22/12/2010

Il prodigio che tutti aspettiamo

BUON NATALE A TUTTI!

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«Tutta la mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore, questo: il Cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. In definitiva un’esistenza vissuta sempre e soltanto “contro” sarebbe insopportabile» (Luce del mondo, p. 27). Queste parole di Benedetto XVI ci lanciano una sfida: che cosa significa essere cristiani oggi? Continuare a credere semplicemente per tradizione, devozione o abitudine, ritirandosi nel proprio guscio, non è all’altezza della sfida. Allo stesso modo, reagire con forza e andare contro per recuperare il terreno perduto è insufficiente, il Papa dice addirittura che è «insopportabile». L’una e l’altra strada − ritirarsi dal mondo o essere contro − non sono capaci, in fondo, di suscitare interesse per il cristianesimo, perché nessuna delle due rispetta quello che sarà sempre il canone dell’annuncio cristiano: il Vangelo. Gesù si è posto nel mondo con una capacità di attrarre che ha affascinato gli uomini del suo tempo. Come dice Péguy: «Egli non perse i suoi anni a gemere e interpellare la cattiveria dei tempi. Egli tagliò corto… Facendo il cristianesimo». Cristo ha introdotto nella storia una presenza umana così affascinante che chiunque vi si imbatteva doveva prenderla in considerazione. Per rifiutarla o per accettarla. Non ha lasciato indifferente nessuno.
Oggi ci troviamo tutti di fronte a una «crisi dell’umano», che si documenta come stanchezza e disinteresse verso la realtà e che coinvolge tutti gli ambiti che hanno a che fare con la vita della gente. È una disgrazia per tutti, infatti, che le persone non si mettano in gioco con la loro ragione e la loro libertà. E proprio in questo momento la Chiesa ha davanti a sé un’avventura affascinante, la stessa delle origini: testimoniare che c’è qualcosa in grado di risvegliare e suscitare un interesse vero. «Anche il mio cuore aspetta, / alla luce guardando ed alla vita, / altro prodigio della primavera». Tutti noi, come il poeta Antonio Machado, aspettiamo il miracolo della primavera, in cui vedere compiersi la nostra vita. E se qualcuno dirà, ancora col poeta, che è un sogno, perché lo aspettiamo? Perché questa attesa ci costituisce nell’intimo, come scrive Benedetto XVI: «L’uomo aspira ad una gioia senza fine, vuole godere oltre ogni limite, anela all’infinito» (Luce del mondo, p. 95). Ma l’uomo può decadere, il mondo può cercare di scalzare questo desiderio dell’infinito minimizzandolo; può perfino prenderlo in giro offrendo qualcosa che attira per qualche tempo, ma che non dura, e alla fine lascia solo più insoddisfatti e più scettici. Ora, la prova della verità di ciò che affascina e risveglia un interesse è che deve durare. Ma anche le cose più belle – lo vediamo quando si ama una persona o quando si intraprende un nuovo lavoro – vengono meno. Il problema della vita, allora, è se esiste qualcosa che dura.
Il cristianesimo ha la pretesa – perché la sua origine non è umana, anche se si può vedere nei volti degli uomini che lo hanno incontrato – di portare l’unica risposta in grado di durare nel tempo e nell’eternità. Però un cristianesimo ridotto non è in grado di fare questo. Sappiamo per esperienza che esiste un modo astratto di parlare della fede che non suscita la minima curiosità. Se il cristianesimo non viene rispettato nella sua natura, così come è comparso nella storia, non può mettere radici nel cuore.Il cristianesimo è sempre messo alla prova di fronte al desiderio del cuore, e non se ne può liberare: è Cristo stesso che si è sottoposto a questa prova. L’aspetto affascinante è che Dio, spogliandosi del Suo potere, si è fatto uomo per rispettare la dignità e la libertà di ciascuno. Incarnandosi, è come se avesse detto all’uomo: «Guarda un po’ se, vivendo a contatto con me, trovi qualcosa di interessante che rende la tua vita più piena, più grande, più felice. Quello che tu non sei capace di ottenere con i tuoi sforzi, lo puoi ottenere se mi segui». È stato così fin dall’inizio. Quando i due primi discepoli domandano: «Dove abiti?», Egli risponde: «Venite e vedrete». La sua semplicità è disarmante. Dio si affida al giudizio dei primi due che Lo incontrano. L’uomo non può evitare di paragonare continuamente ciò che accade con le sue esigenze fondamentali.
Qualcuno potrebbe obiettare che all’epoca di Gesù si vedevano i miracoli, ma oggi non è più tempo di prodigi. Non è così, perché questa esperienza continua ad avere luogo, come il primo giorno: quando incontri persone che risvegliano in te un interesse e un’attrattiva tali che ti obbligano a fare i conti con quello che ti è accaduto. Come dice il Papa, «Dio non si impone. […] La sua esistenza si manifesta in un incontro, che penetra nella più intima profondità dell’uomo» (Luce del mondo, p. 240).
Alcuni anni fa un mio amico è andato a studiare arabo a Il Cairo. Ha incontrato un professore musulmano. L’incontro si sarebbe potuto svolgere secondo gli stereotipi dell’uno e dell’altro. Ma è accaduta una cosa inattesa: sono diventati amici. Il musulmano ha domandato al mio amico perché era cristiano, e questi lo ha invitato in Italia, dove ha conosciuto il Meeting di Rimini. Trascinato dall’incontro con una realtà umana diversa, ha voluto realizzare il Meeting de Il Cairo, coinvolgendo molti giovani egiziani, musulmani e cristiani.
Di recente, a Mosca, ho conosciuto persone che fino a poco tempo fa non avevano niente a che fare con la fede. L’hanno scoperta incontrando dei cristiani che le avevano incuriosite. Alcune erano battezzate nella Chiesa ortodossa e si sono interessate al cristianesimo – cosa che non avevano mai fatto prima – grazie ad amici che lo vivevano con intensità e pienezza.
Non sono storie del passato, ma qualcosa che accade ora, nel presente.
Nella sua recente visita in Spagna, Benedetto XVI ha invitato a un dialogo tra laicità e fede. E come lo ha fatto? Indicando una presenza, un testimone, Gaudì, che con la Sagrada Familia «è stato capace di creare […] uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l’uomo all’incontro con colui che è la verità e la bellezza stessa». Il Papa ha sfidato tutti rendendo contemporaneo lo sguardo di Cristo e indicando l’esperienza nuova che Egli immette nella vita: chiunque può interessarsene o rifiutarla. Quando Benedetto XVI ci chiama alla conversione ci sta dicendo che per testimoniare Cristo, per farci «trasparenza di Cristo per il mondo», dobbiamo percorrere un cammino umano fino a scoprire la pertinenza della fede alle esigenze della nostra vita. Non so se qualche cattolico si può sentire escluso dalla chiamata del Papa. Io no.

di Julián Carrón

© L'Osservatore Romano

13/12/2010

Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo

Crisi sociale, economica e politica. Alla fine di questo 2010 tutti siamo presi dallo sconcerto. Come ha detto di recente il cardinale Bagnasco, «siamo angustiati per l’Italia che scorgiamo come inceppata nei suoi meccanismi decisionali, mentre il Paese appare attonito e guarda disorientato». Perché questa crisi ci trova così disarmati, al punto che non riusciamo neanche a metterci d’accordo per affrontarla, pur sentendone l’urgenza come non mai?
A sorpresa il Rapporto Censis 2010 ha individuato la natura della crisi in un «calo del desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della vita. Abbiamo meno voglia di costruire, di crescere, di cercare la felicità. A questo fatto andrebbe attribuita la responsabilità delle «evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro». Come mai, se siamo stati in grado di raggiungere importanti obiettivi nel passato (casa, lavoro, sviluppo...), adesso «siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto» e a un ciclo storico pieno di interesse e voglia di fare ne segue un altro segnato dal suo annullamento?
Tutto questo ci mostra che la crisi è sì sociale, economica e politica, ma è soprattutto antropologica perché riguarda la concezione stessa della persona, della natura del suo desiderio, del suo rapporto con la realtà. Ci eravamo illusi che il desiderio si sarebbe mantenuto in vita da solo o addirittura che sarebbe stato più vivo nella nuova situazione di benessere raggiunto. L’esperienza ci mostra, invece, che il desiderio può appiattirsi se non trova un oggetto all’altezza delle sue esigenze. Ci ritroviamo così tutti «sazi e disperati». «Nell’appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio, e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano», come disse don Giussani ad Assago nel 1987. Venticinque anni dopo vediamo che entrambe queste risposte - volontarismo individualista e speranza statalista - non sono state in grado di darci la consistenza auspicata e ci troviamo ad affrontare la crisi più disarmati, più fragili che in passato. Paradossalmente, i nostri nonni e genitori erano umanamente meglio attrezzati per affrontare simili sfide.
Il Censis centra di nuovo il bersaglio quando identifica la vera urgenza di questo momento storico: «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata e appiattita». Ma chi o che cosa può ridestare il desiderio? È questo il problema culturale della nostra epoca. Con esso sono costretti a misurarsi tutti coloro che hanno qualcosa da dire per uscire della crisi: partiti, associazioni, sindacati, insegnanti. Non basterà più una risposta ideologica, perché di tutti i progetti abbiamo visto il fallimento. Saremo perciò costretti a testimoniare un’esperienza.
Anche la Chiesa, il cui contributo non potrà limitarsi a offrire un riparo assistenziale per le mancanze altrui, dovrà mostrare l’autenticità della sua pretesa di avere qualcosa in più da offrire. Come ha ricordato Benedetto XVI, «il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà». Dovrà mostrare che Cristo è così presente da essere in grado di ridestare la persona - e quindi tutto il suo desiderio - fino al punto di non farla dipendere totalmente dalle congiunture storiche. Come? Attraverso la presenza di persone che documentano un’umanità diversa in tutti i campi della vita sociale: scuola e università, lavoro e imprenditoria, fino alla politica e all’impegno nelle istituzioni. Persone che non si sentono condannate alla delusione e allo sconcerto, ma vivono all’altezza dei loro desideri perché riconoscono presente la risposta.
Possiamo sperare di uscire dalla drammatica situazione attuale se tutti - compresi i governanti che oggi hanno la difficile responsabilità di guidare il Paese attraverso questa profonda crisi - decidiamo di essere veramente ragionevoli sottomettendo la ragione all’esperienza, se cioè, liberandoci da ogni presunzione ideologica, siamo disponibili a riconoscere qualcosa che nella realtà già funziona. Sostenere chi, nella vita sociale e politica, non si è rassegnato a una misura ridotta del proprio desiderio e per questo lavora e costruisce mosso da una passione per l’uomo, è il primo contributo che possiamo dare al bene di tutti.
Comunione e Liberazione, dicembre 2010

09/06/2010

Carron: prima di tutto autenticamente uomini

San_Pietro_CupolaR375_17dic08.jpgJulián Carrón

 

Non dimenticherò mai il contraccolpo avuto durante il ritiro spirituale con alcuni sacerdoti in America latina. Avevo appena terminato di dire che spesso alla nostra fede manca l’umano, che un sacerdote mi avvicinò. Mi disse che all’epoca in cui era in seminario gli avevano insegnato che era meglio nascondere la sua umanità concreta, non averla davanti agli occhi «perché disturbava il cammino della fede». 

Questo episodio mi ha reso più consapevole di come può essere ridotto il cristianesimo e dello stato di confusione in cui siamo chiamati a vivere la nostra vocazione sacerdotale. Una volta domandarono a don Giussani che cosa avrebbe raccomandato a un giovane prete: «Che sia innanzitutto un uomo», rispose, suscitando la reazione stupefatta dei presenti.

Ci troviamo agli antipodi dell’indicazione data al seminarista: da una parte, il distogliere gli occhi dalla propria umanità, dall’altra, uno sguardo pieno di simpatia per se stessi. Che cosa risulta dunque decisivo per la nostra fede e la nostra vocazione? Di che cosa abbiamo bisogno?

Don Giussani ha più volte indicato nella «trascuratezza dell’io», nell’assenza di un autentico interesse per la propria persona, «il supremo ostacolo al nostro cammino umano» (Alla ricerca del volto umano, Rizzoli, Milano 1995, p. 9). Invece è il vero amore a se stessi, la vera affezione a sé quella che ci porta a riscoprire le nostre esigenze costitutive, i nostri bisogni originali nella loro nudità e vastità, così da riconoscerci rapporto col Mistero, domanda di infinito, attesa strutturale. 

Solo un uomo così «ferito» dal reale, così seriamente impegnato con la propria umanità può aprirsi totalmente all’incontro con il Signore. «Cristo infatti - afferma don Giussani - si pone come risposta a ciò che sono “io” e solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo. Senza questa coscienza anche quello di Gesù Cristo diviene un puro nome» (All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2001, p. 3).

«Non c’è risposta più assurda di quella a una domanda che non si pone», ha scritto Reinhold Niebuhr. Può valere anche per noi quando acriticamente subiamo l’influsso della cultura in cui siamo immersi, che sembra favorire la riduzione dell’uomo ai suoi antecedenti biologici, psicologici e sociologici. Ma se l’uomo è davvero ridotto a questo, quale è allora il nostro compito di sacerdoti? A che cosa serviamo? Quale è il senso della nostra vocazione? Come resistere a una fuga dal reale rifugiandoci nello spiritualismo, nel formalismo, cercando alternative che rendano sopportabile la vita? Oppure non sarebbe meglio, obbedendo al clima culturale, diventare assistente sociale, psicologo, operatore culturale o politico?

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19/05/2010

Socci: da Fatima a Roma, la "rivoluzione" di Benedetto che cambia il volto della Chiesa

 

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Domenica, in occasione del Regina coeli, 150mila fedeli si sono stretti attorno al Papa. Antonio Socci ha fatto con il sussidiario un bilancio dell’ultima «maratona» di Benedetto XVI, dal pellegrinaggio in Portogallo a piazza San Pietro per la preghiera coi movimenti.

Tutti i giornali non hanno mancato di sottolineare il valore di questo gesto di vicinanza al Papa da parte della Chiesa italiana. Qual è stata la sua prima impressione?

Mi è sembrata una manifestazione chiara della volontà di ascoltare e di seguire il Papa in un momento così delicato per la Chiesa e per la sua persona. Non è così scontato comprendere quello che Benedetto XVI sta cercando di trasmettere.

Si riferisce al tema del peccato? «Il vero nemico da temere e da combattere - ha detto Benedetto XVI - è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa». Lo aveva detto anche in Portogallo.

Sì, ma c’è il rischio che non capiamo la preoccupazione del Papa. Vale anche per quelli che sono più sensibili e più affezionati alla sua persona, e mi riferisco all’editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio, in cui ha detto - con «autoironia» e affetto - che il Papa è «fuori linea». Dal suo punto di vista ha ragione, perché di fronte alla vicenda drammatica della pedofilia Benedetto XVI non si è messo a difendere la Chiesa dagli attacchi, anche se noi tutti avremmo avuto buoni argomenti per farlo.

Allora cos’è secondo lei che rischia di sfuggirci?

Il Papa non si è messo a denunciare il complotto. Anzi: Benedetto XVI è convinto che gli attacchi della stampa siano stati quasi una via usata da Dio per purificare il suo popolo. Ha cercato e sta cercando di far capire che la Chiesa non è un partito che ha bisogno di aver ragione, un’associazione umana che tiene innanzitutto a provare la bontà dei suoi membri. Quella del Papa è un’umiltà che difficilmente qualcun altro, dopo un secolo di orrori umani e politici, si può permettere come lui.

Cosa c’è alla base di questo atteggiamento di Benedetto XVI?

Continua...

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13/05/2010

Appuntamento in Piazza San Pietro domenica 16 maggio

Il gesto di domenica 16 maggio con il Papa in p.za San Pietro, contiene il desiderio di affermare qual è il vincolo che ci introduce al reale: una Presenza storica, guidata dal successore di Pietro. Vogliamo affermare che cosa ci impedisce di soccombere alla confusione e a tutte le interpretazioni possibili e immaginabili cui inevitabilmente noi cadremmo, se non ci fosse un punto storico di riferimento che ci dice la verità su Cristo. Senza Pietro noi saremmo nella confusione più totale! Questo non è un gesto per incoraggiarci a vicenda ma un gesto che in questo momento particolare della storia afferma  con chiarezza dove è l'àncora della nostra fede. don J. Carron SamizdatOnLine

23:08 Scritto da: ritina5 in APPELLI | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: chiesa cattolica, benedetto xvi, cl, angelus | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

20/03/2010

Contro chi sputa sui preti

Ci scrive un missionario indignato per la campagna dei media sulla pedofilia

Sono in Italia da alcuni giorni e sono davvero amareggiato, addolorato per questi continui attacchi al Santo Padre, ai sacerdoti, alla Chiesa cattolica, usando la diabolica arma della pedofilia. E’ vero, questo argomento sembra interessare più a certi giornali e alle loro fantasie e allucinazioni che al pubblico: perché ho incontrato migliaia di persone e per lo più giovani, ma nessuno mi ha posto una domanda su questa questione. Il che significa che, sebbene esista questo flagello nel mondo e abbia intaccato anche la chiesa, con la dura, chiara e forte condanna del Santo Padre, siamo lontani anni luce da quel fenomeno di massa, come se tutti i preti fossero pedofili, come vogliono farci credere. Sono quarant’anni che sono sacerdote, sono stato in diverse parti del mondo, ho vissuto in brefotrofi, scuole, internati per bambini, ma non ho mai trovato un collega colpevole di questo delitto. Non solo, ma ho vissuto con sacerdoti, religiosi che hanno dato la vita perché questi bimbi avessero la vita.

Attualmente vivo in Paraguay,
la mia missione abbraccia tutto l’umano nella sua povertà, quell’umano gettato nell’immondizia dal sensazionalismo dei media. Da 20 anni condivido la mia vita con prostitute, omosessuali, travestiti, ammalati di Aids, raccolti per le strade, negli immondezzai, nelle favelas e me li porto a casa dove la Provvidenza divina ha creato un ospedale di primo mondo come struttura architettonica, ma paradisiaco come clima umano. E in questa “anticamera del Paradiso”, come lo chiamano loro, li accompagno al Paradiso. Hanno vissuto come “cani” e muoiono come principi. Vicino alla clinica, sempre la Provvidenza ha creato due “case di Betlemme” per ricordare il luogo dove è nato Gesù, che raccolgono 32 bambini, molti di essi violentati dai patrigni o dal compagno occasionale della “madre”. Tutti i giorni ho a che fare con situazioni terribili e indescrivibili. Spesso non ho neanche la capacità di leggere i referti delle assistenti sociali, tanto sono orrende le violenze sessuali subite dai miei bambini. Eppure, dopo alcuni mesi che sono con noi, respirano un’altra aria, quell’aria che solo il fatto cristiano e l’amore di noi sacerdoti contro cui i mostri del giornalismo si scagliano, facendo di ogni erba un fascio. Aveva ragione Pablo Neruda quando definiva certi giornalisti “coloro che vivono mangiando gli escrementi del potere”.

La certezza che “io sono Tu che mi fai”
che sono frutto del Mistero e non l’esito dei miei antecedenti, per quanto pessimi possano essere stati, si trasmette come per osmosi nel cuore dei miei bambini che ritrovano il sorriso. Come si trasmette anche sui “mostri” (se così vi piace chiamarli voi giornalisti… a cui tanto assomigliate per la vostra ipocrisia) parlo di quelli che sembrano divertirsi a sputare contro la chiesa) che in fondo a loro volta, spesso, sono vittime e carnefici, vittime da piccoli e carnefici da grandi, avendo vissuto come bestie. Il mio cuore di prete mentre do la mia vita per questi innocenti non può non dare la vita, come Gesù, anche per coloro di cui Gesù ha detto con parole fortissime “prima di scandalizzare uno di questi piccoli è meglio mettersi una macina da mulino al collo e buttarsi nel profondo del mare”.
Sono solo alcuni esempi, di milioni, della carità della chiesa. Mi fa soffrire questo sputare nel piatto nel quale, Dio lo voglia, anche certi morbosi giornalisti, un domani si troveranno a mangiare, perché se uno sbaglia non significa che la chiesa sia così. Questa chiesa che è il respiro del mondo. Non vi chiedete cosa sarebbe di questo mondo senza questo porto di sicura speranza per ogni uomo, compresi voi che in questi giorni come corvi inferociti vi divertite sadicamente a sputare sopra il Suo Casto Volto? Venite nel terzo mondo per capire cosa vuol dire migliaia di preti e suore che muoiono dando la vita per i bambini. Venite a vedere i miei bambini violentati che alcuni giorni fa prima di partire per l’Italia piangevano chiedendomi: “Papà quando torni?”.

Non voglio strappare le lacrime a voi
che siete come le pietre ma solo ricordarvi che anche per voi un giorno quando la vita vi chiederà il “redde rationem vilicationis tuae” questa chiesa, questa madre contro cui avete imparato bene il gioco dello sputo, vi accoglierà, vi abbraccerà, vi perdonerà. Questa madre, che da 2000 anni è sputacchiata, derisa, accusata e che da 2000 anni continua a dire a tutti coloro che lo chiedono: “Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”.
Questa madre, che sebbene giudichi e condanni duramente il peccato e richiami    duramente il peccatore reo di certi orrendi delitti, come la pedofilia, non chiude e non chiuderà mai le porte della sua misericordia a nessuno.  Mi confortano le parole di Gesù “le porte dell’inferno non prevarranno mai”. Come mi conforta l’immensa santità che trabocca dal suo corpo di “casta meretrix”.
Allora non perdiamo tempo dietro i deliri di alcuni giornalisti che usano certi esecrabili casi di pedofilia per attaccare l’Avvenimento cristiano, per mettere in discussione la perla del celibato, ma guardiamo le migliaia di persone, giovani in particolare, incontrati personalmente in una settimana di permanenza in Italia che credono, cercano e domandano alla chiesa il perché, il senso ultimo della vita e che vedono in lei l’unica possibile risposta.

Personalmente mi preoccupa di più
l’assenza di santità in molti di noi sacerdoti che altre cose per quanto gravi e dolorose siano. Mi preoccupa di più una chiesa che si vergogna di Cristo, invece che predicarlo dai tetti. Mi preoccupa di più non incontrare i sacerdoti nel confessionale per cui il peccatore spesso vive quel tormento del suo peccato perché non trova un confessore che lo assolva. Alle accuse infamanti di questi giorni urge rispondere con la santità della nostra vita e con una consegna totale a Cristo e agli uomini bisognosi, come non mai, di certezza e di speranza. Alla pedofilia si deve rispondere come il Papa ci insegna. Però solo annunciando Cristo si esce da questo orribile letamaio perché solo Cristo salva totalmente l’uomo. Ma se Cristo non è più il cuore della vita, allora qualunque perversione è possibile. L’unica difesa che abbiamo sono i nostri occhi innamorati di Cristo. Il dolore è grandissimo, ma la sicurezza granitica: “Io ho vinto il mondo” è infinitamente superiore.

Padre Aldo Trento, missionario in Paraguay

Fonte

14/10/2009

Un “io” di nuovo unito

Aldo Trento: Per accettare i propri limiti ci vuole la coscienza dei miei malati

Come faccio ad accettare i miei limiti? È la domanda che per anni mi ha tormentato, e che mi capita di ascoltare spesso da coloro che incontro quotidianamente: giovani, adulti, anziani, sposati, consacrati, scapoli.

di Aldo Trento

Come faccio ad accettare i miei limiti? È la domanda che per anni mi ha tormentato, e che mi capita di ascoltare spesso da coloro che incontro quotidianamente: giovani, adulti, anziani, sposati, consacrati, scapoli. Insomma, è una domanda che riguarda tutti, e che purtroppo genera una tristezza enorme sui volti di tanti. Una domanda che esige una risposta chiara e precisa, perché dalla risposta che incontriamo dipende un fattore decisivo che tutti desideriamo: la nostra autostima, la possibilità di dire “io”. Viviamo in un mondo di depressi, in cui l’accettazione di sé, così come si è, spesso sembra impossibile. La depressione si manifesta secondo modalità molto diverse: dall’angoscia del vivere alla bulimia, all’anoressia, alle crisi esistenziali che possono spingere perfino a odiare la vita. Sarei tentato di dare ragione a Cesare Pavese, che soffriva la durezza del “mestiere di vivere”. Un mestiere difficile, che spesso tentiamo di rendere più facile fuggendo i dolori, le responsabilità, le angosce, magari affidandoci a qualche sedicente esperto che promette di rivelarci la soluzione svuotandoci il portafoglio. Ma la depressione non si risolve con le scorciatoie e i metodi antistress. Per poter affrontare un male così oscuro, un limite così difficile da superare, bisogna innanzitutto chiarire bene i termini della questione, e poi cercare le ragioni della grande fatica che si deve fare per affrontarla. Perché ciò che non si affronta non si può riconoscere né capire, e quindi non può mai essere redento, non diventa mai una grazia.
«Padre, non mi sopporto con tutti questi miei limiti, per favore aiutami perché non so come affrontarli», mi supplicava una ragazza giorni fa.
Non si tratta di porre la questione a livello morale, perché il limite umano è ontologico, e perciò non eliminabile con uno sforzo di volontà. Si tratta, invece, di riconoscere e abbracciare questo limite.
L’uomo, in quanto creatura (anche se “divina”) è ontologicamente limitato. Solo Dio non ha limiti. Ogni creatura ne ha, perfino gli angeli che sono creature divine. L’uomo, come gli angeli, è stato creato per mezzo di un atto d’amore divino: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza». Quel “facciamo” sottolinea due cose: la prima è che prima l’uomo non c’era mentre adesso c’è, la seconda è che l’uomo è continuamente “fatto” da Dio, altrimenti cadrebbe nell’abisso del nulla.
La pietà di Dio
Per questo l’affermazione più bella che esiste, e che solo l’uomo in tutto l’universo può dire, è: “Io sono Tu che mi fai”. L’io umano, essendo “creatura” per sua stessa natura, dentro questo riconoscimento è come innalzato e trasformato dal Tu di Dio. In questa esperienza di abbandono al Mistero, si impara a guardarsi con gli occhi stessi del Mistero, con ironia. Dio gode per ognuno di noi, ci sorride, e mentre noi ci affanniamo per uscire dal nostro limite lui ci ripete in ogni momento : «Di un amore eterno ti ho amato, ti ho tratto a me perché ho avuto pietà del tuo niente».
La letizia di fronte al proprio limite è la caratteristica esclusiva di chi si riconosce figlio, si riconosce fatto in ogni istante. E che cosa c’è di più bello e affascinante che il vivere con un cuore traboccante di questa certezza: “Io sono Tu che mi fai”?
Sono convinto che l’offesa più terribile che possiamo rivolgere al Mistero coincida con l’incapacità di svegliarsi al mattino e scoprirsi amati. La bestemmia più grande la diciamo quando ci guardiamo allo specchio con il muso duro, incapaci di sorridere, incapaci di ironia, incapaci di sorprenderci “fatti in quel momento”. Uno che apre gli occhi al mattino dicendo “Io sono Tu che mi fai” non può che sorridere e mettersi in ginocchio davanti al Mistero. È ciò che mi commuove ogni mattina quando incontro gli ammalati terminali: inginocchiandomi davanti a ognuno do loro la comunione e li bacio. I loro occhi stanchi, spesso insonni e tormentati dal dolore, mi sorridono e alla mia domanda: «Come stai?», rispondono: «Molto bene, padre».
L’autostima, che è il motore della vita, comincia a livello di coscienza già al canto del gallo, come si diceva nel mio piccolo paese ai piedi delle Alpi. Lo svegliarsi al mattino ci pone sempre a un bivio: o partire guardando in faccia il Mistero, come il nostro cuore desidera, o partire dallo stato d’animo del momento, in balìa del nostro mutevole umore.
Sono due modi opposti di stare davanti alla realtà, e mentre il primo riempie la vita di certezza e speranza, il secondo la soffoca dentro l’angoscia degli stati d’animo, cangianti a ogni «discorde accento», come direbbe Giacomo Leopardi.
La rottura di Adamo ed Eva
Infine c’è un ultimo aspetto dei limiti umani, che ha la sua origine nel peccato. Quel peccato che la tradizione della Chiesa chiama “originale” e che ogni uomo riceve in eredità da Adamo ed Eva, i quali, nel loro affanno di essere come Dio, un giorno decisero di rompere il rapporto con il Mistero. Quella rottura, voluta dalla libertà umana, ha lasciato terribili conseguenze, terribili al punto che «nella pienezza dei tempi», come ci ricorda san Paolo, Dio si è fatto carne per restituire all’uomo quell’unità dell’io distrutta dal peccato. Da quella rottura in poi l’io ha sperimentato una specie di schizofrenia. Non più l’armonia fra sentimento e ragione, ma una frattura insanabile, che la Genesi rappresenta con l’immagine di Adamo ed Eva che si nascondono allo sguardo di Dio coprendosi con foglie di fico. «Eravamo nudi e abbiamo avuto paura di te», risponde Adamo a Dio che inutilmente li aspettava al solito appuntamento serale.
Questo io frantumato è l’origine di ogni altra forma di divisione. Adamo colpevolizza Eva della disobbedienza al Mistero: è la divisione della coppia umana. Caino uccide Abele: è la distruzione della famiglia. La torre di Babele, la confusione delle lingue: è la fine della comunicazione umana e l’inizio della confusione totale.
Un “io” di nuovo unito
Ovidio descrive magistralmente questa frantumazione dell’io : «Video meliora proboque, deteriora sequor», di cui lo stesso apostolo Paolo prende atto affermando però: «Non faccio ciò che il mio cuore desidera e faccio ciò che il mio cuore non desidera. (…) Chi mi libererà da questo corpo di morte?».
Dio si è fatto uomo solo per questo: ridare all’io umano quell’unità originale persa con il peccato di Adamo ed Eva. Dio, in Cristo Gesù, si è fatto peccato per ridonare la gioia di dire “io”. L’incarnazione è la fine della divisione, è l’inizio di un “io” finalmente unito. Ragione e sentimento non più nemici ma alleati, il cuore non più disperato ma pieno di certezza e speranza. Con l’incarnazione il cuore diventa amico del Mistero e la libertà umana può finalmente gridare: “Io sono Tu che mi fai”. L’uomo non è più il frutto del suo passato, non dipende più dai suoi antecedenti, non importa quali, non è più vittima delle sue miserie, non è più determinato dalle mille cadute quotidiane, bensì creato, voluto, amato in ogni istante.
I battiti del cuore non sono più affannosi, ma pieni di pace, come quelli di un bambino capriccioso quando è tra le braccia di sua madre.

padretrento@rieder.net.py
Grazie a Tempi

26/09/2009

La Banda!

Ascoltate e vedete se non vi scoppia il cuore di gioia e allegrezza!

 

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13/09/2009

Non ci basta

A molti, magari, capiterà di farlo dopo aver sfogliato il giornale. E servirà tempo per andare a fondo in quella proposta, per non lasciarla scorrere via in fretta, presi dall’affanno dell’anno che riprende e del lavoro che incalza di nuovo. Ma se lo avete già fatto, se avete già aperto il libretto allegato a questo numero, e scorso almeno l’Introduzione di quell’Assemblea che il mese scorso ha raccolto a La Thuile quattrocento responsabili di Cl di tutto il mondo, è probabile che abbiate sentito almeno un’eco del contraccolpo subìto da chi c’era.
Diciamoci la verità: con quel primo «non ci basta» buttato in pista da don Julián Carrón di fronte alla confusione che viviamo, qualche familiarità ce l’avevamo già. «Non ci basta una ripetizione, pur giusta, di un discorso pulito e corretto». Il cristianesimo non è una faccenda di parole, o di principi da applicare alla vita per sostenerla. «E questo lo sappiamo anche noi», aggiungeva Carrón: «Abbiamo ripetuto tante volte la cosa giusta, ma questo non ci fa stare in piedi, non ci fa respirare». Non ci basta, appunto. «Abbiamo bisogno di vedere davanti a noi persone che nel loro porsi, nel loro modo di affrontare il reale (…) introducono una luce, una chiarezza in mezzo alla confusione nel modo in cui vivono gli affetti, il lavoro, le circostanze». Abbiamo bisogno di testimoni. La fede vive di questo. Chi ha seguito Tracce - e il lavoro educativo di cui cerca di rendere conto - nell’ultimo anno, sa bene di cosa stiamo parlando.
Subito dopo, però, è arrivato un altro affondo. «Ma il testimone non basta. Il testimone ci mostra una reale possibilità più umana di vivere nelle circostanze cui siamo chiamati, e per questo ci colpisce; ma non basta, perché ciascuno di noi (io, tu) ha bisogno che accada nella sua vita, nelle circostanze che è costretto ad affrontare, cioè ha bisogno di fare l’esperienza personale di ciò che il testimone mostra. Perché diventi mio!».
Ecco, lì in parecchi sono rimasti spiazzati. Meglio: provocati. Perché non si tratta di una sterzata, di un cambio di direzione. Non ci sono cesure in questo passaggio, non ci sono salti, come se l’insistenza sulla testimonianza fosse da archiviare per passare ad altre parole “di moda”: giudizio, esperienza… È un percorso da fare (e nelle pagine di quel libretto lo trovate tutto, passo per passo). Perché una cosa è chiara, se si guarda alle nostre vite: solo in quel «mio» c’è tutto. Certezza e speranza. E se non arrivo a dire «mio», non posso neanche dire «io». «Senza che questo diventi veramente esperienza noi non cresciamo nella certezza della fede».
Per molti, il Meeting di quest’anno è stato proprio una documentazione di questo percorso, come abbiamo cercato di spiegare nel “primo piano”. E le vacanze pure. Ma pensate che prospettiva si spalanca per chi riprende le occupazioni “normali” dell’anno con questo passo chiaro da compiere, con questo lavoro avviato di paragone continuo tra ciò che ci accade e il nostro cuore, con questo approfondimento di certezza della Sua Presenza nelle nostre vite. Pensate che cosa può essere delle battaglie che ci attendono a scuola, sul lavoro, in famiglia. O nel contesto sempre più confuso e per certi versi barbaro - lo testimoniano le vicende di questi ultimi giorni - della vita pubblica: media, politica, cultura… Pensate che cosa accade se lì dentro, non un briciolo prima - in astratto - o una frazione di secondo dopo - come etichetta da appiccicare -, ma dentro il reale iniziamo ad accorgerci davvero della presenza inestirpabile di Chi, essendo risorto, domina il reale. Qui e ora.
Diceva san Gregorio Nazianzeno, in quella frase tanto cara a don Giussani: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita». Ma se arriviamo a dire «mio»…

Da Tracce

14:29 Scritto da: ritina5 in Tracce | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, cl, meeting | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

04/09/2009

Un Avvenimento che si è reso conoscibile

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, abbiamo detto. La migliore risposta a tante chiacchere, moralismi, vendette è la vita reale, scoprire e conoscere il senso e il gusto del vivere, portare alla luce il bene e non il male. Il conoscere è un'avvenimento che accade, non una insinuazione. Avvenimento come quello accaduto a Rimini pochi giorni fa.
SamizdatOnLine

UN AVVENIMENTO CHE SI E' RESO CONOSCIBILE
Durante l'incontro concusivo del Meeting di Rimini la nostra amica Emilia ha detto con il gran vigore che la contraddistingue, che ciascuno di noi ha portato con sè il proprio "quotidiano" all'interno del Meeting. Sarà dunque possibile portare il Meeting dentro il quotidiano? Dentro la ripresa del lavoro, della fatica, delle "solite cose"? Debbo darti ragione, cara Emilia. Dentro il Meeting ho portato tutto, ma proprio tutto! E la scoperta più impotante, la "conocenza" più grande che mi è avvvenuta, è stata proprio quella che riguarda me stesso. Che riguarda la mia vita. Si tratta dell'essermi scoperto, realmente "conosciuto" come unito. Pertanto non si può parlare di parentesi, di ricordi, di nostalgie. E' già così. Tutto ciò che ho visto questa settimana al Meeting è stato ciò che ha determinato la mia certezza nel discutere con chi ho incontrato oggi, ed è ciò che mi mette dentro una strana voglia di rimettermi all'opera, al lavoro. Mentre attorno a me sento solo lamento. Lamento per le vacanze terminate, per il lavoro che ricomincia. Ma come posso riprendere il lavoro senza avere negli occhi (imperterrite, schiaccianti, decisive) le formelle di Giotto?
Il lavoro è ciò che compie l'uomo! Che lo ri-mette in accordo con Dio (che l'ha fatto) perfino dopo il peccato originale. E che tristezza dunque per chi sento lamentarsi, che si perde davvero il meglio.
Una delle domande più incalzanti di questi giorni è stata "ma cos'è il Meeting?". In parte mossa da persone arrivate in fiera per la prima volta, e nel confronto, si sa, occorre proprio giocarsi e darsi le ragioni di ciò che si afferma. Ma in parte perchè il focus della settimana riminese potrebbero apparire gli incontri, le mostre, gli stand.Ma è questo il Meeting? E quando hai dato la tua disponibilità per il lavoro volontario, e con i turni non riesci a vedere nemmeno una mostra? Oppure, come nel mio caso, hai invitato molte persone, ed all'arrivo di ciascuna di queste occorre che si vada ad accoglierle, anche se in mente si aveva un'altra cosa? Che succede se le mostre o gli incontri non si riesce a vederli
perchè si fa i conti con "quel che c'è da fare"?

Beh succede che il Meeting si svela, o meglio esso è sempre lo stesso, però la domanda che ti nasce dentro ti spinge ad essere più attento. Più acuto. Ed allora eccolo l'avvenimento! La conoscenza di cos'è il Meeting! E questo strano "affare" di cui tutti un po' parlano (chi bene chi male) si mostra nelle passeggiate lungo le piscine, dove si vedono volti contenti, più o meno noti, familiari, amici, ma tutti contenti! Perfino i volontari in piedi dalla mattina presto lo sono! Ma perchè? Andiamo avanti.
E ci si scopre amici con persone conosciute da poche ore perchè si condivide il turno all'international point, o si rimane colpiti da un'assemblea coi volontari, più che dall'incontro col mitico "I'm Tony from London" Blair. O ancora c'è bisogno che arrivi un'amica Ruwandese per riaccorgersi cosa sia il Meeting. Perchè basta guardare il suo stupore, ed ascoltare la sua domanda così semplice e così disarmante: "ma perchè tutte queste persone sono qui?" E così ci si accorge che questo strano "affare" lo si comprende e lo si vive meglio così che magari andando a vedere tutte le mostre o tutti gli incontri. Proprio perchè il Meeting è tutto questo!

E' tutto unito! Proprio come noi che ci siamo dentro. Dentro perchè lo costruiamo, perchè lo guardiamo, perchè lo viviamo! Ed allora è chiaro che non si può tornare a casa lasciandolo a Rimini il Meeting. Perchè non è un evento. Cesana ha detto che lui non è un attore e noi non siamo una platea, bensì un popolo. Ed il Meeting è la vita che questo popolo vive!

E' il modo che questo strano popolo ha di divertirsi, di impegnarsi, di comunicare la cultura, la bellezza. Di raccontare cose, fatti, incontri. Di raccontare dei propri amici: di Alfredo, Cleuza, Padre Aldo, Rose, Franco il carcerato. Di discutere e dialogare di ciò che interessa la vita, come la politica o l'economia. E' un unico grande, immenso corpo che vive. E che vita ragazzi! Vale davvero la pena darla tutta! E la vita si può dare solo per Uno che c'è... qui ed ora!

Vita e destino socio di  SamizdatOnLine

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