22/12/2010

Il prodigio che tutti aspettiamo

BUON NATALE A TUTTI!

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«Tutta la mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore, questo: il Cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. In definitiva un’esistenza vissuta sempre e soltanto “contro” sarebbe insopportabile» (Luce del mondo, p. 27). Queste parole di Benedetto XVI ci lanciano una sfida: che cosa significa essere cristiani oggi? Continuare a credere semplicemente per tradizione, devozione o abitudine, ritirandosi nel proprio guscio, non è all’altezza della sfida. Allo stesso modo, reagire con forza e andare contro per recuperare il terreno perduto è insufficiente, il Papa dice addirittura che è «insopportabile». L’una e l’altra strada − ritirarsi dal mondo o essere contro − non sono capaci, in fondo, di suscitare interesse per il cristianesimo, perché nessuna delle due rispetta quello che sarà sempre il canone dell’annuncio cristiano: il Vangelo. Gesù si è posto nel mondo con una capacità di attrarre che ha affascinato gli uomini del suo tempo. Come dice Péguy: «Egli non perse i suoi anni a gemere e interpellare la cattiveria dei tempi. Egli tagliò corto… Facendo il cristianesimo». Cristo ha introdotto nella storia una presenza umana così affascinante che chiunque vi si imbatteva doveva prenderla in considerazione. Per rifiutarla o per accettarla. Non ha lasciato indifferente nessuno.
Oggi ci troviamo tutti di fronte a una «crisi dell’umano», che si documenta come stanchezza e disinteresse verso la realtà e che coinvolge tutti gli ambiti che hanno a che fare con la vita della gente. È una disgrazia per tutti, infatti, che le persone non si mettano in gioco con la loro ragione e la loro libertà. E proprio in questo momento la Chiesa ha davanti a sé un’avventura affascinante, la stessa delle origini: testimoniare che c’è qualcosa in grado di risvegliare e suscitare un interesse vero. «Anche il mio cuore aspetta, / alla luce guardando ed alla vita, / altro prodigio della primavera». Tutti noi, come il poeta Antonio Machado, aspettiamo il miracolo della primavera, in cui vedere compiersi la nostra vita. E se qualcuno dirà, ancora col poeta, che è un sogno, perché lo aspettiamo? Perché questa attesa ci costituisce nell’intimo, come scrive Benedetto XVI: «L’uomo aspira ad una gioia senza fine, vuole godere oltre ogni limite, anela all’infinito» (Luce del mondo, p. 95). Ma l’uomo può decadere, il mondo può cercare di scalzare questo desiderio dell’infinito minimizzandolo; può perfino prenderlo in giro offrendo qualcosa che attira per qualche tempo, ma che non dura, e alla fine lascia solo più insoddisfatti e più scettici. Ora, la prova della verità di ciò che affascina e risveglia un interesse è che deve durare. Ma anche le cose più belle – lo vediamo quando si ama una persona o quando si intraprende un nuovo lavoro – vengono meno. Il problema della vita, allora, è se esiste qualcosa che dura.
Il cristianesimo ha la pretesa – perché la sua origine non è umana, anche se si può vedere nei volti degli uomini che lo hanno incontrato – di portare l’unica risposta in grado di durare nel tempo e nell’eternità. Però un cristianesimo ridotto non è in grado di fare questo. Sappiamo per esperienza che esiste un modo astratto di parlare della fede che non suscita la minima curiosità. Se il cristianesimo non viene rispettato nella sua natura, così come è comparso nella storia, non può mettere radici nel cuore.Il cristianesimo è sempre messo alla prova di fronte al desiderio del cuore, e non se ne può liberare: è Cristo stesso che si è sottoposto a questa prova. L’aspetto affascinante è che Dio, spogliandosi del Suo potere, si è fatto uomo per rispettare la dignità e la libertà di ciascuno. Incarnandosi, è come se avesse detto all’uomo: «Guarda un po’ se, vivendo a contatto con me, trovi qualcosa di interessante che rende la tua vita più piena, più grande, più felice. Quello che tu non sei capace di ottenere con i tuoi sforzi, lo puoi ottenere se mi segui». È stato così fin dall’inizio. Quando i due primi discepoli domandano: «Dove abiti?», Egli risponde: «Venite e vedrete». La sua semplicità è disarmante. Dio si affida al giudizio dei primi due che Lo incontrano. L’uomo non può evitare di paragonare continuamente ciò che accade con le sue esigenze fondamentali.
Qualcuno potrebbe obiettare che all’epoca di Gesù si vedevano i miracoli, ma oggi non è più tempo di prodigi. Non è così, perché questa esperienza continua ad avere luogo, come il primo giorno: quando incontri persone che risvegliano in te un interesse e un’attrattiva tali che ti obbligano a fare i conti con quello che ti è accaduto. Come dice il Papa, «Dio non si impone. […] La sua esistenza si manifesta in un incontro, che penetra nella più intima profondità dell’uomo» (Luce del mondo, p. 240).
Alcuni anni fa un mio amico è andato a studiare arabo a Il Cairo. Ha incontrato un professore musulmano. L’incontro si sarebbe potuto svolgere secondo gli stereotipi dell’uno e dell’altro. Ma è accaduta una cosa inattesa: sono diventati amici. Il musulmano ha domandato al mio amico perché era cristiano, e questi lo ha invitato in Italia, dove ha conosciuto il Meeting di Rimini. Trascinato dall’incontro con una realtà umana diversa, ha voluto realizzare il Meeting de Il Cairo, coinvolgendo molti giovani egiziani, musulmani e cristiani.
Di recente, a Mosca, ho conosciuto persone che fino a poco tempo fa non avevano niente a che fare con la fede. L’hanno scoperta incontrando dei cristiani che le avevano incuriosite. Alcune erano battezzate nella Chiesa ortodossa e si sono interessate al cristianesimo – cosa che non avevano mai fatto prima – grazie ad amici che lo vivevano con intensità e pienezza.
Non sono storie del passato, ma qualcosa che accade ora, nel presente.
Nella sua recente visita in Spagna, Benedetto XVI ha invitato a un dialogo tra laicità e fede. E come lo ha fatto? Indicando una presenza, un testimone, Gaudì, che con la Sagrada Familia «è stato capace di creare […] uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l’uomo all’incontro con colui che è la verità e la bellezza stessa». Il Papa ha sfidato tutti rendendo contemporaneo lo sguardo di Cristo e indicando l’esperienza nuova che Egli immette nella vita: chiunque può interessarsene o rifiutarla. Quando Benedetto XVI ci chiama alla conversione ci sta dicendo che per testimoniare Cristo, per farci «trasparenza di Cristo per il mondo», dobbiamo percorrere un cammino umano fino a scoprire la pertinenza della fede alle esigenze della nostra vita. Non so se qualche cattolico si può sentire escluso dalla chiamata del Papa. Io no.

di Julián Carrón

© L'Osservatore Romano

27/12/2009

Perché torniamo sempre davanti al presepe, dove c’è un bimbo che ha fatto il sole e le stelle

Cari ragazzi, è Natale ancora, grazie a Dio. Prima di avviarci verso il presepe, bisogna che conosciate una perla della vita di santa Teresa di Gesù Bambino. Un giorno, durante la malattia che la accompagnò alla morte, ebbe in dono dalle consorelle una rosa. Invece che deporla in un vaso, la sfogliò sul Crocefisso con pietà e amore, quasi a lenire le piaghe di Cristo. “Nel mese di settembre” disse accompagnando il suo gesto “la piccola Teresa sfoglia ancora una rosa di primavera. Sfogliando per Te la rosa primaverile, vorrei asciugarti le lacrime”.
Nessuno sarebbe in grado di raccontare qualche cosa di altrettanto bello che non abbia a che fare con un gesto di adorazione. Perché, lo dovete sapere, sfogliando quella rosa di primavera santa Teresina, in punto di morte, adorava Gesù. Non dava sfogo a un sentimento poetico. Se l’oggetto dell’amore adorante di quella creatura fosse stato qualche cosa di meno che il Figlio di Dio, la sua vita sarebbe naufragata nella disperazione di una tragedia greca.

Invece, si è incamminata verso la gloria di una fiaba cristiana.
Capite, ora, Chi abbiamo deposto in quella mangiatoia? Capite perché tutte le statuette del presepe guardano verso la luce che sprigiona da quella grotta e a nessuno viene fatto di orientarle altrimenti? Anche i briganti, i ladroni, i soldati… Pensate che i pastori fossero damerini firmati Prada usciti da qualche salotto? Tra di loro c’erano senz’altro dei tagliagola facili a maneggiare il coltello. Eppure, eccoli tutti lì, in adorazione, davanti allo stesso Dio rivestito di petali di rosa da santa Teresina. Ricordate i racconti in cui Guareschi costringe Peppone e la sua ciurma comunista a inciampare nel Natale? Ricordate che il figlio del Lungo si rifugia nel solaio della Casa del Popolo per costruirsi il suo presepe. E, la notte di Natale, Peppone e gli altri sciamannati, dopo aver tentato di decristianizzare il Natale, se ne stanno là fuori, col naso verso il solaio della Casa del Popolo, in contemplazione della luce accesa dal figlio del Lungo. E vi ricorderete di quel solaio nascosto nel convento dove era cresciuto Marcellino pane e vino. Lassù non c’era il presepe. “C’è un uomo” dicevano i frati per intimorire Marcellino “che se ti vede ti porta subito via con sé”.

E dicevano il vero, perché in quel misterioso solaio Marcellino
avrebbe incontrato Gesù crocefisso. E a Gesù avrebbe portato la sua rosa, ogni giorno, rubando di nascosto dalla dispensa il pane e il vino, per portarlo all’Uomo della Croce. Insomma, ragazzi, la faccenda è questa: che Presepe e Croce, Natale e Passione e Resurrezione, o stanno insieme, o non hanno nessun senso. Solo l’uomo che riesce a contemplarle insieme ne è pacificato. E’ ciò che accade a Peppone quando, in canonica con don Camillo a pitturare le statuine del presepe, si trova tra le mani il Bambinello. “Lo guardò e gli parve di sentire sulla palma il tepore di quel piccolo corpo”. E, una volta uscito nella notte, si incanta pensando alla poesia che il suo bambino gli reciterà. Gregorio di Nissa insegnava che i concetti creano gli idoli e solo lo stupore conosce. E’ il ritratto del sindaco comunista che pregusta la poesia del suo bambino. Ma anche il nostro, mentre attendiamo che declamiate le vostre. E sarà pure il vostro ritratto, quando sarete padri e madri e avrete dei figli che si incanteranno davanti al presepe.

Una volta giunti fino a qui, cari ragazzi, fate attenzione ai presepi
alternativi che vanno di moda e piacciono anche a certi porporati. Presepi demitizzati e demistificati in cui Gesù diventa il profeta della raccolta differenziata. State attenti perché ci sarà sempre qualche cultore del teologicamente corretto che vi inviterà a fare marcia indietro. Dopo che vi sarete trovati davanti al mistero del Verbo incarnato, vi diranno che è sbagliato perché non si può sbattere la verità in faccia ai bambini, ma neppure ai ragazzi più grandi. Suggeriranno che bisogna partire dall’esperienza e, piano piano, risalire dal vissuto fino allo sbocciare di una consapevolezza sincera, di una fede adulta insomma. Gesù, secondo questa bizzarra pedagogia religiosa, sarebbe la fine e non l’inizio del cristianesimo. Non date retta a questi falsi profeti, o vi troverete nella condizione più disperata in cui si possa trovare un essere umano: quella in cui, pur sentendone il bisogno, non sa davanti a chi inginocchiarsi. Rimiriamoci il presepe di casa nostra.

Quella composizione insieme esotica e domestica, infantile e gigantesca. Quel luogo che accoglie e compone figure di reciproca e bizzarra estraneità. Pastori e re, ladri e soldati, vagabondi e magi, contemplatori dei cieli e uomini della terra, pii pellegrini e predoni. Quel luogo concreto e metafisico in cui fisica e prospettiva si arrendono alla convivenza di pecore enormi come i cammelli dei Re Magi e casette con porticine dalle quali nessuna statuina potrebbe passare. Quel luogo dove il deserto cede il posto a colline di muschio, dove le piante si affastellano con furore sacro e antiscientifico in filari di faggi, di palme, di abeti e di rovi. Dove animali miti si mescolano alle belve. Il segreto di questa gran macchina allegorica è il fascino poderoso e gentile dell’infanzia divina che si manifesta, tenera e indifesa, per chiedere adorazione.

“Tutta la letteratura, che cresce sempre e non finirà mai” scrive Chesterton “aveva cantato le trasformazioni di quel semplice paradosso: che le mani che avevano fatto il sole e le stelle erano troppo piccole per accarezzare le grosse teste degli animali”. Cari ragazzi, quelle mani sono le stesse che vedete trafitte sulla croce, sono le stesse su cui santa Teresina sfogliava i petali di rosa. Sono le mani in cui è racchiusa la signoria dell’universo. Pensate quanti gesti, quante vite hanno trovato compimento in questa. Pensate ai bambini vissuti nell’Inghilterra anticattolica dei secoli scorsi. Esserini svegliati in piena notte per partecipare alla messa interdetta dal furore antipapista e celebrata in segreto, e costretti, qualche giorno dopo, ad assistere al martirio del sacerdote a cui avevano porto i paramenti. Al di fuori della signoria di Cristo le loro storie non avrebbero senso, non potrebbero essere concepite. Una grazia così grande in gesti così piccoli può sussistere solo al cospetto del Verbo fatto uomo. “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Quanto è grande l’incipit del Vangelo di Giovanni. Le eresie che da sempre scuotono la chiesa tentano di mistificare la figura di Gesù distorcendo i concetti giovannei. Fotino sostenne che Gesù era figlio di Dio al pari degli altri uomini che fanno la volontà del Padre. Sabellio predicò che Padre e Figlio sono la stessa Persona.

Ario che il Figlio non era della stessa sostanza del Padre.
A questo proposito, fu definitivo san Tommaso: “Così parlando, san Giovanni confutò le tre eresie. L’eresia fotiniana, dicendo: In principio era il Verbo; l’eresia sabelliana, dicendo: e il Verbo era presso Dio; l’eresia ariana, dicendo: e il Verbo era Dio”. Rigore e precisione che Guareschi riassume così: “E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine a razzo superatomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino”.

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

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21/12/2009

Quando nacque quel Bimbo...

  http://www.agimsulaj.com/img/Eventi/LaNascitaDiGesu.jpg

Un sereno e gioioso Natale a tutti!

  - Gloria a Dio, pace 'nterra
Nu' cchiù guerra...è nato giá
lo rre d'ammore
che dá prejezza e pace a ogne core

Sbatteva 'o core 'mpietto
sbatteva 'o core 'mpietto a sti Pasture
  e ll'uno po' deceva 'nfacci'a ll'ato:
- Ché tardammo? priesto, jammo

ca mme sento ascevolí
pe' lo golío
ca tengo de vedé stu Ninno Dio!
- Ché tardammo? priesto, jammo
ca mme sento ascevolí
  pe' lo golío
ca tengo de vedé stu Ninno Dio!

Zompanno comm'a ciévere
zompanno comm'a ciévere ferute,
jettero li pasture a la capanna
Llá trovajeno a Maria
co' Giusepe e 'a Gioja mia
  e 'nchillo Viso
provajeno no muorzo 'e Paraviso
Llá trovajeno a Maria
co' Giusepe e 'a Gioja mia
e 'nchillo Viso
provajeno no muorzo 'e Paraviso
Restajeno 'ncantate
restajeno 'ncantate e voccapiert

pe' tantu tiempo senza di' parola...

Traduzione

"Gloria a Dio, pace in terra

Non più guerra… è nato già

Il Re dell’Amore

Che dà gioia e pace al cuore

Batteva forte il cuore nel petto ai Pastori

E ognuno incitava l’altro: Che aspettiamo?

Presto, andiamo, se no impazzisco dal desiderio

Di vedere questo Dio Bambino!

Saltando come cervi,

Saltando come cervi feriti

Andarono i Pastori alla capanna,

là trovarono Maria

con Giuseppe e la mia Gioia,

e in Quel Volto

gustarono un pezzo di Paradiso

Restarono incantati

Restarono incantati e a bocca aperta

Per molto tempo senza dire una parola…"

(Quanno nascette Ninno – Sant’Alfonso Maria De Liguori)

20:47 Scritto da: ritina5 in feste | Link permanente | Commenti (8) | Trackback (0) | Segnala | Tag: natale, feste, fede, gesù bambino, cultura | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

19/12/2009

Il battito e la sdraio rossa. Il Natale di Alfredo

Ho letto questo bellissimo e commovente racconto del famoso scrittore-giornalista Fabio Cavallari. Mi è piaciuto moltissimo, perchè dice di un modo umano di vivere le circostanze, i rapporti umani, le feste, la vita... Un modo raro e prezioso, senza inutili fronzoli, ma così vero, come tutti noi abbiamo assaporato, prima della terribile dimendicanza di cosa siamo e di come rispondiamo alla vita. Grazie, carissimo Fabio, di avercelo proposto; una "botta" di umanità vera è un grande dono per il cuore che attente il Natale!

Il battito e la sdraio rossa. Il Natale di Alfredo

alfredoAlfredo d’inverno si addormentava ogni sera così. In braccio a suo padre. Era lì nella cucina di quella vecchia casa di campagna che la storia, le narrazioni epiche, diventavano quadri, immagini, visioni. Una vecchia stufa a legna, alle loro spalle, scaldava il giorno e la notte. Era il piccolo a portare la legna in casa durante il giorno. Un compito preciso, scadenzato dal fuoco, dal campanile, da uno sguardo. Era il gesto che lo faceva entrare nel mondo. Andare in legnaia, riempire la cesta e fare le scale. Alfredo partecipava alla costruzione, all’edificazione della comunità. Non era un gioco o una parafrasi divertente della giornata. Si trattava di responsabilità. Sporcarsi le mani, sentire l’aria gelida sulla faccia, spostare i cerchi della piastra di ghisa, era il suo modo per esserci. Partecipe, attore protagonista del palco. Papà, raccontava, lucidava le scarpe con la spazzola, insegnava. Mamma, preparava il buon pasto, piegava le lenzuola, rammendava. La stufa bruciava il Faggio. Sopra di essa si appoggiavano le pentole e nel vano scaldavivande si riscaldavano pietanze antiche. Era la cucina economica. Nome che richiamava a sobrietà d’intenti e serietà di giudizio. Quando la sera iniziava a nevicare, appena fuori dall’uscio si preparavano le pale, gli stivali verdi di gomma e i guanti. Tutto pronto per la mattina, per il lavoro, per la festa, per l’opera degli uomini di casa. Dentro, mentre la tv girava a vuoto sui tre canali disponibili, le storie prendevano forma, uomini e donne, paesi e passi, riempivano la cucina. Alfredo sollecitava il padre – "papà raccontami ancora di quella volta che avete vinto la pace". Le parole si facevano calde, ogni respiro una fitta nell’orrore della guerra, ogni battito la speranza e l’orgoglio per esser ritornati. L’odore delle bucce di mandarini e del pane abbrustolito sulla stufa, annunciava l’arrivo del Natale. Il mistero non si spiegava, entrava dritto come narrazione nei racconti quotidiani. Un regalo. Uno solo. Portato, donato, dalla vita alla vita. Chi c’era dietro la porta? Mai svelato l’arcano. Sospeso tra sogno, realtà e mistero, Alfredo guardava dalla finestra cadere i primi fiocchi. ......(Continua qui)

03/12/2009

L’uomo ferito e il paradosso del Natale


«L’uomo oltraggiato ha le sue tenebre, come la donna». Claudel fa dire così a Pietro di Craon nel prologo dell’Annuncio a Maria.

È notte fonda e il buio è nel cielo, sulla terra e nell’anima. Lui costruttore di cattedrali, lebbroso, parte; lei, che aveva respinto la sua violenza, gli dà l’addio.

Presto l’alba sorge e rischiara le loro figure: lui accetta il suo compito, lei attende l’amore cui sembra destinata. Tutto verrà rovesciato in seguito, ma fermiamoci qui.

Non c’è vita che non abbia patito oltraggio. Bastano a dirlo i fatti di cronaca trasmessi ogni giorno dalla televisione, che resta il mezzo più popolare di informazione: vittime, colpevoli, parenti, tutti devono fare i conti con il colpo inferto al proprio senso di giustizia e con il suo conseguente buio.

Basta anche solo la conoscenza delle persone che hanno sempre vissuto nel proprio quartiere, piccolo paese dentro la grande città, quelle che si incontrano nei negozi, per la strada o in chiesa e di cui si sa quel tanto che basta e si parla ancor meno, più per riserbo che per indifferenza.

Gli schiavi di tutti i tempi, i perseguitati, gli handicappati, i poveri, i vecchi patiscono oltraggio. I mendicanti. I bambini soldato. I disoccupati. Le donne, e non occorre pensare alle martiri o alle prostitute, basta guardare la durezza, la noia, la malcelata tristezza su tanti volti femminili noti e sconosciuti, giovani e più anziani, che nessun trucco riesce a nascondere.

Anche numerosi grandi hanno patito oltraggio e a volte esso si è trasfigurato nell’arte.

Il Signore di tutti, Gesù, ha patito oltraggio, nella Passione. Ecce homo, così lo indica Pilato, con la corona di spine e vestito del mantello di porpora. Ma non solo in quei tragici giorni: quanto la sua sensibilità di uomo doveva aver patito l’oltraggio dell’incomprensione e dell’ostilità nei suoi anni terreni.

Siamo dunque in buona compagnia.

La tenebra che accompagna l’oltraggio ha molti nomi: l’orgoglio ferito, la violenza dell’ira, la pretesa della giustizia, la delusione che fiacca la voglia di riprendere progetti e relazioni, il dolore chiuso che si dispera, il lento scivolare nel vizio, la scorza di falsa autodifesa con cui si tenta di parare i colpi, la dimenticanza che avvolge nella nebbia i torti subiti, i tentativi di perdono così fragili e fugaci.

È dentro le tenebre che la voce della Chiesa fa ripetere umilmente con la certezza della verità: «O Dio, Tu sei la mia luce, mio Dio, rischiara le mie tenebre». Ripetere umilmente anche se le tenebre non si diradano e resta la notte.

E attendere con Isaia la venuta della luce: «Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti; trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura».

«Dio è luce e in Lui non c’è tenebra alcuna»: anche nella notte senza stelle il Signore ascolta e prima o poi risponde. Nella notte di Natale, nell’umiltà del presepe, Gesù ci dice tutto.

Laura Cioni - Il Sussidiario

23:51 Scritto da: ritina5 in cultura | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, natale, sussidiario, claudel, arte | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook