06/06/2010

Come parlate, preti?

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Come parlate, preti? Padre Lombardi, portavoce della Santa Sede, non puoi esprimerti come un Frattini qualsiasi, non puoi dire che l’omicidio di monsignor Padovese è “incredibile” e lascia “profondamente sconcertati”; monsignor Lucibello, nunzio apostolico in Turchia, non puoi dichiararti “distrutto” e “costernato” e definire il fatto “imprevedibile”. Così straparlando dimostrate di non conoscere il Vangelo né l’animo umano né la lingua italiana, nulla. L’omicidio di un vescovo è quanto di più evangelico e perciò credibilissimo e prevedibilissimo: “Metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome”. Siccome sconcertato significa “disorientato, confuso, smarrito” non è cristiano esserlo, l’oriente resta Cristo anche se ammazzano dieci vescovi al giorno. Si dice sempre che la chiesa ha bisogno di testimoni: bene, martire in greco significa appunto “testimone”. La cosa peggiore è descrivere quella di Padovese come una morte senza senso causata da un pazzo. La cosa peggiore sono le vostre parole.

di Camillo Langone

© - FOGLIO QUOTIDIANO

01/05/2010

Ave Maria, splendore del mattino

rosa-rosa.jpgNel mondo moderno che va alla deriva, il Cristianesimo ha un’ancora di salvezza: Maria. Nei secoli dove la Chiesa si trovava immersa dalle tenebre dell’eresia, una Stella luminosa ha sempre indicato la via da seguire: Maria.

Quando l’uomo moderno ha iniziato a percorrere le illusorie vie del piacere e della ricchezza, immerso nella delusione, sente una mano materna che lo sorregge: è Maria.

Se l’umanità sembra rifiutare Dio, c’è una mamma che non sopporta vedere i suoi figli incamminati alla perdizione: è Maria.

Prova personalmente il conforto, il coraggio, la serenità che soltanto Lei ti può dare: Maria.

Non sai più pregare? Guarda quel viso stupendo della Madre del Cielo: ti sorride, ti da sicurezza; è Lei, Maria.

Sei al limite della disperazione? Ripeti quell’espressione che certamente la tua mamma terrena ti avrà insegnato nei tuoi primi anni di vita: Ave Maria …

Non hai più fiducia in niente e nessuno? Provaci, non costa niente, e chiedi aiuto a Lei; è Maria …

In tutto il mese di Maggio, affidati a Lei, non dubitare, è una mamma che non delude mai; è Maria.

Ave Maria,
piena di grazia,
il Signore è con Te,
Tu sei benedetta tra le donne
E benedetto è il frutto del Tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio,
prega per noi peccatori,
adesso e nell’ora della nostra morte,
amen.


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12/04/2010

Nella poesia di Eliot la Chiesa era una "Roccia" da edificare e difendere


chiesa.jpgUn amico, presentando in un sito fiorentino alcuni interventi che si opponevano all’attacco cui il Pontefice è sottoposto da settimane, anche prima dell’articolo della Goodstein sul NYT, li introduceva, acutamente, con la citazione di celebri versi del dramma sacro La roccia ("The Rock", del 1934; generalmente reso con Rocca in italiano, ma The Rock è la Chiesa, la roccia dunque) di T.S.Eliot.

Nel Coro quinto, che ha movenza  di salmo,  Eliot evoca gli uomini dalle “eccellenti intenzioni” che “corrono attorno come cani, … e fiutano e abbaiano”, decisi a metter fine alle “turpitudini dei cristiani”. Contro l’assalto degli uomini dalle “eccellenti intenzioni (e cuore impuro)” il moderno salmista esclama: “Siamo circondati da serpenti e da cani: per cui qualcuno deve stare all’opera [di costruzione], e altri reggere le lance”. È che i cristiani devono riedificare senza sosta la Città. Il Coro quarto, che rievoca il ritorno di Neemia in una Gerusalemme cadente,  aveva anticipato il tema: “Così edificarono, come gli uomini devono edificare,/ Con la spada in una mano e la cazzuola nell’altra”.  Tanto più colpisce, nella meditazione di T.S. Eliot, che questa debba essere anche la modalità dell’esistere cristiano. La vita del cristiano è dare opera alla città di Dio in terra; ma in Gerusalemme vi sono “fuori nemici per distruggerla/ E dentro (…) spie  ed opportunisti”. Per questo l’agire che edifica (la cazzuola) dovrà essere difeso (le metafore delle lance, della spada). La voce dei Salmi, di cui Eliot si fa eco, è sempre realistica, che celebri l’intronizzazione del Signore o scruti l’incombere del nemico, dell’aggressore magico, o denunci a Dio ferite e patimenti. Non si può non pensare, in quegli anni, all’ebreo che nella Palestina del mandato britannico ricostruisce Israele (“con la cazzuola in una mano, e la pistola/ pronta nella fondina”, un’altra delle versioni della formula eliotiana).

Ma Eliot mostra una lettura fine, importante per l’oggi, della congiuntura nihilistica indotta dalle “eccellenti intenzioni”, dall’agitarsi provvidente. Per queste persone eccellenti la Chiesa è una “casa il cui uso è dimenticato”; coloro che vi abitano appaiono “come serpenti distesi su scale cadenti,/ soddisfatti al sole”.  Gli altri fiutano e abbaiano, e “dicono, Questa casa è/ un nido di serpi, distruggiamola,/ Mettiamo fine a questi abomini, alle turpitudini/ dei Cristiani”. Sensibile alle culture anticristiane, specialmente a quelle del nuovo engagement  degli anni Trenta, Eliot scruta il contrasto tra la Chiesa e gli uomini del pacificato nichilismo, ai quali Essa ricorda “il male e il peccato, e altri fatti spiacevoli” (Coro sesto). E aggiunge: “[uomini che] cercano sempre d’evadere/ dal buio esterno e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno/ avrebbe bisogno d’essere buono./”. Eliot penetrava quello che altri chiamavano alienazione e ne colpiva, contemporaneamente, gli aberranti ideali di uomo disalienato; lo faceva adottando la simbolica cristiana. La sua lettura è, di conseguenza, duratura, senza declino.

Ascoltavamo queste parole nelle rappresentazioni della Rocca, non rare nel dopoguerra, ed erano attuali. Attualissime oggi, dopo un certo oblio: la cattolicità ha supposto, infatti, per decenni che la costruzione della Città di Dio non avesse avversari, se non quelli evocati dalle retoriche ‘rivoluzionarie’ (equivocando tra le due Città). Ha talora disperso, in questo mezzo secolo, il sapere che edifica non solo l’anima ma la Città, e perduta la coscienza che l’edificio in costruzione ha dei nemici, e va difeso. T.S.Eliot non suggeriva visioni di gloria prossima – coltivate semmai da chi confonderà Chiesa e Proletariato, ed oggi identifica la Chiesa con una vita buona e garantita, corpi integri e sani, senza peccato né colpa: un nichilismo sorridente e ordinatore, nella “totale confusione del bene e del male”.  Ma scriveva, quasi intravedesse il decennio imminente: “se il sangue dei Martiri deve fluire sui gradini/ Dobbiamo prima costruire i gradini;/ E se il tempio dev’essere abbattuto/ Dobbiamo prima costruire il Tempio”.  (continua)

di Pietro De Marco - Grazie a L'Occidentale

11/04/2010

Cade aereo vicino a Katyn Muore il presidente polacco

giovanni_paolo_II_stadio.jpgIl corpo di Kaczynski ritrovato presso il luogo in cui si è schiantato il Tupolev-154 su cui viaggiava insieme ad altre 96 persone. Nessuno dei passeggeri e dei membri dell'equipaggio è sopravvissuto allo schianto: tra di loro la moglie di Kaczynski, il governatore della Banca centrale e il capo delle forze armate polacche. Sono state ritrovate anche le due scatole nere.
(da Avvenire)
Preghiamo per la Polonia, nel giorno della Divina Misericordia; invochiamo San Stanislao di Cracovia, martire della Polonia - oggi se ne celebra la festa - e Giovanni Paolo II, che interceda per la Sua amatissima Patria, martire nei secoli.

25/03/2010

Siamo tutti Arshed

Persecuzione_cristianiR375_22set08.jpgSiamo tutti Arshed. L’hanno ucciso col fuoco, in Pakistan. Era un autista di 38 anni, cristiano. Ha rifiutato di convertirsi all’Islam, nonostante le pressioni del suo datore di lavoro. Un “commando” gli ha dato fuoco, e dopo aver vissuto qualche giorno con ustioni sull’80% del corpo è morto lunedì scorso. La moglie, che si era recata alla polizia per denunciare il fatto, è stata stuprata dagli agenti stessi, davanti ai suoi tre figli piccoli dai 7 ai 12 anni. Questo è il trattamento che il Pakistan sta riservando alle minoranze religiose. Ditelo ai Pakistani che qui sono venuti a vivere, a lavorare, rispettati e accolti, con tanto di moschee. Ditelo che siamo tutti Arshed. E soprattutto ditevelo piano, per strada, mentre andate a fare il vostro dovere, lavoro, scuola, occupazioni: “io sono Arshed, io sono Arshed e i suoi tre figli.” Ora si facciano le azioni diplomatiche per aiutare i tanti cristiani che laggiù stanno subendo da tempo violenze e soprusi. Si muovano i ministri, i funzionari, i diplomatici. Ma specialmente si muova il nostro mastodonte cuore, il nostro sorriso radicale, l’anima verticale. Siamo tutti Arshed, “io sono Arshed”.
dr - ClanDestino


Leggi anche:

PERSECUZIONI/ Arshad Masih bruciato vivo: quando dire Cristo costa la vita

 

 

Maria, quella giovane, bellissima ragazza

annunziata.jpgOgnuno di noi ha il suo proprio nome, così come quella giovane ragazza si chiamava Maria; ella era in rapporto con altre persone che avevano ognuna il proprio nome; una di queste si chiamava Giuseppe. È entrato nella nostra vita un angelo; in qualche modo, attraverso un suo messaggero (la compagnia), Dio ci ha detto: «Saluto la tua vita, il Signore è con te. La tua vita sarà piena di grazia, di positività». È normale rispondere «Cosa vuol dire?», così come Maria «si domandava che senso avesse un tale saluto». Ma la stessa voce, lo stesso avvenimento ci dice, chiamandoci ancora per nome: «Non temere, perché Dio ti ha scelto. Concepirai: la tua vita darà frutto». È la promessa di una fecondità che non ha fine, che non si consuma con il tempo. Anche a questo punto la nostra risposta è simile a quella di Maria: «Ma io non sono capace e mi guardo bene dal pretendere di essere qualcosa di più degli altri». Identica la risposta del messaggero: «È lo Spirito del Signore che scenderà su di te, è l’ombra della potenza dell’Altissimo che penetrerà il tuo tempo e gli spazi del tuo vivere. Per questo quello che nascerà da te (la pulizia della casa e la fatica del lavoro, lo studio e il tempo tutto della vita... ) sarà santo, sarà secondo la verità che non muore, sarà secondo il Mistero. Guarda Elisabetta, nella sua vecchiaia ha concepito... ». Quante volte abbiamo dovuto ammirare Dio nella testimonianza di persone di cui non ci saremmo neppure accorti, di cui tutti dicevano «È sterile»! Nulla è impossibile a Dio. Ti sembra che tutto sia vuoto? Nulla è impossibile a Dio. Allora il punto è ripetere, come Maria: «Eccomi, avvenga di me quello che hai detto».
(Luigi Giussani: “L’angelo del Signore portò l'annuncio a Maria”, CL Litterae Communionis, 1991, n. 5)

Da tracce.it

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18/03/2010

Quella «gioia del concreto» sempre attuale

di Marta dell'Asta
17/03/2010 - Cinquant'anni fa nasceva la rivista "La Nuova Europa". Per l'anniversario, il nuovo numero ospita un inedito del grande intellettuale russo. Che affronta l'educazione e la paragona ad «un passeggiare insieme con una meta comune»: conoscere la realtà
pavel florenskij.jpg

Recentemente uno storico della Chiesa russa ha detto che le cruente persecuzioni che si abbatterono sulla Chiesa ortodossa dopo il 1917, spesso per mano degli stessi «fedeli» di un tempo, furono in modo trasparente una «crisi», ossia un «giudizio» che la realtà storica s’incaricò di dare sui peccati dei cristiani russi, sulla decadenza interiore di una fede ridotta a consuetudine e a rito.
Ma tutto ciò che di vero permaneva in quel corpo ecclesiale depresso, che era radicato nella santità della Chiesa non è andato perduto, ha trovato le vie per agire e manifestarsi, e per dare frutti utili alla rinascita. Uno di questi frutti è senz’altro un pensiero filosofico cristiano capace di una profondità di giudizio sull’uomo e sulla storia quale raramente si è dato in altre culture. Il fermento cristiano era talmente connaturato alla cultura russa nel suo complesso, che ha lasciato dei riverberi sorprendenti anche nelle sue manifestazioni più «laiche», là dove era perso ogni legame esteriore con il cristianesimo. È da questo brodo di cultura che sono stati generati fenomeni come il dissenso, il samizdat, e un’autocoscienza umana e civile che ha saputo formulare un giudizio sostanziale sulla tragedia della rivoluzione, la natura del totalitarismo, la responsabilità umana, i lager, andando ben al di là della pura denuncia.
È a questo immenso serbatoio di esperienza e di pensiero che la rivista La Nuova Europa, nata esattamente 50 anni fa col nome Russia cristiana ieri e oggi, ha sempre attinto e continua ad attingere materiale di pubblicazione. Di fronte alle sfide del presente, così come nel passato, la cultura russa offre un criterio di lettura che si conferma sempre aderente al reale, anche se è stato formulato un secolo fa.
Un piccolo gioiello di questa perenne “attualità” si trova in un breve articolo (Lezione e lectio, uscito sul nuovo numero de La Nuova Europa; per informazioni: tel. 035.294021), scritto da padre Florenskij esattamente cent’anni fa come introduzione alle dispense delle sue lezioni. Qui l’autore espone il suo originale metodo didattico, dietro al quale s’individuano criteri educativi molto interessanti. Queste poche pagine sono state citate da molti come un testo importante, ma erano ancora inedite in italiano.
Con la sua abituale precisione, prima di tutto Florenskij specifica quello che la lezione non è: «La lezione non è un tragitto in tram che va avanti su binari prefissati e ti porta alla meta per la via più breve». Neppure consiste «nel tirar fuori dai depositi di un’erudizione astratta delle conclusioni già pronte, in formule stereotipate». Invece di trasmettere una verità già confezionata, la lezione vuole essere «un passeggiare insieme con una meta comune», dove docente e discente ricercano e riflettono insieme in un rapporto vivo e personale. Perciò per Florenskij «fare lezione» significa mettere in moto l’organismo vivo della conoscenza; è un vero «atto creativo» che necessita di un rapporto dialogico. Diversamente, non resterebbe che affidarsi al libro di testo, un materiale già fissato e conchiuso, più perfetto forse, ma inerte.
Tuttavia, guai se in questo cammino il docente si lascia tentare dalla presunzione di «sapere già tutto»: secondo Florenskij la verità, compresa quella scientifica, va concepita in modo aperto, non come un dogma ma come un processo inarrestabile, animato da un’energia viva che si misura solo con l’infinito. E dunque ciò che il maestro deve comunicare è innanzitutto il proprio gusto della ricerca della verità, deve offrire un metodo di lavoro e innescare un fermento intellettuale. Il processo educativo è per questo «un’iniziazione» vera e propria.
Da ultimo, l’oggetto della nostra ricerca non può mai essere una verità astratta e generale che si riduce inevitabilmente a uno schema, ma s’identifica con il concreto; nell’entusiasmo per il dettaglio Florenskij esprime davvero se stesso: «Quanto alla fermentazione della psiche, essa consiste nel gusto per il concreto acquisito per contagio; consiste nella scienza di saper accogliere con venerazione il concreto, nella contemplazione amorosa del concreto. Del resto, il concreto è l’oggetto stesso della ricerca scientifica diretta, nel senso di fonte prima, che si tratti di una pietra, di una pianta o piuttosto di un simbolo religioso, un monumento letterario».
La gioia del concreto di cui Florenskij parla è assieme la gioia dell’educare e dell’apprendere. È il realismo cristiano, capace di dare la pace senza estinguere la sete.

Fonte

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17/03/2010

Le elezioni e il "Manifesto umano"

 

croce incisa2.jpgDicono che i paralleli storici sono sempre un po’ impropri, se non fuorvianti. Eppure in questi giorni di confusa campagna elettorale me ne è venuto in mente uno che trovo parecchio significativo.

La scena di oggi è quella di una disaffezione generalizzata verso l’impegno politico; si respira l’aria grama e pesante di una scontentezza che non riesce ad esprimersi, ma solo sbottare nell’urlo sguaiato o nell’insulto. I mezzi di comunicazione soffiano sul fuoco, non mettendoci in condizione di capire cosa veramente stia succedendo, e fanno a gara nello scoraggiare ogni possibile discussione serena sulle questioni reali, sulle proposte in campo, sulle ipotesi di soluzione, sui fatti da giudicare col nostro voto. Come se qualcuno volesse incrementare quella disaffezione.

Viene voglia di lasciarsi andare, di ritirarsi nel guscio di un orizzonte ristretto, anche se ci si sta male. Viene voglia – o te la fanno venire? – di mandare tutto a quel paese e di pensare ad altro.

Spostiamoci ora nell’Unione Sovietica del 1960. Anche se il periodo buio dello stalinismo è finito da qualche anno, l’aria della convivenza civile è ancora irrespirabile. Per sopravvivere sul lavoro bisogna essere servili verso il potere, la corruzione è l’unico modo per tirare un po’ avanti, le file davanti ai negozi durano ore.

E non c’è nessuna libertà di espressione. La stampa di regime – ogni periodo storico ha la sua – magnifica i grandi successi del partito, ma tutti sanno che si tratta solo di menzogne. Viene voglia di lasciar perdere, di sotterrare il proprio desiderio di verità, di costruire una convivenza diversa, di esprimersi.

Viene proprio voglia – o te la fanno venire? – di accettare ogni compromesso e di rassegnarsi a un triste quieto vivere.

Ma c’è qualcuno che non cede. A Mosca, nel settembre 1960, quattro giovani tra i 18 e i 24 anni compiono un gesto semplicissimo e dirompente: vanno in piazza e leggono delle poesie proibite dal regime. È facile immaginare gli sguardi dei passanti; avran pensato che erano degli illusi, li avranno giudicati dei mestatori o peggio dei provocatori prezzolati. Loro, quei quattro ragazzi, non giudicavano nessuno, non lanciavano anatemi, non si accodavano al coro dei lamenti. Volevano solo dire – e dire insieme – che non potevano accettare che la loro gioventù si spegnesse nell’apatia, che il loro io fosse irrimediabilmente tarpato.

Avevano da lanciare a tutti un Manifesto umano. Proprio così era intitolata la poesia di uno di loro, Jurij Galanskov.

Dice: «Non permetterò a nessuno / di calpestare / il candido scampolo dell’anima». Gli sbirri del potere vegliavano. E Galanskov lo sapeva: «Sono io che vi invito alla verità / e alla rivolta / e spezzo le vostre pastoie intessute di menzogna. / Sono io, / dalla legge incatenato / che grido il manifesto umano. / E non importa che il corvo a colpi / di becco / mi incida sul marmo del corpo / una croce».

Infatti dopo poco Galanskov fu arrestato. Passerà gran parte del resto della vita in lager, dove morirà a 32 anni per una operazione (volutamente?) mal riuscita.

Ma quel piccolo gruppo è stato uno dei tanti semi da cui fiorirà la grande stagione del dissenso che ha cambiato i destini, anche politici, dell’URSS.

Uno «scampolo d’anima» che non si fa calpestare può fiorire anche adesso, in queste elezioni.

Fonte

15/03/2010

Ora De Magistris vuol processare pure il Papa

magistris.jpgdi Vittorio Sgarbi

L'europarlamentare dell'Idv attacca Benedetto XVI: "Dovrebbe testimoniare in aula e raccontare ciò che sa sui casi di pedofilia". E con arroganza l'ex pm confonde l'ignaro Ratzinger con un dittatore. Ma è solo l'ultimo atto del delirio giustizialista

Che ci saremmo arrivati mi era stato evidente l’altro ieri vedendo la prima pagina della Repubblica, colla fotografia in mezzo controluce, e due silhouette di preti parlottanti dietro di lui, arcigno e preoccupato (non solenne non autorevole) sotto il titolo: «Caso di pedofilia a Monaco con Ratzinger vescovo». L’occhiello tentava un’attenuante: «Denuncia shock. Il Vaticano: il Papa è estraneo». Per il Vaticano, perché invece per il laico monsignore eletto al Parlamento europeo, in virtù del suo fallimento come magistrato (i processi nei quali il collegio giudicante sempre lo ha sconfessato indicandone l’infondatezza delle accuse) Luigi De Magistris: «Ratzinger dovrebbe rendere testimonianza ai giudici tedeschi di quanto sa sui casi di pedofilia. Quando i fatti avvengono all’interno delle mura vaticane non è semplice far luce sulla verità. Non è la prima volta che su queste vicende viene tirato in ballo lo stesso Papa e nessuno è al di sopra della legge».

L’insostenibile arroganza e la totale mancanza di senso dello Stato (anche di un altro Stato com’è il Vaticano) fa dire a personaggi che non sono stati puniti per le loro responsabilità una serie di insensatezze che hanno come obiettivo mettere sotto processo le istituzioni. Dalla presidenza della Repubblica, alla presidenza del Consiglio, alla Santa Sede. La stupidità della posizione di De Magistris non è soltanto per lo spirito dissacratorio che la ispira (perfettamente logico in Dario Fo) ma per l’assoluta inutilità della richiesta il cui carattere è soltanto spettacolare e propagandistico. Essendo il Papa il capo di uno Stato, chiedergli di testimoniare significa immaginare che egli sia a conoscenza di qualcosa che è stato fatto non per suo ordine ma alle sue spalle.

La richiesta di De Magistris trova il suo precedente nei processi internazionali inaugurati qualche anno fa (dopo il tribunale di Norimberga) dal magistrato Baltasar Garzon che dalla Spagna incriminò Pinochet. Il giudice spagnolo puntava a riconoscere una responsabilità oggettiva di Pinochet nelle torture, negli arresti, nelle sparizioni per una volontà espressa, dichiarata, per volontà in questo senso, s’intende scelta, decisione non mera conoscenza dei fatti. E cos’altro se non questo potrebbe essere responsabilità del Papa? In questo caso avrebbe dovuto perdonare o denunciare? Sopraffatto da questi interrogativi De Magistris confonde Ratzinger, vescovo a Monaco con Pinochet o Fidel Castro, capi di Stato che hanno premeditato repressioni contro i dissidenti. Ma cosa poteva programmare Ratzinger con i pedofili? Per De Magistris, immagino, un’associazione a delinquere. Perché, se non si tratta di questo, che senso ha interrogarlo? Per sapere che sapeva. O per chiedergli se sapeva? In ogni caso, se non lo si immagina coinvolto perché il Papa dovrebbe rispondere di ciò che avveniva non per sua volontà? Immaginiamo un delitto al Quirinale, o la scoperta che due corazzieri sono amanti.

E perfino che una dipendente pratica l’incesto. Cosa c’entra Napolitano? O dev’essere interrogato come Vanacore? Prima di queste teorie di De Magistris non si riteneva in giurisprudenza che la responsabilità penale fosse individuale? Qualcuno ha ritenuto di interrogare il ministro Maroni o il ministro La Russa perché alcuni carabinieri infedeli hanno ricattato Marrazzo? Se nella diocesi di Monaco di Baviera c’era un prete pedofilo, che cosa deve riferire Ratzinger, ammesso che lo sapesse? Che ha chiesto al prete di smettere, o ha preferito credere che non fosse vero? Ma il Vaticano di De Magistris è luogo di trame e di complotti e «se il Papa viene tirato in ballo», va ribadito che «nessuno è al di sopra della legge». Ma neanche la legge dev’essere al di sopra del buon senso e del rispetto delle istituzioni.

Pagina 1 - 2 (continua)

Leggi anche l'Editoriale di Samizdatonline

Questi giorni sembrano segnati da un attacco sistematico contro la Chiesa, in modo da ricordare il clima degli ultimi giorni di Gesù. Odio alla Chiesa, odio all'uomo.  Tempo allora di verità e di testimonianza. Senza compromessi, perché la situazione ci chiede di non cedere alla tentazione della menzogna.
Sull'accusa di pedofilia, non tutti i casi denunciati sono reali; moltissimi - fra cui quelli portati contro il Papa - sono vecchi e datati, quindi molto difficilmente verificabili. (continua)

08/03/2010

NIGERIA Il massacro dei cristiani per la conquista delle terre

L'attacco nella notte, in cinquecento uccisi a colpi di machete. Dopo gli scontri di gennaio, una nuova strage fra gruppi etnici. Tra instabilità politica e vendetta, chi vive là ci racconta «la sete di potere dei musulmani del Nord...»

nigeria.jpgdi Alessandra Stoppa


Sono arrivati in piena notte correndo e sparando, al grido di «Allah Akbar», per svegliare la gente e farla uscire dalle case. Poi hanno massacrato donne, ragazzi, bambini a colpi di machete, mentre cercavano di fuggire. Ne hanno uccisi cinquecento. All’alba le strade erano coperte di cadaveri. Le case bruciate. L’attacco musulmano ai villaggi cristiani alle porte della città nigeriana di Jos, nello Stato del Plateau, si è consumato nella notte tra domenica e lunedì. Bande di Hausa e Fulani, etnie del Nord del Paese a maggioranza islamica, sono scese dalle montagne e hanno fatto una carneficina. Soprattutto a Dogo Na Hawa, villaggio abitato dalla tribù cristiana dei Berom.
«Questa tragedia ci ha colti tutti di sorpresa. Dopo gli scontri di gennaio, la situazione sembrava si fosse stabilizzata». Suor Caterina Dolci, missionaria bergamasca in Nigeria da ventisei anni, vive vicino a Jalingo, a otto ore dai luoghi dell’attacco. Ma Jos è la sua seconda casa: là vivono tanti amici e le sue consorelle del Bambin Gesù. «Ora la gente è impaurita e vive nell’allerta. Per la prima volta l’attacco è stato sferrato di notte e sono arrivati addirittura dal Bauchi, un altro Stato, nel nord-est della Nigeria. Gli aggressori sono musulmani del Nord che vogliono conquistare la zona di Jos, prevalentemente cristiana. È un tentativo continuo, a volte subdolo, che perseguono comprando e sottraendo anche i terreni».
L’attacco a Jos irrompe in un momento di instabilità politica. Il presidente federale in carica, Umaru Musa Yar’Adua, è gravemente malato e, dal 9 febbraio, è stato sostituito nelle sue funzioni dal vice presidente, il cristiano Jonathan Goodluck. «I giornali esteri, anche italiani, riconducono l’attacco a questa situazione delicata, ma invece non c’entra», spiega Maria Rita Sala, che lavora per Avsi a Lagos.
A poche ore dal massacro, l’arcivescovo di Abuja, monsignor Jhon Olorunfemi Onaiyekan, parla di un conflitto etnico, «tra pastori e agricoltori: cioè tra Fulani , che sono tutti musulmani, e Berom, tutti cristiani. Le vittime sono povera gente che non ha niente a che fare con tutto questo e non ha alcuna colpa». Le ragioni degli scontri di gennaio, come di quest’ultimo massacro, «sono determinate dalla sete di potere dei gruppi musulmani del Nord, in particolare dei Fulani», ribadisce Maria Rita: «Ogni occasione è buona per cercare di affermarsi, a danno dei cristiani».
Infine, i vescovi locali si sono detti «rattristati», perché il governo, che avrebbe il compito di garantire la sicurezza di tutti i cittadini, «sembra non avere la capacità di farlo: è debole». Eppure, dopo i fatti violenti di gennaio, Goodluck, insieme ai capi musulmani moderati e con l’aiuto dell’arcivescovo di Jos, monsignor Ignatius Ayau Kaigamaha, ha creato una commissione proprio per cercare di favorire un percorso di riconciliazione. «Ora con questa strage», conclude suor Caterina, «la gente è ripiombata nella paura e nella rabbia. I villaggi cercano di difendersi e aiutarsi a vicenda, come possono».


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