19/07/2010

Perché padre Brown ha scelto di fare il detective

Nelle indagini del prete nato dalla penna di Chesterton il confronto con misteri non solo polizieschi

È appena uscito in libreria Figure spirituali. Volti e voci dell'esperienza religiosa nella creazione letteraria (Padova, Edizioni Messaggero, pagine 111, euro 9). Ne pubblichiamo un capitolo.

di Lucio Coco

figure spirituali.jpgUna delle fatiche più grandi per un prete o per un religioso è quando, fuori dalla chiesa o dalle mura della casa che lo ospita, deve dar conto dell'esistenza di Dio. Dov'è il tuo Dio gli possono chiedere in ogni momento. Una domanda a bruciapelo, contro la quale c'è poco da rispondere. Essa è simile a quella della crocifissione:  "Se sei Dio, salva te stesso" (Matteo, 27, 40). Una prova, dimostrami che la tua vita non è fondata sul nulla. L'obiezione muove da una constatazione evidente. Noi non possiamo dire Dio, come si indica una matita.
Tutto parla di Dio, ma niente lo rivela come qualcosa che si può percepire con i sensi. Un prete dovrebbe forse tentare di rispondere così agli attacchi che gli vengono mossi e che anche per lui questo contenuto è lo stesso su cui si interrogano tutti. Anche per il prete esso non è mai una proprietà sicura. Come ci insegna l'esperienza di tutti i giorni, Dio è davvero un possesso difficile ma sicuramente l'unico per il quale vale la pena spendere la vita. E il tesoro che deve essere sempre scoperto, il campo che deve essere sempre venduto per poter correre a comprare quello che nasconde la pietra preziosa (Matteo, 13, 44), la verità che deve essere sempre trovata.
Forse per questo, padre Brown, il protagonista degli omonimi racconti di Gilbert Keith Chesterton, ha scelto di fare il detective. Il lettore infatti presto si accorge che il caso e la sua soluzione sono solo un pretesto per altre riflessioni. Egli lascia sempre che si affacci dentro le sue indagini un mistero maggiore di quello che l'enigma poliziesco gli propone al momento. Molto spesso è nel presagio dei cieli che egli costantemente scruta nelle sue storie:  "Dal luminoso e profondo verde del cielo traspariva qualche stella"; "I lauri (...) si  stagliavano  contro  il  cielo  di  zaffiro e la luna argentea mostrava i vivi colori del sud persino in quella notte"; "Il color viola vivo del cielo e l'oro pallido della luna si attenuavano sempre  più,  svanivano  in  quel  vasto cosmo impallidito che precede i colori dell'alba".
È attraverso questo sguardo sull'infinito che anche le nature più razionali e logiche possono intuire qualcosa che va al di là delle loro competenze scientifiche e settoriali. Così accade, per esempio, al più famoso ispettore di polizia di Parigi, il commissario Aristide Valentin, il quale in un passaggio scarsamente significativo per le indagini, quando incrocia il suo sguardo con "la luce tagliente che lottava con gli ultimi brani della nuvolaglia, avanzo di una tempesta", si ferma a fissarla con una attenzione insolita per un carattere formato scientificamente come il suo, "ma forse - aggiunge Chesterton - tali nature scientifiche hanno un qualche psicologico sentore del più tremendo problema della vita".
Altre volte questo mistero forma una trama indecifrabile. Come dare, per esempio, una risposta alla questione del male nel mondo e del destino ingiusto che rende tristi le vite dei buoni e fa prosperare quelle dei malvagi? Sono le domande che ogni prete deve sempre fronteggiare:  oltre all'esistenza di Dio, il perché del male e dell'ingiustizia; a lui più che ad altri se ne chiede il motivo. La sapienza di padre Brown, il piccolo prete di un villaggio dell'Essex, vuole indicarci una via e ci invita a leggere in questi fatti come nel rovescio di un arazzo:  "Le cose che qui accadono sembra che non abbiano alcun significato; parlo di ciò che avverrà in un altro luogo. In qualche luogo il vero colpevole sarà punito. Qui, il danno sembra colpire una persona invece dell'altra".
Il richiamo al mistero e alla sua decifrazione ha anche straordinari effetti pratici perché aiuta a risolvere molti casi complicati e difficili:  "La mente moderna confonde sempre tra loro due idee diverse:  mistero nel senso di ciò che è meraviglioso, mistero nel senso di ciò che è complesso". Il complesso in questo caso non è altro che la ripetizione ossessiva di schemi razionali; esso costruisce labirinti da cui è impossibile uscire, è un sinonimo di complicato.
La ragione, intesa in questo modo, genera gabbie nelle quali anche l'investigatore più abile rischia di restare imprigionato. Padre Brown invece cerca il sorprendente che riorganizza tutto attorno alla semplicità di un nuovo punto di vista e realizza ogni volta il miracolo della soluzione ("Un miracolo è sorprendente ma è semplice"). La logica apparente del reale è costantemente visitata e messa in crisi da un'altra logica che il prete latino riesce a scorgere sotto la traccia spesso fuorviante del visibile.
Padre Brown gioca continuamente con questo rovesciamento:  "La sua testa acquistava il massimo del suo valore allorché la perdeva". Egli deve fare continuamente i conti con la non-ragione per potere esplorare il mistero che altrimenti rimarrebbe per sempre precluso al detective, insieme con la possibilità di risolvere il caso. Il nuovo ordine che segue alla scoperta contiene dentro di sé questo elemento rovescia-to, che non era stato considerato fino a quel momento e che con il suo apparire ha il potere di far vacillare e sconvolgere la realtà solita, la quale nell'esperienza di alcuni suoi personaggi risulta così trasformata in "un universo pazzo che turbina attorno ai loro orecchi", oppure ad altri può dare l'impressione "di assistere al crollo di ogni ragionevolezza, come se l'universo diventasse tutta una pagliacciata".
Eppure non c'è niente di irrazionale in questo ribaltamento. Niente di casuale perché tutto si riorganizza attorno alla verità come dimostra la soluzione di ogni caso. Negli infiniti mondi possibili che lasciano immaginare i cieli che padre Brown interroga la sera, non c'è niente di irragionevole:  "La ragione - egli ci dice - è sempre ragionevole, anche nell'ultimo limbo, anche al limite ultimo delle cose". Dio stesso non può sfuggire a questa logica.
Credere, per padre Brown, non significa svalutare la ragione, mettendole vicino qualcosa che la impedisce e la ostacola. Credere significa affermare questa fede nella ragione creatrice che ha fatto il mondo con un progetto intélligente; è scoprire "che Dio stesso è legato alla ragione":  attaccare la ragione equivale sempre "a fare cattiva teologia". Tutta l'arte poliziesca di padre Brown consiste proprio in questo, nello svelare le contraddizioni dell'impossibile e nell'affermare la ragione come unica possibilità dell'essere.
"La gloria del cielo s'addensava e diveniva sempre più profonda". Il cielo che Chesterton descrive comprende sicuramente infiniti mondi, ma questa infinità è un fatto puramente fisico, essa non può ammettere in nessun punto dell'universo la contraddizione e il caos, tanto che, a chi gli obietta che il mistero del cielo è impenetrabile e che "altri mondi possono elevarsi più in alto della nostra ragione", il prete cattolico può rispondere con una reductio ad Unum simile nei modi a quella che gli permette ogni volta di chiudere anche i casi più difficili, che l'universo è "soltanto fisicamente infinito, non infinito nel senso che sfugge alle leggi della verità". La ragione e la giustizia comprendono anche le stelle più lontane e solitarie, questo ci insegna la metafisica di padre Brown, e dovunque, nel prossimo come nel lontanissimo, si deve ripetere sempre il miracolo della verità di Dio.


L'Osservatore Romano )

13/06/2010

Sguardo reale contro cecità ideologica

L’attualissima ed acuta riflessione di C.S.Lewis

c.s.lewis.jpgdi Irene Bertoglio


Uno scritto di C.S. Lewis, L’uomo nato cieco, ci aiuta a capire quale sia il giusto atteggiamento da tenere di fronte alle cose: Robin, appena rientrato dalla clinica per un’operazione che gli ha donato la vista, non riesce a darsi pace nella ricerca della luce. Tutte le spiegazioni che gli vengono date dalla moglie circa la luminosità degli oggetti, dei paesaggi circostanti, sembrano non esaurire la bramosia dell’uomo. Inizialmente il lettore viene affascinato da questo desiderio del protagonista di guardare oltre la superficialità, poiché sembra che ci sia un significato più profondo nascosto dietro ogni cosa, che ancora non si riesce però a cogliere.


Una mattina, mentre la moglie Mary è a letto ammalata, Robin compie in casa delle azioni chiudendo deliberatamente gli occhi per provare ancora le sensazioni che aveva sperimentato quando era cieco: facendo ciò trova inaspettatamente piacere e sollievo dati anche dalla «dolce sensazione di fuga che giungeva dall’assenza di lei».

Decide poi di uscire di casa e giungere nel luogo in cui era stato pochi giorni prima con Mary. Scorge così un pittore nei pressi dei bordi di un precipizio che, disegnando, gli spiega la sua intenzione di voler catturare la luce: Robin entusiasta e con tono vendicativo nei confronti del mondo si compiace nel credere di aver trovato qualcuno con cui condividere la sua presunta superiorità intellettuale. Si avvicina poi al precipizio: «l’espressione del volto del pittore cambiò: “Ehi, è pazzo?”. Fece per afferrare Robin, ma era troppo tardi. Era già solo sul viottolo.
Dal fondo di un nuovo e subito svanito squarcio nella nebbia non giunse alcun grido, ma solo un suono così secco e netto che ce lo si sarebbe difficilmente aspettato dalla caduta di una cosa così soffice come un corpo umano; quello, e il rotolare di alcune pietre spostate».

Una morte priva di umanità dunque, un tonfo come di qualcosa di prettamente materiale, privato dell’anima: ecco il destino di una figura impregnata di ottusità ideologica, che decide di cercare in modo solitario la Verità. Questa presunzione, che spesso tutti ci portiamo dentro, ci fa spacciare per “luce e reale” ciò che invece non è altro che la nostra idea: davanti alla realtà corriamo il rischio di negare l’evidenza in nome di una raffigurazione che noi stessi compiamo, che ci siamo prefigurati a priori, prima di “acquistare la vista” (tanto che di fronte ad una realtà diversa dall’immaginata, Robin preferisce richiudere gli occhi e vivere come prima, piuttosto che affrontarla).

Ma questa non è nient’altro che la posizione infantile di chi, senza esperienza e infastidito da una guida, si ritiene in grado di quella forma mentis che coglie e capisce tutto, senza nemmeno riuscire a gustare ciò che ha intorno. Non a caso è il titolo del libro: non si parla di cecità fisica, ma di una condizione esistenziale insolubile. Robin aveva riacquistato la vista, ma, indipendentemente da tutto, era cieco.

Grazie a L'Ottimista

12:15 Scritto da: ritina5 in consigli di lettura | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, libri, ideologia, lewis | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

26/09/2009

La Banda!

Ascoltate e vedete se non vi scoppia il cuore di gioia e allegrezza!

 

http://www.prolocoserravallepistoiese.it/images/banda%20musicale%20serravalle%20pistoiese/banda%20musicale%20giuseppe%20verdi%20logo.jpg

16:06 Scritto da: ritina5 in Bellezza | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, cl, meeting | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

23/09/2009

AGENTE SEGRETO DI CRISTO

Oggi post lunghetto; ma è troppo bello e commovente! Lo lascio un po' di giorni così potrete leggerlo con calma. E avrete modo di pensare...


A Grevinec, i compagni italiani erano attesi: il dirigente del reparto agitazione e propaganda li prelevò all’ingresso del villaggio e li guidò alla sede del soviet rurale dove il primo segretario del comitato distrettuale del Partito e il presidente del colcos li accolsero con parole di circostanza che la compagna Nadia Petrovna tradusse puntualmente.
Peppone rispose recitando il discorsetto che aveva diligentemente mandato a memoria e, alla fine del suo dire, batté anche lui le mani, applaudendo chi l’applaudiva.
Oltre ai pezzi grossi, c’era altra gente e si trattava, come risultò dalle spiegazioni con le quali la compagna Nadia corredò le presentazioni, dei responsabili dei vari settori: allevamento bovino, allevamento suino, coltivazione, frutticoltura, macchinario e via discorrendo.
Il salone delle assemblee dove si svolgeva il ricevimento dava soprattutto l’idea di un magazzino, anche perché l’arredamento era costituito da un rustico tavolo centrale con annesse panche, e da un ritratto di Lenin appeso alla parete.
Il comitato dei festeggiamenti del colcos aveva provveduto a fare adornare il ritratto di Lenin con una frasca verde che girava tutt’attorno alla cornice luccicante di porporina d’oro, ma ciò non sarebbe bastato a rendere caldo e ospitale l’ambiente se la lunga tavola non fosse stata ingentilita da una generosa decorazione di bicchieri vuoti e di bottiglie piene di vodka.

Un bicchierozzo di vodka, buttato giù come fosse un bicchiere di lambrusco, riscalda rapidamente le orecchie e Peppone si trovò, in pochi secondi, col motore al massimo di giri. Cosicché, quando la compagna Petrovna ebbe spiegato che il colcos di Grevinec era uno dei più efficienti avendo raggiunto le massime punte nella produzione del latte, dei suini e dei cereali, domandò la parola e, piantatosi davanti al compagno Oregov, disse con voce ferma, staccando proposizione da proposizione, in modo da lasciare il tempo alla Petrovna di tradurre:
«Compagno, io vengo dall’Emilia: da quella regione, cioè, dove, esattamente cinquant’anni fa, esistevano, uniche in Italia e fra le pochissime del mondo, cooperative proletarie perfette. Una regione con agricoltura intensamente meccanizzata, e con una produzione di latticini, salumi e cereali fra le prime del mondo come quantità e qualità. Al mio paese, io e i miei compagni abbiamo fondato una cooperativa agricola di braccianti che ha avuto l’alto onore di ricevere dai fratelli dell’Unione Sovietica il dono più gradito!...».
Peppone trasse dalla sua borsa di pelle un fascio di fotografie che porse al compagno Oregov, e le fotografie rappresentavano l’arrivo trionfale in paese di «Nikita», il trattore ricevuto in regalo dall’URSS, il trattore stesso in azione di dissodamento sulle terre della cooperativa agricola «Nikita Kruscev» e mercanzia del genere.
Le grandi fotografie girarono da mano a mano e suscitarono in tutti viva impressione, a cominciare dal compagno Oregov.
«Procede l’opera di smantellamento del capitalismo» continuò Peppone «e, se non siamo ancora alla fase finale, siamo però a buon punto e, come potrebbe dirvi meglio di me il compagno Tarocci che appartiene alla mia stessa regione, è fatale che i privilegi dei proprietari e del clero vengano cancellati dalla lavagna della storia e incominci l’era della libertà e del lavoro. Le cooperative agricole modellate sui colcos, oltre alle aziende statali sul tipo dei sovcos, sostituiranno, fra non molto, l’attuale forma di conduzione schiavistica delle tenute agricole e, come è facile capire, è per me di grandissimo interesse conoscere del colcos ogni particolare tecnico e organizzativo. Vorrei quindi che tu, compagno Oregov, pregassi i compagni dirigenti del colcos di Grevinec di mettermi dettagliatamente al corrente dell’esatto funzionamento del colcos in ogni minimo settore.»
Il compagno Oregov fece rispondere che si rendeva conto dell’importanza della richiesta e promise di fare del suo meglio per venire incontro al giustificato desiderio di Peppone.
Poi parlottò coi dirigenti del colcos e, alla fine, la compagna Nadia riferì a Peppone:
«Compagno, il tuo particolare interesse per l’aspetto tecnico e organizzativo è stato riconosciuto da tutti. Ma, se io rimanessi qui a disposizione tua e dei dirigenti del colcos, i tuoi compagni non potrebbero compiere quella completa visita al colcos che è stabilita dal programma. Fortunatamente, fra i tecnici qui presenti, c’è qualcuno che potrà spiegarti ogni cosa senza bisogno d’interpreti».
La Petrovna s’interruppe e fece un cenno. Dal gruppo dei dirigenti si staccò un uomo bruno, magro, in tuta da meccanico, fra i trentacinque e i quarant’anni.
«Il responsabile dei reparti meccanizzazione, rifornimenti, coordinamento lavori» spiegò la compagna Petrovna presentando l’uomo a Peppone «Stephan Bordonny, italiano.»
«Stephan Bordonny cittadino sovietico» precisò l’uomo magro, porgendo la mano a Peppone ma guardando la Petrovna. «Cittadino sovietico come i miei figli.»
La Petrovna sorrise per nascondere il suo imbarazzo:
«Hai ragione, Stephan Bordonny» rettificò. «Dovevo dire “d’origine italiana”. Mentre noi proseguiamo la visita, tu rimarrai a disposizione del compagno senatore Bottazzi.»
La compagna Petrovna se ne andò per raggiungere il gruppo e don Camillo fece l’atto di seguirla, ma Peppone lo bloccò:
«Tu, compagno Tarocci, resterai con me e prenderai nota di tutto quanto ti dirò io».
«Agli ordini» borbottò don Camillo a denti stretti.

«Sei membro del Partito?» s’informò Peppone uscendo dalla baracca del soviet a fianco dell’uomo magro.
«Non mi è stato ancora concesso quest’onore» rispose con voce impersonale l’altro.
Era di una gelida cortesia: mentre don Camillo s’affaccendava a prendere appunti su un libretto di note, il cittadino Stephan Bordonny rispondeva con esattezza a ogni domanda di Peppone, ma si notava in lui lo sforzo per cercare d’esprimersi col minor numero di parole possibile.
Conosceva perfettamente il funzionamento del colcos in ogni minimo dettaglio. Citava con sicurezza date e dati. Ma non aggiungeva mai niente di più.
Peppone gli offerse un mezzo toscano ed egli cortesemente lo rifiutò.
Con un semplice «grazie» rifiutò la «Nazionale» offertagli da don Camillo. Siccome gli altri fumavano, trasse di tasca un pezzetto di carta da giornale, un pizzico di makorka e si arrotolò abilmente una sigaretta.
Visitarono il silos per il frumento, poi il capannone dov’erano contenuti i mangimi speciali, i disinfettanti per i trattamenti dei frutteti e gli attrezzi agricoli per il lavoro manuale.
Tutto esattamente ordinato e catalogato.
In un angolo c’era una strana macchina nuova di zecca e Peppone domandò a cosa servisse.
«A cardare il cotone» rispose il cittadino sovietico Stephan Bordonny.
«Il cotone?» si stupì don Camillo. «Con questo clima, voi coltivate il cotone?»
«No» rispose l’uomo.
«E come mai si trova qui?» insisté don Camillo.
«Un errore di smistamento» spiegò l’uomo. «È arrivata al posto di una macchina setacciatrice per la selezione del seme di frumento.»
Peppone fulminò don Camillo con un’occhiata atomica, ma don Camillo, ora che aveva trovato un uncino, ci si aggrappò:
«E voi selezionate il grano con una macchina per cardare il cotone?».
«No» rispose glaciale l’uomo magro. «Usiamo una macchina selezionatrice costruita con mezzi nostri, nella nostra officina.»
«E quelli che hanno ricevuto la selezionatrice, con cosa cardano il cotone?»
«È cosa che non interessa il colcos di Grevinec» rispose l’uomo.
«Errori di questo genere non dovrebbero succedere» osservò vilmente don Camillo.
«La vostra patria è trecentomila chilometri quadrati» comunicò con voce ufficiale l’altro. «L’Unione Sovietica è oltre ventidue milioni di chilometri quadrati di superficie.»
Intervenne Peppone:
«Stephan Bordonny» disse spedendo una zampata sul piede sinistro di don Camillo «sei tu l’addetto a questo magazzino?».
«No, io collaboro. Vi interessano gli allevamenti di bestiame»
«Mi interessa il parco macchine agricole» rispose Peppone.
Il capannone delle macchine agricole non si presentava bene perché non assomigliava neppure a un capannone ma era una gran baracca con le pareti di legno e paglia e il tetto coperto di rugginosa lamiera.
Però, una volta entrati, c’era da rimanere a bocca aperta. Sul pavimento di terra battuta non c’era un bruscolo e le macchine, perfettamente ordinate, erano tirate a lucido come per l’esposizione campionaria.
Il cittadino Stephan Bordonny conosceva le macchine una per una, dall’a alla zeta: età, ore di lavoro compiuto, consumo, rendimento, potenza, come se avesse, dentro il cervello, uno schedario completo.
In fondo alla baracca c’era l’officina, l’unica parte costruita in mattoni. Una povera officina col minimo indispensabile d’attrezzi e macchinari, ma ordinata in modo tale da strappare le lacrime a Peppone.
Un grosso cingolato era sotto cura e i pezzi del suo motore si allineavano su un banco. Peppone ne tolse uno, lo guardò, poi guardò il cittadino Stephan.
«Chi è che ha rettificato questa roba?» domandò.
«Io» rispose sempre con indifferenza Stephan.
«Con quella specie di tornio!» esclamò Peppone indicando un vecchio e scassato arnese che poteva ricordare, appunto, un tornio.
«No» spiegò l’altro. «Con la lima.»
Peppone guardò ancora il pezzo. Poi ne tolse su un altro dal banco e lo considerò con pari stupore.
Infisso nel muro, sopra il banco, c’era uno spezzone di ferro e una biella penzolava da esso, legata con un pezzo di spago.
Stephan prese un punteruolo e percosse la biella che risuonò come una campanella.
«Dal suono che manda, si sente se è sbilanciata» spiegò l’uomo deponendo il punteruolo. «Questione d’avere un po’ d’orecchio.»
Peppone si tolse il cappello e si asciugò il sudore:
«Vecchio mondo» esclamò. «Io avrei giurato che quello fosse l’unico a usare questo sistema e, invece, te ne trovo un altro, qui, in mezzo alla Russia!»
«Quello chi?» s’informò don Camillo.
«Il meccanico di Torricella» rispose Peppone. «Era un fenomeno: preparava le automobili per i corridori. Venivano fin dall’estero. Un ometto che, a vederlo, non gli davi quattro soldi. Il secondo anno di guerra, un canchero inglese che voleva colpire il ponte sullo Stivone gli ha centrato la casa. È rimasto sotto le macerie lui, la moglie e i due figli.»
«Uno» precisò il cittadino sovietico Stephan. «L’altro, per sua fortuna, era soldato.»
Il cittadino sovietico Stephan Bordonny aveva parlato con una voce diversa dal solito.
«Mi fa piacere che qualcuno si ricordi ancora di mio padre» aggiunse.

Uscirono senza più parlare dall’officina. Trovarono, fuori, un cielo livido che minacciava tempesta.
«Io abito in quella casa là» disse Stephan. «Ci conviene arrivarci prima che venga giù il diluvio. Lì, aspettando che smetta di piovere, vi potrò fornire tutti i dati che ancora vi servono.»
Arrivarono alla casa proprio quando incominciavano a precipitare i primi goccioloni. Era una casa rustica, povera, ma pulita e accogliente, con una vasta cucina dalle travi annerite e la grande stufa.
Peppone non s’era ancora riavuto dalla sorpresa.
Presero posto alla lunga tavola.
«L’ultima volta che andai all’officina di Torricella» disse Peppone come parlando tra sé «fu nel 1939. M’era capitata una Balilla d’occasione e non riuscivo a capire cos’avesse il motore.»
«Una biella sbilanciata» spiegò Stephan. «L’ho sistemata io. Quelle cosette, mio padre le dava da fare a me. E, poi, andava bene?»
«Va ancora» rispose Peppone. «Allora, quel ragazzino magro col ciuffo nero sempre sugli occhi...»
«Avevo diciannove anni» borbottò Stephan. «Lei non aveva i baffi, allora...»
«No» intervenne don Camillo. «Se li è fatti crescere quando l’hanno messo in prigione per ubriachezza molesta e repugnante e schiamazzi notturni a sfondo antifascista. È in quell’occasione che ha guadagnato l’attestato di perseguitato politico acquistando il diritto di diventare senatore comunista.»
Peppone pestò un pugno sulla tavola.
«Ho fatto anche qualcosa d’altro!» esclamò.
Stephan continuava a guardare don Camillo.
«Eppure» borbottò alla fine «lei non ha una faccia nuova. È anche lei dei paraggi?»
«No» rispose in fretta Peppone. «Abita da quelle parti ma è un importato. Non puoi conoscerlo. Dimmi, piuttosto: come sei arrivato qui?»
Stephan allargò le braccia:
«Perché ricordare quello che i russi hanno generosamente dimenticato?» disse con voce ritornata gelida. «Se vi servono altre spiegazioni sul colcos, sono a vostra disposizione.»
Intervenne don Camillo:
«Amico» disse «non ti preoccupare se lui è senatore comunista. Parliamo da uomo a uomo. La politica non c’entra».
Stephan guardò negli occhi don Camillo e poi Peppone.
«Non ho niente da nascondere» spiegò. «È una storia che sanno tutti, qui a Grevinec, ma, siccome nessuno ne parla, vorrei non parlarne neppure io.»
Don Camillo gli allungò il pacchetto delle «Nazionali».
Fuori era scoppiato il diluvio e il vento buttava rovesci d’acqua contro i piccoli vetri delle due finestre.
«Sono diciassette anni che sogno di fumare una “Nazionale”» disse Stephan accendendosi una sigaretta. «Non posso abituarmi al makorka e alla carta da giornale. Mi spaccano lo stomaco.»
Inghiottì avidamente qualche boccata osservando poi il fumo azzurrino uscire lentamente dalla bocca.
«La storia?» continuò. «Ero soldato dell’autocentro. Un giorno i russi ci presero. Era la fine del ’42; neve e freddo da crepare. Ci spingevano avanti come una mandria di pecore. Ogni tanto qualcuno cadeva: se non si rialzava lo inchiodavano sulla neve fangosa della pista con una pallottola sulla fronte. Arrivò il mio turno e caddi. Capivo il russo e sapevo farmi capire: quando caddi, un soldato russo mi raggiunse e mi smosse col piede: “Alzati!”ordinò. “Tovarish” gli risposi “non ce la faccio più. Lasciami morire in pace.” La fine della colonna – io era uno degli ultimi – era già lontana una decina di metri e incominciava a nevicare. Mi sparò un colpo mezzo metro più in là della testa borbottando: “Vedi di morire alla svelta e di non mettermi nei guai”.»
Stephan s’interruppe: era entrato in cucina un gran fagotto coperto di tela da sacco grondante acqua e, caduta la tela da sacco, si vide una bella donna che dimostrava poco più di trent’anni.
«Mia moglie» spiegò Stephan.
La donna sorrise poi spiegò in fretta qualcosa in una strana lingua e disparve su per la scaletta a pioli che spariva nel soffitto.
«Dio aveva stabilito che campassi» continuò Stephan. «Quando rinvenni, ero in una isba, al caldo. Ero caduto a mezzo chilometro da qui, tra il villaggio e il bosco, e una ragazza di diciassette anni, tornando dal bosco dove era andata a far legna, aveva sentito dei lamenti uscire da sotto un mucchietto di neve. Era una ragazza robusta: mi aveva agguantato per il bavero del cappotto e, senza mollare la fascina che portava in spalla, m’aveva trascinato fino alla sua isba, come un sacco di patate.»
«Buona gente, i contadini russi» osservò Peppone. «Anche Bagò del Molinetto è stato salvato così.»
«Sì» riconobbe Stephan «ne hanno salvati parecchi, dei disgraziati come me. Però quella ragazza non era russa, ma polacca. L’avevano portata qui assieme al padre e alla madre perché c’era bisogno di gente che lavorasse la terra. Mi diedero da mangiare quel poco che avevano e mi tennero nascosto due giorni. Poi capii che la cosa non poteva durare e, siccome io e la ragazza riuscivamo a capirci bestemmiando il russo, le dissi d’andare dal capo del villaggio a spiegare che un soldato italiano disperso le era capitato in casa da poche ore. Le dispiaceva, ma andò. Ritornò di lì a poco assieme a un tizio armato di pistola e a due altri armati di fucile. Alzai le mani e mi fecero cenno di uscire. La capanna della ragazza polacca era la più lontana dal centro del villaggio e dovetti camminare un bel pezzetto sempre con le armi puntate alla schiena. Arrivammo finalmente nello spiazzo dove avete visto il silos. Un camion carico di sacchi di grano era lì e un vigliacco maledetto lo stava assassinando per rimetterlo in moto. Mi dimenticai il resto e pensai soltanto al camion; mi arrestai e mi volsi al capo: “Tovarish” gli dissi “quello scaricherà le batterie e non riuscirà più a rimetterlo in moto! Ordinagli di smetterla e di spurgare prima la pompa”. Il capo, sentendomi parlare in russo, rimase a bocca aperta, poi esclamò duro: “E cosa ne sai tu?”. Gli risposi che era il mio mestiere. Il maledetto continuava ad assassinare le batterie che già incominciavano a tirare gli ultimi. Il capo mi spinse avanti con la canna della pistola e, quando fu arrivato al camion, si fermò e gridò all’autista di smetterla e di guardare la pompa. Dal finestrino della cabina venne fuori la faccia melensa di un ragazzotto vestito da soldato. Non sapeva neanche di che pompa si trattasse. Era la prima volta che guidava un diesel. Gli dissi di darmi un cacciavite e, avutolo, tirai su il coperchio del cofano e, in quattro e quattr’otto, spurgai la pompa d’iniezione. Poi riabbassai il coperchio e gli allungai il cacciavite. “Adesso va” gli dissi. Dopo due secondi, il camion partiva.
«Mi portarono in una stanzetta della baracca del soviet e lì mi chiusero. Chiesi una sigaretta e me la diedero. Tornarono dopo dieci minuti e mi fecero uscire spingendomi, sempre con la bocca dei fucili contro la schiena, fino a una tettoia dove erano riparati alla bell’e meglio trattori e macchine agricole. Il capo m’indicò un cingolato e mi domandò perché non andasse. Feci portare dell’acqua bollente, riempii il radiatore e provai la messa in moto. Scesi subito: “C’è una bronzina fusa” spiegai. “Bisognerebbe smontare tutto, rifare la bronzina e rimontare. Ci vuole tempo.” Con quei quattro arnesi malandati che mi misero a disposizione, dovetti lavorare come un pazzo ma, quarantott’ore dopo, io stavo finendo di rimontare l’ultimo pezzo. Fu allora che arrivò un ufficiale con due soldati armati di parabellum. Rimasero a contemplarmi e, quand’ebbi finito e il radiatore fu pieno d’acqua bollente, io salii sul trattore. Dio aveva stabilito di salvarmi a ogni costo: il motore attaccò subito e marciava come un orologio. Lo provai con un giretto attorno alla tettoia, poi lo rimisi al suo posto. Mi pulii le mani con uno straccio, saltai giù e mi presentai all’ufficiale a braccia levate. Mi scoppiarono a ridere in faccia. “Te lo lasciamo, compagno” disse l’ufficiale al capo. “Sotto la tua responsabilità. Se scappa, paghi tu.” Allora mi misi a ridere io. “Signor capitano” risposi “la Russia è grande e io, al massimo, potrei scappare fino a quell’isba laggiù dove c’è una bella ragazza che mi piace molto, anche se mi ha denunciato al segretario del comitato distrettuale del Partito”. L’ufficiale mi guardò: “Tu sei un bravo lavoratore italiano: perché sei venuto a combattere i lavoratori sovietici?”. Gli risposi che ero venuto perché mi ci avevano mandato. Comunque, io ero capo meccanico dell’autocentro, e gli unici russi che avevo ammazzato erano i due polli finiti sotto le ruote del mio camion...»

Fuori il diluvio era diventato una vera burrasca. Stephan si alzò e andò a parlare in russo dentro un telefono militare da campo che era in un angolo. Tornò di lì a poco:
«Dicono che potete rimanere qui: gli altri sono rimasti bloccati alla stalla numero tre che è a casa di Dio».
Tornò a sedersi.
«E allora?» domandò don Camillo.
«Allora io incominciai un lavoro infernale perché rimisi a posto tutte le macchine, sistemai l’officina e la rimessa e, quando potei cominciare a pensare a me, la guerra era finita da due anni. Il padre della ragazza polacca era morto e io sposai la ragazza. Poi passarono degli altri anni e fu concessa la cittadinanza sovietica a me e a mia moglie.»
«E non hai mai pensato a tornare a casa?» insinuò don Camillo.
«A fare che? A vedere il mucchio di calcinacci sotto il quale marciscono mio padre, mia madre e mio fratello? Qui, adesso, mi trattano come uno dei loro. Anzi, meglio, perché io lavoro e il mio mestiere lo so fare. Chi si ricorda di me, laggiù? Sono scomparso nel niente, come uno dei tanti dispersi in Russia...»
Avvenne, a questo punto, una confusione maledetta e la porta si spalancò di botto lasciando entrare, assieme a uno scroscio d’acqua, una strana bestia, una specie di millegambe dalla pelle scura e viscida.
Con un urlo, la moglie di Stephan, balzata fuori da chi sa dove, si precipitò verso la porta e la richiuse. Allora la pelle viscida del mostro cadde e, liberati dallo sbrindellato telone cerato sotto il quale s’erano riparati dalla pioggia, apparvero sei bambini uno più bello dell’altro e in perfetta scala, dai sei ai dodici anni.
«Amico, accidenti quanto sei disperso in Russia!» esclamò don Camillo.
Stephan sbirciò ancora don Camillo:
«Eppure» ripeté «io vi devo aver visto da qualche parte».
«Probabilmente no» rispose don Camillo. «Comunque, anche se fosse, dimenticati d’avermi visto.»

Erano sei bambini educati: starnazzavano come gallinelle ma bastarono tre parole della madre per ammutolirli. Si misero a sedere tranquilli nella panchetta attorno alla stufa chiacchierando a bassa voce.
«Sono piccoli» spiegò la donna con un italiano strano, ma chiaro. «Avevano dimenticato la nonna malata.»
Don Camillo si alzò.
«Vorrei salutarla» disse.
«Sarà molto contenta» esclamò sorridendo la donna. «Non vede mai nessuno.»
Salirono per la scaletta a pioli e si trovarono in una bassa stanza a soffitta. Una vecchietta striminzita giaceva su un lettuccio dalle lenzuola candide, senza una piega.
La moglie di Stephan le parlò in polacco e la vecchia le bisbigliò qualcosa.
«Ha detto che il Signore benedica chi visita gli infermi» spiegò la moglie di Stephan. «È una vecchia donna e bisogna perdonare se la sua mente è ancora nel passato.»
Sopra la testiera del lettuccio, appesa al muro, era un’immagine e don Camillo si avvicinò curioso.
«È la Madonna Nera!» esclamò.
«Sì» spiegò sottovoce la moglie di Stephan. «È la protettrice della Polonia. I vecchi polacchi sono cattolici. Bisogna capire i vecchi.»
La moglie di Stephan s’esprimeva con molta cautela e un vago timore era nei suoi occhi.
Peppone risolse la situazione:
«Non c’è niente da perdonare» affermò. «In Italia sono cattolici non solo i vecchi ma anche i giovani. L’importante è che siano onesti. Noi avversiamo solo i maledetti preti che, invece di fare i ministri di Dio, fanno i politicanti.»
La vecchia le sussurrò qualcosa all’orecchio e la moglie di Stephan, prima di parlare, lanciò un’occhiata interrogativa al marito.
«Non sono qui per farci del male» la rassicurò Stephan.
«Vorrebbe sapere...» balbettò la donna arrossendo «vorrebbe sapere come sta... il Papa.»
«Anche troppo bene!» rispose ridendo Peppone.
Don Camillo, dopo aver armeggiato sotto il giubbotto, trasse un cartoncino e lo porse alla vecchia che, dopo averlo guardato con occhi sbarrati, tirò fuori faticosamente dalle coperte una piccola mano tutta ossicini e lo afferrò.
Poi parlò concitatamente nell’orecchio alla figlia.
«Dice se è proprio lui» tradusse con l’ansia nella voce la moglie.
«Lui in persona» confermò don Camillo. «Papa Giovanni vigesimoterzo.»
Peppone impallidì e si guardò attorno preoccupato, incontrando gli occhi stupiti di Stephan.
«Compagno» gli intimò don Camillo afferrandolo per un braccio e spingendolo verso la porta. «Scendi assieme a lui e andate a vedere come piove a pianterreno.»
Peppone tentò di protestare, ma don Camillo tagliò corto:
«Non t’impicciare, compagno, se non vuoi avere dei guai».
Rimasero soli don Camillo, la moglie di Stephan e la vecchietta.
«Dille che può parlare perché io sono cattolico come lei» ordinò perentorio don Camillo.
Le due donne parlottarono a lungo quindi la moglie di Stephan riferì:
«Dice che vi ringrazia e vi benedice. Ora, con quell’immagine che le avete dato, si sente maggior forza nell’aspettare la morte. Ha sofferto molto, vedendo mio padre morire come un cane, senza la benedizione di Dio».
«Ma avete dei preti che girano liberamente e arrivano fin qui!» si stupì don Camillo.
La donna scosse il capo:
«Sembrano preti, ma non dipendono da Dio ma dal Partito» spiegò. «Non sono buoni per noi polacchi.»
Fuori pioveva che Dio la mandava.
Don Camillo si strappò il giubbotto, cavò dalla finta stilografica il Crocifisso dalle braccia pieghevoli, l’infilò nel collo d’una bottiglia e lo dispose in mezzo al tavolino che era contro al muro, a fianco del lettuccio della vecchia. Trasse il bicchierino di alluminio che fungeva da Calice.
Un quarto d’ora dopo, allarmati dal lungo silenzio, Peppone e Stephan salivano, si affacciavano alla porta della soffitta e rimanevano senza parola: don Camillo celebrava la Santa Messa.
La vecchia, a mani giunte, lo guardava con occhi pieni di lagrime.
Quando la vecchietta poté ricevere la Comunione parve che la vita le rifluisse d’improvviso impetuosa nelle vene esangui.
«Ite, Missa est...»
La vecchia parlò convulsa all’orecchio della figlia che, d’un balzo, raggiunse il marito:
«Reverendo» disse ansimando «sposateci davanti a Dio. Ora siamo sposi soltanto davanti agli uomini».
Fuori diluviava: pareva che le nuvole di tutta la grande Russia si fossero concentrate nel cielo di Grevinec.
Mancava l’anello, ma la vecchia protese la mano e la consunta vera matrimoniale, un sottile cerchietto d’argento, si infilò nel dito della figlia.
«Signore» implorò don Camillo «non badate se mangio qualche parola o qualche periodo.»
Peppone pareva la classica statua di gesso: don Camillo interruppe un momento il rito e lo spinse verso la porta:
«Spicciati, porta su tutta la banda!».
Ormai la pioggia stava decrescendo rapidamente, ma don Camillo era lanciato e pareva una mitragliatrice: battezzò tutt’e sei i bambini con una rapidità da togliere il fiato.
E non è che, come aveva detto, mangiasse le parole o saltasse addirittura dei periodi interi. Diceva tutto quel che doveva dire, dalla prima sillaba all’ultima. Ma il fiato glielo dava Gesù.

Forse tutto era durato un’ora. Forse un minuto. Don Camillo non lo sapeva: si ritrovò seduto alla tavola di cucina, con Peppone al fianco e Stephan davanti.
Il sole, ora, sfolgorava, e, nell’angolo semibuio della stufa, sfolgoravano ancor più del sole occhi sgranati che cercavano gli occhi di don Camillo.
Don Camillo li contò ed erano sedici: dodici dei bambini, due della madre e due della vecchietta. Ma, questi, non erano incastonati in uno dei visi celati nella penombra della stufa, ma li aveva dentro il cervello don Camillo perché mai aveva visto due occhi guardarlo così e non poteva toglierseli dalla mente.
La compagna Nadia Petrovna comparve sulla porta.
«Tutto a posto?» s’informò.
«Tutto perfettamente a posto» rispose don Camillo alzandosi.
«Siamo grati al compagno Oregov che ci ha messo a disposizione un tecnico competente come il cittadino Stephan Bordonny» aggiunse Peppone stringendo la mano a Stephan e avviandosi verso la porta.
Don Camillo fu l’ultimo a uscire e, giunto sulla soglia, si volse e tracciò un rapido segno di croce sussurrando:
«Pax vobiscum».
«Amen» risposero gli occhi della vecchietta.

G.Guareschi, Il compagno don Camillo, Milano, Rizzoli, 2002, pp. 97-115

13/09/2009

Non ci basta

A molti, magari, capiterà di farlo dopo aver sfogliato il giornale. E servirà tempo per andare a fondo in quella proposta, per non lasciarla scorrere via in fretta, presi dall’affanno dell’anno che riprende e del lavoro che incalza di nuovo. Ma se lo avete già fatto, se avete già aperto il libretto allegato a questo numero, e scorso almeno l’Introduzione di quell’Assemblea che il mese scorso ha raccolto a La Thuile quattrocento responsabili di Cl di tutto il mondo, è probabile che abbiate sentito almeno un’eco del contraccolpo subìto da chi c’era.
Diciamoci la verità: con quel primo «non ci basta» buttato in pista da don Julián Carrón di fronte alla confusione che viviamo, qualche familiarità ce l’avevamo già. «Non ci basta una ripetizione, pur giusta, di un discorso pulito e corretto». Il cristianesimo non è una faccenda di parole, o di principi da applicare alla vita per sostenerla. «E questo lo sappiamo anche noi», aggiungeva Carrón: «Abbiamo ripetuto tante volte la cosa giusta, ma questo non ci fa stare in piedi, non ci fa respirare». Non ci basta, appunto. «Abbiamo bisogno di vedere davanti a noi persone che nel loro porsi, nel loro modo di affrontare il reale (…) introducono una luce, una chiarezza in mezzo alla confusione nel modo in cui vivono gli affetti, il lavoro, le circostanze». Abbiamo bisogno di testimoni. La fede vive di questo. Chi ha seguito Tracce - e il lavoro educativo di cui cerca di rendere conto - nell’ultimo anno, sa bene di cosa stiamo parlando.
Subito dopo, però, è arrivato un altro affondo. «Ma il testimone non basta. Il testimone ci mostra una reale possibilità più umana di vivere nelle circostanze cui siamo chiamati, e per questo ci colpisce; ma non basta, perché ciascuno di noi (io, tu) ha bisogno che accada nella sua vita, nelle circostanze che è costretto ad affrontare, cioè ha bisogno di fare l’esperienza personale di ciò che il testimone mostra. Perché diventi mio!».
Ecco, lì in parecchi sono rimasti spiazzati. Meglio: provocati. Perché non si tratta di una sterzata, di un cambio di direzione. Non ci sono cesure in questo passaggio, non ci sono salti, come se l’insistenza sulla testimonianza fosse da archiviare per passare ad altre parole “di moda”: giudizio, esperienza… È un percorso da fare (e nelle pagine di quel libretto lo trovate tutto, passo per passo). Perché una cosa è chiara, se si guarda alle nostre vite: solo in quel «mio» c’è tutto. Certezza e speranza. E se non arrivo a dire «mio», non posso neanche dire «io». «Senza che questo diventi veramente esperienza noi non cresciamo nella certezza della fede».
Per molti, il Meeting di quest’anno è stato proprio una documentazione di questo percorso, come abbiamo cercato di spiegare nel “primo piano”. E le vacanze pure. Ma pensate che prospettiva si spalanca per chi riprende le occupazioni “normali” dell’anno con questo passo chiaro da compiere, con questo lavoro avviato di paragone continuo tra ciò che ci accade e il nostro cuore, con questo approfondimento di certezza della Sua Presenza nelle nostre vite. Pensate che cosa può essere delle battaglie che ci attendono a scuola, sul lavoro, in famiglia. O nel contesto sempre più confuso e per certi versi barbaro - lo testimoniano le vicende di questi ultimi giorni - della vita pubblica: media, politica, cultura… Pensate che cosa accade se lì dentro, non un briciolo prima - in astratto - o una frazione di secondo dopo - come etichetta da appiccicare -, ma dentro il reale iniziamo ad accorgerci davvero della presenza inestirpabile di Chi, essendo risorto, domina il reale. Qui e ora.
Diceva san Gregorio Nazianzeno, in quella frase tanto cara a don Giussani: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita». Ma se arriviamo a dire «mio»…

Da Tracce

14:29 Scritto da: ritina5 in Tracce | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, cl, meeting | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

24/07/2009

Il male che non voglio

http://www.myboite.it/burekeaters/wp-content/uploads/2006/09/babel.jpg

La tesi recentemente espressa da Umberto Veronesi in un articolo intitolato “Predestinati alla bontà, dai nostri geni” si può riassumere pressappoco così: «L’uomo è buono per natura». Non si tratta di una posizione inedita; l’ottimismo rinascimentale, per voce di François Rabelais, affermava già: «Fa ciò che vuoi, perché per natura l’uomo è spinto ad atti virtuosi». Ora ci si basa su ricerche genetiche e su indagini sofisticate, ma l’idea di fondo resta la medesima.

Già ieri su queste stesse pagine sono stati lucidamente evidenziati limiti e forzature di una simile impostazione e delle conclusioni cui giunge. A me interessa riportare la questione ad un livello ancora più elementare: il paragone di quella tesi con quello che mi succede

È vero che in me c’è la propensione a fare il bene e non c’è dubbio che io trovi in esso soddisfazione. Ma non posso non constatare che in me c’è anche una strana ombra che sceglie il male o per lo meno si disinteressa del bene che pure riconosce. Senza stare a scomodare delitti o tragedie, chi di noi non ha sperimentato il prevalere di un’invidia, l’aspro gusto di ferire un altro, la codardia davanti a una cosa buona che si reputa giusto fare, ma da cui si fugge?

Più realistica della presunta “predestinazione alla bontà” dovuta ai nostri geni è la constatazione che a fianco del desiderio del bene c’è - accovacciata alla porta dell’io come un cane rabbioso dice la Bibbia - l’oscura suggestione del male. La Chiesa cattolica la chiama “peccato originale”. Esso non distrugge completamente la nostra bontà originaria, ma la rende esistenzialmente impraticabile.

Si genera così quel dramma che, pur giocandosi nelle scelte più minute e quotidiane, non è però meno grandioso e avvincente. Il dramma che san Paolo ha raccontato nella lettera i Romani con queste parole: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Non c’è dubbio: una frase così spiega molto di più ciò che mi capita ogni giorno di quanto facciano le pretese giustificazioni genetiche della mia esclusiva propensione alla bontà.

San Paolo conclude: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?». Forse si evita di guardare in faccia al male che è in noi perché saremmo costretti a chiedere un liberatore? Forse le discussioni sui geni che ci predestinerebbero alla bontà non sono che l’ennesima forma di un’autosufficienza immotivata e insostenibile? Che ha gravi esiti anche in campo sociale, come ha ricordato Benedetto XVI nella Caritas in veritate: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa presunzione che discende dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società».

Pigi Colognesi - Il Sussidiario

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04/07/2009

C'è una bella novità per i naviganti del Web!

Novità dal web

il nuovo sito di SamizdatOnLine ... ospita il tuo post
vieni e vedi

C'è bisogno di stampa clandestina quando il potere soffoca.
C'è bisogno di un samizdat dove dare libera espressione al nostro desiderio di vita, di verità, di bellezza, di libertà, di giustizia, di una ragione spalancata dalla fede.
C'è bisogno di aiutarsi a trovare le tracce di chi dà un senso al nostro desiderio.

18:24 Scritto da: ritina5 in blog life | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, evoluzione | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

26/06/2009

IL CATECHISMO DELLA CARNE

http://www.centroplastsrl.com/Colonne_e_complementi%20(78).jpg

Consiglio vivamente la lettura dell’ultimo saggio di Timothy Verdon, Il catechismo della carne (Cantagalli 2009). Lo studioso di storia dell’arte cristiana, americano di origine ma residente in Italia da quarant’anni, offre in tre densi capitoli notevoli spunti per comprendere non solo le caratteristiche di una espressione artistica che accompagna la civiltà occidentale da due millenni (e senza della quale quella stessa civiltà risulta meno comprensibile), ma anche la natura stessa del fatto cristiano che a quell’espressione artistica ha dato origine. E la natura del cristianesimo è quella di essere «incarnazionale», cioè fondato sull’accadere di un evento compiutamente «fisico»: l’incarnazione, appunto, di Dio in un corpo umano. Pertanto esso è valorizzatore di ogni «carne», quella dell’uomo, e di ogni «materia», quella del cosmo che circonda l’essere umano. Entrambi sono «chiamati a salvezza», cioè destinati ad una definitiva bellezza, pur dovendo ancora nel tempo dibattersi in quelle che san Paolo chiama «le doglie del parto».

Lascio al lettore il gusto e la soddisfazione di ripercorrere con Verdon l’evolversi della carnalissima arte cristiana, dal superamento della corporeità eroica dell’arte greco-romana all’approfondimento teologico e simbolico del medio evo, dalla rivoluzione affettiva di san Francesco alla reinvenzione del modello classico nel rinascimento, dal dramma barocco alle sue degenerazioni, fino alla strana afasia sul corpo di molta arte sacra contemporanea.

Mi voglio, invece, soffermare su una delle opere analizzate nel volume. Si tratta del michelangiolesco Tondo Pitti, conservato al Bergello di Firenze. Scrive Verdon (che anni fa ha dedicato un saggio a Michelangelo teologo): «Il tondo rappresenta Maria, seduta su un blocco di marmo mentre mostra un libro aperto al bambino Gesù, il quale vi appoggia il braccio destro. Alle spalle di Maria, l’altro bambino che guarda verso Cristo è san Giovanni Battista, sovente raffigurato nell’arte fiorentina in quanto patrono cittadino. Ma l’intuizione teologica principale del tondo è comunicata in un altro particolare: il braccio di Gesù poggiante sul grande libro tenuto da Maria, che comunica l’idea di un’antica cultura “incarnata” nel Verbo fattosi bambino». Perché si tratta di una grande intuizione teologica? Appunto perché il cristianesimo non è una «religione del libro», l’incontro con esso non avviene per riflessione su una teoria e il suo mantenersi nella storia non si realizza perché uno stuolo di scribi commenta e chiosa le parole scritte di una dottrina del passato. Quel braccino di un sorridente bambino è «la vittoria della carne umana sulla parola scritta».

Maria è pensosa, dice Verdon, perché rappresenta tutta l’umanità nel suo sforzo, intenso e un po’ triste, di comprendere il mistero dell’esistenza. E come può farlo? Leggendo un libro, cioè paragonandosi con il meglio che il suo lungo cammino e diuturno sforzo ha saputo produrre e tramandare. «Ma, al posto delle parole, Dio le ha dato il suo Verbo come figlio in carne ed ossa».

Maria, però, è anche la Chiesa. Tra i suoi figli non è mai escluso il pericolo di comportarsi come scribi, sottili interpreti di un libro, dotti esegeti di una teoria, ripetitori di un discorso. Ma il braccio un po’ insolente di quel bambino posato sul libro sta a ricordare che «solo lo stupore conosce» e che l’unico «catechismo» convincente è quello «della carne».

Pigi Colognesi - Il Sussidiario

11:24 Scritto da: ritina5 in consigli di lettura | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: chiesa, fede, poesie, cultura, libri | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

18/06/2009

DA NON PERDERE!

Non perdetevi questo interessantissimo appuntamento!

Sabato 20 giugno

SullaviadidamascoOre 10.15 circa RaiDue all’interno della trasmissione "La via di Damasco"

Cavallari -Riva 1

Intervista a Fabio Cavallari e Suor Maria Gloria Riva. Il Monastero, la vita, l’incontro, la strada, i libri. "Mendicanti di bellezza"

Grazie a Fabio Cavallari

 

16:19 Scritto da: ritina5 in Bellezza | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, evoluzione | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

17/06/2009

E' MORTO MASSIMO CAPRARA. SALVATO DALLA BELLEZZA

Da Tempi, che ringaziamo. Il Centro Culturale della Svizzera Italiana ha avuto l'onore di avere come ospite Massimo Caprara il 18 novembre 2004.

Da Palmiro a Nicodemo
Confessione di un togliattiano.
[Unita.jpg]


L'articolo che Massimo Caprara scrisse per Tempi sul numero 51 del 19 dicembre 2002 

di Massimo Caprara

Esiste solo qualche parola, o forse nessuna, come la parola ideologia che abbia dominato, anzi oppresso, il nostro tempo: il secolo appena passato “delle idee assassine”. Di esse non vi parlo come uno storico di professione, perché tale non sono. Vi parlo della concretezza, del mio vissuto, vi reco una testimonianza che alimenta e nutre una riflessione critica. Non è quindi la Storia, ma la mia storia: la storia di un ideale che degenera in ideologia, di come un ideale si trasforma, si corrompe, si separa dall’esperienza e diviene un sistema dogmatico, una corazza di false verità totalizzanti e assolute.
Ideologia, non succede mai niente di imprevisto

In questo senso, ideologia è contrario della realtà, contrario del Vero, suo pregiudizio, sua contrapposizione, suo non pensare. Nell’ideologia ogni passaggio è scontato. Essa è incurante dell’evidenza, è tempo senza tempo, incapacità di cercare il Vero, di riconoscerlo, di volerlo, di amarlo, ma capace solo di esecrarlo e negarlo. In uno dei maggiori suoi teorici, l’ideologia è «potere di una classe organizzata per opprimerne un’altra». Così Karl Marx nei Manoscritti economici - filosofici del 1844 e nell’Ideologia tedesca del 1846, descrive l’intrinseca violenza, prevedibile e prevista, che è la sostanza dell’ideologia. Essa è irreale, non perché non avvenga, ma perché replica se stessa, si ripete senza imprevisti, senza stupore, ma con orrore cieco. Non attende né riconosce alcun Annuncio, o Incontro o Attesa. Produce solo subordinazione e passività, perché tutto è già avvenuto o deterministicamente avverrà. Ideologia è in lotta perenne contro Ideale. Ideale e Ideologia sono infatti in lotta irrimediabile tra loro come Amicizia è il contrario di Solitudine. L’uno, cioè l’Ideale, è destinato a crescere, a procedere: chiede futuro. L’altra, l’Ideologia, ristagna, si avvita, uccide spiritualmente. Ha scritto don Giussani, al quale tutti, io credo, siamo debitori infiniti, che «l’Ideale è la dinamica in cammino della natura dell’uomo ed ad ogni passo qualcosa di esso si adempie». È giusto: qualcosa si adempie verso la Bellezza che implica consistenza etica ed estetica, che è azione e contemplazione, sentimento delle cose, coscienza amorosa di quanto ci circonda, di quanto ci avvolge, ci invade, desidera ed è desiderata. Di quanto ci stimola e ci dà libertà. Bellezza e Libertà; ossia compiutezza di sé nella dimensione del presente, è il farsi dell’uomo, l’espressione del proprio essere a contatto con la trascendenza, a contatto con gli altri da sé e con il suo superamento.
Un misticismo logico che si fa spirito totalitario

Al contrario, l’Ideologia si fa Stato, totalità superiore, unilateralità, sovranità illegittima, oppressione, sovrastruttura in cui la classe dominante sopprime la libertà a suo beneficio: borghese od operaio che sia. Persino Marx è costretto a denunziare questo procedimento, accusandolo nelle sue fondamentali Opere filosofiche giovanili, come «misticismo logico».
La Bellezza in quanto Verità è lotta, tensione continua, aspirazione verso l’eterno e l’infinito. La Bellezza, o meglio l’Estetica, rende lucido lo sguardo, lo raffina, chiarisce la mente e rende gli uomini assetati di luce. Nei suoi libri don Giussani ha fissato perle ed episodi della musica, della poesia, dell’architettura e dell’arte. Ha scritto del proprio padre e della propria madre come educatori alla Bellezza. Ha scritto della Goccia di Chopin, dello Stabat Mater di Pergolesi, del desiderio di felicità infinita nel poema Alla sua donna di Leopardi. Ha rintracciato la Bellezza nei canti popolari russi del Coro sovietico dell’Accademia di Stato. La Bellezza salva. La Bellezza è non avere paura della Verità, combattere perché essa venga alla luce, si confronti, vinca, ogni volta si riaffermi. Quanto Ideologia è palude e stagnazione, tanto Ideale o Bellezza è movimento, progresso, azione.
In un libro del 1951, Hannah Arendt scrisse che l’Ideologia «è abbandono della libertà di pensare per la camicia di forza della logica». Ideale è un agire, un fare, un manifestare, un vivere un avvenimento, un costruire, Ideale è anche contemplazione e condivisione, cammino fatto insieme alla scoperta del senso delle cose. «Se l’uomo non costruisce, come fa a vivere?» si chiede giustamente il poeta cattolico statunitense naturalizzato inglese, premio Nobel, Thomas Stearns Eliot. L’ideale è anche costruire e comunicare. Il Bello, allora, è libertà che si dilata, diviene incontro, progetto, presenza, unità. La Bellezza allora diviene esperienza collettiva del fatto cristiano, fraternità e solidarietà avvertite dalla Chiesa come fatto umano e sociale.
Sto parlando della mia vita

Se parlo con durezza, con ostinazione e contrarietà, se parlo così di Ideologia non è certo per metafisica accademica. Parlo della mia vita. Ho vissuto per oltre 25 anni all’interno di una Ideologia, in una delle sue versioni più drammatiche, attivistiche, dottrinarie. Dal 1948 al 1968 ho fatto parte del Partito comunista italiano, del suo massimo pensatoio e dirigenza ossia della Nomenklatura comunista, nella sua confessione togliattiana. Sono stato membro del suo Comitato centrale, Sindaco di Portici, Deputato alla Camera per vent’anni. In quella ideologia ho militato con convinzione, allora con calore e ardore. Ho visto da vicino, ogni giorno, il volto e la maschera di una cultura e di una Ideologia autoritaria e costrittiva, che non può essere obliterata e che lascia un segno di memoria e di trauma. Ho vissuto il male dell’Ideologia sino in fondo. Ma proprio dal fondo dell’errore, ho ricevuto una spinta, un recupero, un desiderio del bene e della Verità, ho sentito, se così posso dire, il profumo della Bellezza.
Di questo passato, io non mi assolvo. Ne vedo gli errori, le responsabilità personali e collettive, ne porto il peso materiale e morale. Non mi assolvo, ma neppure mi fustigo sterilmente. Di tutti i diritti di cui disponiamo, io non posso avere il diritto di tacere. Scrivo libri, ragiono, discuto, mi confronto per capire e giudicare, per suggerire i temi di un dialogo liberatorio, necessario e durevole.
Un passato fallito. E che minaccia il presente

Perché l’ideologia, in particolare e soprattutto quella comunista, è contraria alla Verità? Lo è per l’egualitarismo che contraddice e sopprime la libertà personale. Lo è per il totalitarismo che concentra in pochi il destino di molti. Ne vincola l’intera vita sociale, stermina il dissenso e lo reprime come inammissibile e imperdonabile. Lo è in quanto derivazione perversa e contraddittoria dal settecentesco Secolo dei Lumi. L’ideologia comunista comincia con il finto amore per l’Uomo, ma esso, nell’intelletto e nella pratica, finisce con l’orrore della vita. Io ho vissuto nel Partito impraticabili, estranianti ideali, io ho vissuto l’ideologia dell’avversione all’uomo. Mi sforzo di indurre gli altri a fare i conti con un passato che è praticamente fallito, ma non è morto. Mi batto perché esso non venga rimosso senza essere stato affrontato criticamente e senza una contestazione civile, ma implacabile. Parlo perché altri non cadano nell’errore mio e di una intera generazione. La mia rottura con l’Ideologia è stata difficile, forse lenta, sicuramente sofferta. Lottare contro l’ideologia è lottare contro la solitudine, la violenza, l’inganno. Significa prepararsi a cogliere il vero Ideale della Bellezza: la presenza irresistibile di Dio.


Grazie al Centro Culturale della Svizzera Italiana

13:44 Scritto da: ritina5 in TESTIMONI | Link permanente | Commenti (5) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

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