21/02/2010
Beati voi che siete nella tristezza, avrete gioia grande!
Era malata, Belvinda. Aveva una strana malattia ai piedi, che fasciava con pezze strappate da vecchie lenzuola. Mai portato scarpe, solo d’inverno usava ricoprire le pezze con delle pelli di capra. Abitava in un vecchio casolare mezzo sgarrupato, con una sorella, Assuntina.
Belvinda era gentile quanto Assuntina era bisbetica, stavano sempre a litigare e Assuntina la vinceva sempre. Noi ragazzini credevamo fossero due streghe, specialmente Belvinda, che aveva i piedi tondi come il diavolo!
Con la naturale crudeltà dei bambini la prendevamo in giro, gli buttavamo pietre e facevamo versacci, quando la vedevamo comparire dal ritorno dalla campagna.
Io ne ero affascinata; camminava lentamente, dondolando, portando sulla testa un cesto con gli ortaggi raccolti e la colazione e chissà cos’altro ancora, era sempre coperto con un telo scuro e sporco. A un braccio portava legata una fune lunghissima a cui era attaccata una capretta, la quale, visto la lunghezza della corda, ne approfittava per brucare l’erba ai margini della strada, durante le frequenti soste della padrona.
Intanto, Belvinda sferruzzava per non perdere tempo...mormorando sottovoce il Rosario. La sorella lanciava maledizioni a chi le prendeva in giro; tuoni, saette, cancheri...mai andate a segno!
Una notte s’incendiò la loro stamberga; dissero le brave persone che era stato un corto circuito, ma le malelingue dicevano che il padrone di casa voleva sloggiarle...
La morte si prese Assuntina e Belvinda s’immalinconì, non aveva più con chi litigare. Dopo poco tempo, il suo cuore solitario, cessò di battere e giusto quattro donne l’accompagnarono al camposanto.
Durante la Messa una colombina bianca, venuta da chissà dove, mai vista prima, volteggiò sull’Altare per tutta la durata della funzione sacra.
Eravamo così pieni di stupore che nessuno osava dire una parola, anche il prete ammutolì. Ci guardavamo in faccia cercando una risposta a una domanda non posta.
La colombina sparì subito dopo la benedizione della morta; nessuno l’ha mai più rivista...
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01/12/2008
CHI E' "PERSONA" E CHI NON LO E'

ROMA, domenica, 30 novembre 2008 (ZENIT.org).- Stiamo assistendo in Italia e all'estero al ritorno di un'antistorica divisione tra chi è "persona" e chi non lo è. A certe dichiarazioni di questo tenore rispondono sdegnati soprattutto le persone disabili che sentono sulla propria carne il peso della discriminazione e i genitori dei bambini prematuri che combattono giorno per giorno una lotta solitaria per far riconoscere il diritto alla piena assistenza ai loro piccoli.
In realtà indignarsi è giusto, stupirsi un po' meno, perché ormai da anni stiamo assistendo a questa erosione del "diritto di cittadinanza" tra gli esseri umani, iniziata con i bambini non ancora nati, seguita poi da tutti coloro che non hanno "capacità di autonomia", secondo certi filosofi.
Nel 1996 il prof. J. Maroteau, studioso di nanismo, pubblicava sulla rivista Archives de Pédiatrie un editoriale intitolato "J'accuse!", che aveva come sottotitolo: "La bassa statura ha ancora diritto di cittadinanza?". Si riferiva proprio agli aborti selettivi fatti in caso di nanismo. Era un primo segnale d'allarme.
Ma bisogna far chiarezza, perché spesso usiamo la parola "persona" senza essere ben coscienti delle implicazioni che questo genera.
Per gli antichi romani la parola persona esisteva, ma significava semplicemente "maschera", perché indicava la maschera che gli attori mettevano in faccia per amplificare, far risuonare (per-sonare) la loro voce nei teatri. Passò del tempo e il termine si colorò di significato filosofico per opera dei cristiani del Medioevo che Severino Boezio (476-525 d.C.) sintetizzò definendo la parola persona come "l'individuo appartenente a quel livello della natura che possiede razionalità" (Individua substantia naturae rationalis).
Questa definizione, spiega che per essere definito persona, un soggetto deve avere due caratteristiche: deve essere un individuo (e non una parte di un individuo), e deve avere natura razionale. Quest'ultima cosa significa semplicemente che la razionalità deve essere nella natura dell'individuo di cui si parla, ma non necessariamente egli (per l'età, per una malattia, magari perché sta dormendo) deve esprimerla adesso.
La prima conseguenza di questo fu che tutti, ma proprio tutti gli esseri umani si ritrovavano sullo stesso livello: non era mai successo nella storia della filosofia. Uomini e donne, schiavi e liberi, bambini, etnie diverse, malati tutti ricadevano nella stessa definizione: una delle più grandi rivoluzioni del pensiero occidentale: veniva reso in termini filosofici quanto era scritto nel Vangelo.
Da allora, tutte le persone sono divenute parimenti sacre, cioè con pari diritti e pari intangibilità degli stessi, tanto che per poter nuocere con la violenza ad un'etnia bisognava inventarsi una qualche forma per screditarla in modo così profondo (e inverosimile) da farle perdere il titolo di "persona". Ne abbiamo esempi tragici nella storia anche recente.
Ma oggi, non potendo negare che dal concepimento siamo di fronte ad un nuovo essere umano (è così chiara l'evidenza scientifica!), si fa passare l'idea che non tutti gli esseri umani sono uguali, ma certuni non meritano il titolo di "persona", stravolgendo l'idea originaria da cui questo termine era nato. Non più "tutti sono persone", ma "sono persone solo coloro che hanno autocoscienza" e non un'autocoscienza potenziale, ma solo coloro che l'esercitano di fatto, qui, ora. Chi non è persona, finisce con l'avere meno diritti degli altri, ed ecco i trattamenti scadenti del dolore, ecco la minor attenzione alla depressione (recentemente riportata dal Lancet e da Le Monde), alla sofferenza, e all'interpretazione dei bisogni di chi non si sa esprimere.
E' un vento che richiede un cambiamento di rotta, almeno pretendendo che in ogni discussione in cui si afferma che certi individui (spesso questo ragionamento viene fatto per gli embrioni e i feti) non sono persone, chi sostiene queste tesi spieghi chiaramente "chi" è persona per lui. E sarà facile che si assista a discorsi molto fragili che finiscono col colpire certe minoranze o certi tipi di malati, o anche certe età della vita, mostrando l'inconsistenza di un ragionamento "erosivo" del diritto di cittadinanza.
Come ho già spiegato, deve essere difeso dalla retta coscienza un semplice concetto: o tutti siamo una risorsa (cioè delle persone), o tutti siamo da buttar via, perché non esiste a livello ontologico e scientifico una bacchetta magica che faccia diventare "persona" chi non lo è.
Non fa fare questo salto l'aria che entra nei polmoni alla nascita, la luce che tocca gli occhi al momento di uscire dall'utero, l'etnia, ma neanche il livello di intelligenza o di autonomia.
*Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario "Le Scotte" di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.
Fonte Zenit
14:31 Scritto da: ritina5 in Persone | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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06/09/2008
EVVAI, STEFANO!
Borgonovo, il calciatore ammalato che dà lezioni di vita
L'intervista all'ex giocatore colpito dalla Sla ha riaperto il dibattito. Nessuno ha accertato un legame diretto tra il calcio e il morbo di Gehrig: ma se il gioco non c'entra, che cosa ha determinato questa straordinaria sequenza di casi?
| 05 settembre, 2008 |
di MASSIMO CORCIONE
Le immagini di Stefano Borgonovo, soprattutto le parole pronunciate nell'intervista rilasciata a SKY Sport 24 sono un inno alla vita, alla speranza di allungarla il più possibile, almeno fino a quando non sarà stata fatta chiarezza sul perché di questa malattia che colpisce i calciatori più di tutti gli altri uomini, fino a quando la scienza non sarà riuscita a trovare un rimedio al morbo di Gehrig. L’elenco delle vittime, in Italia, è già troppo lungo, nessuno ha accertato un legame diretto con l’attività di questi atleti che in campo erano autentiche esplosioni di forza fisica. Come Borgonovo, centravanti anche della Nazionale, un ex ragazzo che tutti i suoi compagni oggi ricordano come esempio: di lealtà, di amicizia. Tanto leale, Stefano Borgonovo, da dirsi sicuro che il calcio non c'entra con le ultime pagine della sua storia. Lo dice, quasi lo grida attraverso un sintetizzatore vocale che trasforma in suono le lettere fissate su un computer dalle pupille ancora vivacissime. Più o meno le stesse parole di Gianluca Signorini, il capitano del Genoa che per primo mise in piazza la propria disgrazia.
Ma se il calcio non c'entra, che cosa ha determinato questa straordinaria sequenza di casi di Sla, sclerosi laterale amiotrofica, la paralisi progressiva di tutti i muscoli? Neppure il procuratore Guariniello, il crociato che da anni studia la parte più brutta dello sport più bello del mondo, sa dare risposta. Qualcuno sussurra la parola che nessuno vorrebbe pronunciare: doping. Se doping è stato, lo è stato in maniera inconsapevole. Non c’è mai stata nessuna adesione da parte degli atleti, che passivamente subivano pratiche diventate familiari fin dagli anni delle giovanili. Chiunque abbia mai frequentato uno spogliatoio negli anni settanta non può non ricordare la scena di calciatori sul lettino dopo l’allenamento con l’ago di una flebo nel braccio: non venivano iniettati solo acqua e zucchero. I medici, quei medici, non erano stregoni, ma professionisti (e tifosi) che provavano a dare un aiuto per recuperare energie che sembravano non bastare mai. Eppure ancora nessuno scienziato è in grado di stabilire un nesso diretto tra quelle cure spesso improvvisate e questa malattia degenerativa. Solo sospetti che solo la ricerca può trasformare in certezza o classificare definitivamente come bufale.
Ecco perché le parole di Borgonovo sono state anche un atto di coraggio: solo conoscendo un dramma si può tentare di evitarne ulteriori repliche. Le ha consegnate a Massimo Mauro, un altro ex calciatore, uno che ha fatto la stessa trafila, dall’oratorio ai grandi stadi. Oggi con Gianluca Vialli anima una fondazione che si propone l’obiettivo più ambizioso: aiutare gli altri a non soffrire. Assecondando la speranza, alimentandola con i fondi raccolti, ma anche attraverso la testimonianza diretta di chi ha conosciuto la malattia. "Quasi quasi, 5 minuti in campo me li farei anch’io", ha detto Borgonovo chiudendo l’intervista. Avete visto uno con una voglia di vivere più grande?MASSIMO CORCIONE
SKY Sport
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27/07/2008
NON UCCIDERE, SENZA SE E SENZA MA

di Renato Farina
Tratto da Il Sussidiario.net il 25 luglio 2008
Quanta tristezza c’è a scrivere ancora oggi di Eluana. Mi rendo conto: chi ne scrive può farlo senza sprofondare solo se è disponibile a dare la sua vita per lei. Io non so. Però lo desidero. Non per altruismo, ma perché questo è ciò che mi è stato insegnato dall’unico in cui c’è speranza, e non spreco altre parole.
Ora sta prevalendo questo discorso: l’invocazione del silenzio. Eluana ha diritto al silenzio. Lo si rivendica quasi con rabbia, come se chiedere di non lasciarla uccidere sia una violenza sul corpo inerme di lei.
Bisogna stare attenti a questi discorsi suggestivi. È necessario avere il coraggio con semplicità di reclamare il diritto di dar voce a lei che non ha voce. Amplificando le parole delle persone che dedicano a questa ragazza, da anni, il loro tempo, la loro tenerezza, accarezzandola, nutrendola. Sono le suore di Lecco. Bisogna rendersi conto che quando si chiede di staccare la spina, di eliminare la macchina in realtà non si vuole strappare un filo elettrico, togliere elettricità ad un marchingegno elettronico, ma solo tagliare via le mani che si accostano a Eluana, le frizionano la schiena, la portano a prendere un po’ di sole.
L’umanità, il rapporto d’amore non proclamato sentimentalmente, ma vissuto nelle ore e nei giorni, è quello che nel caso di Eluana viene denominato falsamente accanimento terapeutico.
Dinanzi a questo anche Berlusconi chiede che si faccia una legge. Non lo ritengo necessario, anzi temo si risolva in una corrida dove alla fine il toro sarà infilzato, ed il toro sono i malati senza coscienza apparente, ridotti - come si dice - allo stato vegetativo, per cui sarà consentita l’eliminazione.
Che cosa serve una legge? Basta oggi quella che dice: non uccidere.
Colpisce che personalità di destra e di sinistra la pensino in maniera simile: vuoi per difendere Eluana da chi vuol strapparle il cibo e l’acqua, vuoi per sostenere la necessità che la si faccia finita con un corpo che non c’entrerebbe più nulla con la ragazza. Tra coloro che la vorrebbero già in agonia, prevale una strana concezione spiritualista o dualista. Per cui esisterebbe una Eluana che non c’entra con il suo corpo, una Eluana spirituale che è già morta, e che è la proprietaria di un corpo indipendente da lei, e siccome lei se n’è andata lo si può seppellire o cremare, tanto lì non c’è Eluana.
In realtà noi siamo il nostro corpo. Siamo più grandi di esso, abbiamo desideri infiniti, ma noi su questa terra siamo questa faccia, questa voce: non esiste l’io se non situato dentro la carne, se non fatto carne. Così come Dio non aveva un corpo a prestito, ma era quel grumo di sangue nel seno di Maria. Non c’è bisogno di essere cattolici per riconoscere questo dato di realtà.
O se proprio non riesci ad accettare questo, e cioè che Eluana sia ancora questo corpo, e che la sua dignità non sia legata alla coscienza (apparente) ma al fatto che è una persona! Comunque sia capace di intendere e di volere! Ella è in stato vegetativo apparente, ma non è un vegetale!
Se non accetti questo, come ha scritto sul Tempo Giorgio Stracquadanio, e se hai il dubbio, e non capisci, e non sai che cosa sia davvero quello che è sotto i tuoi occhi; nel dubbio che dietro il cespuglio ci sia un uomo o un coniglio, magari un dubbio piccolissimo, non sparare è la cosa più razionale, non uccidere resta un imperativo senza se e senza ma.
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16/07/2008
COSA STA ACCADENDO A ELUANA E A NOI?
Il video dell'incontro di Lecco con Claudia Mazzuccato e Giancarlo Cesana
E’ stata una serata per capire. Ed è servita.
Felice Achilli, Presidente di Medicina e Persona, ha posto la questione: “Anche nel nostro mondo della medicina è necessario capire: renderci conto dei fatti e delle cose, implicarci. Se manca questa percezione, non abbiamo più la forza che serve a lavorare in un posto dove è fondamentale capire che la vita è positiva oltre ogni circostanza.” Chiaro, anche per noi che medici non siamo, ma sperimentiamo la malattia e la morte. E ne cerchiamo il senso.
“Eluana è in uno stato vegetativo persistente che non è coma”. Giancarlo Cesana introduce inquadrando il contesto clinico e chiarisce subito che “chi è in come è sempre assente, mentre Eluana ha il ritmo sonno veglia, apre e chiude gli occhi, fa smorfie, sorride”. Anche se la sua è una “veglia senza coscienza”: non interagisce.
E qui è giusto che la scienza ammetta almeno che “la definizione di coscienza è un grosso problema” e che non tutto è chiaro tra “risonanze magnetiche funzionali che mostrano, in alcuni pazienti, risposte cerebrali” e casi di “errori diagnostici”.
Che comunque, a chi sta come Eluana, “non c’è niente da staccare, perchè non c’è trattamento medico: li si fa morire di fame e di sete”.
Due temi nell’intervento della Giurista Claudia Mazzuccato.
Primo. “Ricevere assistenza per mangiare e bere è una cura medica?” È solo dimostrando questo che è possibile sospendere l’alimentazione a Eluana: così si tratterebbe di “rinuncia alle cure” e non di “assistenza al suicidio” o “omicidio di consenziente” (entrambi reato). Questa è stata la posizione – almeno discutibile - dei giudici.
Secondo. Le cure mediche dovrebbero essere rifiutate esplicitamente e Eluana non può farlo. I giudici si sono basati sulla “volontà presunta, ricavata dalla personalità e da episodi riferiti”. Questo è il punto più innovativo per la giurisprudenza, ma più critico; anche umanamente. “Mentre la morte è irreversibile e drastica, la presunzione è un criterio debole. Si può arrivare ad un epilogo irreversibile e drastico, a partire da una volontà che non si può che presumere?”
E poi: quale volontà e in che contesto di libertà? “Di non bere e mangiare, di non essere curata, di non vivere così? È strana volontà quella di morire a fronte della cura medica di essere alimentata. La volontà andrebbe provata dall’incidente probatorio, oltre ogni ragionevole dubbio sulla modalità”. Ma soprattutto, la volontà - proprio in virtù della libertà, che si dice tratto saliente di Eluana – non si sarebbe modificata al cambiare del contesto? “Una persona così libera, come avrebbe risposto a una sollecitazione come la sua malattia? Quale libertà avrebbe giocato?” Avrebbe rielaborato la volontà di morire? (quante volte ci attacchiamo alla vita in situazioni che in teoria non avremmo sopportato). “La morte forse uccide definitivamente la sua opportunità di libertà.”
Di nuovo Giancarlo Cesana, per “La” domanda.
Qual’è il senso della malattia?
Davvero è Eluana a non poter vivere così o siamo noi a non sostenere il “richiamo” di Eluana? Mentre cerchiamo di misurare la sua coscienza e il senso della sua vita, dobbiamo fissare dei criteri: ci costringiamo a chiederci quale è il nostro senso, la nostra possibilità ultima: “La ragione quando non accetta la categoria della possibilità diventa violenta. La morte fa veramente paura. E questa paura va allontanata. Va allontanata dagli occhi e va allontanata come esistenza fisica, come ricordo. Il problema che solleva la Englaro è questo, non è un altro.”
Valgono le uniche parole di Giulio Boscagli, fuori dal teatro “Non c’è proprio altro da dire”. Meglio rileggere e meditare l’intervento di Giancarlo:
Sia per quanto riguarda lo stato vegetativo persistente, sia per quanto riguarda tutta la procedura legale, sia per quanto riguarda la vita – il senso della vita - possiamo dire di essere empiricamente almeno incerti, cioè di essere in dubbio. Se vai a caccia e vedi muoversi qualcosa dentro un cespuglio e non sai se è un coniglio o un bambino, cosa fai? Spari? Don Giussani insegnava che la categoria più importante della ragione è la categoria della possibilità, cioè che la ragione non ostacoli ciò che è possibile. Se è impossibile a me, ma è possibile ad altri, non ostacoli la possibilità degli altri. La Englaro, c’è chi è disposto a prenderla... Perché se la ragione nega la possibilità, la categoria della ragione diventa una misura inevitabilmente violenta sull’altro.
Poi c’è una seconda questione che ha a che fare appunto con questa categoria della possibilità, che bisogna capire, per comprendere come si è sviluppata la medicina come oggi la conosciamo: Qual’è il senso della malattia? Di fronte a un caso come quello della Englaro – l’ha detto il Dott. Achilli quando ha cominciato – uno si domanda qual è il senso di questa cosa che è successa. Domandarsi il senso di quello che succede non vuol dire spiegare tutto, ma domandarsi che cosa c’entra con me, che cosa c’entro io con questa persona. Perché il senso delle cose è il rapporto che c’è tra di loro. Che le cose abbiano un senso non vuol dire che le cose sono messe a caso e quindi sono una indipendenti una dall’altra, ma che sono ordinate, che sono in rapporto. E domandarsi il senso di quello che succede, il senso di questo fatto, è domandarsi cosa centro io con questa qui? Con questa persona, con questo problema: cosa mi dice.
Che poi è la domanda che si è posto l’Achilli sin dall’inizio. Uno che fa il medico, uno che fa l’infermiere, deve dirsi che cosa c’entra lui con chi ha davanti. Perché deve fare questo sforzo per intervenire per curarlo?
Già Shakespeare diceva:la vita è una lunga agonia; l’uomo è una specie mortale; alla fine muoiono tutti. Si aggiusta ciò che inevitabilmente si guasta.
La medicina è nata non per la capacità di curare, ma esattamente per il contrario. Cioè è nata innanzitutto come assistenza. La medicina occidentale, come la conosciamo noi da Ippocrate in avanti, era un’arte che era incapace di curare la gente. Tant’è vero che nell’epoca classica, prima del cristianesimo, gli ammalati venivano allontanati, mandati via, perché tra l’altro, se infettivi, erano pericolosi. Chi ha un po’ di dimestichezza con il Vangelo e la Bibbia, sa che i lebbrosi erano fuori dalla città. Col Cristianesimo sono incominciati a nascere gli ospedali, cioè gli ammalati sono cominciati ad essere assistiti.
Questo perché si sapeva curarli? No! A Napoli c’è l’ospedale degli incurabili: veniva ospitata la gente che era incurabile. Erano incurabili nei primi secoli dopo Cristo esattamente come erano incurabili prima. Però si sono messi a curarli perché la malattia non è più stata vista come un ostacolo insormontabile alla vita. Perché il cristo era risorto. Perché l’ultima parola sulla vita non è la morte. E’ quello che ha fatto nascere gli ospedali, quello cha ha fatto nascere la medicina occidentale, che ha spinto gli infermieri a curare la gente che era pericolosa rischiando di morire (infatti gli infermieri erano i monaci, la gente religiosa, persone che dedicavano la vita all’assistenza agli ammalati).
Si è cominciato a comprendere la malattia non come qualcosa che nega, ma qualcosa che imprevedibilmente afferma. Che è il problema per cui si fa… Ma la pietà da dove viene? Aver pietà di uno chè è fragile, che cosa vuol dire? Vuol dire riconoscere dentro questa fragilità un positivo. Quando ci stupiamo del cinismo che troviamo sui giornali per la malasanità, a riguardo della vita e del trattamento degli ammalati, da dove viene questo cinismo? Dal fatto che se la vita comincia a declinare, di senso non ce n’è più. Che la vita non c’entra più niente con me. E quindi non solo la si lascia andare, ma si può pensare attivamente di eliminarla.
Perché la ragion,e quando non accetta la categoria della possibilità, diventa violenta. La morte fa veramente paura. E questa paura va allontanata. Va allontanata dagli occhi e va allontanata come esistenza fisica, come ricordo. Il problema che solleva la Englaro è questo, non è un altro. E lo solleva per i medici e anche per i non medici.
Prima la dottoressa sottolineava il diritto alla salute. Il diritto alla salute non esiste. Io sono zoppo e posso pretendere tutti i diritti alla salute, ma resto zoppo. Quando hai il cancro il diritto alla salute non ce l’hai. Quando sai che devi morire il diritto alla salute è andato. E curarti vuol dire guardarti in un modo tale che sia più forte anche della impossibilità che ho di guarirti. Se no cosa ce ne facciamo degli ospedali. Che medicina è? E’ un meccanismo non è più una medicina.
“Per me conti solo se la mia azione su di te può essere efficace”. Mentre c’è un livello – il più frequente nella medicina – in cui l’azione del medico non è efficace. Certo ti fa resistere ti sostiene eccetera. E anche questo ha un senso.
Questo è il problema: che cosa è questo senso? Che cosa ci dice? Il senso che ha la malattia è proprio in questo.
Perché la ragione si spaventa così tanto? Perché cede e non regge questa categoria della possibilità? Non regge la possibilità? Perché non comprende – non comprende più, allontanandosi dalla cultura positiva della vita, da un sentimento positivo della vita - che il mistero non è un’astrazione, un fantasma: è concretamente presente. La mia vita e un mistero perché non me la sono data io. Ultimamente non so di cosa è fatta. C’è una corrente di pensiero che si chiama neocalvinismo, che dice che qualunque valutazione possiamo dare della libertà in fondo è già tutto determinato dalle reazioni chimiche che avvengono nelle cellule. Esattamente come Calvino pensava che il destino dell’uomo fosse determinato indipendentemente da quello che lui facesse. E l’idea è quella: infatti la libertà non c’è più.
Perché la ragione si chiude? Perché quello che è la vita, non è più percepita come una presenza positiva.
Le suore che assistono la Englaro dimostrano una speranza contro ogni speranza. Di fronte alla disperazione con cui si può guardare questa donna, queste continuano a sperare: le vogliono bene. Affermano che lei per loro vale. Questa è la presenza positiva! Vale con i figli che abbiamo, vale coi poveri, gli ammalati; vale con tutto. Questo è il cristianesimo, senza del quale non c’è più comprensione di tutto.
Ricordate l’episodio del cieco nato? Una delle idee che c’erano della malattia nell’antichità è che fosse una maledizione. Che qualcuno fosse colpevole della malattia, tant’è vero che si andava dai preti a togliere il malocchio. Quando Gesu’ incontra il cieco nato gli chiedono chi abbia peccato – lui o i suoi genitori – per essere così. Gesù risponde con la prima affermazione chiara, che la malattia non deriva da un fatto di colpevolezza: non c’è peccato. Lui è cieco nato “perché si dimostrasse la gloria di Dio, perché si vedesse che io sono capace di guarirlo”.
Il senso della malattia è la vittoria sulla morte. La malattia ci fa vedere che siamo fragili, siamo destinati alla morte, dobbiamo passar attraverso la morte. Ma la morte non è tutto. Questo è il senso della malattia.
Ma appunto senza Cristo è molto difficile affermare questo senso, anzi non si può. E infatti il venir meno di questo fa decadere il rispetto e l’amore per la vita.
Non ci sono santi: La si giri come si vuol,e ma la questione è questa!
Per amare la vita, anche nel momento di maggiore fragilità, quando tutto sembra sia finito, bisogna avere quella “spe contra spem” di cui parlava san paolo, quella “speranza contro ogni speranza”. Se non si fosse fatto così, il progresso della medicina non ci sarebbe stato. Se non ci si fosse messi a curare gli ammalati a rischio della vita, con la speranza comunque che si potesse vincere – un senso di vittoria ultimo sulle cose, un senso positivo della storia e del mondo – se non ci fosse stato questo, la medicina non ci sarebbe. Perché la medicina è nata così: curando quelli che non si potevano curare e a poco a poco ha imparato.
Da questo punto di vista, quando si dice che gli ammalati partecipano alla sofferenza di Cristo si dice proprio questo: con la loro condizione gli ammalati ci richiamano a cercare di capire cosa siamo al mondo a fare.
Che la Englaro sia viva così dopo 16 anni, significa che sono 16 anni che sta richiamando questa cosa. E non c’è solo lei, ce ne sono molti altri.
Perché far finire questo richiamo?
22:55 Scritto da: ritina5 in Persone | Link permanente | Commenti (4) | Trackback (0) | Segnala
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11/07/2008
MA CHI DECIDE CHE COS'E' UNA VITA?
A me invece capita di immedesimarmi non nella povera Eluana, bensì in coloro che hanno dovuto decidere per lei. Se fossi un giudice, o un medico, avrei il coraggio di dire basta, la vita deve finire? Osservando da lontano la tragedia di Eluana ci sentiamo tutti solidali con lei e soprattutto con il suo disperato papà Giuseppe, che da anni chiedeva la fine di quelle cure che gli paiono inutili torture. Da lontano, insomma, siamo istintivamente portati a credere che la vera pietà sia quella di ordinare a un medico e alle pie suore di smetterla. Ma se non fossimo lontani, se fossimo quel giudice o quel medico o quella pia suora, lasceremmo morire di fame e di sete Eluana, o chiunque altro come lei?
Non sono affatto sicuro di che cosa sia giusto. Non so che vita è quella di una persona in coma irreversibile, non so che coscienza ci sia - e se ci sia - in chi ha l’elettroencefalogramma piatto. Non so che cosa sia la vita e che cosa sia la morte, non so se abbia un senso tutto il nostro affaccendarci, lo star bene e lo star male. Ho qualche dubbio anche su quale sia il vero atto d’amore verso un malato come Eluana. Ma proprio questo non sapere, proprio la percezione del grande mistero che avvolge ogni mio simile, mi dà la certezza che mai e poi mai, se fossi un giudice o se fossi un medico, potrei interrompere una vita.
Posso immaginare, anche se certamente non capire fino in fondo, il dramma di Giuseppe Englaro. Quel giorno in cui gli dissero dell’incidente fu senz’altro il più brutto della sua vita: ma poi ogni giorno successivo deve aver superato il precedente nel dolore, ogni mattina un calvario, una lancia che trafigge. Non posso giudicare Giuseppe Englaro, posso solo abbracciarlo e anzi posso perfino credere che forse anch’io, al suo posto, avrei chiesto la fine di tanto strazio. Eppure, spero di sbagliarmi, ma ho il sospetto che - ora che i giudici hanno accolto la sua richiesta - quell’uomo non avrà affatto la liberazione di cui parla in queste ore. Temo che non avrà alcuna pacificazione, neppure un lenimento del dolore, temo anzi che per lui sarà peggio, temo che un dubbio (potevo decidere io?) lo assalirà, temo che quegli occhi che si aprivano ogni mattina gli mancheranno.
Non ho certezze su questa storia, se non una: la vita e la morte sono talmente più grandi di noi, talmente indecifrabili e inafferrabili che mi fa paura l’idea che qualcuno - un giudice o un Parlamento - possa stabilirne i confini; possa decidere quando un’esistenza è degna di essere vissuta e quando no. Neanche la questione del testamento biologico mi convince. Lucien Israel, grande medico francese, ateo, alla fine della carriera ha tirato le somme in un libro uscito in Italia da Feltrinelli nel 2007, Contro l’eutanasia, e ha detto: non mi è mai capitato, mai, che una persona che da sano aveva dichiarato di non volere accettare certe cure in caso di malattia, abbia poi confermato, una volta malato, quella volontà. Siamo qualcosa di troppo complesso per autodefinirci in un testamento. Siamo certamente qualcosa di effimero, qualcosa che non resta, «luci nel buio di case intraviste da un treno»; ma anche qualcosa di unico e irripetibile, con un destino ignoto. Insomma, siamo troppo piccoli per potere decidere sulla vita degli altri, e troppo grandi perché qualcun altro possa decidere sulla nostra.
11:27 Scritto da: ritina5 in Persone | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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25/06/2008
W IL DOTTOR HOUSE !

di Carlo Bellieni
Tratto da cronache di Liberal del 21 giugno 2008
Viva il dottor House!, viene da dire, al leggere certi fatti di cronaca sanitaria come quello della clinica milanese Santa Rita.
Viva il dr House col suo falso distacco, con laa sua scorza cinica attraverso cui irrompe a momenti la provocazione umanissima di una manina di un feto, di una bambina morente, di un supposto miracolo. Il dr House è (paradossalmente) l’apoteosi della vera etica medica, che non consiste nel sentimentalismo, ma nel rispondere alla provocazione della malattia e del malato.
Quest’etica si è persa per strada tra gli ospedali ridotti ad “Aziende”, i malati ridotti ad “utenza”, le malattie ridotte a fenomeni classificati in un freddo “disease related group” (il cosiddetto “Drg” che classifica tutte le malattie in 500 gruppi da cui evincere il rimborso dovuto all’ospedale per la prestazione). Quest’etica si è persa da quando si è perso lo stupore per il corpo umano, per la sua trascendenza, per la sua bellezza. E da quando si è creduto che una cosa vale solo se è misurabile: le malattie in termini di Drg, la qualità della vita o il dolore con scale apposite.
Già: il dolore (secondo la definizione dell’agenzia internazionale di studi sul dolore IASP) è diventato una cosa che esiste solo per chi può reclamarne –misurandolo - la cessazione; la salute (secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale per la Salute) è diventata un utopico “completo benessere psicofisico-sociale” di cui si pretende di dettare le caratteristiche; insomma, non sappiamo far altro che sminuzzarli, pensando che sminuzzandoli li possiamo capire; invece li abbiamo trasformati in termini spaventosi, quasi innominabili, utili non per capire l’uomo, ma solo per creare statistiche.
E i dottori sono infelici, come titolava il 17 giugno il New York Times («Amo essere un dottore; non amo esercitare la medicina»), perché hanno alti rischi e scarsi compensi, ma soprattutto perché erano partiti con un’idea di cosa volesse dire “curare” e ora si trovano a fare i burocrati, attenendosi ad un mansionario e non alla richiesta dell’uomo che hanno di fronte. Il dr House è cinico, e la genialità di chi lo ha ideato sta proprio in questo: mostrare i turbamenti di una mente che ha deciso di non turbarsi: e da questi turbamenti involontari ma profondi arrivare a conoscere il malato e trarre geniali diagnosi. Ma se si afferma che il turbamento (lo stupore) non deve esistere…
Chi non ricorda la maschera del dr Guido Terzilli, interpretato da Alberto Sordi? Quel medico davvero cinico (altro che House!) perché afflitto da un cinismo non nato dalla sofferenza ma dall’orgoglio, cioè da quel muro che la mens relativista costruisce attorno a ciascuno di noi, immergendoci in un mare di paura esistenziale da cui vediamo una sola uscita: inventarci uno scopo della vita che possiamo scegliere solo tra tre opzioni: soldi, sesso e potere. Già, i soldi: uno dei nuovi mostri della medicina moderna è il cosiddetto “disease mongering”, ovvero il “mercanteggiamento di malattie”: malattie inesistenti (o sintomi spacciati per malattie) inventate per creare ansia nella popolazione e… vendere farmaci.
Di questo è piena la letteratura scientifica, che lo denuncia fortemente. Così come denuncia la “medicina difensivistica”, cioè quel moltiplicarsi di ricoveri ed esami clinici al solo scopo di “pararsi dai guai giudiziari”, in un “accanimento diagnostico”, figlio anch’esso della paura, molto più pervasivo del cosiddetto “accanimento terapeutico”. Insomma: sparito lo stupore dall’orizzonte, non c’è da stupirci delle degenerazioni per cui si arrivi a tutto per guadagnare: sarebbe ipocrita, miope, bambinesco. Il medico deve scegliere tra un’etica della paura (che porta a esami inutili, a una burocratizzazione della medicina, una deriva economicista) e un’etica dello stupore, che apre davanti all’intero universo di chi abbiamo di fronte. D’altronde, la parola salute (“health”) in inglese viene dal termine “whole”, cioè “integrale”.
E se andiamo bene a vedere, la salute altro non è che la possibilità che si realizzino i desideri propri di ognuno, commensurati al suo stato e alla sua condizione: i desideri di un feto saranno diversi da quelli di un vecchio o da quelli di un adulto, ma è proprio la loro realizzazione ciò che possiamo chiamare “salute”, capendo paradossalmente che il contrario di “salute”non è necessariamente “malattia” (esistono disabili che sono dei grandi sportivi o celebri cantanti e sfido chiunque a dire che non godano di più salute di un triste studente “sano”, ma bocciato ad un esame), ma “disperazione”, o meglio, assenza di speranza e di desideri. Questo deve essere chiaro per una rinascita culturale del medico, che incontra un uomo, non un caso clinico; che cura “Luigi”, non “il diabetico” o “il Down”. Questo è chiaro a Gregory House; e se lo è per lui…
Grazie a Il Mascellaro
00:53 Scritto da: ritina5 in Persone | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
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08/06/2008
LA DECISIONE DI GIANNI
Cari amici, dopo aver letto il commento postato da Gianni B. in uno dei precedenti thread, non ho potuto fare a meno di segnalarvelo, perché mi ha commosso e mi ha fatto pensare.
“Questi giorni sono stati per me terrificanti a dir poco, purtroppo. In questo preciso momento, 6 giugno ore 13.00, avrei dovuto essere in Repubblica Ceca presso una clinica privata per iniziare l’iter dell’inseminazione eterologa. Avevo già preso l’appuntamento, prenotato l’albergo, fatto il pieno e stampato l’itinerario, tanto per dire. Io e la mia dolce metà abbiamo ovviamente trascorso queste ultime notti completamente insonni, chiedendoci se la nostra decisione sarebbe stata giusta o no, mentre si avvicinava il momento della partenza. Mi sono domandato mille volte: come è possibile mettere al mondo un bambino sapendo che il patrimonio genetico non è della persona che ami ma di un’altra donna che neppure conosci? Dentro di me ero assolutamente orripilato da questa ipotesi, però mia moglie desiderava questo figlio sopra ogni altra cosa, poverina, e non me la sono sentita di dire un no irrevocabile. Per fortuna, sono riuscito a farla ragionare, passo dopo passo, con grande pazienza e amore, e alla fine mi ha dato ragione… per cui ieri non siamo partiti e abbiamo annullato tutto. Oggi lei è molto più sollevata, anzi quasi rinata devo dire, e pure io. Mentre parlavo con lei ogni tanto mi venivano in mente le nostre discussioni qui dentro al blog, che mi hanno fatto riflettere. Che pensate - mi rivolgo a tutti voi, se avete voglia di rispondermi - di questa nostra decisione? Io sono strafelicissimo in questo momento, sto già pensando all’affido, ci sono tanti bambini che hanno bisogno di una famiglia”.
Condivido anch’io la felicità di Gianni e di sua moglie. Mi colpisce il fatto che i commenti dei lettori del blog abbiano potuto, nel loro piccolo, contribuire a far prendere una decisione così importante. Mi sono permesso di presentare questo messaggio (all’insaputa di Gianni), perché credo possa insegnare qualcosa a tutti. A me ha insegnato che dietro le questioni di principio, i temi che ci fanno accapigliare, che ci fanno discutere aspramente, ci sono sempre le storie concrete delle persone. C’è la vita. Se lo tenessimo sempre presente - quando parliamo di bioetica ma anche delle vicende interne alla Chiesa - forse i nostri giudizi, senza venir meno nella chiarezza, sarebbero accompagnati da più carità e misericordia. Dal blog di Andrea Tornielli ( blog.ilgiornale.it/tornielli 
11:09 Scritto da: ritina5 in Persone | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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04/06/2008
MAMMA ASSASSINA? COME ME
Luca Doninelli
Cosa ha fatto, Simona, che non avrei potuto fare anch'io? Anzi. Cosa ha fatto, che non ho fatto anch'io, più e più volte? Come quando andai a scuola a prendere il mio bambino con l'incarico di prelevare anche due altri bambini, figlio di vicino di casa, e io presi gli altri due, diligentemente, ma dimenticai mio figlio a scuola. O come quando mi accorgo all'improvviso di aver dimenticato per tanto tempo una persona cara molto malata, lasciandola senza una telefonata. Simona ha pagato il prezzo esorbitante della morte di Maria, ma chissà in quanti abbiamo dimenticato da qualche parte un figlio addormentato.
Ne hanno parlato tanti grandi scrittori, primo fra tutti Luigi Pirandello. Simona non ha colpa, se non quella - lieve - di una dimenticanza. Una molla che non scatta, un automatismo che non parte, un click che salta.
Eppure, al tempo stesso, non può esistere rimorso più grande di questo. Se avessi accoltellato mio figlio non mi sentirei così distrutto. Perché mentre accoltello mio figlio io, nonostante tutto, so che esiste, e lo uccido proprio per questo, e una volta che l'avrò ucciso continuerò a saperlo.
Ma una morte come questa è stata preceduta da un'altra morte, di cui anch'io ho fatto esperienza, e con me molte altre persone.
L'altra morte di cui parlo è questa: che, per un istante, la persona più cara del mondo (e chi può essere più caro di un figlio?) non è esistita. Quando tornai a prendere mio figlio a scuola lo trovai che stava giocando. Ma il ritrovarlo fu per me qualcosa di miracoloso, così come è un miracolo quando, pieno di sensi di colpa, telefono alla persona malata e sento ancora la sua voce che dice «ciao». So che non me lo merito.
Questa è la colpa più spaventosa che ci sia. Pochi sono capaci di uccidere volontariamente: sono persone distrutte, sfregiate nella loro umanità. Ma di lasciar morire Maria siamo capaci tutti, pur essendo persone umane, bravi insegnanti, professionisti coscienziosi, genitori amorevoli. Tutti, perché quella dimenticanza, quella cancellazione dell'esistenza appartiene alla normalità di ciò che siamo, ed è perfettamente inutile scomodare depressioni, esaurimenti e stress (tutte parole che servono quasi sempre per mascherare la nostra ignoranza).
È un silenzio sull'essere, di cui siamo fatti. Non sono soltanto eclissi momentanee della capacità di attenzione (questo è solo l'aspetto etico del problema): sono momentanee fuoriuscite di una capacità di nullificazione della realtà, che fa parte di noi sempre, anche quando stiamo attenti. La Chiesa l'ha chiamato «peccato originale». Una ferita, un buco nero presente dai millenni.
Ma noi non siamo soltanto questo. Siamo anche e soprattutto qualcosa di buono, qualcosa che è fatto per vivere, per gioire, per vedere la luce, per amare, per stare in pace.
Ecco perché mi sento di dire, a Simona ma prima ancora a me stesso, una cosa molto semplice. Non è giusto che una brava famiglia venga distrutta per sempre da questo dolore … e io auguro anzi a Simona e a suo marito Sergio di poter avere altri figli e di non richiudersi nel dolore, che dopo un po' si trasforma nella farsa di se stesso, in un partito preso e nient'altro.
Simona non ha ucciso Maria! Ha pagato un prezzo che tutti potremmo pagare, sempre. Ma non ha ucciso Maria. L'evidenza, la spropositata evidenza, qui, è un'altra: è che un figlio non è mai qualcosa di «nostro», così come noi non siamo «nostri». La grande stortura, la vera malattia è quella che si è instaurata nella nostra cultura allorché abbiamo cominciato a crederci signori e padroni del nostro destino.
La sorte della piccola Maria ci appare assurda perché non ci appartiene: non ci appartiene per la stessa ragione per cui niente ci appartiene. È talmente «altra» da noi che noi non comprendiamo.
La nostra brama di dominio ha chiamato «nulla» questo mistero da cui veniamo e da cui dipendiamo. Ma è una parola falsa, come «stress» ed «esaurimento». Quel mistero si è fatto conoscere, è diventato un uomo morto ingiustamente su una croce: si chiama Gesù Cristo, ed è risorto per dirci che il male, per quanto atroce, non è per la nostra perdizione [Il Giornale] Grazie a Sguardo Leale ( www.sguardoleale.it/ )
14:35 Scritto da: ritina5 in Persone | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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