01/10/2010

Siamo uomini liberi non «massa digitale»

bacio al pc.jpgdi Davide Rondoni

Il viso e lo schermo. L’uno si fissa nell’altro. Ogni uomo può usare lo schermo come maschera o come riflesso. Viene da pensare così, ancora confusamente, di fronte all’imponenza del tema che il Papa ha scelto per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

Autenticità, annuncio, verità... Sono termini che troviamo nel titolo. E non sono in contraddizione, o opposte, al termine che sembra definire la nostra era: digitale. Parole...
Troppo spesso si riducono a proclami; ed anche in omelie o discorsi si fanno tanto grandi quanto astratte. Ma proprio queste parole – verità, autenticità, annuncio – sono invece legate alla nostra povera umanità più che il nervo, il muscolo all’osso, il bacio alle labbra. Sono loro a render vivibili la casa di un secolo e il mondo di domani. Sono le piccole ciotole della vita.
Dovessero svanire, queste parole, se ne andrebbero il calore del nostro sangue, il nostro volto, la gloria umile della nostra vicenda personale. Che cosa saremmo, infatti, senza poter sentire la verità? Se di tutto potessimo solo constatare illusione, trucco, inganno? Come spesso già siamo, e come i più giovani ci mostrano sbattendoci lo specchio abnorme di noi stessi davanti agli occhi, saremmo totalmente, rovinosamente questo: animali irosi, pronti a scagliarsi contro o sopra ogni apparenza, affamati di non si sa che, da nulla mai veramente saziati. Senza volto, come certe figure che i grandi pittori del nostro tempo avevano previsto. Questo l’era digitale potrebbe divenire: soltanto un’epoca di uomini finti, di maschere, di figure di paglia. Di schiavi scattanti di fronte a ogni vibrazione video, animaletti chiusi nelle barriere della prigione peggiore: quella di cui non riesci più a riconoscere le sbarre o le vie di fuga, dove il bel panorama che invita alla libertà è finto perché di cartapesta digitale, mentre vere restano la tua disperazione e la catena della solitudine.
Ma la verità – mi perdonino i filosofi – è un certo gusto del reale. Sia del reale che cogliamo direttamente con i nostri sensi, sia di quello racchiuso nelle fole dei vecchi del paese e ora le rapide news su ogni video del mondo. La scoperta della verità è come quando una donna si gira: anche se l’hai immaginata a lungo, ecco che il suo viso supera ogni aspettativa. Sia quando si mostra come bella e dolce, sia quando il volto pare indurirsi, contrastando le nostre intenzioni. Non censurare la tensione alla verità e il suo gusto significa non accontentarsi di vedere quella signorina passeggiare da lontano, profilo indistinto e impreciso.
Dal titolo prescelto viene una fiducia. La nostra libertà è integra. Insomma, possiamo essere noi stessi anche in questa selva luminosa di rapidissimi fantasmi. Non è vero che siamo destinati – come vorrebbero certuni – a una perdita progressiva della coscienza personale, amputati di quel che abbiamo di più prezioso e unico: il nostro io. A vagare, fantasmi tra fantasmi. Non siamo destinati ad essere solo 'massa digitale'. In questo sta perfino la salvezza – la garanzia per così dire – della raggiunta era digitale. Fallirebbe, crollerebbe su se stessa in una specie di gioco a vanvera, se non fosse sostenuta dall’ansia della verità, e dunque dell’autorevolezza e dell’affidabilità, senza le quali la comunicazione perde valore e importanza.
Il Papa scende un’altra volta nel fuoco della storia e del tempo. E noi con lui. Nessuna età ci separa dall’amore incontrato. Chi è raggiunto dalla gran comunicazione di Gesù ha qualcosa di speciale da dire, una speranza in questa vita dura e meravigliosa – anche con voci e immagini che traversano in un baleno continenti e oceani – rivolgendosi a milioni di spettatori. O fosse pure a una sola persona cara, ferita e lontana.

© Copyright Avvenire, 30 settembre 2010

09/07/2010

Ecco nomi e cognomi di chi vuol "far fuori" Benedetto

benedettoXVIR375_09ott08.jpgRodolfo Casadei

L’articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola

Dove non sono arrivati i bersaglieri della breccia di Porta Pia ci arriveranno avvocati e giudici a stelle e strisce; a mettere fine al potere temporale della Chiesa non saranno i cosacchi che abbeverano i loro cavalli alle fontane di Piazza San Pietro, ma gli ufficiali giudiziari che sventolano ingiunzioni di pagamento sotto le finestre del Papa. A rendere non del tutto remoto questo fosco scenario è la decisione con cui settimana scorsa la Corte suprema americana ha deciso di non prendere in esame un ricorso della Santa Sede, chiamata in causa in un processo per abusi sessuali a Portland nell’Oregon.

L’appello chiedeva che fosse riconosciuta l’immunità giudiziaria della Santa Sede di fronte alle Corti Usa in quanto stato sovrano, in base a un principio di diritto internazionale recepito anche dalla legge americana. Non riconoscendo merito legale al ricorso la Corte suprema ha rimandato di fatto il caso alla Corte d’appello di Portland, dove l’avvocato Jeffrey Lena dovrà ora dimostrare che un ex sacerdote già condannato per abusi sessuali e defunto nel 1992 non aveva un rapporto di dipendenza diretta col Vaticano, dunque le vittime non possono esigere indennizzi da Roma.

Se non ci riuscirà, le schiere di avvocati americani capitanati dal procuratore Jeff Anderson che negli ultimi quindici anni hanno spolpato le diocesi statunitensi per una cifra che si avvicina a un miliardo di euro rivolgeranno le loro attenzioni alla Santa Sede. E magari troveranno imitatori nel vecchio continente, dove finora in nessun caso di processo per pedofilia nel clero è mai stato giudicato colpevole il Vaticano. Così potrebbe realizzarsi un vecchio sogno dei protestanti anglosassoni intransigenti che oggi li accomuna ad atei e agnostici militanti: infliggere un colpo mortale al potere temporale della Chiesa, mandandolo in bancarotta.

L’ostilità americana alla Chiesa di Roma non è certo confinata ai Padri pellegrini reduci dalle guerre di religione europee. Dai nativisti del XIX secolo contrari all’immigrazione dai paesi fedeli a Roma alle croci del Ku Klux Klan bruciate di fronte alle chiese cattoliche, dalle leggi dell’Oregon nel 1922 per mettere fuorilegge le scuole parrocchiali alle campagne contro John Kennedy accusato di subalternità agli ordini del Papa alla vigilia delle presidenziali del 1960, l’anticattolicesimo si ripropone come una caratteristica durevole del paesaggio politico-religioso degli Stati Uniti.

Il più recente attacco di origine americana al potere temporale della Chiesa romana, però, è arrivato da un’organizzazione sedicente cattolica: trattasi della campagna contro la Santa Sede per privarla dello status di membro osservatore delle Nazioni Unite promossa nel 2000 dagli abortisti Catholics for a Free Choice di Frances Kissling, femminista direttrice di cliniche per aborti. Non a caso fra le 400 organizzazioni che hanno aderito alla campagna spiccano la Planned Parenthood Federation of America e la National Abortion and Reproductive Rights Action League(Naral), numi tutelari della promozione e diffusione dell’aborto come strumento di controllo delle nascite. Continua...

28/06/2010

Attaccano il Papa perché segue Gesù

benedetto_xvi x.jpgUno dei più acuti osservatori, leader intellettuale dei cosiddetti ratzingeriani, Giuliano Ferrara, con doverosa autoironia, giorni fa, ha amabilmente rimproverato il pontefice di essere “fuori linea”, sulla storia dei preti pedofili, per (a suo avviso) eccessiva arrendevolezza.

Poi il direttore del Foglio è tornato a lanciare l’allarme.

Ha scritto infatti che “le autorità ecclesiastiche responsabili e i laici liberali, che dovrebbero avere a cuore la libertà della Chiesa (come pegno generale delle autonomie civili), non vogliono capire che la ‘trasparenza’, cioè la resa senza condizioni alla ossessiva campagna secolarista sulla pedofilia del clero, genera le condizioni per un vulnus simbolico drammatico nel corpo dell’istituzione”.

Ferrara ritiene che dal Belgio sia arrivata la conferma di questa sua tesi. Là infatti sono giunti fino a perquisire la casa del cardinale Daneels, primate emerito accusato “di non aver denunciato per tempo il vescovo di Bruges dimissionario a gennaio con l’accusa di abusi su minori”.

Nelle stesse ore addirittura “le tombe di uno dei padri teologici del Concilio Vaticano II, Léon-Joseph Suenens, e dell’arcivescovo Joseph- Ernest Van Roey, sono state sventrate con il martello pneumatico alla ricerca di chissà quali documenti inquisitori”.

Ferrara ha ragione quando denuncia questi eccessi inauditi, ma non sono d’accordo che essi trovino cittadinanza per l’atteggiamento (a suo avviso) rinunciatario del Pontefice.

Al contrario, è proprio la limpidissima scelta del papa per la trasparenza e per la pulizia nella Chiesa che fa apparire gli atti dell’inquisizione belga in tutta la loro ingiustificata assurdità.

Peraltro proprio l’accorato schierarsi di Pietro dalla parte delle vittime ha fatto ammutolire le campagne più anticlericali, inducendo anche giornali estremamente polemici come il New York Times a “togliersi il cappello” di fronte al coraggio del Santo Padre.

Il Papa è l’unico che non abbia parlato di complotti, ma anzi che abbia definito una “grazia” questa provvidenziale tempesta mediatica la quale impone una purificazione alla Chiesa.

Bisogna riconoscere che quello che sta dicendo e facendo è così alto e profetico che lo stesso mondo clericale non capisce e fa resistenza. Ratzinger ha spiazzato sia i ratzingeriani che gli avversari.

Ha capovolto il vecchio e sciocco stereotipo del “panzerkardinal”. E ha mostrato a tutti la grandezza e la forza dell’umiltà. Ha fatto vedere cos’è un padre che sa piangere con i suoi figli violati e sofferenti, abbracciandoli a nome del Nazareno.

Ha spiazzato anche l’idea che del suo pontificato si erano fatti Ferrara e tanti altri, secondo cui egli sarebbe il Nemico del relativismo che corrode e dissolve l’Occidente e capeggerebbe una Chiesa virilmente identitaria capace di far ritrovare all’Occidente solide radici ideologiche.

A mio avviso basta aver letto i libri del cardinal Ratzinger e tanto più i testi di papa Ratzinger per capire che era un’idea infondata. Ma il problema non è anzitutto culturale.

Il “fattore” che Ferrara elude (ovviamente ne ha tutto il diritto) e che per Benedetto XVI invece è determinante, totalmente decisivo, non è culturale: si chiama Gesù Cristo. La sua presenza viva.

E’ Lui che spiega tutto, che fa comprendere tutte le scelte di papa Ratzinger, tutto quello che dice e che fa. Senza considerare Lui si rischia di fraintendere completamente questo pontificato.

Perché, infatti, un simpatizzante come Ferrara può arrivare a vedere nella posizione del Papa addirittura una “resa senza condizioni alla ossessiva campagna secolarista sulla pedofilia del clero” ?

Esattamente per questo. Perché per Ferrara la battaglia si combatte al cospetto dell’opinione pubblica ed ha come oggetto la reputazione della Chiesa, mentre per papa Ratzinger si è al cospetto di Gesù Cristo, unico giudice, e il contenuto della discussione è la verità.

Se si toglie di mezzo Gesù Cristo – e mi pare l’idea di Ferrara – la Chiesa diventa una realtà umana antica e nobilissima, da millenni civilizzatrice, depositaria di valori e identità, e non può farsi processare – per un numero limitatissimo di colpe di suoi esponenti – da un mondo moderno che sprofonda nella depravazione e nell’amoralità.

Ma Benedetto XVI rifiuta radicalmente una simile riduzione. La Chiesa non è la somma dei suoi membri, né dei suoi meriti storici, non è un insieme di antichi e nobili valori umani, né è al mondo per rivendicare la sua reputazione.

La Chiesa è definita soltanto dalla misteriosa presenza di Gesù, presenza vera e operante, fra i suoi. Davanti a Lui, il santo, tutti noi cristiani siamo come panni luridi. E’ Lui e solo Lui che la Chiesa indica, Lui è la salvezza degli uomini, Lui la pace e la felicità. La Chiesa esiste solo per indicare al mondo il suo volto.

Cosicché la Chiesa è l’unica realtà che – diversamente da partiti, da stati, da qualunque altra associazione umana – non ha bisogno di esaltare la propria reputazione, perché, pur avendo al suo interno tanta santità, non predica se stessa, non vuol convincere di aver ragione.

E’ l’innamorata di Lui ed esalta solo Lui.

Infatti la Chiesa è entrata nel mondo con quattro Evangeli nei quali i pilastri della Chiesa stessa, gli apostoli, venivano rappresentati in tutta la loro miseria umana, meschinità e perfino nei loro peccati e crimini.

Com’è stato osservato pure da nemici della Chiesa, nessuno che abbia voluto fondare una religione o un partito o uno stato, ha mai fatto una cosa simile. Sarebbe stata un’autodelegittimazione assai prossima al suicidio.

Solo la Chiesa ha potuto farlo. Sebbene quegli apostoli, in realtà, siano diventati poi autentici eroi, morendo inermi come martiri.

Solo la Chiesa, sul finire del XX secolo che aveva visto i cristiani vittime (a milioni) di tutti i diversi regimi, a tutte le latitudini, con Giovanni Paolo II ha varcato il millennio non con un atto d’accusa, ma al contrario con un “mea culpa”.

Solo la Chiesa – che pure aveva tutti i diritti di puntare il dito su ideologie e partiti – ha saputo chiedere perdono. Mentre non lo hanno fatto i carnefici. E’ un segno di debolezza e cedevolezza o di (umanamente) inspiegabile forza?

Solo la Chiesa può porre la verità al di sopra dell’interesse di fazione e quindi non averne paura neanche quando è dolorosa e umiliante. Come nel caso dei preti pedofili. Neanche quando fa scandalo: “oportet ut scandala eveniant”, disse Gesù, Signore della storia.

La Chiesa non si difende con la menzogna. Così semmai la si distrugge. Immaginare che Dio abbia bisogno delle nostre menzogne per salvaguardare la sua opera è un sacrilegio.

La Santa Chiesa, spiega il Papa, non è una cosca mafiosa che vive sull’omertà. Le menzogne servono solo ai colpevoli che non vogliono emendarsi o a coloro che vogliono salvaguardare un potere terreno. La Chiesa invece vive della verità. E la verità non fa calcoli di convenienza.

La menzogna rende ricattabili. “La verità vi farà liberi”, ha detto Colui che è la verità fatta carne.

Il mondo dice invece “la verità vi farà deboli”. Ma quello che il mondo non capisce, per il Papa, è che  “la debolezza di Dio è più forte degli uomini”. Duemila anni fa aspettavano un giustiziere, un sovrano forte che avrebbe assoggettato il mondo. Ed è nato un bambino inerme.

Poi, diventato grande, perfino gli apostoli pensavano che Gesù sarebbe diventato re. E lui ha scelto invece il trono della croce e la corona di spine. Perché – ha spiegato Benedetto XVI – ha voluto salvare il mondo non con la forza, ma con l’amore. L’amore è più forte di tutto.

E’ per lui, vittima salvatrice, che il papa ha fatto capire a tutti, anzitutto agli ecclesiastici, che le vittime di preti pedofili non sono avversari, ma sono il volto di Cristo crocifisso.

Sono la Chiesa perseguitata. Mentre i persecutori della Chiesa sono semmai i loro violentatori. Tutto questo è grandioso e commovente. E’ divino.

Antonio Socci

da Libero 27 giugno 2010

12/06/2010

L’audacia di Dio in una scelta «imprudente»

sacerdoti 10.jpgFra noi poveri cristiani, in quanti ci siamo domandati in questi mesi cosa accade sulla rotta di quella grande arca che è la Chiesa; che sta succedendo, se onde come muri si abbattono sul suo antico corpo. Colpi come schiaffi, che vengon su dai gorghi di un mare agitato. E certo, la grande arca di tempeste ne ha traversate tante; ma a noi, fedeli anonimi, questa di oggi, fatta di tradimento dei figli, ha suscitato più tristezza di ogni altra. Nell’anno dedicato al sacerdozio. Nell’anno che immaginavamo di festa.

Benedetto XVI ieri ha parlato ai preti e a noi. Ha detto dell’"audacia di Dio"; della amorosa audacia di un Dio che agli uomini affida se stesso, pur ben sapendone la loro fragilità. È questo dunque un sacerdote: un vaso di creta colmato di uno straripante tesoro. La chiamata non garantisce che quell’uomo sarà migliore degli altri; non impedisce – immensa essendo la nostra libertà – nemmeno che possa precipitare nel peggiore dei mali. L’audacia di Dio è proprio nel prendere degli uomini come gli altri, e sceglierli, e mandarli: a perdonare, e a consacrare il pane in nome suo. Straordinaria bellezza di una scelta imprudente: questa, ha detto il Papa, «è la cosa veramente grande che si nasconde sotto il nome di sacerdozio».

Ma, ha aggiunto, c’era da aspettarsi che al "nemico" la festa del sacerdozio non sarebbe piaciuta: a quel "nemico" che vorrebbe che la Chiesa, e Dio, fossero dimenticati. Ecco allora proprio in questo anno l’emergere di un male che atterrisce; quel venir su degli abissi, a minare la fiducia degli uomini. Il male che esplode e va a seminare sgomento: a insinuare dentro di noi, o a gridare sui giornali: vedete, in fondo, che di nessuno ci si può fidare. ( E da chi andremo allora, da chi manderemo i nostri figli?)

E certo, ha detto il Papa, «se l’anno sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da questa vicenda». Ma si trattava invece del contrario: di "diventare grati per il dono di Dio, che si nasconde in vasi di creta". Non "bravi", i sacerdoti, per un merito proprio, o per una severa ascesi che plasmi con la volontà le virtù; ma grati del dono ricevuto. Grati di essere stati chiamati, con le loro povere mani. Perché Dio vuole che «in un piccolo punto della storia i preti condividano le preoccupazioni degli uomini», ha detto il Papa.

E non l’abbiamo mai sentito così padre come oggi, quando ha riletto questo anno di tempesta. Quando ha spiegato l’ansia di ritrovare la bellezza della chiamata, e indicato l’ostilità di un "nemico" che amiamo dimenticare. Annunciando infine l’umiltà che dovrà venire da tutto questo - come distillata da tanto dolore. Il dolore dei figli traditi; e anche di quanti, improvvisamente lucidi, forse fronteggiano la disperazione.

Ci ha parlato un padre. Ha osato dire che "anche l’uso del bastone può essere un servizio d’amore" - e ci son venute in mente certe parole della lettera ai cattolici di Irlanda, come manrovesci. (Coraggioso dire, nel tempo che detesta autorità e maestri, che amare è anche esercitare autorità). Ma soprattutto, ieri abbiamo ascoltato una speranza. Un padre ci ha detto verso dove è la rotta; e che le onde attorno, e tutto il nostro male, non prevarranno se apriremo la mano, di Cristo mendicanti.

Marina Corradi
fonte

13/05/2010

Appuntamento in Piazza San Pietro domenica 16 maggio

Il gesto di domenica 16 maggio con il Papa in p.za San Pietro, contiene il desiderio di affermare qual è il vincolo che ci introduce al reale: una Presenza storica, guidata dal successore di Pietro. Vogliamo affermare che cosa ci impedisce di soccombere alla confusione e a tutte le interpretazioni possibili e immaginabili cui inevitabilmente noi cadremmo, se non ci fosse un punto storico di riferimento che ci dice la verità su Cristo. Senza Pietro noi saremmo nella confusione più totale! Questo non è un gesto per incoraggiarci a vicenda ma un gesto che in questo momento particolare della storia afferma  con chiarezza dove è l'àncora della nostra fede. don J. Carron SamizdatOnLine

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10/05/2010

Domenica prossima a san Pietro Per pregare col Papa


Papa Angelus.jpgStanno organizzandosi. I voli e i treni dal Nord e dal Sud sono già pieni. Molti ragazzi partiranno all’alba, in pullman: sbarcheranno in piazza san Pietro giusto in tempo per il Regina Coeli, e torneranno a casa a notte. Una faticaccia. Ma vogliono andare dal Papa, domenica 16 maggio; vogliono essere insieme a lui. Pregando: con Benedetto XVI e per la Chiesa, cioè per ognuno di noi. E per quelli che hanno sofferto il terribile male che lo stesso Benedetto ha denunciato; e perfino per chi ha compiuto quel male – in una misericordia che è incomprensibile e scandalosa ai giusti, e agli "onesti".

Stanno per mettersi in cammino, verso Roma. Già a Torino, domenica scorsa, attorno al Papa si è vista una gran folla, un popolo di ragazzi, famiglie, bambini, vecchi, che lo ha abbracciato all’ingresso in piazza San Carlo con un lungo applauso. Dalla tribuna della stampa, i giornalisti stranieri osservavano stupiti quell’accoglienza; chiedendosi come mai, dopo settimane di attacchi e accuse, ancora tanta gente gremiva una piazza per il Papa. (Sembrava anzi che quell’accoglienza fosse più calda del solito. Che la gente, vedendone la faccia stanca, e più evidente il peso degli anni in questo tempo di burrasca, gli volesse più bene).

A Roma, domenica, come si va da un padre; con la premura con cui si accorre da un padre che si vede anziano, e affaticato sotto un grande peso. Come avendo iniziato a comprendere quale desiderio anima quest’uomo, e che cosa lo spinge all’audacia di parole come quelle ai cattolici di Irlanda, che ci hanno fatto tremare. Perché svelavano il male e il dolore come il bisturi di un chirurgo che apre una piaga. E chiedevano penitenza, e umana giustizia. E tuttavia, quella lettera non si concludeva con questa domanda. Perché, come scriveva Benedetto alle vittime degli abusi, «nulla può cancellare il male che avete sopportato».


Umanamente, nulla. Solo Cristo, aggiungeva il Papa, «ha il potere di perdonare persino il più grande dei peccati, e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali».


È dentro questa certezza che si spiega perché in tanti andranno al Regina Coeli, domenica. Per dire: siamo con te e siamo con la Chiesa, e anche con chi proprio da uomini di questa nostra Chiesa è stato tradito. Perché in nessun luogo fuori di qui è data la promessa di una misericordia, che è più forte di ogni colpa. Perché nessuno, al di fuori del Dio in cui crediamo, ha il potere «di perdonare perfino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali», come ha scritto Benedetto agli irlandesi. (E a Torino, anche, davanti alla Sindone, ha spiegato come dal buio più oscuro possa venire la luce. Come da quel lenzuolo, ombra di un morto crocefisso, icona della ferocia umana; eppure quanta luce ne emana, così che in milioni vanno a cercare quel volto).


Si metteranno in cammino sabato notte, o domenica all’alba, coi panini, e la cerata per la pioggia di questo maggio fradicio. Si stringeranno dentro al Colonnato. E intorno. Mostrando che cosa è la Chiesa, davvero. Non quell’oscura cupola di potere che immaginano i giornali americani, o la fantasia di Dan Brown. La Chiesa non è riducibile a un umano "potere", e non basterebbe un Watergate a rovesciarla. La Chiesa è "corpo di Cristo", è un popolo. Un popolo che si tramanda da duemila anni la certezza che Cristo ha vinto la morte.


Che la sua misericordia è più forte di ogni tradimento e dolore.

Benedetto XVI è la voce che afferma questa verità, in un mondo che sembra travolto dal nichilismo disperato o dall’ansia, a volte rabbiosa, di una giustizia che sempre ci sfugge. Per lui e con lui, con la Chiesa, al Regina Coeli, domenica. Attorno al padre. A testimoniare, ancora, che un’altra vita, dentro un altro sguardo, è possibile.
Marina Corradi
da Avvenire

13:08 Scritto da: ritina5 in angelus | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala | Tag: angelus, benedetto xvi, cattolici, fede, cultura | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

21/04/2010

Il 16 maggio in Piazza San Pietro per il Regina Coeli

Il 16 maggio

in Piazza San Pietro

per il Regina Coeli

INSIEME AL PAPA

 

Domenica 16 maggio 2010 vogliamo stringerci visibilmente

intorno a Benedetto XVI come figli col padre, desiderosi di portare

un poco del peso che la situazione attuale carica sulle sue spalle.

Vogliamo pregare con lui e pregare per lui. È il gesto più semplice

e più vero che possiamo compiere per esprimere la vicinanza al

Santo Padre, alla Chiesa, a chi ha sofferto per il male subito.

Vogliamo testimoniare, nella penitenza e nell’unità con il Papa,

che l’esperienza cristiana è esperienza di bellezza, di pienezza, di

misericordia capace di abbracciare tutti gli uomini.

Il desiderio della giustizia, ferita dal male dell’uomo, incontra

Cristo crocifisso e risorto, speranza più forte della morte.

 

INVITIAMO TUTTI

ad aderire alla proposta della Consulta Nazionale

delle Aggregazioni Laicali,

partecipando in Piazza San Pietro,

alle ore 12 del 16 maggio,

alla preghiera di tutto il popolo cristiano

Comunione e Liberazione

 

20/04/2010

Dolore e speranza come di «naufragio»

papa che prega.jpg
Uno degli otto che a Malta hanno incon­trato Benedetto XVI e faccia a faccia gli hanno raccontato la loro storia di bambini violati ha detto che il Papa ha pianto, nell’a­scoltare. Segreto e riservatissimo l’incontro, nessuna telecamera si è allungata a cogliere l’istante in cui la compassione, il cum - pa­tere, soffrire insieme, traboccava sul viso di Benedetto XVI. Lo ha testimoniato solo, me­ravigliato, un visitatore: «ll Papa ha pianto con me». Piangere, e soprattutto davanti ad altri uo­mini, non è abitudine dei grandi della Terra. Se mai succede, lo fanno da soli, perché nes­suno veda ciò che comunemente è inteso co­me stigma di confusione e debolezza. «Ver­gogna », e senso di «tradimento» sono le e­spressioni che lo stesso Benedetto ha usato nella Lettera ai cattolici d’Irlanda.

Però non c’è, in quella sofferenza trapelata a Malta, so­lo il dolore del male, né solo senso di sconfitta. In volo verso l’isola dove Pao­lo fece naufragio, il Papa ha detto ai giornalisti: «Pen­so che il motivo del naufragio parli per noi. Dal naufragio, per Malta è nata la fortuna di avere la fede. Così anche noi possiamo pen­sare che i naufragi della vita possono fare il progetto di Dio e possono essere utili per nuovi inizi nella nostra vita». Singolare, straordinaria cristiana lettura di ciò che, normalmente, gli uomini chia­mano semplicemente disgrazia, o colpa, ma in ogni caso identificano in un pu­ro male, come il rivoltarsi di un avverso de­stino. I marinai della nave di Paolo, in balia del Mediterraneo, alla deriva in un orizzonte sen­za approdi, maledivano probabilmente il giorno in cui erano partiti – il giorno in cui un Caso maligno li aveva arruolati in quella im­presa. Paolo invece, lo ha ricordato il Papa, e­ra certo: «Ci dovremo imbattere in un’isola». Spezzata la rotta per Roma, pure non dubi­tava che anche quel naufragio fosse disegno di Dio.


Il fondo della sventura, la nave sfa­sciata dalle onda e l’equipaggio miserabil­mente approdato sugli scogli: eppure Paolo era convinto che non fosse la fine, ma un al­tro inizio. (Non è quasi mai così, fra gli uomi­ni. Di fronte a una dura sconfitta molti si i­steriliscono nella rabbia. I più si rassegnano, amari. Qualcuno si ribella fino a voler mori­re. Non è cosa del mondo, questo modo di guardare a un naufragio: come al germoglia­re di un seme selvatico, non seminato, e che tuttavia spunta in un giardino). Già almeno una volta Benedetto XVI ha usa­to questa espressione, naufragio. «Senza un morire – ha scritto nel 'Gesù di Nazaret' – senza il naufragio di ciò che è solo nostro, non c’è comunione con Dio, non c’è redenzione». Dicendoci che il nostro progetto, anche il mi­gliore, non è necessariamente quello di Dio, che strappò le vele alla nave di Paolo, a Mal­ta. Dicendo che il fallimento accettato nella conversione può essere fertile di vita nuova. Che non ci salviamo da noi, ma veniamo sal­vati da Cristo. Che sguardo 'altro', e che altra prospettiva, mentre ancora i titoli dei giornali stanano e inseguono accaniti vicende di preti colpevo­li – quasi soddisfatti che anche gli uomini di Dio siano a volte miserabili come gli altri. «Il Papa ha pianto», ha detto un ex bambino vio­lato a Malta. Lo ha detto meravigliato e com­mosso; perché ha visto in faccia al Papa vero dolore. Eppure, insieme, una assoluta, ferrea certezza di un bene, tuttavia, perfino di quel male più grande.


Marina Corradi
Da Avvenire

12/04/2010

Tutti in piazza: noi stiamo con il Papa!

papa che firma.jpg

Allora, finalmente, pare che fra poco si andrà tutti in piazza San Pietro per dire al Papa che siamo con lui: secondo Repubblica, dovrebbe essere il prossimo 16 maggio.

ERA ORA! CI VOLEVA TANTO?

Quando hanno impedito al Papa di andare a parlare alla Sapienza, non ci abbiamo pensato due volte, iL Card. Ruini ha invitato tutti pubblicamente – è bastata una frase! – e la domenica dopo eravamo tutti all’Angelus, a pregare con Benedetto XVI. Adesso ci si è pensato pure troppo. SVEGLIA!!!!!! E cominciamo a mettere i puntini sulle i.

Sono cresciuta fra preti e suore. In parrocchia, in comunità, io e la mia famiglia, che è numerosa: fosse un fenomeno tanto diffuso, almeno statisticamente, in 46 anni, avrei dovuto sentirne parlare. Ma a me non è mai capitato neppure di sentirlo come storia lontana. Invece adesso fra i luoghi comuni c’è pure quello del prete pedofilo: è diventato anche un crimine da telefilm (ieri, su Criminal Minds, per esempio). Ma come si permettono?

Vogliamo veramente combattere la pedofilia? Allora, cominciamo a fare nomi e cognomi di quelli che vanno con le minorenni che battono i marciapiedi, quelle dall’est, ma anche le giovanissime africane. Che sono, quelli, benefattori? Oppure: avanti, facciamo una bella indagine fra le agenzie da viaggio, e vediamo chi va in Thailandia, e a fare cosa. Vediamo di fare qualche bella inchiesta sul turismo sessuale – d’altra parte, non ci sarà mica solo il turismo procreativo, no? – e però voglio pubblicati nomi, cognomi e professioni, accanto alle foto di chi va in cerca di minori. E poi voglio un’indagine nelle discoteche: quanti anni hanno le cubiste? E ancora: andiamo a leggere i libri di Mario Mieli,  intellettuale di riferimento del mondo omosessuale, c’è un circolo a Roma che lo ricorda, e anche wikipedia riferisce che “Nel processo politico di ristrutturazione della società (…) Mieli non esita a includere nel suo elenco di esperienze redentive la pedofilia, la necrofilia e la coprofagia” . INSOMMA, COSA SI VUOLE VERAMENTE ABBATTERE:  LA PEDOFILIA O LA CHIESA?

Io non mi faccio fare lezioni sulla moralità della Chiesa da chi pensa che l’aborto sia un diritto e dai Mario Mieli di turno.

C’è la fila di gente che vuole mandare i propri figli nelle scuole cattoliche (e qui ho esperienza personale diretta), specie se la propria famiglia è disastrata, valanghe di persone spingono i propri figli ad andare in parrocchia, durante la settimana e anche durante le vacanze. Anche non credenti. Sfido chiunque a dire che preferisce sapere i propri figli adolescenti in vacanza in campeggi o villaggi turistici qualsiasi, o a spasso per il mondo, rispetto che frequentare una qualsiasi comunità cattolica. SFIDO CHIUNQUE, ripeto. Ma venitemelo a dire in faccia, please. E poi rispondete: tutti incoscienti ad affidare i propri figli a dei pedofili incalliti?

Date le premesse di cui sopra, entriamo nel merito delle denunce. Si accusa Benedetto XVI di aver coperto pedofili. E si sta cercando di arrivare anche a Papa Giovanni Paolo II: calunnia,calunnia, qualcosa rimane! Nessuno nega il fatto che ci siano stati fatti gravissimi, di pedofilia, per colpa di qualche prete. E probabilmente in diversi casi si è intervenuti tardi, e male, e tutto questo è gravissimo, e non deve succedere!!!! La Chiesa ha chiesto scusa e preso i suoi provvedimenti da tempo, e Ratzinger è stato fra i più decisi (chi altro l’ha fatto, scusate?)  Ma da qui a dire che la pedofilia è diffusa nella Chiesa, e soprattutto da qui ad accusare il Papa, questo Papa,  di aver coperto dei crimini, ce ne passa!!!!!! Per quel che riguarda le accuse specifiche, quelle vergognose fatte dal New York Times, basta leggere Avvenire – MA BISOGNA LEGGERLO!!!! – per vedere che ad ognuna è stato risposto puntualmente, ribaltando i fatti. L’ultima, per esempio, è quella della lettera firmata da Ratzinger nel 1985, accusato di aver aspettato due anni prima di sospendere dal sacerdozio Padre Stephen Miller Kiesle: un prete colpevole di abusi sessuali già condannato dallo stato della California, prima della sua richiesta di spretarsi. Mi pare abbastanza evidente che, dopo una condanna di un tribunale civile, il Vaticano non avesse niente da nascondere, lo scandalo c’era già stato! L’attesa di due anni per la riduzione allo stato laicale era dovuta alle nuove regole di Woityla, per le quali, di prassi, non si prendevano in considerazione le domande di spretarsi, prima dei 40 anni, una prassi che cercava di rimediare al lassismo post-sessantottino. Al momento della domanda, il prete suddetto aveva 38 anni: al compimento dei 40 è stato ridotto allo stato laicale, e nel frattempo non aveva compiuto nessun altro crimine.

Per sapere le notizie nel dettaglio, comunque, leggete avvenire, i siti di Massimo Introvigne (che spiega l’ennesima bufala) e Sandro Magister. LEGGETELI!

Non praevalebunt. Lo sappiamo. E la folla di pellegrini di questi giorni alla Sindone è lì a dimostrarcelo. Ma visto che lo stillicidio di documenti ignobili continuerà, è bene cominciare  protestare tutti ad alta voce: non si permettano! Giù le mani dal Papa!

Da Stranocristiano

07/04/2010

Io sto con il Papa

Aderisco e invito tutti gli amici ad aderire alla e-campagna di SamizdatOnLine:

Gli attacchi della stampa internazionale al Papa, accuse ingiuste e false di aver coperto crimini infami, ci addolorano e offendono.
NON ci stiamo con chi vuole ridurre duemila anni di storia della nostra Chiesa agli atti criminosi di alcuni; né con chi accusa ingiustamente Benedetto XVI di infami omissioni.
Noi stiamo con il Papa, con il nostro Papa.

IO STO CON IL PAPA

SamizdatOnLine

Invitiamo tutti a mandare il testo della e-campagna ai seguenti indirizzi :

Corriere della Sera:
lettere@corriere.it
Repubblica: larepubblica@repubblica.it
Avvenire: lettere@avvenire.it
tg1:
tg1.interni@rai.it

E ad inserire testo ed il banner nel tuo sito/blog.

Anche gli auguri al Papa di Cultura Cattolica.it per il suo prossimo compleanno, saranno graditi: inviali qui

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