13/12/2010
Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo
Crisi sociale, economica e politica. Alla fine di questo 2010 tutti siamo presi dallo sconcerto. Come ha detto di recente il cardinale Bagnasco, «siamo angustiati per l’Italia che scorgiamo come inceppata nei suoi meccanismi decisionali, mentre il Paese appare attonito e guarda disorientato». Perché questa crisi ci trova così disarmati, al punto che non riusciamo neanche a metterci d’accordo per affrontarla, pur sentendone l’urgenza come non mai?
A sorpresa il Rapporto Censis 2010 ha individuato la natura della crisi in un «calo del desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della vita. Abbiamo meno voglia di costruire, di crescere, di cercare la felicità. A questo fatto andrebbe attribuita la responsabilità delle «evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro». Come mai, se siamo stati in grado di raggiungere importanti obiettivi nel passato (casa, lavoro, sviluppo...), adesso «siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto» e a un ciclo storico pieno di interesse e voglia di fare ne segue un altro segnato dal suo annullamento?
Tutto questo ci mostra che la crisi è sì sociale, economica e politica, ma è soprattutto antropologica perché riguarda la concezione stessa della persona, della natura del suo desiderio, del suo rapporto con la realtà. Ci eravamo illusi che il desiderio si sarebbe mantenuto in vita da solo o addirittura che sarebbe stato più vivo nella nuova situazione di benessere raggiunto. L’esperienza ci mostra, invece, che il desiderio può appiattirsi se non trova un oggetto all’altezza delle sue esigenze. Ci ritroviamo così tutti «sazi e disperati». «Nell’appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio, e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano», come disse don Giussani ad Assago nel 1987. Venticinque anni dopo vediamo che entrambe queste risposte - volontarismo individualista e speranza statalista - non sono state in grado di darci la consistenza auspicata e ci troviamo ad affrontare la crisi più disarmati, più fragili che in passato. Paradossalmente, i nostri nonni e genitori erano umanamente meglio attrezzati per affrontare simili sfide.
Il Censis centra di nuovo il bersaglio quando identifica la vera urgenza di questo momento storico: «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata e appiattita». Ma chi o che cosa può ridestare il desiderio? È questo il problema culturale della nostra epoca. Con esso sono costretti a misurarsi tutti coloro che hanno qualcosa da dire per uscire della crisi: partiti, associazioni, sindacati, insegnanti. Non basterà più una risposta ideologica, perché di tutti i progetti abbiamo visto il fallimento. Saremo perciò costretti a testimoniare un’esperienza.
Anche la Chiesa, il cui contributo non potrà limitarsi a offrire un riparo assistenziale per le mancanze altrui, dovrà mostrare l’autenticità della sua pretesa di avere qualcosa in più da offrire. Come ha ricordato Benedetto XVI, «il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà». Dovrà mostrare che Cristo è così presente da essere in grado di ridestare la persona - e quindi tutto il suo desiderio - fino al punto di non farla dipendere totalmente dalle congiunture storiche. Come? Attraverso la presenza di persone che documentano un’umanità diversa in tutti i campi della vita sociale: scuola e università, lavoro e imprenditoria, fino alla politica e all’impegno nelle istituzioni. Persone che non si sentono condannate alla delusione e allo sconcerto, ma vivono all’altezza dei loro desideri perché riconoscono presente la risposta.
Possiamo sperare di uscire dalla drammatica situazione attuale se tutti - compresi i governanti che oggi hanno la difficile responsabilità di guidare il Paese attraverso questa profonda crisi - decidiamo di essere veramente ragionevoli sottomettendo la ragione all’esperienza, se cioè, liberandoci da ogni presunzione ideologica, siamo disponibili a riconoscere qualcosa che nella realtà già funziona. Sostenere chi, nella vita sociale e politica, non si è rassegnato a una misura ridotta del proprio desiderio e per questo lavora e costruisce mosso da una passione per l’uomo, è il primo contributo che possiamo dare al bene di tutti.
Comunione e Liberazione, dicembre 2010
22:41 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
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15/09/2010
Il nemico di Oriana? Non l'islam ma i vili intellettuali d'Occidente
Nonostante tutto non riesco a ricordare Oriana Fallaci mettendogli in bocca e negli occhi la rabbia contro l’islam. Anche se per reazione all’ipocrisia verrebbe proprio voglia, perché le celebrazioni che la riguardano vogliono isolare o trattare come folle e vecchia la Fallaci degli ultimi anni, quella dove aveva assunto la parte di Cassandra e gridava Troia-brucia-Troia-brucia.
Oriana è stata di più, infinitamente di più che antislamica. Uso non a caso la parola “infinitamente”. Perché guardarla in faccia com’è nel ricordo di chi l’ha conosciuta, significa attingere all’essenza stessa dell’essere uomini: un amore alla vita fuori di ogni misura, dunque smisurato, infinito perché di meno dell’infinito c’è solo il nulla e la morte.
Oriana ha odiato la morte, le sue catene ingiuriose. Per questo ha detestato e maledetto l’Islam nella forma in cui le si è palesato dinanzi agli occhi e le è entrato nel naso con la polvere da sparo di Beirut e con il cemento dissolto insieme alle ossa degli americani assassinati da Al Qaeda l’11 settembre del 2001. Ha odiato e combattuto il culto della morte dei kamikaze e dei loro cantori, il nocciolo di violenza inestirpabile che lei ha visto dentro il Corano, dove la fede si afferma con la spada.
Non importa qui stare a sostenere che esiste un altro Islam. Lei lo ha vissuto così e ha fornito prove per questa sua tesi e questo suo dolore. È stata ingiusta, ma il suo allarme non era e non è campato per aria. Soprattutto su un punto: la furia omicida dei terroristi ispirati all’islam non è derivata dalle colpe dell’Occidente. Non è una reazione esasperata a un’ingiustizia subita. È una violenza sorgiva, è una volontà di sopraffazione che non deriva dall’umiliazione sofferta, ma è dentro il basamento stesso del Corano così come l’ala purtroppo egemonica dell’Islam militante lo intende. Magari per ragioni tattiche e di furbizia non lo dice apertamente, ma quest’idea di metterci sotto i tacchi esiste eccome nei militanti anche italiani del partito delle moschee sempre e dovunque. Continua QUI
11:09 Scritto da: ritina5 in Oriana Fallaci | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
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17/03/2010
Le elezioni e il "Manifesto umano"
Dicono che i paralleli storici sono sempre un po’ impropri, se non fuorvianti. Eppure in questi giorni di confusa campagna elettorale me ne è venuto in mente uno che trovo parecchio significativo.
La scena di oggi è quella di una disaffezione generalizzata verso l’impegno politico; si respira l’aria grama e pesante di una scontentezza che non riesce ad esprimersi, ma solo sbottare nell’urlo sguaiato o nell’insulto. I mezzi di comunicazione soffiano sul fuoco, non mettendoci in condizione di capire cosa veramente stia succedendo, e fanno a gara nello scoraggiare ogni possibile discussione serena sulle questioni reali, sulle proposte in campo, sulle ipotesi di soluzione, sui fatti da giudicare col nostro voto. Come se qualcuno volesse incrementare quella disaffezione.
Viene voglia di lasciarsi andare, di ritirarsi nel guscio di un orizzonte ristretto, anche se ci si sta male. Viene voglia – o te la fanno venire? – di mandare tutto a quel paese e di pensare ad altro.
Spostiamoci ora nell’Unione Sovietica del 1960. Anche se il periodo buio dello stalinismo è finito da qualche anno, l’aria della convivenza civile è ancora irrespirabile. Per sopravvivere sul lavoro bisogna essere servili verso il potere, la corruzione è l’unico modo per tirare un po’ avanti, le file davanti ai negozi durano ore.
E non c’è nessuna libertà di espressione. La stampa di regime – ogni periodo storico ha la sua – magnifica i grandi successi del partito, ma tutti sanno che si tratta solo di menzogne. Viene voglia di lasciar perdere, di sotterrare il proprio desiderio di verità, di costruire una convivenza diversa, di esprimersi.
Viene proprio voglia – o te la fanno venire? – di accettare ogni compromesso e di rassegnarsi a un triste quieto vivere.
Ma c’è qualcuno che non cede. A Mosca, nel settembre 1960, quattro giovani tra i 18 e i 24 anni compiono un gesto semplicissimo e dirompente: vanno in piazza e leggono delle poesie proibite dal regime. È facile immaginare gli sguardi dei passanti; avran pensato che erano degli illusi, li avranno giudicati dei mestatori o peggio dei provocatori prezzolati. Loro, quei quattro ragazzi, non giudicavano nessuno, non lanciavano anatemi, non si accodavano al coro dei lamenti. Volevano solo dire – e dire insieme – che non potevano accettare che la loro gioventù si spegnesse nell’apatia, che il loro io fosse irrimediabilmente tarpato.
Avevano da lanciare a tutti un Manifesto umano. Proprio così era intitolata la poesia di uno di loro, Jurij Galanskov.
Dice: «Non permetterò a nessuno / di calpestare / il candido scampolo dell’anima». Gli sbirri del potere vegliavano. E Galanskov lo sapeva: «Sono io che vi invito alla verità / e alla rivolta / e spezzo le vostre pastoie intessute di menzogna. / Sono io, / dalla legge incatenato / che grido il manifesto umano. / E non importa che il corvo a colpi / di becco / mi incida sul marmo del corpo / una croce».
Infatti dopo poco Galanskov fu arrestato. Passerà gran parte del resto della vita in lager, dove morirà a 32 anni per una operazione (volutamente?) mal riuscita.
Ma quel piccolo gruppo è stato uno dei tanti semi da cui fiorirà la grande stagione del dissenso che ha cambiato i destini, anche politici, dell’URSS.
Uno «scampolo d’anima» che non si fa calpestare può fiorire anche adesso, in queste elezioni.
13:02 Scritto da: ritina5 in elezioni | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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15/03/2010
Ora De Magistris vuol processare pure il Papa
di Vittorio Sgarbi L'europarlamentare dell'Idv attacca Benedetto XVI: "Dovrebbe testimoniare in aula e raccontare ciò che sa sui casi di pedofilia". E con arroganza l'ex pm confonde l'ignaro Ratzinger con un dittatore. Ma è solo l'ultimo atto del delirio giustizialista
Che ci saremmo arrivati mi era stato evidente l’altro ieri vedendo la prima pagina della Repubblica, colla fotografia in mezzo controluce, e due silhouette di preti parlottanti dietro di lui, arcigno e preoccupato (non solenne non autorevole) sotto il titolo: «Caso di pedofilia a Monaco con Ratzinger vescovo». L’occhiello tentava un’attenuante: «Denuncia shock. Il Vaticano: il Papa è estraneo». Per il Vaticano, perché invece per il laico monsignore eletto al Parlamento europeo, in virtù del suo fallimento come magistrato (i processi nei quali il collegio giudicante sempre lo ha sconfessato indicandone l’infondatezza delle accuse) Luigi De Magistris: «Ratzinger dovrebbe rendere testimonianza ai giudici tedeschi di quanto sa sui casi di pedofilia. Quando i fatti avvengono all’interno delle mura vaticane non è semplice far luce sulla verità. Non è la prima volta che su queste vicende viene tirato in ballo lo stesso Papa e nessuno è al di sopra della legge».
L’insostenibile arroganza e la totale mancanza di senso dello Stato (anche di un altro Stato com’è il Vaticano) fa dire a personaggi che non sono stati puniti per le loro responsabilità una serie di insensatezze che hanno come obiettivo mettere sotto processo le istituzioni. Dalla presidenza della Repubblica, alla presidenza del Consiglio, alla Santa Sede. La stupidità della posizione di De Magistris non è soltanto per lo spirito dissacratorio che la ispira (perfettamente logico in Dario Fo) ma per l’assoluta inutilità della richiesta il cui carattere è soltanto spettacolare e propagandistico. Essendo il Papa il capo di uno Stato, chiedergli di testimoniare significa immaginare che egli sia a conoscenza di qualcosa che è stato fatto non per suo ordine ma alle sue spalle.
La richiesta di De Magistris trova il suo precedente nei processi internazionali inaugurati qualche anno fa (dopo il tribunale di Norimberga) dal magistrato Baltasar Garzon che dalla Spagna incriminò Pinochet. Il giudice spagnolo puntava a riconoscere una responsabilità oggettiva di Pinochet nelle torture, negli arresti, nelle sparizioni per una volontà espressa, dichiarata, per volontà in questo senso, s’intende scelta, decisione non mera conoscenza dei fatti. E cos’altro se non questo potrebbe essere responsabilità del Papa? In questo caso avrebbe dovuto perdonare o denunciare? Sopraffatto da questi interrogativi De Magistris confonde Ratzinger, vescovo a Monaco con Pinochet o Fidel Castro, capi di Stato che hanno premeditato repressioni contro i dissidenti. Ma cosa poteva programmare Ratzinger con i pedofili? Per De Magistris, immagino, un’associazione a delinquere. Perché, se non si tratta di questo, che senso ha interrogarlo? Per sapere che sapeva. O per chiedergli se sapeva? In ogni caso, se non lo si immagina coinvolto perché il Papa dovrebbe rispondere di ciò che avveniva non per sua volontà? Immaginiamo un delitto al Quirinale, o la scoperta che due corazzieri sono amanti.
E perfino che una dipendente pratica l’incesto. Cosa c’entra Napolitano? O dev’essere interrogato come Vanacore? Prima di queste teorie di De Magistris non si riteneva in giurisprudenza che la responsabilità penale fosse individuale? Qualcuno ha ritenuto di interrogare il ministro Maroni o il ministro La Russa perché alcuni carabinieri infedeli hanno ricattato Marrazzo? Se nella diocesi di Monaco di Baviera c’era un prete pedofilo, che cosa deve riferire Ratzinger, ammesso che lo sapesse? Che ha chiesto al prete di smettere, o ha preferito credere che non fosse vero? Ma il Vaticano di De Magistris è luogo di trame e di complotti e «se il Papa viene tirato in ballo», va ribadito che «nessuno è al di sopra della legge». Ma neanche la legge dev’essere al di sopra del buon senso e del rispetto delle istituzioni.
Pagina 1 - 2 (continua)
Leggi anche l'Editoriale di Samizdatonline
Questi giorni sembrano segnati da un attacco sistematico contro la Chiesa, in modo da ricordare il clima degli ultimi giorni di Gesù. Odio alla Chiesa, odio all'uomo. Tempo allora di verità e di testimonianza. Senza compromessi, perché la situazione ci chiede di non cedere alla tentazione della menzogna.
Sull'accusa di pedofilia, non tutti i casi denunciati sono reali; moltissimi - fra cui quelli portati contro il Papa - sono vecchi e datati, quindi molto difficilmente verificabili. (continua)
13:39 Scritto da: ritina5 in cronaca | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
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11/03/2010
PRINCIPI NON NEGOZIABILI? CONCRETISSIME SCELTE...
Pare assurdo, ma è difficile parlare di politica in questo che dovrebbe essere periodo di campagna elettorale, e che invece rischia di trasformarsi in qualcosa che sta fra il teatro dell’assurdo di Ionesco e il festival degli avvocati.
Assuntina Morresi
12:56 Scritto da: ritina5 in politica | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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07/03/2010
Se in Europa vince l'aborto è una sconfitta per tutti anche i pro-choice
L’aborto in Europa ormai impressiona sia per le cifre, sia per le tendenze in atto, sia per l’impatto sociale e politico del fenomeno. Né la società né le istituzioni possono rimanere indifferenti La si può pensare in mille modi sulla vita e la morte, ma davanti a queste cifre e a queste modalità nessuno può nascondersi dietro vecchi slogan e battaglie di bandiera. Stiamo perdendo tutti la guerra perché se la vita non ha ragioni, chi mai potrà più avere ragione?
I dati forniti dall’Instituto de Politica Familiar di Madrid nel suo periodico Rapporto sull’aborto in Europa impressionano sia come cifre assolute, sia per le tendenze sociali di cui sono sintomo. Una gravidanza su cinque termina con l’aborto. Nell’Unione Europa a 27 (UE27) negli ultimi 15 anni non sono nati a causa dell’aborto 20 milioni di bambini. E’ come se fosse sparita l’intera popolazione della Romania o dell’Olanda. Nell’intera Europa ogni anno non nascono circa 3 milioni di bambini, una cifra pari alla popolazione di Estonia, Cipro, Lussemburgo e Malta messe insieme. L’aborto è la prima causa di mortalità in Europa. Nella UE27 il numero degli aborti è pari al deficit di natalità: senza l’aborto sarebbe garantito il ricambio generazionale. In dodici giorni muoiono più feti che persone per incidente stratale in un intero anno. Il panorama è desolato e desolante.
Il 63 per cento degli aborti dell’UE27 avvengono nei paesi dell’Europa a 15 (UE15) ossia nei paesi del benessere. Mentre in questi gli aborti sono aumentati, nei paesi dell’allargamento a 27 sono diminuiti. Romania, Francia e Regno Unito hanno avuto il maggior numero di aborti nel periodo 1994-2008, però mentre la Romania ha segnalato un vistoso calo, così non è stato per gli altri due. Nei paesi dell’allargamento il miglioramento delle condizioni di vita ha frenato l’aborto, mentre nei paesi più sviluppati la cultura del benessere li ha fatti aumentare. In questi ultimi il problema è prima di tutto culturale ed educativo. Ed infatti sta scoppiando il caso degli aborti di ragazze adolescenti. Il Regno Unito è il paese di punta: nel 2008 sono stati 45 mila gli aborti realizzati da adolescenti (170 mila nella UE27). Il tema dell’aborto si collega quindi con il nichilismo dei paesi sviluppati, che è un fenomeno culturale e non economico, e con una generazione di teenagers fuori controllo. Si collega anche con l’inverno demografico e con un continente stanco di futuro. Senza l’aborto avremmo in Europa 10 milioni e mezzo di giovani in più, di speranze e dinamismo, di idee nuove e entusiasmo.
Dentro questo quadro fa impressione il dato spagnolo. Qui gli aborti son aumentati del 115 per cento annuo, pari ad un incremento di quasi 70 mila ogni anno. Dal 1985 si cono accumulati 1 milione e 350 mila aborti. E’ grazie alla Spagna, balzata all’improvviso al quinto posto in Europa, che l’UE15 mantiene alti i propri tassi di interruzione della gravidanza. I dati dimostrano che in Spagna l’aborto è adoperato come sistema anticoncezionale: le donne che hanno abortito più di 5 volte è aumentato del 213 per cento negli ultimi 10 anni. Anche in Spagna, come avviene in Inghilterra con le adolescenti, l’aborto è sempre più banalizzato. Secondo l’IPF la recente legge farà aumentare ulteriormente il ricorso all’aborto: sarà permesso già dai 16 anni, sarà libero fino alla 14 settimana con estensione fino alla 22ma in caso di supposti rischi, si restringe l’obiezione di coscienza, si lancerà una istruzione capillare nelle scuole improntate alla ideologia del gender e della salute riproduttiva. Le proiezioni dicono che nel 2015 si supereranno in Spagna i 115 mila aborti, in controtendenza rispetto all’UE27 ove complessivamente gli aborti sono in diminuzione.
Oggi l’aborto è ancora illegale solo in Irlanda e a Malta. In 14 paesi la legge lo prevede in presenza di determinate circostanze. In 11 paesi si può abortire senza restrizioni. Il 30 per cento dei paesi dell’UE27 non riconosce il diritto all’obiezione di coscienza. In metà paesi è previsto un periodo di riflessione per la donna, in un’altra metà nemmeno.
Le proposte dell’IPF davanti a questa situazione sono molteplici. Vanno dalla riduzione dell’Iva per i pannolini alla costituzione di Centri di aiuto alla vita per madri in gravidanza. Tra i più interessanti si segnalano l’Istituzione di un Libro Verde sulla natalità in Europa, la realizzazione nei diversi paesi di un Piano nazionale sulla natalità, una riunione urgente dei Ministri della famiglia e soprattutto un appello alla società civile, dato che le azioni dei governi sembrano molto deficitarie, quando non addirittura fallimentari.
Una cosa è certa: bisogna ricominciare.
Grazie a L'Occidentale
11:49 Scritto da: ritina5 in Aborto | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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05/03/2010
Vittadini: La politica che si avvicina ai cittadini
Le elezioni regionali, paradossalmente più che le politiche e le europee, riguardano questioni cruciali che toccano la concretezza della vita personale e sociale del nostro Paese. Sembrerebbe però che anche questa campagna elettorale finirà nel vortice delle contrapposizioni frontali di una politica ridotta a scontro di potere fra schieramenti. Dovremmo allora rassegnarci a vivere questo momento senza vedere messi in discussione contenuti tanto importanti?
Eppure, il recente trattato di Lisbona, che disegnerà nei prossimi decenni la vita della Comunità Europea, e il processo federalista avviato nel nostro Paese - per quanto confuso e incompiuto – stanno già attribuendo competenze maggiori alle Regioni, rendendo il loro operato sempre più cruciale per la vita quotidiana dei cittadini italiani.
La principale area di intervento e voce di spesa delle Regioni è la sanità. Questo dato statistico diventa drammaticamente importante quando si hanno problemi di salute, o ne vengono interessati i nostri cari: è ben diverso sapere che l’ospedale a cui ci si rivolge ha raggiunto una buona efficacia nella cura della patologia di cui si è affetti, lo fa senza spreco di denaro pubblico (a danno dell’erario e quindi di ogni contribuente) e, nello stesso tempo, senza lesinare le cure ai meno abbienti.
Tuttavia, non sono solo le patologie acute a caratterizzare il nostro bisogno di salute: l'aumento dell'aspettativa di vita fa sì che siano in aumento le patologie croniche non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale. La qualità della vita familiare è molto diversa se si è in Regioni capaci di dare risposte adeguate, attraverso strutture o attraverso assistenza domiciliare, nella cura di tali patologie o nell’affronto di problemi di disabilità.
E ancora, a proposito di un altro ambito di intervento proprio delle Regioni, c’è una bella differenza fra sistemi di formazione professionale che usano le risorse per mantenere dipendenti pubblici, senza essere capaci di dare una vera qualificazione professionale, e strutture, magari del privato sociale, in grado di recuperare, attraverso l'istruzione professionale, ragazzi espulsi dalla scuola o che stanno accumulando ripetuti insuccessi scolastici.
E che dire di quella libertà di educazione che solo alcune Regioni assicurano attraverso voucher e doti scolastiche? Tale possibilità non permette solo una maggiore libertà di scelta delle famiglie, ma anche, in una competizione virtuosa, un miglioramento della scuola statale a vantaggio di un’uguaglianza di opportunità che l’attuale assetto scolastico iperstatalista non riesce a garantire (se è vero che nei recenti test Invalsi sulle scuole elementari almeno il 40% degli studenti, soprattutto nelle aree più svantaggiate, non superano prove molto semplici di italiano e matematica).
E si potrebbe continuare parlando di investimenti in infrastrutture, visto che è ben diverso avere treni pendolari in orario e veder migliorare la qualità e la percorribilità di strade e autostrade; di incentivi alle imprese che creano occupazione; di interventi a favore della ricerca universitaria; di raggiungimento di scopi sociali attraverso una vasta sussidiarietà orizzontale che impedisce la divaricazione fra ricchi e poveri.
Basterebbero questi semplici accenni per capire quanto le politiche regionali siano importanti per la vita della gente e quindi quanto siano decisive le prossime elezioni, anche in considerazione del fatto che, come rileva il recente Rapporto “Sussidiarietà e… Pubblica Amministrazione Locale”, pochissime sono le Regioni promosse dai cittadini e molte sono quelle bocciate.
Nel frastuono degli urli vacui della politica nazionale, bisogna trovare la serietà di comparare programmi e risultati e valutare le persone in base al loro operato. Chi vuole fare di queste elezioni l’ennesimo test per uno scontro ideologico tra schieramenti, fa solo il male degli elettori e di tutto il Paese.
(Pubblicato su Il Corriere della Sera del 5 marzo 2010)
17:56 Scritto da: ritina5 in elezioni | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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27/02/2010
"Attenti alla Bonino! Lei può far male davvero, soprattutto ai cattolici"
Michele Ruschioni
Attenti alla Bonino. Lei può far male davvero. L’onda d’urto della sua candidatura alla presidenza della Regione Lazio ha già prodotto degli effetti politicamente molto rilevanti. Fughe, prese di distanza, monito delle gerarchie cattoliche. L’effetto Bonino in poco più di un mese ha mandato in tilt la sponda cattolica del Pd, e fatto fuggire, solo nel Lazio, oltre sessanta amministratori locali. Quelli eletti a suon di preferenze e la cui assenza in campagna elettorale si farà di certo sentire. Se la leader radicale dovesse avere la meglio sulla sua rivale, la sindacalista Polverini la cui devozione l'ha spinta a far benedire il proprio comitato elettorale, si assisterebbe ad una seconda Breccia di Porta Pia in chiave post moderna. Ne è convinto Luigi Amicone, direttore di Tempi, che proprio a causa dell’onda radicale vede in grossa difficoltà il partito di Bersani.
Amicone, cerchiamo di fare chiarezza, ma qual è la forza dei cattolici oggi nel Pd ?
Faccio un nome: Paola Binetti. Dico Binetti perché tutti possano capire. Ecco, la forza dei cattolici è pari al peso della Binetti. Quindi nullo. Sono inconsistenti, costretti ad una subalternità totale.
Destinati all’estinzione quindi?
Per ora destinati ad arrampicarsi sugli specchi, come fanno i vecchi democristiani come Fioroni, costretti sempre e comunque a chiedere permesso prima di parlare di questioni cattoliche. Una cosa penosa.
Il termine cattolico è ampio, abbraccia molti profili, oggi cosa caratterizza un cattolico che milita o vota Pd?
La sua caratteristica principale è la confusione che è totale e a trecentosessanta gradi. Costretti a vedere il cristianesimo come un affare privato. Come se non potessero dir la loro o fare battaglie contro i tempi moderni. E poi vedono in Berlusconi un uomo moralmente criticabile dal punto di vista cattolico.
E’ ipotizzabile che le oltre mille parrocchie nel Lazio si attivino per fermare l’onda radicale? In fondo la Polverini non è Berlusconi.
I parroci e chi frequenta le parrocchie assiduamente, e quindi entra in contatto con i fedeli, possono avere tante idee. Non so se arriverà un ordine di scuderia preciso. Ma ho veramente difficoltà ad immaginare il sostegno da parte del mondo cattolico nei confronti di un personaggio, come la Bonino, più volte vista di fronte San Pietro impegnata in feroci battaglie anticlericali. Sarebbe come se degli antitalebani viscerali sostenessero un talebano. Ma non escludo nulla: in giro ci sono tanti matti.
Abbracciando la Bonino il Pd però abbraccia anche quelle che erano le posizioni di Ignazio Marino.
Quindi in teoria non sarebbe dovuto accadere tutto questo terremoto.
Ma per carità. La Bonino è un gigante rispetto a Marino. La leader radicale ha una storia, una biografia seria e soprattutto una coerenza filosofica. Marino è una brutta copia sbiadita e rimpicciolita, mi domando ancora come faccio un personaggio del genere a stare nella dirigenza del partito. Ma sa cosa penso?
Dica…
Che il Pd è lo specchio dell’opportunismo liquido inconcludente alla mercè di Antonio Di Pietro e dei radicali. Si sta verificando la profezia di Baget Bozzo: il Pd è morto
Ha sfogliato Avvenire in questi giorni? Tratta in maniera diametralmente diversa Vendola rispetto alla Bonino. Come mai?
La Bonino è la vera antagonista. Vendola è un cattocomunista riverniciato. Un prodotto confuso che proviene da più parrocchie.
Nel Lazio molti esponenti cattolici del Pd cattolici si sbracciano per minimizzare l’effetto Bonino. Giorni fa Michele Meta, un consigliere regionale potentissimo e con decine di migliaia di voti, ha sostenuto che sui temi della famiglia e della vita il Pd si ispira all’umanesimo popolare e al socialismo democratico.
Non ci credo.
Sono dichiarazioni rilasciate dalle agenzie qualche giorno fa.
Allora sono basito. E’ impressionante, certi esponenti del Pd parlano come se la gente fosse stupida. Possono dire quello che vogliono, ma questi signori sotto la croce stavano con la lancia non certo con il fazzoletto della Veronica.
Ma qual è la casa dei cattolici oggi?
Santa Romana Chiesa.
E la loro casa politica?
Un cattolico trova casa dove si ragiona. E quindi più nell’area del Pdl che da qualche altra parte. E sia chiara una cosa: ad un cattolico oggi non interessa chi urla Gesù, Gesù come fa l’Udc. Semmai preferisce seguire il motto “non fiori ma opere di bene”. Ecco perché secondo me ha un atteggiamento più cattolico un Formigoni, che grazie al mix pubblico privato permette nelle strutture ospedaliere della Lombardia di fare una mammografia in dieci giorni, rispetto a chi fa attendere dieci mesi come accade in altre regioni.
Grazie a L'Occidentale
21:02 Scritto da: ritina5 in politica | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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18/02/2010
MILANO «Qui non è l'inferno: c'è una storia che non si ferma mai»
di Maria Acqua Simi
17/02/2010 - Un delitto e scoppia la guerriglia urbana. Breve viaggio in via Padova dopo gli scontri dei giorni scorsi. Tra paura e bande straniere, un parroco ci racconta la vita nella "kasbah" milanese. Sorretto dalla «vera giustizia» che tutti cercano
La prima cosa che vedi in via Padova sono vetri di bottiglia rotti, ovunque. E poi rivoli di birra e piscio che dal marciapiede colano fin sulla strada. Gli autobus arrancano stracarichi di gente, i negozi rivelano una realtà complessa: il Japan Food e il kebab, il caffè gestito da sudamericani e la macelleria islamica Awlad. Per strada latinos, egiziani, cinesi, peruviani. Italiani pochi.
Da qualche giorno, la polizia pattuglia la zona palmo a palmo. A Maria, portinaia meridionale di stanza in via Padova da una vita, sembra di vivere «in una prigione». Parlerebbe per ore. E si capisce che lo fa ad uso e consumo dei giornalisti. Che a decine, con flash e telecamere, si aggirano per il quartiere. Ma la verità è che qui, d’inferno, non si può proprio parlare. Lo spiega bene don Piero Cecchi, parroco di San Giovanni Crisostomo, l’unica chiesa della zona ad affacciarsi direttamente su via Padova.
«Non è l'inferno, non ci sono guerre tra etnie», spiega. «Quello che emerge dai fatti di questi giorni è un grande bisogno di giustizia, che va ascoltato ed interpretato. Sa cosa dice il Papa quando parla della giustizia? Ricorda un’espressione ebraica, sedaqah: significa, da una parte, accettazione piena della volontà di Dio; dall’altra, equità nei confronti del prossimo. Quindi del povero, dell’orfano, dello straniero. E i due significati sono legati, perché per l’israelita dare al povero è il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo».
Mentre don Piero parla, intorno a lui si affaccendano diverse persone. Stanno scaricando da un camion i pacchi del Banco Alimentare e preparandosi per la distribuzione alle famiglie bisognose. Che qui sono tante e di etnie diverse, ma con le stesse esigenze. «Per affrontare tutto questo sono necessarie legalità e preghiera. Una convivenza è possibile se ci sono delle norme e dei patti che permettono alle persone che hanno storie diverse e culture differenti di riconoscersi e di rispettarsi. Ma poi serve la preghiera per affrontare la sproporzione che sentiamo di fronte a problemi più grandi di noi. Non possiamo dimenticarci di quel Dio che si è compromesso con la nostra storia fino a dare la sua vita». Don Piero è di fretta, è tutto il giorno che lo cercano e adesso è l’ora del catechismo. Me la butta lì. «Scambi due parole con don Nicola, che si occupa dei ragazzi dell'oratorio».
Lo faccio. Ed è una fortuna. Perché don Nicola Porcellini, che della parrocchia è vicario, non spreca tanto fiato. Va dritto al sodo. Dice che i problemi più grandi sono la paura e la rabbia, «i due strumenti che il male usa per dividere e far vacillare l'uomo». E nel dirmelo mi racconta di Ahmad, un bambino egiziano di dodici anni che va al doposcuola. «Ieri stavamo finendo i compiti, quando mi guarda e mi dice: "Ho paura che la polizia mi venga a prendere". Di fronte a lui mi sono reso conto che non dovevo far finta di niente, cancellare con una pacca sulla spalla i suoi timori. Ma fargli compagnia. Così l'ho rassicurato, e poi abbiamo finito i compiti». Non nasconde le difficoltà, spiega che negli ultimi anni sono venute meno le figure dei mediatori culturali e che mancano anche i finanziamenti per l’“educativa di strada”, cioè per tutte le attività che accompagnano la crescita dei ragazzi.
Don Nicola racconta che, sempre ieri, alcuni ragazzi dei quartieri vicini che lo aiutano al doposcuola erano incerti se venire a dargli una mano coi bambini, per via dei fatti di questi giorni. Lui non ha intavolato gran discorsi, ha solo chiesto: «Ma ci lasciate qui da soli?». Due ore dopo erano lì tutti. «La questione è esserci. Poi ovvio, non risolvo io i loro problemi. Però mi carico delle loro paure certo di quella Presenza, Gesù, che è l'unica che può consolare. E che permette a me di muovermi così, ora».
Ricorda molto don Bosco, quando dice che c’è bisogno di una proposta educativa valida, di qualcosa per cui valga la pena muoversi. E questo si traduce nel dover scendere in strada a cercare i ragazzi o nell’organizzare un torneo di calcetto tra egiziani e sudamericani. «Non mi chieda chi ha vinto, non lo so. Ma è stato un bellissimo momento di amicizia». Perché all'oratorio di San Giovanni Crisostomo, lo sport è una disciplina che non serve solo a sgranchirsi le gambe. «Attraverso il calcio i ragazzi qui imparano l'ordine, le regole, il gioco di squadra». Imparano a stare insieme. Tutti: Maicol l'italiano, Mohamed e pure quelli “del gruppo della strada”, sedicenni nordafricani che la sfida di don Nicola ancora non l'hanno raccolta. «Però c'è stima, e da quella si può costruire». Per ripartire, chiediamo noi? «Non ci siamo mai fermati», sorride lui.
da Tracce
00:23 Scritto da: ritina5 in Tracce | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
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07/02/2010
Cattolici in politica

Sollecitata da stranocristiano e da Anna Vercors
leggo con interesse e preoccupazione l'articolo di Panorama che segue:
Il disarmo dei cattolici in politica
Quella cultura delle istituzioni e della società che ha guidato il paese, tenendo alta la bandiera dell’identità atlantica e democratica, non esiste più. La sua scomparsa è un lutto per tutti.
GIULIANO FERRARA
I cattolici in politica non sanno più che pesci pigliare. La Dc, è risaputo, risolveva i problemi con la mediazione: accettava e accompagnava la secolarizzazione dei costumi e delle idee, ma al tempo stesso incarnava e univa in modo liberamente coeso l’intera classe dirigente cattolica, in tutte le sue sfumature. Dopo la scomparsa di quel partito-stato e partito-chiesa, con le sue due facce sempre in evidenza, l’unico progetto sensato era parso quello di Camillo Ruini, uno dei cardinali più interessanti della storia ecclesiastica del Novecento, l’uomo che Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger avevano scelto per rischiare una Chiesa “contestata” ma in grado di uscire dall’irrilevanza nell’arena pubblica.
Le tensioni interne alla Chiesa, denunciate energicamente dal Papa come tendenze pericolose al carrierismo dei vescovi, nascono anche da questa circostanza che sta sotto gli occhi di tutti: la crisi del progetto ruiniano di politica fondata sulla rivalutazione della funzione della ragione, sull’alleanza con i laici non credenti ma consapevoli del ruolo del Cristianesimo nella storia, sulla battaglia intorno ai dogmi nichilisti dell’ultrasecolarismo che nega se stesso e si fa ideologia intollerante, impulso totalitario, libertinaggio di massa nel campo della sessualità della vita umana manipolata e offesa e della famiglia.
In nome del pauperismo, del solidarismo e dell’ideologia astratta dell’accoglienza, come se la politica e l’attività sociale non fossero norme regolative della coesistenza civile ma servizio evangelico, si finisce alla base della Chiesa per votare Emma Bonino, un campione della menzogna sulla vita umana, ma presuntivamente “dalla parte dei deboli” perché schierata a sinistra. La contraddizione con il magistero dei tre ultimi papi, l’”Evangelium vitae”, e con il “sensus fidei” e la tradizione cristiana è patente, esplosiva, ma la tendenza a scavalcare il problema etico centrale del nostro tempo, a infischiarsene, diventa sempre più evidente.
Basta guardare Pier Ferdinando Casini e, con qualche elemento di consapevolezza in più, Rocco Buttiglione, i due cattolici “liberali” che dovrebbero occupare significativamente quel che è il residuo spazio centrale nella struttura bipolaristica e tendenzialmente bipartitica del nostro sistema politico. Sono anche loro in condizione di drammatica subalternità, per quanto tentino di mascherarla, e si consegnano a una strana politica dei due forni: quella della DC era per stare sempre al governo sfruttando l’appoggio degli altri, quella di Casini & C. è offrire il proprio appoggio agli uni e agli altri per finire sistematicamente all’opposizione.
Non parliamo poi dei cattolici cosiddetti democratici, che hanno in Rosy Bindi e Dario Franceschini i loro ultimi portavoce nel mondo postprodiano del Partito Democratico, l’una in maggioranza con Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta, l’altro all’opposizione con Walter Veltroni.
Se i popolari di Franco Marini e Giuseppe Fioroni sono pesci fuor d’acqua che fingono di navigare, perché niente di quel che credono e che appartiene alla loro identità si riflette più nella formazione politica che si sono scelti, i cattoprogressisti alzano la voce e sembrano più a loro agio, ma è un gioco di riflessi illusorio. Anche loro sono la debole mediazione culturale cattolica a disposizione del corpaccione d’apparato postcomunista, che decide e dispone secondo i suoi disegni e progetti, senza vera discussione, senza vera fusione di anime e tradizioni politiche.
Il disarmo dei cattolici non deve far piacere nemmeno a chi cattolico non è. Perché quella cultura delle istituzioni e della società è stata il motore della crescita italiana del dopoguerra, ha tenuto alta la bandiera dell’identità nazionale e internazionale atlantica e democratica, dell’Italia repubblicana. La sua scomparsa è un lutto per tutti.
18:33 Scritto da: ritina5 in politica | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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