01/10/2010
Siamo uomini liberi non «massa digitale»
di Davide Rondoni
Il viso e lo schermo. L’uno si fissa nell’altro. Ogni uomo può usare lo schermo come maschera o come riflesso. Viene da pensare così, ancora confusamente, di fronte all’imponenza del tema che il Papa ha scelto per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.
Autenticità, annuncio, verità... Sono termini che troviamo nel titolo. E non sono in contraddizione, o opposte, al termine che sembra definire la nostra era: digitale. Parole...
Troppo spesso si riducono a proclami; ed anche in omelie o discorsi si fanno tanto grandi quanto astratte. Ma proprio queste parole – verità, autenticità, annuncio – sono invece legate alla nostra povera umanità più che il nervo, il muscolo all’osso, il bacio alle labbra. Sono loro a render vivibili la casa di un secolo e il mondo di domani. Sono le piccole ciotole della vita.
Dovessero svanire, queste parole, se ne andrebbero il calore del nostro sangue, il nostro volto, la gloria umile della nostra vicenda personale. Che cosa saremmo, infatti, senza poter sentire la verità? Se di tutto potessimo solo constatare illusione, trucco, inganno? Come spesso già siamo, e come i più giovani ci mostrano sbattendoci lo specchio abnorme di noi stessi davanti agli occhi, saremmo totalmente, rovinosamente questo: animali irosi, pronti a scagliarsi contro o sopra ogni apparenza, affamati di non si sa che, da nulla mai veramente saziati. Senza volto, come certe figure che i grandi pittori del nostro tempo avevano previsto. Questo l’era digitale potrebbe divenire: soltanto un’epoca di uomini finti, di maschere, di figure di paglia. Di schiavi scattanti di fronte a ogni vibrazione video, animaletti chiusi nelle barriere della prigione peggiore: quella di cui non riesci più a riconoscere le sbarre o le vie di fuga, dove il bel panorama che invita alla libertà è finto perché di cartapesta digitale, mentre vere restano la tua disperazione e la catena della solitudine.
Ma la verità – mi perdonino i filosofi – è un certo gusto del reale. Sia del reale che cogliamo direttamente con i nostri sensi, sia di quello racchiuso nelle fole dei vecchi del paese e ora le rapide news su ogni video del mondo. La scoperta della verità è come quando una donna si gira: anche se l’hai immaginata a lungo, ecco che il suo viso supera ogni aspettativa. Sia quando si mostra come bella e dolce, sia quando il volto pare indurirsi, contrastando le nostre intenzioni. Non censurare la tensione alla verità e il suo gusto significa non accontentarsi di vedere quella signorina passeggiare da lontano, profilo indistinto e impreciso.
Dal titolo prescelto viene una fiducia. La nostra libertà è integra. Insomma, possiamo essere noi stessi anche in questa selva luminosa di rapidissimi fantasmi. Non è vero che siamo destinati – come vorrebbero certuni – a una perdita progressiva della coscienza personale, amputati di quel che abbiamo di più prezioso e unico: il nostro io. A vagare, fantasmi tra fantasmi. Non siamo destinati ad essere solo 'massa digitale'. In questo sta perfino la salvezza – la garanzia per così dire – della raggiunta era digitale. Fallirebbe, crollerebbe su se stessa in una specie di gioco a vanvera, se non fosse sostenuta dall’ansia della verità, e dunque dell’autorevolezza e dell’affidabilità, senza le quali la comunicazione perde valore e importanza.
Il Papa scende un’altra volta nel fuoco della storia e del tempo. E noi con lui. Nessuna età ci separa dall’amore incontrato. Chi è raggiunto dalla gran comunicazione di Gesù ha qualcosa di speciale da dire, una speranza in questa vita dura e meravigliosa – anche con voci e immagini che traversano in un baleno continenti e oceani – rivolgendosi a milioni di spettatori. O fosse pure a una sola persona cara, ferita e lontana.
© Copyright Avvenire, 30 settembre 2010
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22/11/2009
Pedofobia!

In questa giornata che celebra la carta dei diritti dei bambini, ci guardiamo intorno e vediamo un mondo che semplicemente i bambini non li sopporta. E’ un mondo pedofobico, altro che pedofilia! La pedofilia è un fatto da codice penale, ma la pedofobia è una coltellata al codice morale che abbiamo scritto dentro di noi. E “pedofobi” siamo tutti noi, che non vogliamo figli se non quando siamo vecchi. Che vediamo i bambini come se non fossero bambini, ma piccoli giocattoli, passatempi. Prima che nascano li vediamo come intrusi, appena nati come bambolotti da mostrare agli amici, un po’ più grandi diventano dei giocattoli e cresciuti diventano coloro che devono realizzare i nostri sogni frustrati (volevamo fare i calciatori, ballerine…); infine quando sono ventenni non li vogliamo più far crescere perché se se ne vanno di casa ci sentiamo vecchi… e allora diventano i nostri bambacioni, degli elisir di eterna giovinezza. Siamo in una società in cui, vedi il caso inglese, il 6% dei ragazzini tra 11 e 17 anni si fa la lampada per abbronzarsi, in cui vige il modello della “gossip-girl” o delle bratz-barbie: tutti modelli scopiazzati dagli adulti che non sanno far altro che trasferire le loro frustrazioni sui ragazzi, che bevono, bevono, bevono quello che noi gli vomitiamo addosso: è la generazione che vive in riflesso, dicono i sociologi, dei desideri della generazione precedente, che credeva di poter cambiare il mondo, non ce l’ha fatta e ora vive per accumulare e rimpiangere gli anni andati (avete presente tutti i revival di telefilm, attori , cantanti di quando eravamo ragazzi?), e trasferisce rimpianti e senso di impotenza ai ragazzi: quale giovane oggi ha minimamente in testa l’idea che non dico il mondo, ma almeno la sua scuola possa essere cambiata o migliorata? E’ la pedofobia. L’odio inconscio per una generazione di giovani da parte di una generazione di frustrati. Esagero? E allora come lo spiegate il richiamo dell’ONU a fare meno figli come rimedio magico al surriscaldamento globale? Non ci credete? Guardate qui. E come spiegate l’obbligo morale odierno al figlio unico, che in Cina è un obbligo di legge, ma qui in occidente è un’imposizione non meno violenta e obbligatoria? Certo che è obbligatoria, perché altrimenti non si spiega perché le famiglie con più di due figli siano un’eccezione, che oltretutto viene guardata dagli altri con sussiego, con malizia o con derisione. E che non trova se non pochissimi supporti economici, in una società fatta (appartamenti, auto…) a misura di una famiglia a quattro-max cinque posti). E’ la pedofobia. E i bambini non fanno più i bambini: non sono più padroni della città (chi li vede più nelle strade?), non giocano, ma fanno sport con allenatori, oppure si ritrovano per feste in case e spazi controllati. E non sono più nemmeno padroni della casa, in cui non possono toccare nulla, o quasi. Devono scimmiottare, per la televisione; e assorbire modelli consumistici, che chi fa TV pensa di alleviare dato che in un angolino dello schermo appiccica la scritta cautelativa “messaggio pubblicitario”… per chi non sa leggere! E’ la pedofobia. Il figlio unico, perfetto, ottenuto dopo diagnosi prenatali che lo hanno fatto passare al setaccio del nostro egoismo, che lo ha sottoposto al primo esame della vita e che peserà per sempre perché, se non è stupido/a, saprà che è nato/a perché corrispondeva ai desideri dei genitori. Bambini che non si possono sporcare e dunque fare esperienze orali, tattili, gustative; che non si possono permettere di sapere cosa è un fratello, un cugino, che non vedono più allevare i bambini più piccoli (le mamme non ne fanno più e ne parlano con spavento) e dunque non imparano ad allevarli quando toccherà a loro. Bambini chbe si ribellano, con le gravidanze adolescenziali, in un mondo che impone una sessualità commerciale precoce, ma che anche impone di non fare famiglia, e li obbliga a giocare prima con qualcosa che non conoscono e li disturba (il corpo all’adolescente sta come una mosca sul naso del gatto), poi a sfogarsi ma castrati moralmente perché tutto impone di fare sesso ma assolutamente non fare figli,. E le gravidanze adolescenziali, sono un segno di questa ribellione. Nessuno insegna più (con gli atti e non con le parole) cosa è una famiglia (il 50% ha famiglie disastrate) e l’unico insegnamento morale è “usate il preservativo” e “prendete pure la droga ma non guidate dopo”. Insomma, stiamo strappando le radici dei nostri figli, che si stanno preparando alla ribellione. Celebriamo allora i diritti dei bambini sentendoci davvero degli ipocriti, perché il diritto non è solo quello di avere una scuola dove andare, ma anche di avere una famiglia che non ti sveglia alle sette di mattina quando i tuoi ormoni ti terrebbero a letto nel mezzo del sonno REM e ti butta in un ambiente statalizzato (anche quando è una scuola libera) a imparare come essere buoni ingranaggi della società; che non ti lascia tra quattro mura scolastiche per oltre metà della giornata, quando ormoni e olfatto ti porterebbero a correre dietro agli uccellini o ad arrampicarti sugli alberi (uccellini e alberi sono offlimits): già: perché nessuno ripensa al fatto che la scuola dovrebbe essere al servizio del bambino e non il contrario? Insomma, distruggiamo questa razza in estinzione: la fanciullezza e la sostituiamo con i nostri sogni infranti, la terrorizziamo con presunte epidemie che poi si smontano da sé, con visioni catastrofiste climatiche, col terrore del surriscaldamento globale d’estate e delle glaciazioni d’inverno. Un tempo non si parlava di pedofilia solo perché c’era un controllo sociale dei bambini: il ragazzino che andava in strada era conosciuto, e se un pazzo gli si avvicinava tutti sapevano dove era andato e con chi; oggi con l’idea che la libertà e non farsi gli affari degli altri i bambini sono sempre più soli. E anche noi: ce ne pentiremo.
Grazie a Carlo Bellieni
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08/10/2009
Lettera aperta agli aquilani

Mi ha colpito la lettera che Bertolaso, il capo della Protezione Civile, ha mandato agli aquilani a sei mesi dal sisma. Leggetela tutta, perchè è molto bella. E' scritta da un uomo il cui compito è impedire disastri e, quando questi accadono, rimediarvi. Non si tratta certo di qualcuno abituato solo a contestare, a trovare ogni maniera per eliminare il proprio avversario, che vive su una nuvoletta dorata. Quanto di più brutto accade lo vede sempre presente. Ma per costruire, non per distruggere; per mettere a posto, non provocare disordine; trovare soluzioni, non criticare le esistenti. E si vede che lo fa perchè ha a cuore le cose, quello che fa. Ma il tempo, la realtà, feriscono: a volte per cause oltre la nostra capacità, a volte per la nostra debolezza umana
(...) Una città, un territorio sono come una famiglia, un'impresa, una qualsiasi altra realizzazione sociale dell'uomo. Quando l'amore non è coltivato ogni giorno, quando si lavora oggi senza pensare a domani, quando si sta insieme per motivazioni che un giorno erano chiare, ma sulle quali non si è avuto la prudenza di lavorare, qualsiasi crisi può sfasciare tutto quello che abbiamo costruito, su cui abbiamo scommesso, che abbiamo considerato un bene acquisito una volta per sempre. Le famiglie si dividono, le imprese falliscono. Comincia, inevitabile, una stagione di ripensamenti, spesso di accuse agli altri perchè non ci hanno capito, non hanno riconosciuto le nostre ragioni, hanno mandato a rotoli i nostri progetti.
Ed anche il fare, persino quando produce risultati, alla fine lascia l'amaro in bocca. Il riconoscimento che la realtà è altro rispetto a noi e ai nostri sogni e progetti produce tristezza che bagna le ossa come pioggia gelida.
(...) Adesso è il periodo del tempo che non passa, perchè ogni entusiasmo si è raffreddato, e ogni attesa provoca dolore, perchè, costretti dalle cose ad essere realisti, a guardare in faccia la realtà per com'è, arriviamo a non sopportarla più. Anche i fatti positivi che pure accadono intorno a noi sono condivisi con riserva, se riguardano altri e non il proprio futuro.
Ma se pure si attende il momento in cui il lavoro sarà finito, in cui
(...) potremo di nuovo imparare a vivere il tempo nella sua semplicità, considerandolo nostro amico
è evidente che questo alla fine non può bastare: perchè da un lato c'è tutto quanto è stato perduto, e non ritorna, e dall'altra la constatazione che ogni cosa è provvisoria. Quello che è stato ricostruito domani crollerà, non perchè costruito male, ma perchè così accade sempre, oltre ogni nostro possibile sforzo ed eroismo. E' necessario terminare il lavoro: ma ancora non basta, alla felicità. Non può essere in una motivazione per quanto nobile il senso di tutto; non può essere questo a scacciare la tristezza che rischia ad ogni passo di trasformarsi in disperazione.
La speranza è ciò che fa costruire e ricostruire. Essa può sussistere solo quando c'è un significato alle cose che accadono, quando in esse si riconosce un senso. Un senso che non può essere in cose che si disfano.
Con essa, il tempo è positivo sempre, e non solo nel momento del trionfo. Che altrimenti, come sa chi l'ha assaporato, è l'attimo più vertiginoso e amaro.
Berlicche socio di SamizdatOnLine
14:41 Scritto da: ritina5 in Società | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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24/09/2009
La vera stoffa di un popolo
17:41 Scritto da: ritina5 in cronaca, Fede, Guerra e Pace, Società, Terrorismo, TESTIMONI | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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08/10/2008
DAL MONDO VIRTUALE A QUELLO REALE

mercoledì 8 ottobre 2008
«Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente». Erano parole non scritte nel discorso; eppure Benedetto XVI, introducendo i lavori del Sinodo dei Vescovi, ha voluto inserire, improvvisando, questo passaggio sulla stringente attualità della crisi finanziaria, che proprio lunedì, mentre il Papa parlava, stava vivendo uno dei giorni più bui. Un riferimento brevissimo, quasi «fulmineo», ma che è bastato, secondo Antonio Socci, per esprime «un giudizio culturale dirompente».
Socci, qual è la portata culturale di queste brevi parole che il Papa ha voluto dedicare al tema dell'attuale crisi finanziaria?
Il giudizio espresso dal Papa colpisce innanzitutto per la fulmineità: in poche e quasi scarne parole ha espresso un concetto che per semplicità di sguardo si impone al buon senso comune, ma al tempo stesso ne rovescia i criteri. Si tratta cioè di uno sguardo sulla realtà che è in qualche modo rivelativo, tipico della tradizione cristiana. Ciò che il Santo Padre ha fatto comprendere è che, sia nella prosperità che nelle circostanze nefaste, tutto passa, e l'unica cosa che resta è il rapporto con Cristo. Questo fa impressione, perché anche chi non è cristiano percepisce l'effimero della vita, il lato per così dire "leopardiano" dell'esistenza. È quindi un giudizio che magari può irritare o far polemizzare, ma va a cogliere una cosa che tutti possono constatare.
In cosa allora questo giudizio si differenzia dal normale "senso comune"?
La cosa positiva è il fatto che quello del Papa non è il grido disperato del nichilista, per cui tutto passa e quindi non vale la pena vivere; tutto passa, dice Benedetto XVI, ma una cosa resta, e quello che resta è la roccia, è Cristo. Questo libera dalla schiavitù delle circostanze, della storia e della cronaca, che sbattono le persone qua e là, come foglie al vento. È l'origine di una grande liberazione, perché indica qual è l'ancora grazie alla quale l'io può trovare la propria consistenza. Nel piccolo di una breve affermazione, emerge dunque un giudizio culturale dirompente. Nessuno può indicare una sola cosa al mondo che resta; ma questa rimane una constatazione con cui solitamente non si fanno i conti, se non in termini nichilisti, come invito al carpe diem.
Benedetto XVI non è il primo che rileva la profonda spaccatura culturale che questa crisi finanziaria sta aprendo. Qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, André Glucksmann ipotizzava addirittura la fine del post-moderno, con la sua ideologia secondo cui «una cosa diventa vera per il solo fatto che la diciamo»: cosa ne pensa di questo giudizio?
Direi che è troppo bello per essere vero. Non credo che questa crisi possa portare alla fine di questa ideologia. Certo, sarebbe bello se si arrivasse al superamento di una concezione della vita come pura virtualità. Ma il vero problema è che questa virtualità in cui noi tutti viviamo, prima che nell'economia – che pure ne è la struttura portante – si manifesta soprattutto nel circo mediatico: televisioni, internet, giornali. E questo mondo non è in crisi, e continuerà a dominare le nostre esistenze. Tutti viviamo in questo surrealismo di massa.
"Surrealismo di massa" è una strana espressione: che cosa significa?
Franco Fortini, in una bellissima introduzione a un libro sui poeti surrealisti francesi, diceva che la situazione in cui vivono soprattutto i giovani è proprio questo surrealismo di massa. Quello che negli anni Venti-Trenta era l'esperienza di alcune élites – si pensi ad esempio alla dimensione delle droghe – è diventata una situazione di massa. È la peste del nostro tempo, e gli effetti di questo li vediamo noi stessi nella fatica che facciamo nel ricapitolare i termini esatti della nostra esperienza. Parlando con qualcuno, soprattutto con i giovani (ma anche con gli adulti), basta chiedere un'opinione su una cosa qualsiasi: rispondendo esprimono uno sdoppiamento forte tra quello che pensano e quella che è la loro esperienza. Mentre la loro esperienza dice una cosa, la loro testa ne dice un'altra, proprio perché la testa è imbottita di questo mondo virtuale.
Se è la caratteristica fondamentale del mondo in cui tutti viviamo, significa che questa condizione riguarda anche i cristiani.
Questa è la mentalità dominante, è l'aria in cui tutti noi viviamo, anche i cristiani. Il cardinale Ratzinger, in un libro su Origene, disse che le "potenze dell'aria" di una volta, cioè le divinità pagane, ora non sono altro che l'opinione pubblica. I nostri figli ci nascono, e noi pure ci siamo dentro completamente. Questo effettivamente rende difficile anche vivere l'esperienza cristiana e fare un cammino. Poi ci sono momenti in cui la realtà butta in faccia tutto, e si torna a toccare terra coi piedi e a riaprire gli occhi; poi però immediatamente si ritorna alla tentazione di costruire un'identità fittizia o di fuggire in altri mondi. È un meccanismo molto complesso e difficilmente scardinabile. E questo accade anche perché l'uomo ha bisogno di fuggire: l'uomo riconosce l'esperienza vera, la realtà vera soltanto quando questa si presenta con un significato, con un ordine e con una sua bellezza. Altrimenti l'uomo di per sé ha come un automatismo che lo porta a fuggire, perché ha paura della morte e dell'effimero della vita, e non può dire in maniera indolore, come se nulla fosse, che tutto passa e tutto è niente.
Un altro intervento significativo sul tema delle cause culturali della crisi finanziaria è stato un recente editoriale del direttore di Repubblica Ezio Mauro, in cui l'autore introduceva un'immagine significativa: il broker per strada con lo scatolone in mano «esce dall'indistinto virtuale del paesaggio elettronico per tornare ad essere una figura sociale». Non si salta però il passaggio che quel broker era ed è, prima che figura sociale, figura umana, persona?
Il punto è che siamo sempre alla ricerca di identità, di categorie e di schemi dentro cui collocare i fatti che accadono. Se si guarda all'accadere in sé del fatto, se ne coglie la drammaticità, e questo spaventa. Un conto è fare l'analisi sociologica, un conto è incontrare la persona per strada che ti chiede di aiutarla. Rispetto all'immagine del broker, mi viene in mente che il medesimo giudizio del Papa io l'ho sentito dire una volta da don Giussani, in una circostanza esattamente opposta. Ed è quella che illumina e fa capire ancora di più la profonda verità delle parole di Benedetto XVI. Giussani parlava con persone a lui vicine, in un momento di forte entusiasmo al termine di un Meeting di Rimini andato particolarmente bene. Nel mezzo dell'entusiasmo lui se ne uscì con una frase impressionante e vertiginosa: «tutto passa, l'unica cosa che resta è il tuo faccia a faccia con Cristo». E questo è anche il giudizio finale su tutta la nostra esistenza. Ma la cosa veramente impressionante è che egli lo disse in circostanze opposte a quelle attuali: quando tutto crolla questo è più evidente, ma il punto è saperlo affermare quando tutto va a gonfie vele. Ed è questo che permette di capire l'immenso valore di questo giudizio.
Fonte: Il Sussidiario - Leggi il discorso di Benedetto XVI Leggi l'articolo di André Glucksmann Leggi l'editoriale di Ezio Mauro Vai allo Speciale Crisi finanziaria
20:15 Scritto da: ritina5 in Società | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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19/09/2008
LEGAMI E LIBERTA'
Solo in un "legame" la libertà dell'individuo si può esprimere
venerdì 19 settembre 2008
Il sociologo Zygmunt Bauman ha l’interessante capacità di sintetizzare in una immagine facilmente comprensibile ed evocativa la sua interpretazione di complessi fenomeni sociali. È lui che ha definito la nostra società come «liquida». E da allora questo aggettivo viene frequentemente, e a volte sbrigativamente, utilizzato in svariati contesti.
Nel suo ultimo libro Individualmente insieme, Bauman sostiene che alla celebre triade della rivoluzione francese – libertà, uguaglianza, fraternità – ne sia ormai subentrata, nella società contemporanea, un’altra: sicurezza, parità, rete. È su quest’ultima parola che vale la pena di riflettere. Bauman la descrive così: «Si assume che ogni singolo si porti dietro, assieme al proprio corpo, la sua specifica rete, un po’ come una chiocciola porta la sua casa». La rete sono i legami che il singolo stabilisce. Ma attenzione, non sono i legami della fratellanza, cioè in qualche modo dati da una storia (la famiglia, il quartiere, una comunità religiosa, una nazione). Sono, al contrario, legami fluidi, flessibili, liquidi appunto: «Le unità individuali vengono aggiunte o tolte [dalla rete che la singola chiocciola porta con sé] con uno sforzo non maggiore a quello con cui si mette o si cancella un numero dalla rubrica del cellulare». Ne deriva che i legami sono «eminentemente scioglibili» e «facilmente gestibili, senza durata determinata, senza clausole e sgravati da vincoli a lungo termine».
È facile trovare in questa immaginifica descrizione i tratti del tipo di convivenze che vediamo quotidianamente. Basta pensare al fatto che a Milano per la prima volta il numero dei single ha superato quello delle famiglie. O alla debolezza dei legami affettivi, normalmente concepiti come temporanei, non impegnativi, cancellabili non appena lo si voglia.
Qual è la ragione di questo fenomeno? Il fatto, risponde Bauman, che «la rete non ha dietro di sé alcuna storia» e, quindi, l’identità della persona non è definita da una appartenenza che la precede. Anzi, l’unica appartenenza è quella che l’individuo via via si costruisce e distrugge attraverso le sue labili e mutevoli reti.
Benedetto XVI a Parigi ha affermato: «Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami». La descrizione di Bauman sembra confermare questa triste fatalità. Ma, dice il Papa, c’è una tragica conseguenza: una libertà come assenza di legami è destinata a distruggersi. E, quindi, a diventare preda del potere. Come ai tempi dei monaci da cui ha preso spunto Benedetto XVI, anche oggi è indispensabile che si pongano esperienze di appartenenza in cui la libertà sia affermata come espressione di un legame che precede l’individuo (la «fraternità» implica una paternità) e che ne fonda l’identità. Un identità che non è nemica di nessun’altra. Infatti, ha concluso il Papa: «Questa tensione tra legame e libertà ha determinato il pensiero e l’operare del monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura occidentale. Essa si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra».
Raccogliendo questa sfida ilsussidiario.net ospiterà nei prossimi giorni contributi tesi a mettere a fuoco il nesso tra appartenenza, identità e libertà. Invitiamo i lettori a parteciparvi.
13:45 Scritto da: ritina5 in Società | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
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30/08/2008
INTOLLERANZA ALLA ROVESCIA
È possibilissimo che ci sia un diffuso sentimento di ostilità nei confronti degli stranieri e dei musulmani in particolare, ed è senz’altro vero che una società moderna e matura (ma più in generale ogni società di ogni tempo) deve sapere accogliere chi viene da oltre confine e capire che le diversità possono arricchire. E poi il mondo è proprietà di tutti (o di nessuno: è la stessa cosa).
Tuttavia, «spirito dei tempi» è anche - e forse soprattutto - quello che ben è stato rappresentato dalle due diverse reazioni dei musei di Venezia e di Bolzano. Nel primo caso ha prevalso la difesa della libertà di espressione e di culto: se la donna si vuol vestire così per una scelta religiosa è liberissima di farlo, si è detto. Nel secondo caso ha prevalso la difesa della laicità: la religione non deve mettere becco nell’arte.
Credo che la «rana crocefissa», sulla cui qualità artistica non mi esprimo anche se mi pare identica alle sorpresine dell’ovetto Kinder, debba restare dov’è: esposta al giudizio dei visitatori del museo. Lo credo soprattutto perché una sua rimozione non farebbe che il gioco dell’autore, un perfetto sconosciuto che ha ottenuto facile pubblicità seguendo una tattica stra-abusata, quella di creare il caso per passare poi da vittima dell’oscurantismo clericale. Non auspico alcuna censura, quindi, e anzi i cattolici farebbero meglio a non protestare per non prolungare lo spot.
Ma credo anche che nessuna persona di buon senso, e di retta coscienza, possa fare a meno di notare l’evidente differenza tra i casi di Bolzano e di Venezia. A Bolzano s’è esposta un’opera che i cattolici hanno ritenuto offensiva, ma dei loro sentimenti non è fregato niente a nessuno. A Venezia il custode ha semplicemente applicato non solo il regolamento del museo, ma anche due leggi dello Stato (la seconda delle quali confermata da referendum popolare) che impedisce a chiunque di circolare completamente travisati. Si badi bene: nella decisione del custode di Venezia non c’era nulla di religioso; solo un’esigenza di ordine pubblico. Per lo stesso motivo, nessuno sarebbe potuto entrare nel museo con un passamontagna o un casco integrale.
09:59 Scritto da: ritina5 in Società | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala
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13/08/2008
EDDY E NOI: LA DIVISA DELL'UOMO BUONO
DAVIDE RONDONI
Gli han spaccato la testa perché non gli piaceva il modo con cui certi mandano in rovina la vita della gente. Il ghanese di oltre cinquant’anni, Edward G. detto Eddy, a Milano da vent’anni a lavorare, se ne andava in giro per panchine e bar frequentati da drogati (e dai loro fornitori) a scuoterli, a dire: non andartene così, non finire in questo schifo. E per questo, per il fastidio che dava, secondo le cronache, ha rimediato una scarica di botte in testa. Con una mazza da baseball. La storiadi un mese fa, ma solo l’altro giorno, con l’arresto del boss dello spaccio di quella zona che lo ha massacrato,venuta fuori chiaramente. Dapprima, vista la zona e le caratteristiche dell’assalto, si era pensato a un regolamento di conti tra spacciatori. Invece no. Il ghanese Eddy aveva la colpa di dire ai ragazzi, specie agli africani come lui che incontrava: non buttatevi via. Con l’età di un padre, e con la pazienza di uno che non ha avuto la vita facile, Eddy, secondo le ricostruzioni, girava per quelle panchine con una specie di missione. Lo aveva impressionato, nei primi mesi d’Italia, aver diviso l’appartamento con un ragazzo fuggito dalla famiglia per buttarsi nell’eroina. Ha finito per dar fastidio al 'ras' del Parco Solari, che lo ha assalito fino a rompergli la testa con la mazza da baseball.
Una storia che potrebbe perdersi tra le mille e mille che si consumano nelle panchine dove vediamo tanti, troppi ragazzi – immigrati e no – distruggersi. E diventare pericolosi per se per gli altri. Eddy andava a mettere la mano all’inferno. Non so se sia un pazzo. So che faceva quel che si dovrebbe fare. Perché la mano all’inferno la deve mettere certo la polizia (e ora, persino, l’esercito); la deve mettere lo Stato. Ma se non la mettiamo anche noi, se non la mette anche qualcuno di noi, che ha solo la 'divisa' del padre e dell’uomo buono, l’inferno finirà per vincere. Perché Eddy, pur se uno degli ultimi arrivati, per così dire, tra gli italiani, rappresenta una specie d’avanguardia per tutti noi. Insomma,andato più avanti. Là dove in pochi tra noi rischiano di andare.
Un’avanguardia che serve ad aprire la strada. E come accade nelle guerre che chiamiamo con questo nome, i primi sono i più esposti ai colpi. Ci rimettono più spesso le penne. Eddy è sopravissuto e ha raccontato la sua storia. Che ora tutti possiamo conoscere. La droga nelle nostre strade un demonio scatenato.
Arriva a ghermire persone nei posti più impensabili, a bruciare il cervello e la vita di gente che ha tutto, dentro stanze finemente arredate e in famiglie che sembrano felici. E poi là fuori, nei parchi, lungo i fiumi che attraversano le città,un demonio che sta sfigurando la vita di tanti e dei ragazzi arrivati qui per far fortuna. Ci vogliono i soldati, ma ci vuole anche Eddy. Ci vogliono i poliziotti, ma ci vogliono anche dei padri; soprattutto per questi giovani arrivati senza niente e facili prede, sciaguratamente affamati di soldi facili e di sballo. A Eddy hanno spaccato la testa perché la piantasse. Se la sua storia servisse a motivare altri come lui sarebbe un bel segno tra gli immigrati. E tra gli italiani. Per mobilitare gente a mettere una mano buona in quell’inferno fatto di parchi sotto casa, lungofiumi o portici di un’Italia bella e spaventosa. Dove si agita un demonio che non guarda né il conto in banca né il colore della pelle. Da Avvenire
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02/08/2008
NON TOCCATEMI, MI SUICIDO

La famiglia di Emma Kemp, una paziente inglese, denuncia che, nonostante la donna avesse il 50% di possibilità di sopravvivere al cancro, è stata lasciata senza trattamento dai sanitari, perché "non collaborativa": era una donna con difficoltà di apprendimento. Un altro uomo è stato lasciato morire di fame in ospedale "perché non parlava": un altro soggetto con difficoltà di apprendimento.
Il termine "difficoltà di apprendimento" è all'incirca lo pseudonimo di "ritardo mentale".
E' quanto denunciano l'Independent e il Telegraph: l'accesso dei disabili mentali al Sistema Sanitario è carente. Già: chi non è come gli altri viene (forse) ritenuto necessario che si adegui, oppure si arrangi; e non è certo una mentalità solo inglese. Questo ci fa pensare ad un certo modo di guardare ad Eluana, ma a tanti anche meno gravi di lei, che vengono trattati non come gli altri perché "non sembrano come gli altri". D'altronde, se è normale accettarne la soppressione prima che nascano...The Independent
Si legga anche questo reportage di una famiglia che ha visto lentamente morire la figlia disabile, e si sente dire dai medici "avevamo mal giudicato la sua qualità di vita". E un'inchiesta del Sistema Sanitario riporta che i disabili subiscono discriminazioni e disattenzione da parte del Sistema sanitario stesso.
Carlo Bellieni
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28/07/2008
TESTIMONI DIRETTI

continua la mobilitazione per impedire che ad Eluana Englaro vengano sospese l'alimentazione e l'idratazione artificiale, come invece permesso dalla sentenza della Corte di Appello di Milano.
Trentaquattro associazioni che si occupano di persone con gravi lesioni al cervello, e venticinque neurologi hanno chiesto alla Procura generale di Milano, in due diversi documenti, di opporsi alla sentenza della Corte di appello, per impedire che Eluana muoia di fame e di sete.
Le associazioni hanno presentato il proprio documento in una conferenza stampa mercoledì scorso.
Qua il testo formulato dalle associazioni, questo l'articolo in cui si parla della conferenza stampa e si fa il punto della situazione, e questo invece è il testo dei venticinque neurologi.
E' importante ascoltare la voce dei malati e delle loro famiglie. Di tutti i malati: qua di seguito, per esempio, il video con cui conosciamo Mario Melazzini, e la sua storia, un medico malato di SLA, Sclerosi Laterale Amiotrofica. Da vedere.
Biopolitica nel mondo: in Gran Bretagna hanno rimandato di tre mesi la discussione sulla nuova legge sull'embriologia e la fecondazione assistita, quella che permette di tutto e di più (embrioni misti uomo/animale, bambini senza padre, e via discorrendo). Ci sono alcune elezioni in vista, e il governo vuole tenere fuori certi argomenti dal dibattito. Quando si dice coda di paglia.
Sempre in Gran Bretagna, comincia a circolare l'idea che negli embrioni misti uomo/animale - che adesso oltre che con le mucche si potranno fare anche con i maiali - forse il Dna animale può dare problemi, anche se è poco. Ma va? Ma chi l'avrebbe mai detto? Fino ad ora ci volevano convincere che il Dna di origine animale in queste nuove entità era così poco da essere praticamente irrilevante. Ma i geni non si possono valutare con la quantità: ne basta uno alterato per provocare danni irreparabili all'organismo, e quindi dire che negli embrioni ibridi "solo una piccola percentuale di Dna" è di origine animale fa ridere - appunto - i polli. Il fatto è che devono spiegare perché continuano a fare una ricerca inutile, dove gli embrioni ibridi sopravvivono solo pochi giorni, e non riescono a tirar fuori le cellule staminali.
In Australia, invece, un bioeticista ha sostenuto in una conferenza pubblica che sarebbe bene mettere al mondo solo donne, in un'umanità post-sessuale. Non siamo riusciti a capire se scherza oppure no.
Assuntina Morresi
Da SAFE - Salute Femminile
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26/07/2008
FERMATE I MATRIMONI MISTI
Gli episodi come quelli della bambina portata via dal padre marocchino di cui si occupa oggi la cronaca, sono molto più numerosi di quanto non si creda a causa dell'intensificarsi di presenze straniere nel nostro Paese, presenze che portano spesso le italiane a sposarsi con uomini appartenenti a culture incompatibili con la nostra. Nei matrimoni con africani e orientali, in grande maggioranza di religione islamica, le donne italiane si trovano in condizione di assoluta inferiorità, una inferiorità di cui nella fase dell’innamoramento di solito non sono in grado di rendersi conto, spinte anche dall'atmosfera di tolleranza e di negazione delle differenze che si respira ovunque in abbondanza. È necessario guardare in faccia la realtà. È necessario mettersi «dal punto di vista dell'indigeno», come ha ripetuto Franz Boas, uno dei più grandi padri dell’antropologia, se si vuole capire e rispettare l'altro, cosa che non significa né tradire i propri valori né rinunciare a giudicare e a tentare di farci capire dall'altro. L'atteggiamento assunto oggi di facile negazione dell’abisso che separa il cristianesimo dall'islamismo non è utile a nessuno e soprattutto porta a dei conflitti sia interpersonali sia collettivi.
La figura e il ruolo delle donne è al centro di questo abisso. Non per nulla il cristianesimo si è dovuto spostare in occidente, nel mondo del diritto romano, per potersi espandere e fiorire. È stato Gesù a concentrare il suo sguardo sulla condizione delle donne, a parlare con loro. Per quante incomprensioni, errori, eresie, si siano accumulati col tempo sul suo messaggio, la parità delle donne è rimasta sempre limpidamente la novità che nessuno ha osato negare. E il battesimo così come il rito matrimoniale ne ha fatto fede fin dall'inizio. In nessuna società, in nessuna religione, il rito d'iniziazione è identico sia per il maschio sia per la femmina come nel cristianesimo. In nessuna società, in nessuna religione il rito matrimoniale è identico sia per il maschio che per la femmina come nel cristianesimo. La parità di diritti nella famiglia, sui figli, ne è logicamente la prima conseguenza. Maometto ha centrato il Corano sui primi cinque libri dell'Antico Testamento ed è sufficiente questo fatto a far comprendere che le donne musulmane si trovano oggi nelle stesse condizioni di inferiorità, di tabuizzazione, di dipendenza dal potere del maschio, dalle quali le ha tolte Gesù.
I significati e i valori che discendono dalle religioni permeano la personalità dei popoli in modo talmente profondo che nessuna normativa di legge può riuscire a cambiarla se non forse con un lungo passare del tempo. Per ora, perciò, sarebbe bene che i matrimoni non avvenissero affatto, neanche di fronte all'accettazione delle leggi vigenti in Italia. Non dimentichiamoci che in molti Paesi africani, come quelli della costa mediterranea, vige la lapidazione per la donna adultera, la clitoridectomia e l'infibulazione e comunque l'unico a possedere il potere è ovunque il maschio capo di casa.
Ida Magli - Il Giornale
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25/07/2008
DELLA VITA E DELLA MORTE

di Davide Rondoni [Avvenire] 17.7.2008
Vorrebbero che lei tacesse, che non 'si intromettesse' là dove molti si intromettono, proprio perché la Chiesa, che non è un sacro palazzo, ma la vita di una trafila interminabile di gente, la fede e la carità di una folla di ignoti e di illustri e soprattutto di gente normale, insomma, forse proprio perché la vita della Chiesa ha scoperto, guardando Gesù, delle cose che illuminano meglio di altro, più ragionevolmente di altro, il mistero della morte, e il mistero della esistenza. E chi la vorrebbe allontanare dal bivacco degli uomini, dai tavoli dove si conversa della vita e della morte, lo fa forse per nascondere una voce scomoda, una voce che non si accontenta del sentimentalismo né del razionalismo. Una voce così umana, che richiama gli uomini a essere se stessi. A non trasformarsi nella propria maschera. Davvero se mancasse quella voce intorno al bivacco, al ritrovo sotto le stelle di fronte alle grandi questioni dell’esistenza, saremmo più liberi, più attenti e più tesi a camminare secondo la nostra eretta statura? Davvero, senza la voce che viene da quel vento di secoli e di fede e carità, di arte e di pensiero, saremmo più umili e attenti in questo difficile viaggio?
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INTANTO COMINCIAMO A VIVERE
Storia di Mario Melazzini affetto da SLA
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E' un video da non perdere, perché testimonia la tenerezza di un limite fisico umano, abbracciato da un amore e una fede che ridanno gusto alla vita, al vivere.
Testimonianza di Mario Melazzini
La speranza è ciò che qualifica l'uomo di fronte anche ad eventi inattesi. No alla EUTANASIA. No alla PENA di ABORTO. NO alla MANIPOLAZIONE della VITA
Inguaribile è la voglia di vivere. Malato di Sla: grazie Dio - Il Sussidiario
Mario Melazzini e Ron da un ammalato di SLA
Mario Melazzini al Tg2
"Un medico, un ammalato, un uomo"
Un medico di successo, una bella famiglia, una forma fisica da far invidia. Nel febbraio del 2002 Mario Melazzini pensa di essere un uomo realizzato. Ma quando sale in bicicletta per il suo allenamento quotidiano capisce che qualcosa non va. Il piede sinistro non risponde, il corpo gli disubbidisce. Comincia così il calvario della malattia. Ci vuole un anno per avere la diagnosi: è SLA, sclerosi laterale amiotrofica, una patologia degenerativa con la quale, mediamente, non si vive più di tre anni.
Il medico diventa malato e incontra sul suo cammino la sofferenza, la depressione, la paura, il desiderio di farla finita prima di finire come un vegetale. Ma poi reagisce. Capisce che la vita può essere ricca e interessante, nonostante la malattia. Anzi, anche «grazie» a essa.
La sua stessa professione acquista una nuova profondità. Ora, infatti, Mario vede le cose «dall’altra parte». Entra in contatto con decine di persone fragili e in compagnia di un cantautore famoso e di una badante rumena incomincia la sua più grande battaglia: quella contro la solitudine e l’abbandono che spesso accompagnano le patologie più gravi, contro quel sentimento di esclusione e di insignificanza che prima o dopo coglie tutti coloro che soffrono di handicap invalidanti. Adesso non vuole più morire, ma «godere ogni minuto del miracolo di essere vivo»
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23/07/2008
AVERE COSCIENZA DI ESSERE CREATURA
Il caso Englaro, che richiama quello per certi aspetti simile di Piergiorgio Welby, continua a far discutere. E non solo. La vicenda umana di Eluana sta anche dividendo l’opinione pubblica, la quale, c’è da scommetterci, si sente letteralmente travolta quando, artatamente, viene posta dinnanzi a casi di così forte impatto mediatico che, suscitando in essa sentimenti forti, la costringono a prendere posizione. Molto meglio sarebbe affrontare le questioni che attengono la vita e la morte con un approccio il più pacato possibile, costruttivo e lontano dalle ideologie.
Quello appena descritto è un processo che andrebbe promosso e favorito da chiunque e in ogni ambito ma che, al contrario, viene da tutti disatteso con estrema noncuranza. Soprattutto da coloro che dovrebbero promuovere una visione non ideologica e rispettosa della realtà e di tutti i fattori che la compongono: ci riferiamo ai mezzi di comunicazione sociale che, spesso per partito preso, contribuiscono a dare una visione poco veritiera della realtà.
Il TG5 del 22 luglio, tanto per fare un esempio, ha mandato in onda dando il massimo risalto, un video attraverso il quale Paolo Ravasin, ammalato di Sla e presidente onorario dell’associazione Luca Coscioni, ha reso pubblico uno pseudo testamento biologico nel quale esige di non essere più alimentato qualora non riuscisse più a farlo attraverso la bocca.

Le questioni che riguardano la vita e la morte, a causa delle pesanti implicazioni che hanno sulle nostre esistenze e sull’intera società, appassionano tutti e proprio per questo riteniamo che siano tutt’altro che una questione privata o un affare che si possa sbrigare in un caldo angolo della propria coscienza. Ci fa piacere, quindi, se il TG5, così come qualunque altro mezzo di comunicazione, decide di affrontare il tema eutanasia, anche se temi di tale portata sarebbe preferibile trattarli trasmettendo immagini accompagnate da un giudizio rispettoso dei telespettatori. Come abbiamo fatto notare in una lettera inviata proprio al TG5, “se si vuol dare informazione di uno che desidera essere lasciato morire, è ancor più urgente e responsabile comunicare che molti malati in quelle condizioni desiderano vivere”: in tal senso l’instancabile testimonianza del dott. Mario Melazzini è un vivido esempio.
A questo punto non possiamo non chiederci: forse la testimonianza di chi grida alla vita vale meno di quella di chi invoca la morte? Quali sono, inoltre, i motivi che spingono una redazione giornalistica a dare il massimo risalto ad una notizia e a trattare le altre con superficialità, come la notizia del medesimo giorno che ha visto la Commissione Affari Costituzionali del Senato approvare la proposta di sollevare davanti alla consulta il conflitto di attribuzione contro la sentenza della Cassazione sul caso Englaro?
Si ha la sensazione che, nonostante tutti gli sforzi profusi dal cosiddetto “laicismo radical-chic”, la gente non si lasci abbindolare e sappia ancora ben distinguere e scegliere tra bene e il male. Di questo non possiamo che ringraziare la tempesta veritativa scatenata da Giovanni Paolo II prima, e da Benedetto XVI, ora. Una tempesta che, tra le altre cose, sta avendo il merito di risaltare i limiti “di una cultura cattolica tipicamente italiana che noi definiremmo "dal pensiero debole", se non "dell'assenza di pensiero", le cui parole chiave sono "tolleranza e dialogo". Parole alle quali preferiamo contrapporre “fede” e “carità”.
Il problema dell’uomo - come giustamente ha osservato l’ateo devoto Giuliano Ferrara, rispondendo al teologo laico Vito Mancuso - non è quello di poter “disporre della vita come di un prodotto della propria volontà”, ma riconoscere ed aver coscienza di essere creatura.
Sul terreno della difesa della vita, seriamente minacciata da pericolose derive nichiliste, non viviamo nessun complesso di inferiorità e, come sottolineano gli amici del Centro Culturale di Lugano, siamo disposti a “sfidare a singolar tenzone” chiunque voglia confrontarsi con le nostre posizioni.
Censurarossa socio di SamizdatOnLine
Mail inviata alla Redazione del TG5 il 22 luglio:
Nel vostro TG odierno delle 13 è comparso il video di un uomo ammalato di SLA che detta un suo testamento.
Considerata la forte pressione mediatica che offre la TV, oggi, vi pregherei di prestare maggiore attenzione nel diffondere certe notizie che, laddove si ritenesse utile mostrarle al pubblico, è bene siano ALMENO accompagnate da una versione alternativa.
Spero vi rendiate conto che siamo, purtroppo, dentro una cultura di morte che tenta di soppiantare una cultura della vita, quest’ultima molto più naturalmente connessa a ciò per cui l’uomo è fatto, e che più desidera.
Pertanto, se si vuol dare informazione di uno che desidera essere lasciato morire, è ancor più urgente e responsabile comunicare che molti malati in quelle condizioni desiderano vivere.
Mi pare che la testimonianza vivente del dr. Mario Melazzini, ed i libri da lui scritti, meritino molto più spazio nel vostro TG
grazie
Wilma Bargiggia
ll Procuratore generale prende tempo mentre al Senato il Pd si spacca – L’Occidentale
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20/07/2008
VIVA CAINO MUOIA ABELE
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| Comunisti che danno lezioni di “pietas” ? Da che pulpito! Ormai siamo nel mondo alla rovescia: il mondo dell’ideologia dove il Bene è Male e il Male è Bene. E’ la prova che, come disse un giorno Adenauer, “anche in politica soltanto Cristo ci può salvare”. | |||
| A proposito di Eluana Englaro, ieri La Stampa, in prima pagina, pubblicava l’articolo di Marina Garaventa che vive “più o meno nella stessa situazione in cui era Piergiorgio Welby”. A un certo punto la signora Garaventa si rivolge polemicamente a chi difende il diritto alla vita di Eluana e scrive: “propongo a questi signori di prendersi un anno sabbatico e offrirlo a Eluana: passare con lei giorni e notti, lavarla, curarle le piaghe, nutrirla, farla evacuare, urinare, girarla nel letto, accarezzarla, parlarle nell’attesa di una risposta che non verrà mai”. E’ una provocazione salutare (NOTA 1). Ma forse la signora Garaventa non lo sa: ci sono suore, donne cristiane, che per Eluana stanno già facendo tutto questo da 14 anni, in silenzio e con gioia, e chiedono solo di poter continuare ad amarla. Suor Rosangela – leggo in una cronaca del Corriere - la conosce così bene da “intuire all’istante se ha mal di pancia o mal d’orecchio”. Eluana ogni mattina viene “alzata da letto, lavata, messa in poltrona. Quotidianamente la portiamo in palestra dove c’è un fisioterapista che le pratica la riabilitazione passiva”. Poi c’è la musica, le passeggiate in giardino e “qualche volta, soprattutto se le parla suor Rosangela, muove gli occhi”. Proprio queste suore, queste fantastiche e umili donne del Cielo, senza fare alcuna polemica, senza lanciare “guerre ideologiche”, con dolcezza hanno detto: “vorremmo tanto dire al signor Englaro, se davvero la considera morta, di lasciarla qui da noi. Eluana è parte anche della nostra famiglia”. Le suore per tutti questi anni si sono prese cura di lei “come di una figlia”. Esprimono il “massimo rispetto” per “la sofferenza dei genitori di Eluana”, ma “con discrezione” chiedono loro di poter continuare ad accudirla e amarla. “Liberazione”, giornale di Rc, parla di Eluana come di “un corpo”. Invece la suora dice: “Per noi è semplicemente una persona e viene trattata come tale… E’ una ragazza bellissima”. L’editoriale di “Liberazione”, firmato da Angela Azzaro, ha dell’incredibile. Esordisce accusando la Chiesa di essere venuta meno al sentimento della pietas, “quel sentimento che ci rende partecipi del dolore e delle sofferenze altrui, che non ci fa girare le spalle, ma ci aiuta a uscire dall’egoismo, dal nostro bieco interesse”. Con questa surreale premessa la Azzaro sentenzia: “Il massimo gesto di crudeltà lo hanno compiuto le suore Misericordine presso cui Eluana si trova. Conoscono il padre. Dicono di rispettarlo. Ma gli hanno chiesto di lasciare lì il corpo della figlia. Come se niente fosse. Come se in tutti questi anni la sua vita non fosse stata appesa a un filo, il filo che tiene in vita un corpo non più senziente e che a lui ha impedito di pensare ad altro, di elaborare il lutto, di ripensare forse più serenamente agli occhi di Eluana quando capivano”. Viene da chiedersi se il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, non pensa di dover chiedere scusa per questo editoriale intitolato “Il sadismo alla scuola di Benedetto” ? E cosa ne pensano i Bertinotti e i Vendola? Le povere suore bersagliate dall’articolista non hanno sequestrato Eluana: fu portata lì dal padre e dalla madre nel 1994 perché era nata lì. Le suore rimasero perplesse, non sapevano se erano in grado di assisterla. Poi si resero conto che aveva bisogno solo di essere alimentata e amata, accudita come una bimba, e la presero nella loro famiglia, con tenerezza e dedizione. Queste donne umili, che per 14 anni, in silenzio, l’hanno amata, lavata, alimentata, aiutata, meritano di prendersi lo schiaffo di “Liberazione” che parla di “crudeltà”? Le suore non impongono nulla, non sono loro a disporre della sorte di Eluana, né possono o vogliono trattenerla: hanno semplicemente dichiarato che sarebbero liete di continuare a prendersi cura di lei. Con discrezione e semplicità, rispettando tutti. Queste povere donne non hanno potere di decisione, hanno solo il loro amore da offrire. Ebbene secondo il “giornale comunista” (così si definisce), questo è “il massimo gesto di crudeltà”. Sarebbe questa la cultura laica? Sulla Stampa si sfidano i “pro life” a prendersi cura di Eluana. Appurato poi che le suore lo fanno, da “Liberazione” si bersagliano con l’accusa di crudeltà. Mi pare evidente che il pregiudizio e l’ideologia accecano, cambiano il Bene in Male e il Male in Bene. Certo, per chi si dice comunista l’amore cristiano (che è “amore del prossimo” e perfino “amore dei nemici”) è roba pericolosa. Casomai la storia comunista ha trafficato con la categoria e la pratica dell’ “odio di classe”. Loro credevano di poter sistemare il mondo e eliminare l’ingiustizia così, con l’ “odio”, l’antagonismo, la lotta, la rivoluzione. Il marxismo pretendeva di essere una “scienza”, non aveva bisogno di amare nessuno, neanche il proletariato: le stesse leggi ferree dell’economia avrebbero necessariamente portato al comunismo, il “paradiso in terra”. Così hanno costruito i loro inferni (dove sono stati macellati milioni di cristiani). Oggi i contenuti delle diverse ideologie sembrano accantonati, ma restano certi furori, certi metodi e pregiudizi. Certe astrazioni. Ieri per esempio a pagina 10 dell’Unità, dove si esponevano le discutibili dichiarazioni della “Consulta di bioetica”, si diceva che definire con espressioni come “omicidio di stato” il lasciar morire Eluana significa pronunciare “parole al di là della decenza o della semplice ‘educazione’ ”. Voltando pagina sempre l’Unità definiva però “assassinio di Stato” l’eventuale condanna a morte ed esecuzione di Tareq Aziz per le imputazioni relative agli anni in cui era dirigente del regime di Saddam Hussein. L’Unità intervista Marco Pannella che si batte perché “nessuno tocchi Caino” e – denunciando lui stesso le responsabilità di Aziz – definisce appunto “assassinio di stato” e “delitto” la sua eventuale esecuzione. Premesso che siamo tutti contro la pena di morte e che nessuno deve toccare Caino, chiediamo a Pannella e all’Unità: invece Abele sì? Pannella parla di questa sua “battaglia di civiltà”, definisce un “misfatto” l’eventuale esecuzione capitale di Aziz, seppure colpevole, perché la vita umana non è a disposizione degli stati, ma poi, leggo in una agenzia, definisce la sentenza che autorizza la sospensione dell’alimentazione per Eluana come “affermazione della civiltà giuridica, umana e civile”. Stiamo parlando della eventuale morte di una ragazza per fame e per sete. E’ pur vero che non è autosufficiente e non pare cosciente, ma è viva. Io non posso credere che Pannella e l’Italia, i quali rivendicano la moratoria dell’Onu sulle esecuzioni capitali come una conquista di civiltà, possano poi accettare una simile morte per Eluana. E’ pur vero che in quest’epoca di sbandamento si definisce conquista di civiltà anche l’aborto, ovvero la soppressione – tramite legge di stato – di migliaia e migliaia di piccole vite innocenti. Ma perché la vita di Caino va sempre e comunque protetta, qualunque cosa abbia fatto, e quella di Abele no? La presenza silenziosa di quelle suore ci fa sapere che da 2000 anni, da quando è venuto Gesù, qualunque essere umano è amato. Un giornalista disse una volta a Madre Teresa di Calcutta che lui non avrebbe fatto ciò che faceva lei per tutto l’oro del mondo e lei rispose: “neanche io”. Ma per Gesù sì. Al di là della sentenza su Eluana, com’è possibile non provare rispetto e ammirazione per queste suore? Non è stupendo che esistano persone così? Sono appassionate a ogni essere umano com’era Gesù che ascoltava tutti, accoglieva tutti e “guariva tutti”. Sono capaci di questo amore per la vita umana perché amano, testimoniano e donano ciò che vale più della vita: Gesù stesso, la Grazia. Cioè la vita eterna, l’unica vera speranza che rende vittoriosi sul dolore e su “sorella morte”. Antonio Socci (1) Verrebbe da proporre però, analogamente, che quanti ritengono giusto lasciar morire Eluana secondo la sentenza che consente di fermare l’alimentazione e l’idratazione, le stessero accanto minuto dopo minuto per tutto il tempo in cui avrà fame e sete, fino alla morte. Da “Libero” 19 luglio 2008 | |||
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18/07/2008
IL PERCHE' DELL' ACQUA PER ELUANA
Caro Filippo,
oggi ho portato una bottiglia d’acqua sul sagrato del Duomo, come segno tangibile, nella società dell’immagine, ancorché risibile, all’epoca delle sentenze che decidono dalla misura delle carote al destino di una vita umana, che nessuno ha il diritto di far morire di sete e di fame Eluana. Non ho portato un segno per “le mille Eluana”, come dici tu, Filippo, ma per quell’Eluana lì, in carne e ossa, caso specifico dove non esiste nessun accanimento terapeutico, nessuna somministrazione inutile di medicinali o macchine. Ma esiste (e gli si vuol far venire a mancare) semplicemente un sondino, un’idratazione e una nutrizione, che non si dovrebbero far mancare a nessuno, malato o no, bambino o vecchio egli sia, che non è in grado di bere e mangiare da sé. Eluana non ci può dire niente di sé, se non che è lì, c’è, esiste, è presenza muta ma non priva di comunicativa – e sono interrogativi seri, direi. Ma tu, Filippo, sostieni che sono dalla parte di quelli del disprezzabile “far niente”, di quelli “delle caverne”, di quelli lontani dal famoso “paese reale”, di quelli che “non studiano, non si aggiornano”, di quelli che non hanno capito che oggi l’eutanasia c’è, silenziosa, nascosta, clandestina, praticata dal 3,6 per cento dei medici; di quelli che invece di battersi per leggi che regolino eutanasia e testamento biologico (due cose diverse, come ci ricordi tu, Filippo) scrivono sempre lo stesso articolo e ogni volta lo travestono di nuovi e inutili blablà. Posso dirtelo, in tutta franchezza e sincerità, caro Filippo? Sbagli bersaglio. Tu confondi le tue emozioni con la realtà. Confondi i tuoi sentimenti con quella presenza lì, che ti dice, “scusa, ma in tutto quel bel programma di leggi e di testamenti biologici che auspichi, io, adesso, che sono?”. La tua risposta implicita sembra essere: tu, Eluana, sei niente. O forse: sei qualcosa, sì, forse un bene, chissà, ma comunque qualcosa che deve essere immediatamente a disposizione della volontà di un padre e di un giudice. Vedi, Filippo, la risposta di quelli che sono andati sul sagrato è opposta. Dice: Eluana è una di noi, e né il padre, né tantomeno un giudice, possono decidere di ammazzarla, come invece poteva succedere al tempo delle caverne e come ancora succede nel regno animale, un individuo debole o malato viene ammazzato dal resto del branco. Che poi tu, Filippo, non veda l’ora di avere leggi che entrino a regolare gli aspetti più delicati della vita e della morte; che tu, Filippo, abbia questa appassionata convinzione che le leggi possano rendere giustizia della sofferenza e del marasma di dolore che c’è sotto il cielo, questo è tutt’altro affare da ciò che, nello specifico, stiamo raccontando in questi giorni che seguono a un problema che non è stato posto dalla chiesa, ma dal concreto agire di un giudice. Che debbano essere le leggi dello Stato e non quelle della coscienza a decidere quando la vita è degna o non degna di essere vissuta è un’opinione. Come è un’opinione la mia che, invece, ritiene che la legge debba solo affermare positivamente il principio che la vita umana è un bene indisponibile. Mentre poi, nel caso specifico di malato terminale, in coma e quant’altro, le leggi dello stato non ci devono proprio entrare, poiché nel caso specifico vale la legge millenaria della medicina di Ippocrate, vale la legge da sempre iscritta nelle coscienze umane, valgono i progressi della scienza per alleviare il dolore, vale la buona fede che nessuno (fino a prova fattuale contraria), sia esso medico, paziente o parente, vuole la sofferenza, l’accanimento, la tortura terapeutica. Insomma, sono due opinioni - la tua che spera nella legge, la mia che spera nell’uomo - che il lettore considererà e giudicherà, mi auguro, a partire da una riflessione sulla propria esperienza, non, come ringrazio il direttore di aver precisato in margine al tuo intervento, a partire da chi disprezza più forte.
Luigi Amicone - Il Giornale
12:32 Scritto da: ritina5 in Società | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
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15/07/2008
NON SIATE IPOCRITI: CHIAMATELA EUTANASIA

Invasivo. È la parola che ci tormenta. Nutrire Eluana Englaro, che per vivere non ha bisogno di macchine e di spine attaccate ma solo di un sondino, simile a quello che misero a mio figlio quando fu operato di appendicite, sarebbe un atto invasivo. Naturalmente, come è già stato osservato, togliere quel sondino e far morire Eluana di una morte lenta e terribile, la stessa di Terry Schiavo, non è un atto invasivo.
Giuliano Ferrara ha invitato a manifestare contro la sentenza milanese che dà al padre e tutore di Eluana la facoltà di ucciderla (mi perdoni il padre, ma non trovo sinonimi altrettanto precisi), e io mi sento a mia volta di invitare chi ci legge a aderire a quella giusta iniziativa: portiamo anche noi bottiglie d’acqua sul sagrato del Duomo di Milano. Nella speranza che i nostri occhi comincino a spalancarsi sull’orrore che avanza, così da poter cominciare, poi, a immaginare scenari diversi, più umani.
Ci hanno abituato a tutto, a tutte le infamie, a tutti i soprusi. Cosa è invasivo? Invasivo di cosa? A quale sapere, a quale dominio della conoscenza appartiene quella parola? A quale scienza? A quale giurisprudenza? Se non riusciamo a definire con precisione questo punto, allora sì, tutte le invasioni diventano legittime, e la parola «giustizia» perde il proprio significato. Quello che è certo - una delle poche cose certe - è che il caso di Eluana è un caso di eutanasia. Qui non esiste alcun accanimento terapeutico. Perciò non bisogna usare altre parole: la parola è «eutanasia».
L’aveva detto lei, d’accordo. Era una ragazzina, diceva quello che dicono tutti - perché tutti dicono le stesse cose. Mi ci metto anch’io. Anch’io, se dovessi cadere in coma irreversibile, voglio essere lasciato morire. Parole. Ma, anche con le parole, per fare un deliberato atto di volontà ce ne vuole. Poi vengono i fatti, qualcuno finisce davvero in coma, ma chi li conosce quei fatti?
Eluana non è morta, è viva. Ma è stata dichiarata morta in nome non della realtà - di cui siamo tutti profondamente ignoranti, medici compresi - ma di una convinzione filosofica, o di un sentimento. Di fronte a Eluana, tutti pensiamo di sapere cosa vuol dire veramente vivere - noi, che siamo infelici e nevrotici e dipendenti da questo e da quello perché non sappiamo stare al mondo. Ma sull'invasività non si discute. «Invasivo» è ciò che «sentiamo» come tale.
Io credo che in questo particolare risieda l’orrore della vicenda. Eluana, se morirà, morirà in nome di un sentimento generalizzato trasformatosi in una sentenza capitale. Non in nome della pietà e dell’amore, ma di un certo modo di sentire la pietà e l’amore, senza alcuna necessità di cercare in queste parole così importanti la radice di un’oggettività.
C’è qualcosa di orribilmente adolescenziale, di non cresciuto, di non adulto in tutto questo, che offende la nostra umanità. Mio nonno e mio papà mi hanno insegnato che la realtà è qualcosa di immenso e meraviglioso, e che al suo cospetto le nostre fantasie e i nostri pensieri sono miserie. Oggi ci insegnano che la realtà è una prigione da cui bisogna evadere in mondi fantastici o virtuali o, se non è possibile, evadere e basta. Andarsene. Morire.
Questa filosofia, se così si può chiamare, sta diventando la filosofia del mondo. È stupida ma in compenso è comoda, perché ci permette di chiamare col nome di «giustizia», «pietà», «amore» tutto quello che ci pare. In altre parole: tutela il forte contro il debole. Io credo che sia possibile invertire questa tendenza. Le tendenze si invertono. Ma bisogna farsi sentire. Questi sono argomenti da piazza, non da talk show.
Luca Doninelli - Il Giornale
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14/07/2008
NON SAPPIAMO PIU' DIRCI CRISTIANI
Eminenza, non è che non sappiamo più dirci cristiani?
Lo stile di certi uomini di chiesa è ammirevole per tatto e ritegno, questo è sicuro, ma non so quanto efficace allo scopo di conservare la fede e di dare buone battaglie. Nell’anno paolino e nell’anno del sinodo sulla Parola si sente una debolezza di significante, di forma, che infiacchisce anche il significato della predicazione apostolica, il suo contenuto, la sua capacità persuasiva o di annuncio. Noi laici, modestamente e lateralmente convinti di una decisiva funzione pubblica della religione, spesso siamo sorpresi dalla poca fiducia di alcuni testimoni di Gesù nella forza sociale e civile della loro stessa parola cristiana. “Essere cristiani senza dirlo”, secondo l’Idealtypus scelto un paio di anni fa da Dionigi Tettamanzi per combattere imposture e strumentalizzazioni, per sradicare anche solo la tentazione di un uso politico della religione, può funzionare come un marchingegno sofisticato per abbandonarsi allo spirito e ascoltarlo soffiare dove vuole lui, ma può comportare il rischio di non sapere più dirsi cristiani. Perché non sappiamo più dirci cristiani: un Croce cattolico dovrebbe forse riflettere su questa afasia del pulpito, che tende a mettere in contestazione la chiesa quando dice cose significative, quando parla come un Giovanni Paolo II o un Benedetto XVI, ma anche come un Biffi o un Caffarra o un Ruini, e ad assolverla quando si limita alla metodologia pastorale, per quanto di altissima qualità, dando segni di irrilevanza.
Ho letto un lungo articolo su Avvenire firmato appunto dall’Arcivescovo di Milano. Esponeva la sua posizione di credente, di cittadino e di vescovo nel caso di Eluana Englaro, la donna a cui per sentenza giudiziaria saranno sospese alimentazione e idratazione, finché morte non sopravvenga, dopo sedici anni di vita senza coscienza relazionale, passati nell’amore e nell’assistenza delle suore Misericordine nella città di Lecco. Un testo impeccabile, quello del cardinale Dionigi Tettamanzi, che certo non attirerà accuse di interferenza nella vita civile italiana, che sicuramente non provocherà polemiche di alcun genere con i guru della cultura laicista e del suo centralissimo “diritto di morire”, un articolo che ovviamente non offenderà alcuna sensibilità e lascerà impregiudicato il tema di cui si occupa nella viva coscienza dei credenti e dei cittadini e forse anche del clero diocesano. Ma è questo che ci si deve aspettare da un vescovo, nella tempesta di idoli che furoreggia intorno al tema della vita umana?
Alle parole di Tettamanzi manca quasi nulla. C’è un riferimento al carattere misterioso della vita come dono trascendente al di là della ragione e come sfida alla nostra libertà, pressoché inevitabile in una prosa cristianamente ispirata, il tutto molto ben detto e argomentato. C’è il Vangelo di Marco e il risveglio della figlia di Giairo, che dorme e non è morta, e può “miracolosamente” rialzarsi per rivivere e poi morire fino alla resurrezione della carne. C’è l’idea che l’intelligenza della vita esige che la si renda sostanza di cose sperate, che la vita si radichi nella forma sacra dell’inviolabilità e della fede nel futuro vissuta nel presente. C’è ovviamente il comandamento di non uccidere. Ma l’articolo si propone e si autocomprende come un intervento in punta di piedi, che non fissa confini in nome della verità, non stabilisce le condizioni di una scelta secondo giustizia, non azzarda giudizi che implichino la decisione responsabile nella direzione auspicata. Gli argomenti più seri e forti si sminuzzano e si disfano alla fine nel metodo, e non si capisce se si debba lasciare Eluana alle suore Misericordine che l’hanno curata con amore o invece staccare quel sondino e provocare una morte lenta e dolorosa. Che cosa si debba fare, a parte coltivare la riflessione di coscienza, e come ci si debba comportare: questo non si capisce, su questo c’è pensiero tiepido, glossa alla vita reale senza sporcarsi la penna, le mani, il cuore.
Non so se ci avete fatto caso. La prudenza è una virtù anche nelle culture laiche. Ma quando si occupano di questi argomenti, media e maestri di pensiero e di vita secolaristi gettano la prudenza alle ortiche, e si battono con una speciale determinazione a prevalere. E diciamo la verità: prevalgono. Sono loro a battere il tamburo dello scandalo e a stabilire come dobbiamo non soltanto pensare, ma anche sentire la cosa. Nello stesso giorno in cui Avvenire entrava con l’Arcivescovo di Milano nel suo caso diocesano di Eluana Englaro, naturalmente in punta di piedi, Repubblica stampava in prima pagina una apologia del suicidio non già come malinconica eccezione ma come euforico metodo per sbarazzarsi del dolore e della sofferenza. Il prossimo passo di una comunità che forgia la propria intimità di vita nel racconto eutanasico delle Invasioni barbariche di Denys Arcand, e non in punta di piedi.
Clicca qui e leggi Sentenza di morte
Clicca qui e leggi Chi non può vivere senza assistenza muoia
Clicca qui e leggi Ho incontrato Eluana
Clicca qui e leggi Io, prima persona singolare liberale
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da Il Foglio
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10/07/2008
OLTRE IL LORO COMPITO
CI SONO GIUDICI IN ITALIA CHE VANNO OLTRE IL LORO COMPITO: CREANO E STRAVOLGONO LA LEGGE ANZICHE' LIMITARSI AD APPLICARLA
Comunicato stampa di Medicina e Persona

La Corte di Appello di Milano ha autorizzato da poche ore la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione per Eluana Englaro: questa decisione significa morte certa della ragazza per fame e disidratazione, la morte peggiore che possa essere inflitta ad un essere umano
Da medici avevamo già ribadito in precedenza che:
- non è compito di un giudice stabilire criteri clinici in base ai quali dichiarare non più assistibile un paziente
- la condizione di "stato vegetativo permanente" non è mai identificabile con uno stato di "coma irreversibile" dal quale si differenzia per la presenza di risveglio spontaneo o stimolato, di attività elettrica cerebrale presente e variabile, di movimenti di apertura degli occhi spontanei o sotto stimolo ambientale
- in medicina, il giudizio di irreversibilità di una condizione patologica, qualunque essa sia, non è criterio sufficiente per richiedere la sospensione delle cure: con questa sentenza viene data priorità assoluta a una selezione della persona, in base al solo criterio della qualità della vita
- il paziente in stato vegetativo persistente non è un paziente terminale e per questo è inappropriato e antiscientifico legare la sua "idoneità a vivere" ad una eventuale condizione di reversibilità
- questa decisione su Eluana è una condanna a morte perpetrata per legge in nome della pietà
OGGI NON POSSIAMO NON DENUNCIARE CHE:
- La sospensione dell'idratazione e dell'alimentazione a una persona in condizioni generali stabili, in stato di coma permanente da anni, senza l'evidenza di alcun peggioramento clinico che ne indichi l'approssimarsi della fine, è eutanasia (cioè atto dal quale deriva la morte del paziente)
- Non esiste oggi una legge in Italia che abbia approvato l'eutanasia, la quale neppure è ammessa dal Codice Deontologico della Professione Medica 2006.
La decisione della Corte di Appello di Milano, pertanto, è gravissima ed è la dimostrazione - ancora ce ne fosse bisogno - del modo scorretto di operare in questi ultimi decenni di una parte della magistratura italiana, che si arroga il diritto di stravolgere le leggi, addirittura di crearle, come in questo caso, sostituendosi al livello politico di decisioni sulle quali solo le istituzioni specifiche, in rappresentanza dei cittadini, possono pronunciarsi.
Sguardoleale socio di SamizdatOnLine
Argomenti correlati:
- Giudici autorizzano la sospensione dell'alimentazione. Mons. Fisichella: é eutanasia - Il Sussidiario
- Ascolta il commento di Assuntina Morresi, Comitato Nazionale di Bioetica
- Non si può dare la morte sulla base di una presunzione - don Roberto Colombo -Il Sussidiario
- Il dramma giuridico di Eluana Englaro, ovvero la ricostruzione di un'ipotetica volontà - Riccardo Marletta - Il Sussidiario
11:12 Scritto da: ritina5 in Società | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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CONDANNATA, GIUDICI SI CREDONO DEI

Come Eluana Englaro, il dottor Melazzini, paralizzato in sedia a rotelle, non può né nutrirsi né bere autonomamente, perché i muscoli della masticazione e della deglutizione sono compromessi; sopravvive grazie a una pompa a infusione lenta che gli introduce nella pancia alimenti liquidi. Il suo unico «pasto» dura dalle 6 di sera alle 2 di notte. Prendete nota: da ieri, in Italia, dar da mangiare agli affamati e dar da bere agli assetati non sono più opere di misericordia corporale. Basta che queste due azioni avvengano attraverso un sondino nasogastrico perché una qualsiasi corte di giustizia possa derubricarle a «trattamenti sanitari» passibili di sospensione.
Lo so, i due casi non sono comparabili. Il dottor Melazzini ragiona, parla, viene portato in giro per l’Italia, la mattina riesce persino a curare i suoi pazienti alla clinica Maugeri di Pavia. Eluana Englaro, in stato vegetativo dal 1992, non può far nulla di tutto questo. Ma è proprio la Corte d’appello di Milano a rimarcare di non essersi pronunciata «sulla qualità della vita» dell’inferma bensì sulla volontà espressa in anni lontani dalla giovane donna, la quale mai e poi mai - secondo le convergenti testimonianze rese dal padre e dagli amici - avrebbe voluto tirare avanti in simili condizioni.
Dunque è stato riconosciuto «il rispetto dell’autodeterminazione e della libertà delle persone», ha plaudito il presidente della Consulta di bioetica, cioè il potere del singolo di pretendere la morte, sia pure «in hospice o altro luogo di ricovero» adeguato, come prescrivono i giudici, consapevoli che il decesso per inedia non è un bello spettacolo. «Morirà di fame e di sete, c’impiegherà almeno 15 giorni, sarà un’agonia crudelissima», mi ha detto sconfortato il dottor Giovanni Battista Guizzetti, che a Bergamo cura 24 malati in tutto e per tutto uguali a Eluana Englaro. «Almeno avessero il coraggio di farle un’endovena di morfina ad alto dosaggio...». Dal 1996 a oggi Guizzetti ha visto risvegliarsi ben 12 dei suoi pazienti. Chissà se qualche toga avrà vagliato questa remota possibilità.
Quali sono i parametri biologici, intellettuali, funzionali che distinguono la vita dalla non vita? Per Indro Montanelli l’impossibilità di recarsi in bagno da solo costituiva una condizione già sufficiente per congedarsi da questo mondo. Il lebbroso Francesco e i suoi compagni di sventura volevano solo morire, cercavano di appiattirsi le papule col ferro rovente nel Terzo isolamento dell’ospedale San Martino di Genova; molti di loro portavano il cucchiaio alla bocca ma la minestra gli usciva dai due buchi soprastanti perché il naso non ce l’avevano più. Poi Francesco ha incontrato un’altra hanseniana, Pina, e l’ha sposata. Sono entrambi guariti. Se un tribunale 46 anni fa avesse dato retta a entrambi, non avrei passeggiato con loro per le strade di Genova.
11:03 Scritto da: ritina5 in Società | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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