07/10/2010
La notizia a tutti i costi
La mamma di Sarah Scazzi apprende del ritrovamento del cadavere della figlia mentre si trova in collegamento con Chi l'ha visto?. Ma la diretta del programma prosegue
Il corpo nudo e martoriato di Sarah Scazzi aspettava dal 26 agosto di essere ritrovato, in quel pozzo nelle campagne di Avetrana. Lì l'aveva buttato lo zio Michele Misseri, subito dopo aver ucciso la ragazzina e aver abusato del cadavere. La verità l'Italia l'ha saputa insieme alla madre di Sarah, Concetta, in diretta tv a Chi l'ha visto. «Stiamo dando una notizia terribile con grandissimo imbarazzo», dice Federica Sciarelli dopo che per venti minuti le parole “cadavere”, “pozzo” e “confessione” hanno continuato a rimbalzare tra gli studi della trasmissione e il volto impietrito e muto della madre di Sarah, fino a comporre la devastante verità.
Indignarsi il giorno dopo per questo spettacolo indecoroso è forse scontato, ma è inevitabile. Non è neanche per la solita retorica sui giornalisti cinici e senza cuore, ma sgomento di fronte a una cronaca che, nel tentativo di raccontare la realtà, la dimentica. Dimentica che ha di fronte una madre a cui per mezz'ora si dice che forse sua figlia è morta, forse no, forse sì e per mano del cognato. Sgomento di fronte a una donna che, mentre giustamente usa la televisione per tentare di trovare sua figlia, resta intrappolata in quel meccanismo, prigioniera di un mondo a forma di pixel in cui tutto deve avvenire in diretta per esistere. Una donna che non ha la forza di alzarsi e andare a chiamare il pm, i carabinieri, gli inquirenti. Una donna di cui qualcuno avrebbe dovuto avere pietà. E spegnere la telecamera.
18:37 Scritto da: ritina5 in cronaca | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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17/03/2010
Le elezioni e il "Manifesto umano"
Dicono che i paralleli storici sono sempre un po’ impropri, se non fuorvianti. Eppure in questi giorni di confusa campagna elettorale me ne è venuto in mente uno che trovo parecchio significativo.
La scena di oggi è quella di una disaffezione generalizzata verso l’impegno politico; si respira l’aria grama e pesante di una scontentezza che non riesce ad esprimersi, ma solo sbottare nell’urlo sguaiato o nell’insulto. I mezzi di comunicazione soffiano sul fuoco, non mettendoci in condizione di capire cosa veramente stia succedendo, e fanno a gara nello scoraggiare ogni possibile discussione serena sulle questioni reali, sulle proposte in campo, sulle ipotesi di soluzione, sui fatti da giudicare col nostro voto. Come se qualcuno volesse incrementare quella disaffezione.
Viene voglia di lasciarsi andare, di ritirarsi nel guscio di un orizzonte ristretto, anche se ci si sta male. Viene voglia – o te la fanno venire? – di mandare tutto a quel paese e di pensare ad altro.
Spostiamoci ora nell’Unione Sovietica del 1960. Anche se il periodo buio dello stalinismo è finito da qualche anno, l’aria della convivenza civile è ancora irrespirabile. Per sopravvivere sul lavoro bisogna essere servili verso il potere, la corruzione è l’unico modo per tirare un po’ avanti, le file davanti ai negozi durano ore.
E non c’è nessuna libertà di espressione. La stampa di regime – ogni periodo storico ha la sua – magnifica i grandi successi del partito, ma tutti sanno che si tratta solo di menzogne. Viene voglia di lasciar perdere, di sotterrare il proprio desiderio di verità, di costruire una convivenza diversa, di esprimersi.
Viene proprio voglia – o te la fanno venire? – di accettare ogni compromesso e di rassegnarsi a un triste quieto vivere.
Ma c’è qualcuno che non cede. A Mosca, nel settembre 1960, quattro giovani tra i 18 e i 24 anni compiono un gesto semplicissimo e dirompente: vanno in piazza e leggono delle poesie proibite dal regime. È facile immaginare gli sguardi dei passanti; avran pensato che erano degli illusi, li avranno giudicati dei mestatori o peggio dei provocatori prezzolati. Loro, quei quattro ragazzi, non giudicavano nessuno, non lanciavano anatemi, non si accodavano al coro dei lamenti. Volevano solo dire – e dire insieme – che non potevano accettare che la loro gioventù si spegnesse nell’apatia, che il loro io fosse irrimediabilmente tarpato.
Avevano da lanciare a tutti un Manifesto umano. Proprio così era intitolata la poesia di uno di loro, Jurij Galanskov.
Dice: «Non permetterò a nessuno / di calpestare / il candido scampolo dell’anima». Gli sbirri del potere vegliavano. E Galanskov lo sapeva: «Sono io che vi invito alla verità / e alla rivolta / e spezzo le vostre pastoie intessute di menzogna. / Sono io, / dalla legge incatenato / che grido il manifesto umano. / E non importa che il corvo a colpi / di becco / mi incida sul marmo del corpo / una croce».
Infatti dopo poco Galanskov fu arrestato. Passerà gran parte del resto della vita in lager, dove morirà a 32 anni per una operazione (volutamente?) mal riuscita.
Ma quel piccolo gruppo è stato uno dei tanti semi da cui fiorirà la grande stagione del dissenso che ha cambiato i destini, anche politici, dell’URSS.
Uno «scampolo d’anima» che non si fa calpestare può fiorire anche adesso, in queste elezioni.
13:02 Scritto da: ritina5 in elezioni | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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15/03/2010
Ora De Magistris vuol processare pure il Papa
di Vittorio Sgarbi L'europarlamentare dell'Idv attacca Benedetto XVI: "Dovrebbe testimoniare in aula e raccontare ciò che sa sui casi di pedofilia". E con arroganza l'ex pm confonde l'ignaro Ratzinger con un dittatore. Ma è solo l'ultimo atto del delirio giustizialista
Che ci saremmo arrivati mi era stato evidente l’altro ieri vedendo la prima pagina della Repubblica, colla fotografia in mezzo controluce, e due silhouette di preti parlottanti dietro di lui, arcigno e preoccupato (non solenne non autorevole) sotto il titolo: «Caso di pedofilia a Monaco con Ratzinger vescovo». L’occhiello tentava un’attenuante: «Denuncia shock. Il Vaticano: il Papa è estraneo». Per il Vaticano, perché invece per il laico monsignore eletto al Parlamento europeo, in virtù del suo fallimento come magistrato (i processi nei quali il collegio giudicante sempre lo ha sconfessato indicandone l’infondatezza delle accuse) Luigi De Magistris: «Ratzinger dovrebbe rendere testimonianza ai giudici tedeschi di quanto sa sui casi di pedofilia. Quando i fatti avvengono all’interno delle mura vaticane non è semplice far luce sulla verità. Non è la prima volta che su queste vicende viene tirato in ballo lo stesso Papa e nessuno è al di sopra della legge».
L’insostenibile arroganza e la totale mancanza di senso dello Stato (anche di un altro Stato com’è il Vaticano) fa dire a personaggi che non sono stati puniti per le loro responsabilità una serie di insensatezze che hanno come obiettivo mettere sotto processo le istituzioni. Dalla presidenza della Repubblica, alla presidenza del Consiglio, alla Santa Sede. La stupidità della posizione di De Magistris non è soltanto per lo spirito dissacratorio che la ispira (perfettamente logico in Dario Fo) ma per l’assoluta inutilità della richiesta il cui carattere è soltanto spettacolare e propagandistico. Essendo il Papa il capo di uno Stato, chiedergli di testimoniare significa immaginare che egli sia a conoscenza di qualcosa che è stato fatto non per suo ordine ma alle sue spalle.
La richiesta di De Magistris trova il suo precedente nei processi internazionali inaugurati qualche anno fa (dopo il tribunale di Norimberga) dal magistrato Baltasar Garzon che dalla Spagna incriminò Pinochet. Il giudice spagnolo puntava a riconoscere una responsabilità oggettiva di Pinochet nelle torture, negli arresti, nelle sparizioni per una volontà espressa, dichiarata, per volontà in questo senso, s’intende scelta, decisione non mera conoscenza dei fatti. E cos’altro se non questo potrebbe essere responsabilità del Papa? In questo caso avrebbe dovuto perdonare o denunciare? Sopraffatto da questi interrogativi De Magistris confonde Ratzinger, vescovo a Monaco con Pinochet o Fidel Castro, capi di Stato che hanno premeditato repressioni contro i dissidenti. Ma cosa poteva programmare Ratzinger con i pedofili? Per De Magistris, immagino, un’associazione a delinquere. Perché, se non si tratta di questo, che senso ha interrogarlo? Per sapere che sapeva. O per chiedergli se sapeva? In ogni caso, se non lo si immagina coinvolto perché il Papa dovrebbe rispondere di ciò che avveniva non per sua volontà? Immaginiamo un delitto al Quirinale, o la scoperta che due corazzieri sono amanti.
E perfino che una dipendente pratica l’incesto. Cosa c’entra Napolitano? O dev’essere interrogato come Vanacore? Prima di queste teorie di De Magistris non si riteneva in giurisprudenza che la responsabilità penale fosse individuale? Qualcuno ha ritenuto di interrogare il ministro Maroni o il ministro La Russa perché alcuni carabinieri infedeli hanno ricattato Marrazzo? Se nella diocesi di Monaco di Baviera c’era un prete pedofilo, che cosa deve riferire Ratzinger, ammesso che lo sapesse? Che ha chiesto al prete di smettere, o ha preferito credere che non fosse vero? Ma il Vaticano di De Magistris è luogo di trame e di complotti e «se il Papa viene tirato in ballo», va ribadito che «nessuno è al di sopra della legge». Ma neanche la legge dev’essere al di sopra del buon senso e del rispetto delle istituzioni.
Pagina 1 - 2 (continua)
Leggi anche l'Editoriale di Samizdatonline
Questi giorni sembrano segnati da un attacco sistematico contro la Chiesa, in modo da ricordare il clima degli ultimi giorni di Gesù. Odio alla Chiesa, odio all'uomo. Tempo allora di verità e di testimonianza. Senza compromessi, perché la situazione ci chiede di non cedere alla tentazione della menzogna.
Sull'accusa di pedofilia, non tutti i casi denunciati sono reali; moltissimi - fra cui quelli portati contro il Papa - sono vecchi e datati, quindi molto difficilmente verificabili. (continua)
13:39 Scritto da: ritina5 in cronaca | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
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24/09/2009
La vera stoffa di un popolo
17:41 Scritto da: ritina5 in cronaca, Fede, Guerra e Pace, Società, Terrorismo, TESTIMONI | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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15/09/2009
Intimid-Azione
Era stato annunciato sui giornali, ora sono arrivate. Sto parlando delle denunce promesse dal padre di Eluana Englaro, qualche mese fa, nei confronti degli audaci che avevano osato parlare della morte della ragazza come di un omicidio legalizzato. In effetti un uso assolutamente sbagliato e strumentale dei termini: non si può chiamare "legalizzato" ciò che legale non è stato mai, ma voluto pervicacemente come un unicum inteso a fare male, a dividere, a colpire, a spezzare. (continua)
18:48 Scritto da: ritina5 in Eluana Englaro | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
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12/09/2009
Colpirne 10 per educarne 100

Di fronte alla vicenda di Eluana Englaro si è mossa l’Italia, e non solo i cattolici. Quanti si sono ribellati all’idea di far morire di fame e sete una persona, ancorché in “stato vegetativo persistente”! Forse i toni sono stati aspri, ma come essere “educati” quando si tratta di difendere una vita innocente?
Ebbene, che cosa è accaduto? Non solo si è fatta morire Eluana, ma ora, con una iniziativa che ha dell’incredibile, si vogliono perseguire coloro che hanno definito questa azione “omicidio”, sia pure legalizzato. E sono partite le denunce a 30 (trenta) (più o meno) siti che hanno usato questo termine. L’Italia si muove, e 30 siti vengono incriminati? Forse Beppino o i suoi Legali sono rimasti ai tempi delle Brigate Rosse: colpiscine uno per educarne cento! Beh, sono finiti, speriamo, quei tempi e credo che chiunque abbia a cuore la difesa della vita dirà: «C’ero anch’io».
Beppino, abbi il coraggio di guardare la realtà, non spaventarti se in molti, in Italia e nel mondo, (certo più di 30 siti) hanno giudicato il tuo gesto. Del resto la tua presenza continua sui vari mezzi di comunicazione ha voluto significare “parliamone!” (spero non solo “datemi ragione”, ma anche “datemi le ragioni”).
Ora, se chi ha cercato di dare delle ragioni, diverse o discordi dalle tue, deve “pagare” questo affronto, allora mi pare che si sia perso il senso del dialogare tra uomini.
Sono cattolico e sacerdote: e so per esperienza che mostrare la faccia ed esprimere le proprie opinioni va incontro a incomprensioni e giudizi (a volte anche malevoli): ma per questo non ho mai preteso di chiedere alla giustizia di “fare giustizia”. Preferisco, da sempre, la “forza delle ragioni” alle “ragioni della forza”. E questo mi ha fatto incontrare molti uomini, anche su posizioni diverse dalle mie.
Coraggio, guardiamo la realtà!
Don Gabriele Mangiarotti
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Anch'io denunciato per Eluana. Fermiamo l'ideologia
Denunciati per Eluana, vogliono toglierci la libertà di parola
Pandolfi, M - La vita in gioco. Eluana e noi
Fonte: CulturaCattolica.it
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15:21 Scritto da: ritina5 in Eluana Englaro | Link permanente | Commenti (5) | Trackback (0) | Segnala
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29/07/2009
Cari africani; "arrangiatevi..."!
«Dovete rinunciare a tirannia e corruzione, i conflitti locali sono la pietra al collo dell’Africa».«Il futuro dell’Africa dipende dagli africani anche se è facile imputare i propri problemi agli altri, se è vero che l’Occidente ha avuto spesso un approccio da padrone non è responsabile della distruzione dell’economia dello Zimbabwe, delle guerre coi bambini-soldati, della corruzione o del tribalismo».
Evviva! Dobbiamo ringraziare con il cuore in mano il presidente Obama
per aver detto ciò che molti missionari cattolici dicevano da decenni, a volte nell'indifferenza generale, più spesso attirandosi feroci critiche. E già. Perché non a tutti è concesso di fare certe affermazioni "politicamente scorrette" .
Provate a immaginare cosa sarebbe successo se le stesse parole le avesse pronunciate il predecessore di Obama, o l'attuale Presidente del Consiglio italiano. Apriti Cielo! da ogni parte sarebbero piovute accuse di "cinismo", "crudeltà", "razzismo", "violazione dei diritti umani", ecc. ecc.
Anche Benedetto XVI nel suo recente viaggio aveva espresso concetti molto simili, richiamando alle proprie responsabilità i regimi corrotti, ma in quel caso tutto era stato coperto dalle polemiche (create ad arte) su una frase relativa all'uso dei preservativi.
Se lo dice Obama invece non fa una piega.
Meglio così. Grazie Barack! ... volendo potevi anche ricordare che molti degli africani ridotti in schiavitù e trasportati in America erano stati catturati e venduti agli europei (oltre che ai nordafricani e agli arabi) da altri africani. Ad esempio: "Il regno Ashanti (1570-1900), localizzato in Africa in una regione del Ghana, prosperò grazie all'oro presente nella zona e successivamente tramite il commercio degli schiavi: catturavano persone negli stati circostanti per rivenderli come schiavi agli europei."
Ma va bene così. Forse adesso si potrà parlare serenamente di come calibrare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo in modo che siano davvero efficaci, e non vadano in gran parte ad ingrassare qualche governo africano corrotto, gli apparati di agenzie Onu, o peggio ancora a sostenere qualche gruppo di guerriglieri assetati di sangue.
Forse si comincerà a capire che - per usare le parole dell’economista zambiana Dambisa Moyo - "il sostegno pubblico internazionale «distrugge ogni slancio alle riforme, allo sviluppo, alla capacità di creare ricchezza nazionale e di esportarla. Alimenta la corruzione e i conflitti interni e favorisce il mantenimento di regimi pluriennali». Dello stesso parere è un altro economista africano, il kenyano James Shikwati: gli aiuti finanziano enormi burocrazie, contribuiscono a rendere dilagante la corruzione, soffocano la libera iniziativa, permettono ai leader politici di ignorare i bisogni dei loro connazionali. Ovunque hanno creato una mentalità pigra e hanno abituato gli africani a essere dipendenti e mendicanti. Tra gli esempi più clamorosi Shikwati cita la Nigeria e la Repubblica Democratica del Congo che, malgrado le loro immense ricchezze, non hanno fatto nulla per ridurre la povertà e premono per essere classificate tra le nazioni più bisognose per poter ricevere ulteriori aiuti.
Proprio questo è il paradosso africano: più aumentano le risorse, più la povertà cresce. In Nigeria, per decenni primo produttore di petrolio dell’Africa subsahariana (nel 2008 scavalcato dall’Angola), il 70 per cento della popolazione tuttora vive con meno di un dollaro al giorno e il 92,8 per cento con meno di due." (Tempi, 21/07/2009).
Tutto ciò non solleva i paesi industrializzati dall'obbligo di guardare in faccia la realtà e assumersi la responsabilità di aiutare gli africani condividendo uno sviluppo a tutto campo: unica strada verso una reale autonomia.
Gino - socio SamizdatOnLine
Argomenti correlati:
il discorso di Obama in Ghana - Repubblica
Gli aiuti che non aiutano - Anna Bono Tempi
Dead Aid. Why aid is not working and how there is another way for Africa - Dambisa Moyo
Cosa si nasconde dietro l' "industria della solidarietà"? - Anna Bono Ragionpolitica
L' industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra - Linda Polman
Vangelo e sviluppo dei popoli - Piero Gheddo
L'elemosina aiuta noi però all'Africa fa male - Magdi Cristiano Allam
Caritas in veritate: p. 58 e p. 60
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22/06/2009
CARO AMICO TI SCRIVO...

Una gustosissima "lettera" al Premier dall'Emerito Presidente "Picconatore".
«Silvio, non chiedere scusa a nessuno»
Cossiga scrive al premier: «Non credo che tu sia vittima di un complotto, ma delle tue imprudenze e ingenuità»
Caro Silvio, ti scrivo da amico e da politico, non da «amico politico», benché legato a te da un’amicizia personale che data dal 1974 e che non è mai venuta meno. Non sono mai entrato nella tua vita privata pur, come tu ben sai, non condividendo alcune manifestazioni di essa. Ritengo che i giudizi sulla vita privata di una persona che non attengano alla funzione pubblica esercitata - e in particolare la vita eufemisticamente chiamata «sentimentale» ma più esattamente «sessuale» - debbano essere distinti dai giudizi politici.
Non mi sembra che il giudizio politico di allora e il giudizio storico di oggi abbiano bollato con il marchio dell’infamia John Fitzgerald e Robert Kennedy, le cui attività galanti superarono di gran lunga le tue, e ebbero anche aspetti inquietanti sui quali la giustizia americana non volle inquisire fino in fondo. E che dire del primo ministro britannico Wilson, che fece nominare dalla Regina, che non batté un ciglio, alla carica di Pari a vita con il titolo di baronessa una sua collaboratrice, collaboratrice per così dire, in senso piuttosto lato? E qui mi fermo… Ora tu ti trovi, a torto o a ragione, in un brutto impiccio: per motivi «sentimentali» e anche per motivi, diciamo così, mercantili. Vi è chi, movimenti politici e potentati economici, con o senza giornali di loro proprietà, sono terrorizzati che tu possa governare il Paese per altri quattro anni; e sperano che titolari di alte cariche istituzionali, al primo, al secondo o al terzo posto nelle precedenze, riescano a farti uno sgambetto.
Vorrei darti qualche consiglio, anche se so che tu ritieni che pochi consigli possano darti quelli che furono attori o, come me, solo comparse in quello che tu chiami il «teatrino» della politica della Prima Repubblica. È vero che una coincidenza è solo una coincidenza, che due coincidenze sono un indizio e che tre coincidenze possono essere una prova. Ma io non credo che tu sia vittima di un complotto. E poi, complotto di chi? Dei nostri servizi di sicurezza? Ma al loro apice, da Gianni Di Gennaro a Bruno Branciforte e Giorgio Piccirillo, ci sono dei fedeli e capaci servitori dello Stato, sui quali non può gravare alcun sospetto e che sono impegnati, oltre che a svolgere le loro mansioni, ancora a capire, per colpa della legge e del Governo, quali esse siano e quali siano i confini tra le loro competenze e quelle del servizio di informazione e sicurezza militare dello Stato Maggiore della Difesa…
Complotto di un servizio estero? Di Cia o Dia americane? Certo, i mezzi e le competenze li hanno, eccome! E perché mai Barack Obama dovrebbe aver ordinato una tale campagna di «intossicazione»? Perché sei amico di Putin e della Federazione Russa? Ma immaginati. Alla fine Putin preferirà Obama a te e viceversa. Noi siamo un grande Paese, ma non una grande potenza: smettiamolo di crederlo. Io penso che tu sia vittima dell’odio dei tuoi avversari ma anche delle tue imprudenze e ingenuità. L’odio dei tuoi avversari è evidente: e non penso al mite e sprovveduto Dario Franceschini, né al freddo, politico e onesto e corretto Massimo D’Alema, anche se si è lasciato scappare una battuta che più che te e lui sta mettendo nei pasticci il «lotta-» o «lobby- continuista» magistrato di Bari. Questo odio io l’ho patito sulla mia pelle. Perché a te il noto gruppo editoriale svizzero dà dello sciupafemmine, ma a me per quasi sette anni ha dato del golpista e del pazzo, nel senso tecnico del termine…
Lascia stare i complotti, e respingi anche l’odio che è un cattivo consigliere anche per chi ne è oggetto. Vendi Villa La Certosa, o meglio regalala allo Stato o alla Regione Sarda: è indifendibile e «penetrabilissima». Lascia anche Palazzo Grazioli, che ha ormai una fama equivoca e trasferisciti per il lavoro e per abitarvi a Palazzo Chigi. Non chiedere scusa a nessuno, salvo che ai tuoi figli, quelli almeno che hai in comune con Veronica. Non mi consta che gli altri due grandi sciupafemmine come Kennedy e Clinton abbiano mai chiesto scusa al loro popolo… Fai la pace con Murdoch: tra ricchi ci si mette sempre d’accordo. Cerca un armistizio con l’Anm: porta alle lunghe la legge sulle intercettazioni e quella sulle modifiche del Codice di Procedura Penale e dai ai magistrati un consistente aumento di stipendio.
Vuoi, invece, fare la guerra? Allora vai in Parlamento: ma al Senato per carità! E non alla Camera, per non correre il rischio di vederti togliere la parola o espulso dall’aula. Tieni un duro discorso sfidando l’opposizione, fa presentare una mozione di approvazione delle tue dichiarazioni, poni la fiducia su di essa e, come ai gloriosi tempi della Dc con il Governo Fanfani, fatti votare contro dai tuoi, impedendo con i voti la formazione di un altro governo, porta così il Paese a inevitabili nuove elezioni… Perché la guerra è sempre meglio per te, per l'opposizione e per il Paese, di questo rotolarsi nella melma.
Con affetto ed amicizia
Francesco Cossiga
presidente emerito della Repubblica
22 giugno 2009
12:56 Scritto da: ritina5 in politica | Link permanente | Commenti (4) | Trackback (0) | Segnala
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09/06/2009
PARTITI, PARTITINI, PARTITELLI

San Tommaso d’Aquino, a te che hai classificato i peccati capitali volevo far sapere il risultato dei rispettivi partiti alle elezioni. Volano l’Invidia (8 per cento) e la Gola (10 per cento), cala la Superbia (26 per cento), tiene la Lussuria (35 per cento). L’Accidia consolida le proprie posizioni (6 per cento). Facendo il confronto con le precedenti consultazioni i peccati spirituali, “più gravi di quelli carnali” come dimostri nella Summa Theologiae, sono in flessione, costituendo il movente di solo un terzo dei cittadini italiani. Tomisticamente parlando le cose vanno dunque un po’ meno male, il che, umanamente parlando, è un gran risultato.
10:27 Scritto da: ritina5 in Europa | Link permanente | Commenti (7) | Trackback (0) | Segnala
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07/06/2009
ACCADE IN VENEZUELA

Abbiamo ricevuto questa lettera dal nostro corrispondente in Venezuela. La pubblichiamo con speranza di essere in qualche modo di aiuto
Presidente Hans - Pert Pöttering e ulteriori membri del Parlamento Europeo
Rue Wiertz 60Wiertzstraat 60B-1047.
Bruxelles
Il mio nome è Iván Simonovis, di anni 49, di professione Ricercatore Criminale. Durante 23 anni ininterrotti ho lavorato presso la Polizia di ricerca Criminale del Venezuela e, per i miei meriti, nell’anno 2000 sono stato scelto per occupare la carica di Segretario di Sicurezza Cittadina del Distretto Capitale, mansione che ho svolto durante i fatidici fatti dell’11 Aprile 2002. La mia funzione era il coordinamento e supervisione delle politiche di sicurezza pubblica della città di Caracas, Venezuela.
Sono incarcerato presso la Direzione Generale Settoriale dei Servizi d’Intelligenza e Prevenzione del Ministero dell’Interno e di Giustizia (DISIP), a Caracas, Venezuela, dal 22 Novembre 2004, condannato a 30 anni di prigionia, vale a dire, una condanna a morte, dopo un processo di 3 anni (il processo più lungo della storia venezuelana) oltre che 4 anni e 6 mesi di reclusione, per il delitto di “complicità corrispettiva” della morte di 2 dei 19 deceduti a Caracas quell’11 Aprile 2002.
Mi trovo, in effetti, in una cella di 4 metri quadrati nello scantinato della sede della polizia politica di Caracas, senza ventilazione né luce naturale. Ho accesso alla luce del sole, 2 ore ogni 2 fine settimana. In totale 48 ore, [2 giorni] all’anno di luce naturale. Il luogo dove sono rinchiuso non è una prigione, è la sede della polizia politica del Venezuela e questa struttura non è disegnata per albergare, durante tanto tempo, una persona privata della sua libertà. Di conseguenza e date queste condizioni, le mie condizioni fisiche e mentali hanno subito un palese deterioramento, da meritare l’attenzione medica e, in alcuni casi, addirittura interventi chirurgici quando ne ho avuto bisogno. Inoltre c’é una severa restrizione dei miei diritti per ricevere visite di parenti, amici, rappresentanti di ONG nazionali e internazionali, giornalisti, violando così gli articoli della Convenzione Americana dei Diritti Umani di San José, Costa Rica.
Sono stato sottoposto a un processo senza senso e completamente privo di sostanza per la morte di solo 2 delle 19 persone che purtroppo sono decedute quell’11 aprile, durante 225 udienze. Tale processo è stato radicato in un Tribunale a 100 chilometri da Caracas, che è il luogo dove sono detenuto, fatto che ha implicato il dover viaggiare ammanettato per più di 39.000 chilometri.
Durante il processo, sono state ascoltate le dichiarazioni di 198 testimoni dei fatti e 48 esperti, sono state valutate più di 250 prove di perizia tecnico-scientifiche; sono state analizzate più di 5.700 fotografie e video. Nessuna di queste prove dimostra la mia colpevolezza in quanto ai fatti che mi sono stati imputati.
In quello stesso periodo di tempo, sono state identificate 67 persone, tutte simpatizzanti del Governo di Hugo Chávez, sparando con armi lunghe e corte contro manifestanti oppositori disarmati. Tutte queste persone sono state assolte o perdonate dal Presidente della Repubblica mediante una Legge di Amnistia dettata dall’Assemblea Nazionale su richiesta dello stesso, nel Dicembre 2007.
Il 3 Aprile sono stato condannato a 30 anni di presidio senza nessun tipo di attenuante o beneficio processuale per il delitto di “complicità corrispettiva” senza autori materiali. Insisto, è una pena di morte.
Quest’ abominevole sentenza non è nemmeno paragonabile alla recente sentenza dettata all’ ex Presidente peruviano Alberto Fujimori, condannato a 25 anni di carcere, per essere l’autore intellettuale, dalla Presidenza della Repubblica, di assassinii premeditati, sequestro aggravato e lesioni gravi in fatti accaduti negli anni 1991 e 1992 in Perù.
Signori: la mia casa è stata attaccata con bombe molotov; la mia famiglia, includendo i miei figli minori, è stata minacciata nella sua integrità fisica in modo pubblico da gruppi radicali armati, simpatizzanti del governo nazionale; mia moglie, che inoltre agisce come mio avvocato, insieme ai miei figli, è cittadina spagnola ed è stata sottoposta alla scherno pubblico, è stata minacciata nelle reti tv e stazioni radio ufficiali ed è stata attaccata nel suo onore come persona e come donna, in maniera sistematica da gruppi di accoliti al governo, che erano trasportati sino alla parte esterna della sede del Tribunale per proferire improperi e minacce mentre entrava e usciva dalle udienze.
Siamo accuditi presso tutte le istanze giudiziarie e abbiamo esaurito tutte le risorse che la legge venezuelana stabilisce, per ottenere la realizzazione di un processo giusto e che si attenga al rispetto dei diritti umani, ma tutto questo non ha dato frutti.
Questa lettera possibilmente provochi conseguenze negative per me e la mia famiglia, ma dinanzi al mio stato di indifesa e dinanzi alla sistematica violazione dei miei diritti umani, accudisco con tutto il rispetto a Voi per richiedere che, a conseguenza della risoluzione recentemente approvata dal Parlamento Europeo in riferimento alla situazione di persecuzione politica in Venezuela, esauriate tutti i meccanismi possibili perché una commissione del Parlamento visiti la nostra nazione e possa costatare l’uso della giustizia nella persecuzione politica.
Il caso che vi ho narrato, non è l’unico. In Venezuela esistono oltre 40 prigionieri politici, vittime del castigo e della dissidenza politica.
Vi sarò sempre grato su qualsiasi gestione che il Parlamento possa fare per proteggere i diritti umani ed evitare che casi come questi continuino ad accadere in Venezuela. Mia moglie e avvocato è a Vs completa disposizione per sostenere questa conversazione in modo personale con chiunque le sia da Voi indicato, per ampliare i mille dettagli, vessazioni e aggressioni che questa nota non riporta. Per portarVi tutti i documenti che supportano ognuna delle mie parole. Per fare le pratiche che fossero necessarie per ottenere dal Parlamento Europeo l’aiuto che richiedo in maniera e come misura disperata.
Distinti saluti
Iván Simonovis
Prigioniero Politico
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