09/05/2010
Il fiorellino azzurro
«C’era una SS che per i suoi delitti orrendi
un giorno, sul far dell’alba, veniva portata al patibolo. Gli restavano
ancora una cinquantina di passi fino al punto dell’esecuzione, che aveva
luogo nello stesso cortile del carcere. In questa traversata l’occhio, per
caso, gli si posò sul muro sbrecciato del cortile, dove era sbocciato uno
di quei fiori seminati dal vento, che nascono dove capita e si nutrono -
sembrerebbe - d’aria e di calcinaccio. Era un fiorelluccio misero, composto
da quattro petali violacei e da un paio di pallide foglioline, ma in quella
prima luce nascente la SS ci vide, col suo splendore, tutta la bellezza e
la felicità dell’universo e pensò: “Se potessi tornare indietro e fermare
il tempo sarei pronto a passare l’intera mia vita nell’adorazione di quel
fiorelluccio”. Allora, come sdoppiandosi, sentì dentro di sé la sua propria
voce, ma gioiosa, limpida, eppure lontana, venuta da chissà dove, che gli
gridava: “In verità ti dico: per questo ultimo pensiero che hai fatto sul
punto della morte, tu sarai salvo dall’inferno”. Tutto ciò a raccontartelo
mi ha preso un certo intervallo di tempo, ma là ebbe la durata di mezzo
secondo. Fra la SS che passava in mezzo alle guardie e il fiore che si
affacciava al muro c’era tuttora più o meno la stessa distanza iniziale,
appena un passo. “No! - gridò fra sé e sé la SS, voltandosi indietro con
furia - Non ci ricasco, no, in certi trucchi!”, e siccome aveva le due mani
impedite, staccò quel fiorellino coi denti, poi lo buttò in terra, lo pestò
sotto i piedi e ci sputò sopra».
Elsa Morante
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19/12/2009
Il battito e la sdraio rossa. Il Natale di Alfredo
Ho letto questo bellissimo e commovente racconto del famoso scrittore-giornalista Fabio Cavallari. Mi è piaciuto moltissimo, perchè dice di un modo umano di vivere le circostanze, i rapporti umani, le feste, la vita... Un modo raro e prezioso, senza inutili fronzoli, ma così vero, come tutti noi abbiamo assaporato, prima della terribile dimendicanza di cosa siamo e di come rispondiamo alla vita. Grazie, carissimo Fabio, di avercelo proposto; una "botta" di umanità vera è un grande dono per il cuore che attente il Natale!
Alfredo d’inverno si addormentava ogni sera così. In braccio a suo padre. Era lì nella cucina di quella vecchia casa di campagna che la storia, le narrazioni epiche, diventavano quadri, immagini, visioni. Una vecchia stufa a legna, alle loro spalle, scaldava il giorno e la notte. Era il piccolo a portare la legna in casa durante il giorno. Un compito preciso, scadenzato dal fuoco, dal campanile, da uno sguardo. Era il gesto che lo faceva entrare nel mondo. Andare in legnaia, riempire la cesta e fare le scale. Alfredo partecipava alla costruzione, all’edificazione della comunità. Non era un gioco o una parafrasi divertente della giornata. Si trattava di responsabilità. Sporcarsi le mani, sentire l’aria gelida sulla faccia, spostare i cerchi della piastra di ghisa, era il suo modo per esserci. Partecipe, attore protagonista del palco. Papà, raccontava, lucidava le scarpe con la spazzola, insegnava. Mamma, preparava il buon pasto, piegava le lenzuola, rammendava. La stufa bruciava il Faggio. Sopra di essa si appoggiavano le pentole e nel vano scaldavivande si riscaldavano pietanze antiche. Era la cucina economica. Nome che richiamava a sobrietà d’intenti e serietà di giudizio. Quando la sera iniziava a nevicare, appena fuori dall’uscio si preparavano le pale, gli stivali verdi di gomma e i guanti. Tutto pronto per la mattina, per il lavoro, per la festa, per l’opera degli uomini di casa. Dentro, mentre la tv girava a vuoto sui tre canali disponibili, le storie prendevano forma, uomini e donne, paesi e passi, riempivano la cucina. Alfredo sollecitava il padre – "papà raccontami ancora di quella volta che avete vinto la pace". Le parole si facevano calde, ogni respiro una fitta nell’orrore della guerra, ogni battito la speranza e l’orgoglio per esser ritornati. L’odore delle bucce di mandarini e del pane abbrustolito sulla stufa, annunciava l’arrivo del Natale. Il mistero non si spiegava, entrava dritto come narrazione nei racconti quotidiani. Un regalo. Uno solo. Portato, donato, dalla vita alla vita. Chi c’era dietro la porta? Mai svelato l’arcano. Sospeso tra sogno, realtà e mistero, Alfredo guardava dalla finestra cadere i primi fiocchi. ......(Continua qui)
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15/05/2009
NON SONO "VEGETALI", SONO VIVI!
Impossibile ma vivo
Diciotto anni fa lo schianto, il coma, poi la sentenza: «È un tronco morto». Finché un giorno Massimiliano si è svegliato. E ha abbracciato quella mamma ostinata

Agosto 1991. Massimiliano Tresoldi ha diciannove anni. Con alcuni amici decide di trascorrere le ferie in Puglia, nella terra d’origine della famiglia. Carugate-Vieste. È il suo primo viaggio in automobile di una certa importanza. L’andata non presenta particolari problemi, la vacanza procede serenamente. Finché la combriccola, dopo qualche giorno, decide di cambiare destinazione. Obiettivo: le discoteche della riviera. A Massimiliano quella variazione non piace, perciò accompagna gli amici fino a Rimini, poi si rimette in auto per tornare a casa. È la notte del 14 agosto, e a Carugate nessuno sa ancora di questo rientro anticipato. Fino al giorno dopo, il 15 agosto, quando Lucrezia ed Ernesto, i genitori, ricevono quella telefonata. Li informano che Massimiliano è in ospedale: ha avuto un incidente nei pressi di Melegnano, alle porte di Milano, verso le 7 di mattina. È gravissimo, non c’è tempo da perdere.
Da quel momento la vita dei Tresoldi di Carugate cambierà radicalmente. Il figlio è in coma, la sua vita è appesa a un filo. I medici non lasciano spazio a speranze. Massimiliano viene trasferito al Fatebenefratelli di Milano, terapia intensiva. Referto senza appello: il “cervelletto” è tranciato, non ci sono possibilità di recupero. Dopo 72 ore la soluzione sembra una sola: staccare il respiratore artificiale. Solo i due medici che prendono servizio alla sera suggeriscono di aspettare ancora per verificare se il ragazzo riesce a vivere senza l’ausilio delle macchine. Esiste un paradosso: gli esami sono ottimi, Massimiliano è sano, ma è in coma. Potrebbe non svegliarsi più e alla famiglia viene spiegato chiaramente. Qualcuno dice: «È un tronco morto». Ma lui resiste, e dopo qualche giorno respira autonomamente.
In terapia intensiva Massimiliano resta più di un mese, senza mai dare segni di risveglio. I medici escludono sviluppi positivi. È necessario il ricovero in un reparto di lunga degenza, spiegano, ma un “comatoso” richiede un’assistenza particolare, è un onere importante anche per un ospedale. Infatti Ezia ed Ernesto passano lunghe peripezie prima di trovare un ospedale che accolga Massimiliano in lunga degenza. Ma il calvario è appena cominciato. Per i medici il ragazzo “comatoso” è un ingombro, perciò sarà la famiglia ad accudirlo. Fino a quando mamma Ezia comprende che in quel luogo Massimiliano non migliorerà mai. È un malato ingestibile, sottolineano tutti, ma lei non demorde: «Dopo quei mesi d’inferno, senza alcun segno che ci lasciasse sperare – racconta la donna a Tempi – ho deciso che dovevamo fare di più. Ho chiamato a raccolta mio marito e gli altri miei due figli e ho comunicato la mia decisione: dovevamo portare a casa Massimiliano. È stata dura convincerli».
Medici, amici, parenti, persino il parroco: tutti tentarono di dissuaderla. Le dicevano che era una pura follia, un gesto irrazionale dettato dal dolore. «Ma Lucrezia ha lottato con tenacia e forza. È stata determinante. È lei che ci ha trainati», dice il marito. Così casa Tresoldi si è trasformata nel ricovero perfetto per un “comatoso”, con tutto il necessario per l’assistenza, ma soprattutto l’affetto. Per dieci lunghi anni, quel figlio definito «un tronco morto» ha ricevuto le visite quotidiane di amici e volontari. Tutto il paese si è riunito attorno alla famiglia. Mamma Ezia ha trovato fisioterapisti e medici che seguono il decorso della malattia, ha studiato le leggi e ha imparato a esigere dalle istituzioni tutto ciò che sulla carta è garantito a un cittadino. A casa Massimiliano è accudito tutti i giorni come un neonato, bisognoso di cure e di interpretazione, imboccato e coccolato. In questi dieci anni lo hanno portato al mare, in montagna, a Lourdes, ovunque.
«Quando arrivavano i suoi amici, a me sembrava che talvolta facesse una smorfia come per sorridere», confessa Ezia. «Quando però l’ho detto ai medici, mi hanno azzittita immediatamente, per loro quelle erano solo mie fantasie. Io continuavo a non arrendermi, anche se Massimiliano non dava alcun segno palese di risveglio». Dieci anni così. Una dedizione totale. Ogni giorno Ezia prendeva la mano di suo figlio per fargli fare il segno della croce. Poi una sera, stanca, affranta, quella madre forte e determinata ha avuto un momento di sconforto: «Mi sono sfogata. Gli ho proprio detto: adesso basta, questa sera non ce la faccio. Se vuoi farti il segno della croce, te lo fai da solo. Era una frase buttata lì, rivolta più a me stessa che a lui. Ma improvvisamente Massimiliano ha alzato la mano, si è fatto il segno della croce e mi ha abbracciato. Stentavo a crederci, si era “risvegliato”». Da quel momento, giorno per giorno, Massimiliano con piccoli segni ha iniziato a dare conferma della sua presenza. La famiglia ha aspettato un po’ prima di avvisare i medici, temevano la solita faccia incredula e l’obiezione di sempre: «È impossibile».
E invece il risveglio, lento, faticoso, c’è stato. E quante sorprese. A un certo punto Massimiliano cominciò a fare strani segni con la mano. Ma nessuno in famiglia riusciva a decifrare cosa chiedesse. «Fu un colpo quando capimmo che stava usando l’alfabeto muto». Il linguaggio “segreto” fatto di gesti che si impara alle elementari per “parlare” coi compagni senza farsi beccare dalla maestra. Massimiliano lo aveva ripescato dal fondo della memoria. Così, un po’ a gesti e un po’ usando quell’alfabeto, la sua capacità di comunicare col mondo è cresciuta esponenzialmente, mese dopo mese. Sono trascorsi quasi 18 anni dal 15 agosto del 1991, quando i medici sentenziarono la fine di Massimiliano. Poi la forza delle relazioni, delle parole, dell’amore ha vinto su tutto.
«Mi dispiace per Eluana»
«Un giorno abbiamo intuito che Massimiliano ricordava molte delle cose vissute nel periodo di coma», racconta Ezia. «Quando ad esempio abbiamo cercato di spiegargli il passaggio dalla lira all’euro, ci ha fatto capire che sapeva già tutto. Anche alcuni fatti avvenuti a casa nostra li conosceva già. Seppure “dormiente”, aveva ascoltato, si era infastidito». Oggi Massimiliano è seguito da fisioterapisti e da una logopedista che lo sta rieducando a parlare e a scrivere. E pensare che doveva essere «un tronco morto».
Come tutti in Italia, anche Ezia ed Ernesto hanno seguito la triste storia di Eluana Englaro con trepidazione e sgomento. Avrebbero voluto confrontarsi con Beppino, raccontargli la loro esperienza. Massimiliano, seduto sul divano, ha capito tutto. Ascoltando la tv, ha imparato a riconoscere la voce di quel padre e a manifestare, a modo suo, tutta la sua disapprovazione per quella scelta. Su un foglio di carta ha scritto: «Io sono contento così. Mi dispiace per Eluana».
La strada è ancora lunga e il progresso è lento e faticoso, ma l’importante è che Massimiliano è rinato. I Tresoldi raccontano la loro esperienza con gioia, fiduciosi che sarà di aiuto a molti. Anche Massimiliano è contento di far conoscere la sua vicenda. Prima di salutarlo, gli chiediamo se è d’accordo che scriveremo di lui. Ci fa capire che possiamo farlo. Tra pochi giorni, partirà nuovamente per Lourdes come ogni anno. Ha scritto un messaggio da lasciare alla Madonna: «Dai la forza a mia mamma per vivere ancora a lungo».
Da Tempi
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23/11/2008
CECILIA E L'AMORE
Ella raggiunge i suoi sedici anni in quest'anno 176 della Redenzione ed i suoi genitori giudicano che hanno già aspettato troppo nel darle uno sposo. In pochi giorni, Cecilia sarà unita solennemente al figlio maggiore dei Valerii, la cui famiglia eguaglia quasi quella dei Metelli nei fasti di Roma. A questo matrimonio, Cecilia vede due ostacoli, che decorrono l'uno dall'altro : ella è cristiana, Caius Valerius è pagano. Cecilia ne ama un altro, con tutte le sue forze, con tutta la sua anima ; ella si è giurata a nessun altro che a Lui : ella ha consacrato la sua verginità a Cristo. Spiegare questo ai Valerii, è fuori questione. Dalla grande persecuzione di Nerone, nel 64, è molto mal visto essere cristiano a Roma... Anche se l'imperatore Marco Aurelio, nel suo umanesimo illuminato da filosofo, evita di perseguire sistematicamente i fedeli di Cristo, una denuncia è, per principio, seguita da un interrogatorio davanti alle autorità e, per evitare gli errori, dall'obbligo di sacrificare agli idoli di Roma ed all'imperatore... Per quelli che vi si rifiutano e confessano che essi non adorano che il loro Dio, quel Dio di cui i pagani pretendono che abbia una testa d'asino e che gli si immolano addirittura dei neonati, la sentenza è sempre la stessa : la morte.
Cecilia è nata in quell'aristocrazia romana che ha fatto del disprezzo assoluto della sofferenza e della morte un'etica. Il sangue di troppi consoli ed imperatori scorre nelle sue vene perché ella sia spaventata dalla spada del boia. Ma vi sono i suoi genitori... La ragazza è presa tra il suo giuramento di restare vergine e quell' amore che deve ai suoi. Ella non sa come uscire da questo dilemma, e la data delle nozze si avvicina. Ella prega.
Una sera, alla vigilia del matrimonio che la spaventa tanto, un Angelo, il suo Angelo custode, sorge davanti alla giovane. Le dona il più incredibile dei consigli : che obbedisca ai suoi genitori, che sposi Caius Valerius. E, per il resto, che abbia fiducia, suo marito non la toccherà. Cecilia custodisce dunque il silenzio e sposa Valerius. Egli è giovane, bello, dotto, amabile, bravo. Egli ha tutte le qualità, e Cecilia potrebbe cadere perdutamente innamorata di lui se ella non fosse impegnata col cuore altrove…. Da parte sua, Caius Valerius è preso della sua giovane moglie. Così fa prova della più estrema pazienza e di una infinita comprensione quando, rimasti soli nella camera nuziale, egli vede Cecilia allontanarsi dalle sue carezze. Egli la crede innocente e molto spaventata, ed è vero, ella lo è. Egli non vuole averla bruscamente né forzarla. E' allora che sua moglie gli rivolge un discorso dei più sorprendenti : "Ascolta, mio dolcissimo ed amatissimo sposo ; io ho per protettore un Angelo del mio Dio che veglia su di me con sollecitudine. Se egli vede che tu cedi con me nel trascinamento di una passione sensuale, la sua collera si infiammerà contro di te. Sotto i colpi della sua vendetta, tu soccomberai nel fiore della tua brillante giovinezza. Ma, se, al contrario, egli vede che tu mi ami con cuore sincero ed un amore senza macchia, se tu custodisci inviolabile ed intatta la mia verginità, egli ti amerà come ama me e ti prodigherà i suoi favori".
Cecilia ha molta fortuna. Perché Valerio è un ragazzo calmo, ragionevole ed incapace di impiegare dei metodi brutali con una donna. Ben altri giovani troverebbero che lo scherzo è abbastanza durato ed approfitterebbero dei loro diritti di sposo per possedere fisicamente la sposa recalcitrante.
Non è il suo genere. Egli ritorna in sé, respira un grande colpo e chiede : "Tu ami qualcun altro ?". E' la sola spiegazione sensata che gli sia venuta in mente. Tutte queste storie di Angeli gli sfuggono, ma egli ha vagamente compreso che ha sposato una cristiana. Ecco ben la sua fortuna ! Con tutto quello che si racconta su quella gente, sui loro costumi dubbiosi... Si afferma al Palatino che dopo avere mangiato il bambino che hanno ucciso i fedeli del dio dalla testa d'asino si danno a delle orge abominevoli... Verginità ! Se vi fossero delle Vestali presso i cristiani, questa lo sarebbe ! Valerio è persuaso che Cecilia sia l'amante di un uomo della sua stessa setta e, la gelosia si sveglia, egli urla : "Se tu ne ami un altro, io vi ucciderò tutti e due !".
Cecilia non si lascia smontare da questo accesso di rabbia, al momento comprensibile. Ella prende la mano di Valerius, le giura che nessun altro uomo esiste per lei, che ella lo ama infinitamente, ma che non può condividere il suo letto. E, instancabilmente, riparla di quest'Angelo del suo Dio che custodisce la sua verginità... Valerius comincia a credere che i Caecili si sono sbarazzati, dandola a lui, di una figlia pazza da legare... Al colmo della disperazione, egli dice : "Ebbene, mostramelo, quest'Angelo del tuo Dio !". Se lo vede, non solamente egli non toccherà sua moglie, ma crederà nel suo Dio. Cecilia sorride. E' che, per vedere gli Angeli, mio povero Valerius, bisogna essere purificato... Purificato ? Che significa ? Provando allora al suo sposo che ella le fa intera fiducia, che lo sa troppo retto, troppo nobile, troppo legato a quella famosa fides romana che è la lealtà fino alla morte ed intransigente rispetto della parola data, per tradire il suo segreto, Cecilia le dice dove trovare il sacerdote Urbano. "All'altezza del terzo limite miliare, sulla Via Appia".
Urbano, è il papa. Il terzo limite miliare è il luogo di incontro dei cristiani proscritti. Cecilia rimette tra le mani del suo sposo quello che ha di più prezioso ai suoi occhi : la sicurezza dei suoi fratelli e del suo vescovo. "Il sacerdote Urbano ti insegnerà come purificarti".
Toccato dalla fiducia di sua moglie, Valerius vi risponde con una confidenza uguale. Sfidando l'insicurezza delle strade di Roma di sera, egli si infila nella notte. Via Appia, là dove Cecilia gli aveva detto, egli trova il papa. Urbano sembra aspettarlo. Egli intona le lodi de "la pia Cecilia che ha trasformato in agnello il leone feroce che le era capitato in matrimonio". Come Valerius apprende di essere trattato da leone feroce da Urbano, l'autore della Passione non lo dice... Ma il papa aggiunge, con qualche buon senso : "Rendo grazie a Dio, Valerius, perché tu non saresti venuto qui se, già, non ti fossi convertito !". Effettivamente, folgorato dalla fede, come San Paolo sulla via di Damasco cade ai piedi del pontefice e lo supplica di insegnargli la religione cristiana. Urbano risponde al suo augurio e, prima dell'alba, ammirevole prontezza, Caius Valerius, catechizzato, battezzato, purificato, taglia la soglia della sua casa di Trastevere. Nella camera nuziale, Cecilia prega. Come ella lo aveva detto al suo sposo incredulo, ella non è sola. Coi suoi occhi subito aperti, Valerius vede l'Angelo "brillante come la fiamma" che vigila sulla vergine consacrata. Al suo arrivo, l'Angelo sorride. Nelle sue mani, egli tiene due corone di fiori splendidi, mille volte più belli, di un profumo mille volte più soave, di quelli di cui, ieri, gli invitati avevano coronato i giovani sposi: "Io ve li porto dal Paradiso. Mai appassiranno. E nessuno al mondo li vedrà, se non ama la castità come voi l'avete amata".
Poi l'Angelo chiede a Valerius quale grazia deve ottenergli. Il giovane non esita : "La conversione di Tiburzio, mio fratello amatissimo". L'Angelo promette che Tiburzio, molto presto, chiederà a sua volta il battesimo. Ed aggiunge, prima di sparire, questa confortante notizia : "Voi coglierete tutti e tre la palma del martirio". Con molta serietà, l'autore della Passione commenta : "Egli li lasciò nella pienezza della loro felicità". Chi oserebbe dubitare che Valerius e Cecilia sarebbero saltati di gioia all'idea di essere torturati a morte ?
Tiburcius, il giovane fratello di Valerius, giunge per salutare gli sposi. E si ferma sulla soglia della camera nuziale, l'odorato attratto dal più squisito profumo che abbia mai sentito ; comunque, egli non sa da dove proviene quest'odore così soave. Suo fratello maggiore gli spiega allora, come la cosa più naturale del mondo, che sua moglie e lui portano delle corone fatte da fiori celesti... Passato un momento di stupore, Tiburzio realizza, inorridito, che sua cognata è una di quelle cristiane empie di cui si parla tanto, come dire una proscritta minacciata di morte, e che una notte le è bastata per trascinare il suo sposo nella sua detestabile setta. Ma tutte queste sue ragionevoli obiezioni si urtano con l'entusiasmo dei due. Quando egli ricorda loro che rischiano la loro testa, Caecilia e Valerius gli rispondono che la vita eterna è preferibile alla vita su questa terra... Vinto dalla loro fede, Tiburcius chiede a sua volta il battesimo. Se si vuole ben lasciare di lato la troppo grande rapidità degli eventi, la conversione da Cecilia del suo sposo e di suo cognato non ha nulla di inverosimile. Il seguito della storia ha dovuto, per contro, essere abbellito a piacere e subire delle interpolazioni con le passioni di altri martiri, come dei romanzi. Se ne giudichi !
Caius Valerius e Tiburcius sono dei proseliti imprudenti. Sorpresi mentre stanno seppellendo dei martiri, malgrado i decreti imperiali, trascinati davanti al giudice, essi rivendicano altamente la loro fede e sono decapitati sulla Via Appia, non senza avere, prima, convertito il sottufficiale Maximus (E' un tratto che si ritrova in molti atti dei martiri, tra gli altri con San Genesio di Arles, usciere del tribunale. Non è totalmente incredibile che vi siano state delle conversioni lampo nei pretori, essendo stata commossa, della gente dell'assistenza, dal coraggio dei cristiani. E' ancor più verosimile che dei funzionari o dei soldati cristiani non abbiano potuto sopportare di essere complici della condanna dei loro fratelli e che abbiano preferito autodenunciarsi). Quanto a Caecilia, denunciata a sua volta, ella è condannata ad essere soffocata nei bagni della sua bella casa (Esistono in effetti dei bagni sotto la chiesa Santa Cecilia, ma gli archeologi affermano che si tratta dei bagni pubblici del quartiere. Si spiega male, per contro, la loro presenza nella dimora dei Valerii...). Non avendola uccisa il vapore caldo, il boia vuole tagliarle la testa, ma la sua mano trema ; egli deve riprendersi tre volte ed uccide finalmente la sua vittima agonizzante e che lo bagna col suo sangue...
Fonte M.S.M.A.
17:20 Scritto da: ritina5 in Storie Vere | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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