzarsi. Dopo la conversione entra in gioco la libertà, la scelta. L’uomo deve decidere di liberarsi razionalmente della presunzione di onnipotenza della ragione, perché la fede ha un suo spazio intellettuale preciso».
Ci sono altri sovvertimenti, altri paradossi? «Il cristianesimo apparentemente perde. Nero vede fuggire il suo interlocutore e muore nel dolore di non riuscire a salvarlo». Un dolore che viene dalla consapevolezza di non aver trovato le parole giuste per parlare all’uomo che sceglie l’annientamento. Questa non è forse la situazione della Chiesa di oggi, così incapace di parlare alla disperazione dell’uomo contemporaneo? «Giovanni Paolo II ci ha provato. Papa Ratzinger continua a provarci. Ma per il resto la Chiesa è ferma all’apologia. Ha dimenticato la sua forza profetica. Se l’uomo d’oggi, entrando in una chiesa incontrasse questo carisma profetico e non appena la medicina della solidarietà; se trovasse dei parroci che hanno letto anche McCarthy e non si perdessero a corteggiare le mode e i giovanilismi correnti; se le parrocchie tornassero a essere luogo di missione... allora credo che qualcosa potrebbe cambiare».
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Maurizio Caverzan-Il Giornale

 

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23/06/2008

COME UN BIMBO IN BRACCIO A SUA MADRE

E’ vero, spesso l’ostacolo principale da superare in una vita di fede è la nostra paura! Non abbiamo il coraggio di scommettere un po’ di più sui contenuti della nostra fede, sulla persona di Cristo; non possediamo più la freschezza dei bambini, capaci più di noi di affidamento. Eppure, il Nazareno già duemila anni fa non si stancava di ripetere “Se non diventerete come i bambini, non entrerete mai”. Temiamo di perdere tutto, abbiamo paura di comprometterci troppo. Inoltre, talvolta pensiamo a Dio come ad un inesorabile giustiziere, pronto a scrivere sul suo taccuino l’elenco dei buoni e dei cattivi, dimenticando alcune Sue caratteristiche principali? Egli, infatti, è innanzitutto Padre e la Sua giustizia la salvezza dell’uomo? «Dio giusto e salvatore non c’è fuori di me» (Is 45,21). Péguy scriveva: “Ma credete forse? Credete che io Dio mi divertirò a trattarli male e a far ciò che non farebbe un onest’uomo? Io sono un buon cristiano, dice Dio. Credete forse che mi divertirò a sorprenderli come un assassino di notte?”.



Dio è Amore e l’amore non può farci paura!



“Di fronte all’ampio e diversificato panorama delle paure umane, la Parola di Dio è chiara: chi "teme" Dio "non ha paura". Il timore di Dio, che le Scritture definiscono come "il principio della vera sapienza", coincide con la fede in Lui, con il sacro rispetto per la sua autorità sulla vita e sul mondo. Essere "senza timor di Dio" equivale a mettersi al suo posto, a sentirsi padroni del bene e del male, della vita e della morte. Invece chi teme Dio avverte in sé la sicurezza che ha il bambino in braccio a sua madre (cfr Sal 130,2): chi teme Dio è tranquillo anche in mezzo alle tempeste, perché Dio, come Gesù ci ha rivelato, è Padre pieno di misericordia e di bontà. Chi lo ama non ha paura: "Nell’amore non c’è timore – scrive l’apostolo Giovanni – al contrario, l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore" (1 Gv 4,18). Il credente dunque non si spaventa dinanzi a nulla, perché sa di essere nelle mani di Dio, sa che il male e l’irrazionale non hanno l’ultima parola, ma unico Signore del mondo e della vita è Cristo, il Verbo di Dio incarnato, che ci ha amati sino a sacrificare se stesso, morendo sulla croce per la nostra salvezza” (Benedetto XVI).

Grazie all'amico Cogitor, sempre fonte preziosa di notizie che ri-creano il cuore!

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20/06/2008

L'UMANITA' DI MARIA

http://www.pediatria-gravedona.it/foto/solario01.jpgdi Lucetta Scaraffia
Tratto da L'Osservatore Romano del 19 giugno 2008

Due grandi volumi di immagini sacre, corredate da commenti spirituali tratti dalle Sacre Scritture e dai testi dei santi, sono il frutto di una passione nata nell'infanzia per una Madonna combattente, la Vergine a cavallo e armata di spada protettrice di un paese siciliano, Scicli, nell'animo di un ragazzino che poi sarebbe diventato un famoso chirurgo, Tommaso Claudio Mineo.

Il frutto di questa passione è una raccolta in due grandi volumi di immagini della Vergine con bambino nella sua versione più dolce e materna: quella in cui come madre allatta il suo piccolo.

Nell'infinità di Madonne del latte che i due volumi ci offrono vediamo certo differenze: fra le ieratiche icone in cui il gesto dell'allattare sembra quasi rappresentato nel suo significato simbolico, più che nella sua immediatezza fisica, e le bellissime Madonne rinascimentali che allattano compiendo gli stessi gesti delle donne, con la stessa sollecitudine amorosa di una madre verso il suo piccolo. Ma in tutte è forte e presente la concretezza dell'amore materno, che si realizza nella gravidanza e nell'allattamento. Probabilmente nessuna altra immagine come quella dell'allattamento, che significa dare il proprio corpo da mangiare a un altro essere umano bisognoso, trasmette l'idea di completa donazione amorosa, e quindi si avvicina a quella che, nella tradizione cristiana, è la più alta donazione di sé: quella di Gesù che si immola per l'umanità peccatrice e che, come nell'ultima cena e nel sacramento eucaristico, offre il suo corpo e il suo sangue ai fedeli.

Al tempo stesso, l'allattamento costituisce una prova concreta dell'Incarnazione: Gesù è stato un bambino come gli altri, allattato da sua Madre. La sua divinità non esclude la sua umanità, anche negli aspetti più fragili che questa implica.

Per questo la tradizione iconografica cristiana prima, cattolica e ortodossa poi, non ha mai avuto remore a rappresentare senza veli una parte del corpo femminile dalle riconosciute valenze erotiche come il seno, anche se l'immagine si poteva prestare ad ambivalenze: nel primo volume di questa raccolta è riprodotta l'opera di Jean Fouquet, parte del dittico di Melun, che ce ne dà un esempio. Essa era stata commissionata per celebrare le grazie dell'amante del re, piuttosto che per glorificare la maternità di Maria. Certo, l'ambiguità in questo caso è manifesta, ma la potenza simbolica dell'amore fra madre e Figlio è così forte da purificarla, almeno per gli osservatori più devoti: omnia munda mundis.

La potenza di questo soggetto si è anche trasformata nel senso opposto, quello della carità, esasperandolo: per rappresentare la Carità Romana, dopo le feroci critiche di Lutero e le invettive dei protestanti contro la città della corruzione e della dimenticanza di Dio, non si è trovata immagine più significativa che quella di una donna giovane e bella, che rappresenta la città di Roma, nell'atto di allattare un vecchio malato e ributtante. Qui l'esempio della donazione materna, così ben rappresentato dalla Vergine del latte, diventa eroismo supremo di carità che vince ogni ripugnanza, che affronta ogni sacrificio.

La raccolta qui presentata risale fino alle icone dei primi secoli, ma si ferma al XVI-XVIi secolo: da questo momento, la Madonna del Latte è presente solo nel contesto di una devozione popolare, cara alle donne, intorno alla quale sono nati riti di fertilità ben studiati dagli etnologi, ma scompare dalle chiese di città, dalla devozione delle classi superiori e dalla committenza del clero urbano. Cos'era successo? Le critiche dei protestanti contro la carnalità e la "sconvenienza" di molte immagini sacre - che ha costituito una delle ragioni dell'iconoclastia di gran parte del mondo riformato - anche se teoricamente respinta dalla Chiesa cattolica, ha determinato degli effetti nell'arte sacra: tutti sappiamo che proprio in questo lasso di tempo sono stati messi i "braghettoni" ai possenti nudi della cappella Sistina, ma è meno nota la progressiva scomparsa delle immagini della Madonna che allatta, a favore di Vergini più coperte, meno "carnali", ma anche, purtroppo, meno piene di amore, meno capaci di trasmettere quell'idea di donazione totale che tocca il cuore e la fede dei devoti, e che, per fortuna, si ritrova ancora nelle cappelle di campagna.

Con la frattura della cristianità, scompare anche nella tradizione cattolica quella che Cristina Campo chiama "la meravigliosa carnalità della vita divina". E precisa con lucidità: "Il Rinascimento, la Riforma, la necessità incessante delle dispute teologiche, l'Illuminismo soprattutto: ogni prova fu puntualmente superata dalla dottrina ma sembrò strappar via con sé un lembo dell'antica vita cristiana". Ben venga quindi questa riabilitazione, artistica e spirituale, di un'immagine così concreta e amorosa, che ricorda come la tradizione artistica cristiana abbia avuto sempre la straordinaria capacità di rappresentare il divino attraverso l'umano.

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07/06/2008

NOSTRA SORELLA MORTE

http://www.cappucciniviaveneto.it/immagini/quadri/francesco_gr.jpeg

Davide D'Alessandro

Quando in una comunità scompare all'improvviso nella notte, colto da malore, accanto alla moglie e ai figli, un uomo di 48 anni, professionista stimato, amico di tanti, viso comunque noto, la giostra dei nostri pensieri per un attimo si ferma e, spaventata, s'interroga, cerca spiegazioni, sperimenta l'indicibile.

Il giorno dopo riparte, deve ripartire. La speranza è che l'evento abbia lasciato una traccia, sempre buona per una meditazione più approfondita su chi siamo e come viviamo. L'idea che possa accadere a ciascuno di noi fra qualche ora fa capolino, ma la scacciamo via, è una voce che non vogliamo ascoltare. Noi siamo i sopravvissuti, ha spiegato Canetti, e in un angolino buio della nostra coscienza, sentimento segreto e inconfessabile, si manifesta persino la superiorità, l'intoccabilità.

Invece, quella voce è lì, a ricordarci che l'onnipotenza non ci appartiene e che, ha lucidamente scritto Pavese, verrà la morte e avrà i tuoi (i nostri) occhi. Li avrà nel senso che li possederà.

Per quella voce, San Francesco ha ringraziato il Signore:"Laudato s' mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare".

La morte è una voragine che si apre per chi resta, è un dolore immenso per una madre, un padre, un figlio, una sposa, un marito, una sorella, un amico. Eppure, la morte è anche il richiamo quotidiano che un'altra vita è possibile, ma non dopo: adesso, qui, in questo preciso istante.

Se sapessi che la mia partita si chiuderà fra qualche ora, farei e direi meno sciocchezze, darei ancora più baci, stringerei con un'intensità mai provata le persone più care, eleggerei ciò che è essenziale per la mia ANIMA a bene supremo, certamente non scriverei l'articolo che leggete. Non ci sarebbe tempo. La clessidra mi direbbe che sta per scadere.

Dovremmo tutti, io per primo, fissare la morte, sentirla accanto, viverci senza temerla. Anzi, dovremmo chiederle di mutare la vita, di farle assumere un'altra dimensione. Non fuggirla, ma considerarla "come se" fosse sempre possibile.

Però, con l'uomo il "come se" non funziona. L'uomo vuole bruciare frettolosamente la candela che gli è stata accesa. Vuole correre, sgomitare, invidiare, affermare la propria forza, conquistare e mantenere il potere, esibire le ricchezze, accumularle insieme agli affanni, ai patemi d'animo, allo stress, dimenticando magari un figlio dentro l'auto e sotto il sole, per poi piangerlo disperatamente insieme alla propria miseria.

L'anno scorso, il primo luglio, è morto un mio caro amico: Davide Bertotti. Era di Torino, ma è morto a Miracoli di Casalbordino tra le braccia di Mario Miguel Moretta e di sua moglie. Davide aveva 40 anni. Un infarto fulminante lo ha portato via proprio davanti al Santuario. La sera prima mi aveva detto:"Forse verrò a bussare a questo convento per fare il monaco".

Da un anno ascolto la mamma al telefono. Piange. Composta, ma piange. E' un dolore infinito. Lo conosce, lo sente nelle viscere soltanto lei che lo prova. Davide non ha avuto il tempo per i rimpianti. Se anche l'avesse avuto, non ne avrebbe provati. Perché viveva la vita con tutto se stesso, senza risparmiarsi mai, con l'orecchio teso all'ascolto della propria ANIMA. Non ha mai smesso di ascoltarla e di assecondarla fedelmente. La sua opera si è compiuta perché si compiva in ogni attimo della sua vita. Altri anni nulla avrebbero aggiunto alla sua grandezza. Perché è grande non chi diventa Presidente degli Stati Uniti d'America ma, direbbe Nietzsche, chi diventa ciò che è o, ancor meglio, chi realizza, direbbe Dante (il più grande di tutti, poiché ha trovato le parole per dirlo) ciò che l'Amore gli "ditta dentro".
Grazie a  Il Mascellaro

Davide D'Alessandro
lapolis[chiocciola]tele2.it

00:23 Scritto da: ritina5 in pensieri sparsi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook