09/05/2010

Il fiorellino azzurro


fiorellino-azzurro.jpg«C’era una SS che per i suoi delitti orrendi
un giorno, sul far dell’alba, veniva portata al patibolo. Gli restavano
ancora una cinquantina di passi fino al punto dell’esecuzione, che aveva
luogo nello stesso cortile del carcere. In questa traversata l’occhio, per
caso, gli si posò sul muro sbrecciato del cortile, dove era sbocciato uno
di quei fiori seminati dal vento, che nascono dove capita e si nutrono -
sembrerebbe - d’aria e di calcinaccio. Era un fiorelluccio misero, composto
da quattro petali violacei e da un paio di pallide foglioline, ma in quella
prima luce nascente la SS ci vide, col suo splendore, tutta la bellezza e
la felicità dell’universo e pensò: “Se potessi tornare indietro e fermare
il tempo sarei pronto a passare l’intera mia vita nell’adorazione di quel
fiorelluccio”. Allora, come sdoppiandosi, sentì dentro di sé la sua propria
voce, ma gioiosa, limpida, eppure lontana, venuta da chissà dove, che gli
gridava: “In verità ti dico: per questo ultimo pensiero che hai fatto sul
punto della morte, tu sarai salvo dall’inferno”. Tutto ciò a raccontartelo
mi ha preso un certo intervallo di tempo, ma là ebbe la durata di mezzo
secondo. Fra la SS che passava in mezzo alle guardie e il fiore che si
affacciava al muro c’era tuttora più o meno la stessa distanza iniziale,
appena un passo. “No! - gridò fra sé e sé la SS, voltandosi indietro con
furia - Non ci ricasco, no, in certi trucchi!”, e siccome aveva le due mani
impedite, staccò quel fiorellino coi denti, poi lo buttò in terra, lo pestò
sotto i piedi e ci sputò sopra».
Elsa Morante

30/04/2010

Di Celesti e di terrestri


500%20lire%20normali.JPG.....Trecento lire erano una grossa cifra nel 1910. A tanto ammontava il debito accumulato dal monastero, che le suore non riuscivano a colmare coi lavori di ricamo e la preparazione delle ostie per la diocesi. Al principio dell’anno madre Maria Carmela, certa che la piccola Teresa l’avrebbe ascoltata, decise di celebrare un triduo alla Santissima Trinità per chiedere, con l’intercessione di suor Teresa di Gesù Bambino, una soluzione ai gravi problemi di sussistenza del monastero. «La confidenza compie miracoli», aveva scritto una volta Teresa alla sorella Celina, invitandola a pregare sempre, senza stancarsi. E così, la risposta alle preghiere di madre Maria Carmela non si fece attendere.
Nella notte fra il 15 e il 16 gennaio, la priora sognò una giovane carmelitana che le sorrideva e la invitava a recarsi con lei nella stanza della ruota, dove si trovava la cassetta con il foglio del debito: «Senti», le disse, «il Signore si serve dei Celesti come dei terrestri, queste sono cinquecento lire con le quali pagherai il debito di comunità». La priora protestò che il debito era di trecento lire, ma lei replicò: «Vuol dire che le altre resteranno in più, intanto tu non puoi tenerle in cella, vieni con me». Pensando di sognare la Santa Vergine, madre Maria Carmela la chiamò con quel nome, ma si sentì rispondere: «No, figlia mia, non sono la nostra Santa Madre, sono invece la serva di Dio suor Teresa di Lisieux». Così Teresa anticipava, attribuendosi quel titolo, l’apertura del processo di beatificazione che si andava preparando e che fu inaugurato il 12 agosto di quello stesso anno. Al mattino dopo, nella cassetta furono effettivamente trovate, tra lo stupore di tutta la comunità, cinquecento lire nuove di zecca. (Leggi tutto...)

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13/03/2010

Celeste nostalgia...

ricamo.jpgQualche anno fa – ma sembrano secoli – le ragazze usavano prepararsi il corredo con le loro mani. Dopo aver rassettato la cucina prendevano il lavoro di ricamo e uscivano nel vicoletto. Si riunivano tutte le ragazze del circondario, perché il lavoro fatto in compagnia era più leggero e meno noioso. Che fascino esercitavano su di me, bambina, tutti quei lini, i fili colorati, le forbicine adatte, il ditale, gli aghi di varie misure...

Che allegria emanavano i loro occhi, pieni di una speranza di futura gioia!

Alcune erano fidanzate, altre  speravano di esserlo presto. Si scambiavano le confidenze e abbassavano la voce in un sussurro se la confidenza era molto riservata o un po’ piccante! C’erano anche le donne più vecchie che, maliziosamente, rivelavano un piccolo particolare della vita a due che le ragazze si accingevano a cominciare; ma piccolo piccolo, tanto per stuzzicare la curiosità...Io non capivo niente ma le fanciulle diventavano tutte rosse e, ridendo, nascondevano il volto nel ricamo.

Ci si raccontava tante storie, i “fattarielli”, come si diceva...

Ero invidiosissima delle loro agili mani, della loro fantasia nel riprodurre sulla stoffa dei fiori magnifici che sulla stoffa diventavano vivi e profumati! Le guardavo con gli occhi sgranati e desiderosi... Qualcuna si impietosiva e mi regalava un pezzetto di stoffa, dopo avervi disegnato con la matita un piccolo fiorellino, e un’altra mi faceva la grazia di qualche filino di cotone da ricamo; impazzivo per il “moulinee”! Davo inizio all’arte e con quale orgoglio presentavo a mia madre, la sera, il mio piccolo capolavoro...

Si lavorava fino al suono del vespero. Al suono delle campane si smetteva e si cantava un inno alla Madonna, prima di rientrare in casa a preparare la cena.

Ancora adesso, mi capita di cantare quell’inno, ne ricordo poche parole ma hanno il potere di riportarmi indietro nel tempo, di farmi riascoltare quelle voci, quei suoni, quei profumi...

Il canto cominciava così:

“Odo suonar la squilla della sera

Che dolcemente ci invita alla preghiera,

per salutar la cara Madre mia

Ave Maria, Ave Maria...”

Che nostalgia, di quando i rapporti erano semplici e veri, quando si era felici delle povere, piccole cose quotidiane!

15:50 Scritto da: ritina5 in ricordi | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: racconti, ricordi, ricami, nostalgia, compagnia | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

21/02/2010

Beati voi che siete nella tristezza, avrete gioia grande!

Colomba.jpgEra malata, Belvinda. Aveva una strana malattia ai piedi, che fasciava con pezze strappate da vecchie lenzuola. Mai portato scarpe, solo d’inverno usava ricoprire le pezze con delle pelli di capra. Abitava in un vecchio casolare mezzo sgarrupato, con una sorella, Assuntina.

Belvinda era gentile quanto Assuntina era bisbetica, stavano sempre a litigare e Assuntina la vinceva sempre. Noi ragazzini credevamo fossero due streghe, specialmente Belvinda, che aveva i piedi tondi come il diavolo!

Con la naturale crudeltà dei bambini la prendevamo in giro, gli buttavamo pietre e facevamo versacci, quando la vedevamo comparire dal ritorno dalla campagna.

Io ne ero affascinata; camminava lentamente, dondolando, portando sulla testa un cesto con gli ortaggi raccolti e la colazione e chissà cos’altro ancora, era sempre coperto con un telo scuro e sporco. A un braccio portava legata una fune lunghissima a cui era attaccata una capretta, la quale, visto la lunghezza della corda, ne approfittava per brucare l’erba ai margini della strada, durante le frequenti soste della padrona.

Intanto, Belvinda sferruzzava per non perdere tempo...mormorando sottovoce il Rosario. La sorella lanciava maledizioni a chi le prendeva in giro; tuoni, saette, cancheri...mai andate a segno!

Una notte s’incendiò la loro stamberga; dissero le brave persone che era stato un corto circuito, ma le malelingue dicevano che il padrone di casa voleva sloggiarle...

La morte si prese  Assuntina e Belvinda s’immalinconì, non aveva più con chi litigare. Dopo poco tempo, il suo cuore solitario, cessò di battere e giusto quattro donne l’accompagnarono al camposanto.

Durante la Messa una colombina bianca, venuta da chissà dove, mai vista prima, volteggiò sull’Altare per tutta la durata della funzione sacra.

Eravamo così pieni di stupore che nessuno osava dire una parola, anche il prete ammutolì. Ci  guardavamo in faccia  cercando una risposta a una domanda non posta.

La colombina sparì subito dopo la benedizione della morta; nessuno l’ha mai più rivista...


13:14 Scritto da: ritina5 in Persone | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: persone, vivere, racconti, incontri | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

19/12/2009

Il battito e la sdraio rossa. Il Natale di Alfredo

Ho letto questo bellissimo e commovente racconto del famoso scrittore-giornalista Fabio Cavallari. Mi è piaciuto moltissimo, perchè dice di un modo umano di vivere le circostanze, i rapporti umani, le feste, la vita... Un modo raro e prezioso, senza inutili fronzoli, ma così vero, come tutti noi abbiamo assaporato, prima della terribile dimendicanza di cosa siamo e di come rispondiamo alla vita. Grazie, carissimo Fabio, di avercelo proposto; una "botta" di umanità vera è un grande dono per il cuore che attente il Natale!

Il battito e la sdraio rossa. Il Natale di Alfredo

alfredoAlfredo d’inverno si addormentava ogni sera così. In braccio a suo padre. Era lì nella cucina di quella vecchia casa di campagna che la storia, le narrazioni epiche, diventavano quadri, immagini, visioni. Una vecchia stufa a legna, alle loro spalle, scaldava il giorno e la notte. Era il piccolo a portare la legna in casa durante il giorno. Un compito preciso, scadenzato dal fuoco, dal campanile, da uno sguardo. Era il gesto che lo faceva entrare nel mondo. Andare in legnaia, riempire la cesta e fare le scale. Alfredo partecipava alla costruzione, all’edificazione della comunità. Non era un gioco o una parafrasi divertente della giornata. Si trattava di responsabilità. Sporcarsi le mani, sentire l’aria gelida sulla faccia, spostare i cerchi della piastra di ghisa, era il suo modo per esserci. Partecipe, attore protagonista del palco. Papà, raccontava, lucidava le scarpe con la spazzola, insegnava. Mamma, preparava il buon pasto, piegava le lenzuola, rammendava. La stufa bruciava il Faggio. Sopra di essa si appoggiavano le pentole e nel vano scaldavivande si riscaldavano pietanze antiche. Era la cucina economica. Nome che richiamava a sobrietà d’intenti e serietà di giudizio. Quando la sera iniziava a nevicare, appena fuori dall’uscio si preparavano le pale, gli stivali verdi di gomma e i guanti. Tutto pronto per la mattina, per il lavoro, per la festa, per l’opera degli uomini di casa. Dentro, mentre la tv girava a vuoto sui tre canali disponibili, le storie prendevano forma, uomini e donne, paesi e passi, riempivano la cucina. Alfredo sollecitava il padre – "papà raccontami ancora di quella volta che avete vinto la pace". Le parole si facevano calde, ogni respiro una fitta nell’orrore della guerra, ogni battito la speranza e l’orgoglio per esser ritornati. L’odore delle bucce di mandarini e del pane abbrustolito sulla stufa, annunciava l’arrivo del Natale. Il mistero non si spiegava, entrava dritto come narrazione nei racconti quotidiani. Un regalo. Uno solo. Portato, donato, dalla vita alla vita. Chi c’era dietro la porta? Mai svelato l’arcano. Sospeso tra sogno, realtà e mistero, Alfredo guardava dalla finestra cadere i primi fiocchi. ......(Continua qui)

19/10/2009

La rivincita dei santi

 

In anticipo sulla festa del primo novembre, girano sui nostri giornali parecchi articoli e notizie che riguardano i santi. Un giorno è la presentazione della mostra di Palazzo Venezia a Roma “Il potere e la grazia”, dedicata alla storia della santità in Europa. Un altro è la segnalazione che il presidente Obama ha scritto un messaggio per la canonizzazione di padre Damiano de Veuster, missionario morto tra i lebbrosi di dell’isola hawaiana di Molokai. Un altro ancora sono i resoconti dell’ultima commedia di Dario Fo, che ha per protagonista sant’Ambrogio. Si tratta, ovviamente di cose molto diverse tra loro. Ma con qualche elemento in comune.

Il primo è forse implicito, ma è chiaro. Sembra proprio che nei momenti di crisi e confusione sorga prepotente il bisogno di guardare a qualcuno che nelle crisi della sua vita sia rimasto in piedi e che dalle confusioni della sua esistenza non sia stato travolto. Il santo, infatti è un uomo. Come noi. Che però, a differenza di quanto troppo spesso ci capita, ha vissuto la propria vita, comprese le difficoltà, in pienezza.

Ma qui comincia il problema: perché lui, o lei, ha potuto vivere così? Non basta l’eroismo - di cui pure tanti santi sono testimoni quasi al limite dell’incredibile -, non bastano la generosità, l’intelligenza, la bontà - che molti santi avevano in dosi massicce -. Bisogna risalire al fondamento di tutto questo. Anche perché, altrimenti, saremmo portati a concludere sconsolati che noi non ci arriveremo mai e la stessa santità sarebbe solo un fastidioso richiamo ad una meta irraggiungibile.

Una volta un giornalista, stupefatto per l’eroica dedizione con cui le sue suore assistevano i più miseri di Calcutta, e lo facevano con una inspiegabile letizia, chiese a Madre Teresa in forza di cosa esse si comportassero così. Rispose: «Lo fanno per Gesù». Una risposta secca, senza possibilità di interpretazioni ambigue. Una risposta che spiazza.

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Grazie a Il Sussidiario

11:34 Scritto da: ritina5 in Colognesi | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: santi, fede, cultura, racconti, storia | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

26/09/2009

La Banda!

Ascoltate e vedete se non vi scoppia il cuore di gioia e allegrezza!

 

http://www.prolocoserravallepistoiese.it/images/banda%20musicale%20serravalle%20pistoiese/banda%20musicale%20giuseppe%20verdi%20logo.jpg

16:06 Scritto da: ritina5 in Bellezza | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, cl, meeting | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

23/09/2009

AGENTE SEGRETO DI CRISTO

Oggi post lunghetto; ma è troppo bello e commovente! Lo lascio un po' di giorni così potrete leggerlo con calma. E avrete modo di pensare...


A Grevinec, i compagni italiani erano attesi: il dirigente del reparto agitazione e propaganda li prelevò all’ingresso del villaggio e li guidò alla sede del soviet rurale dove il primo segretario del comitato distrettuale del Partito e il presidente del colcos li accolsero con parole di circostanza che la compagna Nadia Petrovna tradusse puntualmente.
Peppone rispose recitando il discorsetto che aveva diligentemente mandato a memoria e, alla fine del suo dire, batté anche lui le mani, applaudendo chi l’applaudiva.
Oltre ai pezzi grossi, c’era altra gente e si trattava, come risultò dalle spiegazioni con le quali la compagna Nadia corredò le presentazioni, dei responsabili dei vari settori: allevamento bovino, allevamento suino, coltivazione, frutticoltura, macchinario e via discorrendo.
Il salone delle assemblee dove si svolgeva il ricevimento dava soprattutto l’idea di un magazzino, anche perché l’arredamento era costituito da un rustico tavolo centrale con annesse panche, e da un ritratto di Lenin appeso alla parete.
Il comitato dei festeggiamenti del colcos aveva provveduto a fare adornare il ritratto di Lenin con una frasca verde che girava tutt’attorno alla cornice luccicante di porporina d’oro, ma ciò non sarebbe bastato a rendere caldo e ospitale l’ambiente se la lunga tavola non fosse stata ingentilita da una generosa decorazione di bicchieri vuoti e di bottiglie piene di vodka.

Un bicchierozzo di vodka, buttato giù come fosse un bicchiere di lambrusco, riscalda rapidamente le orecchie e Peppone si trovò, in pochi secondi, col motore al massimo di giri. Cosicché, quando la compagna Petrovna ebbe spiegato che il colcos di Grevinec era uno dei più efficienti avendo raggiunto le massime punte nella produzione del latte, dei suini e dei cereali, domandò la parola e, piantatosi davanti al compagno Oregov, disse con voce ferma, staccando proposizione da proposizione, in modo da lasciare il tempo alla Petrovna di tradurre:
«Compagno, io vengo dall’Emilia: da quella regione, cioè, dove, esattamente cinquant’anni fa, esistevano, uniche in Italia e fra le pochissime del mondo, cooperative proletarie perfette. Una regione con agricoltura intensamente meccanizzata, e con una produzione di latticini, salumi e cereali fra le prime del mondo come quantità e qualità. Al mio paese, io e i miei compagni abbiamo fondato una cooperativa agricola di braccianti che ha avuto l’alto onore di ricevere dai fratelli dell’Unione Sovietica il dono più gradito!...».
Peppone trasse dalla sua borsa di pelle un fascio di fotografie che porse al compagno Oregov, e le fotografie rappresentavano l’arrivo trionfale in paese di «Nikita», il trattore ricevuto in regalo dall’URSS, il trattore stesso in azione di dissodamento sulle terre della cooperativa agricola «Nikita Kruscev» e mercanzia del genere.
Le grandi fotografie girarono da mano a mano e suscitarono in tutti viva impressione, a cominciare dal compagno Oregov.
«Procede l’opera di smantellamento del capitalismo» continuò Peppone «e, se non siamo ancora alla fase finale, siamo però a buon punto e, come potrebbe dirvi meglio di me il compagno Tarocci che appartiene alla mia stessa regione, è fatale che i privilegi dei proprietari e del clero vengano cancellati dalla lavagna della storia e incominci l’era della libertà e del lavoro. Le cooperative agricole modellate sui colcos, oltre alle aziende statali sul tipo dei sovcos, sostituiranno, fra non molto, l’attuale forma di conduzione schiavistica delle tenute agricole e, come è facile capire, è per me di grandissimo interesse conoscere del colcos ogni particolare tecnico e organizzativo. Vorrei quindi che tu, compagno Oregov, pregassi i compagni dirigenti del colcos di Grevinec di mettermi dettagliatamente al corrente dell’esatto funzionamento del colcos in ogni minimo settore.»
Il compagno Oregov fece rispondere che si rendeva conto dell’importanza della richiesta e promise di fare del suo meglio per venire incontro al giustificato desiderio di Peppone.
Poi parlottò coi dirigenti del colcos e, alla fine, la compagna Nadia riferì a Peppone:
«Compagno, il tuo particolare interesse per l’aspetto tecnico e organizzativo è stato riconosciuto da tutti. Ma, se io rimanessi qui a disposizione tua e dei dirigenti del colcos, i tuoi compagni non potrebbero compiere quella completa visita al colcos che è stabilita dal programma. Fortunatamente, fra i tecnici qui presenti, c’è qualcuno che potrà spiegarti ogni cosa senza bisogno d’interpreti».
La Petrovna s’interruppe e fece un cenno. Dal gruppo dei dirigenti si staccò un uomo bruno, magro, in tuta da meccanico, fra i trentacinque e i quarant’anni.
«Il responsabile dei reparti meccanizzazione, rifornimenti, coordinamento lavori» spiegò la compagna Petrovna presentando l’uomo a Peppone «Stephan Bordonny, italiano.»
«Stephan Bordonny cittadino sovietico» precisò l’uomo magro, porgendo la mano a Peppone ma guardando la Petrovna. «Cittadino sovietico come i miei figli.»
La Petrovna sorrise per nascondere il suo imbarazzo:
«Hai ragione, Stephan Bordonny» rettificò. «Dovevo dire “d’origine italiana”. Mentre noi proseguiamo la visita, tu rimarrai a disposizione del compagno senatore Bottazzi.»
La compagna Petrovna se ne andò per raggiungere il gruppo e don Camillo fece l’atto di seguirla, ma Peppone lo bloccò:
«Tu, compagno Tarocci, resterai con me e prenderai nota di tutto quanto ti dirò io».
«Agli ordini» borbottò don Camillo a denti stretti.

«Sei membro del Partito?» s’informò Peppone uscendo dalla baracca del soviet a fianco dell’uomo magro.
«Non mi è stato ancora concesso quest’onore» rispose con voce impersonale l’altro.
Era di una gelida cortesia: mentre don Camillo s’affaccendava a prendere appunti su un libretto di note, il cittadino Stephan Bordonny rispondeva con esattezza a ogni domanda di Peppone, ma si notava in lui lo sforzo per cercare d’esprimersi col minor numero di parole possibile.
Conosceva perfettamente il funzionamento del colcos in ogni minimo dettaglio. Citava con sicurezza date e dati. Ma non aggiungeva mai niente di più.
Peppone gli offerse un mezzo toscano ed egli cortesemente lo rifiutò.
Con un semplice «grazie» rifiutò la «Nazionale» offertagli da don Camillo. Siccome gli altri fumavano, trasse di tasca un pezzetto di carta da giornale, un pizzico di makorka e si arrotolò abilmente una sigaretta.
Visitarono il silos per il frumento, poi il capannone dov’erano contenuti i mangimi speciali, i disinfettanti per i trattamenti dei frutteti e gli attrezzi agricoli per il lavoro manuale.
Tutto esattamente ordinato e catalogato.
In un angolo c’era una strana macchina nuova di zecca e Peppone domandò a cosa servisse.
«A cardare il cotone» rispose il cittadino sovietico Stephan Bordonny.
«Il cotone?» si stupì don Camillo. «Con questo clima, voi coltivate il cotone?»
«No» rispose l’uomo.
«E come mai si trova qui?» insisté don Camillo.
«Un errore di smistamento» spiegò l’uomo. «È arrivata al posto di una macchina setacciatrice per la selezione del seme di frumento.»
Peppone fulminò don Camillo con un’occhiata atomica, ma don Camillo, ora che aveva trovato un uncino, ci si aggrappò:
«E voi selezionate il grano con una macchina per cardare il cotone?».
«No» rispose glaciale l’uomo magro. «Usiamo una macchina selezionatrice costruita con mezzi nostri, nella nostra officina.»
«E quelli che hanno ricevuto la selezionatrice, con cosa cardano il cotone?»
«È cosa che non interessa il colcos di Grevinec» rispose l’uomo.
«Errori di questo genere non dovrebbero succedere» osservò vilmente don Camillo.
«La vostra patria è trecentomila chilometri quadrati» comunicò con voce ufficiale l’altro. «L’Unione Sovietica è oltre ventidue milioni di chilometri quadrati di superficie.»
Intervenne Peppone:
«Stephan Bordonny» disse spedendo una zampata sul piede sinistro di don Camillo «sei tu l’addetto a questo magazzino?».
«No, io collaboro. Vi interessano gli allevamenti di bestiame»
«Mi interessa il parco macchine agricole» rispose Peppone.
Il capannone delle macchine agricole non si presentava bene perché non assomigliava neppure a un capannone ma era una gran baracca con le pareti di legno e paglia e il tetto coperto di rugginosa lamiera.
Però, una volta entrati, c’era da rimanere a bocca aperta. Sul pavimento di terra battuta non c’era un bruscolo e le macchine, perfettamente ordinate, erano tirate a lucido come per l’esposizione campionaria.
Il cittadino Stephan Bordonny conosceva le macchine una per una, dall’a alla zeta: età, ore di lavoro compiuto, consumo, rendimento, potenza, come se avesse, dentro il cervello, uno schedario completo.
In fondo alla baracca c’era l’officina, l’unica parte costruita in mattoni. Una povera officina col minimo indispensabile d’attrezzi e macchinari, ma ordinata in modo tale da strappare le lacrime a Peppone.
Un grosso cingolato era sotto cura e i pezzi del suo motore si allineavano su un banco. Peppone ne tolse uno, lo guardò, poi guardò il cittadino Stephan.
«Chi è che ha rettificato questa roba?» domandò.
«Io» rispose sempre con indifferenza Stephan.
«Con quella specie di tornio!» esclamò Peppone indicando un vecchio e scassato arnese che poteva ricordare, appunto, un tornio.
«No» spiegò l’altro. «Con la lima.»
Peppone guardò ancora il pezzo. Poi ne tolse su un altro dal banco e lo considerò con pari stupore.
Infisso nel muro, sopra il banco, c’era uno spezzone di ferro e una biella penzolava da esso, legata con un pezzo di spago.
Stephan prese un punteruolo e percosse la biella che risuonò come una campanella.
«Dal suono che manda, si sente se è sbilanciata» spiegò l’uomo deponendo il punteruolo. «Questione d’avere un po’ d’orecchio.»
Peppone si tolse il cappello e si asciugò il sudore:
«Vecchio mondo» esclamò. «Io avrei giurato che quello fosse l’unico a usare questo sistema e, invece, te ne trovo un altro, qui, in mezzo alla Russia!»
«Quello chi?» s’informò don Camillo.
«Il meccanico di Torricella» rispose Peppone. «Era un fenomeno: preparava le automobili per i corridori. Venivano fin dall’estero. Un ometto che, a vederlo, non gli davi quattro soldi. Il secondo anno di guerra, un canchero inglese che voleva colpire il ponte sullo Stivone gli ha centrato la casa. È rimasto sotto le macerie lui, la moglie e i due figli.»
«Uno» precisò il cittadino sovietico Stephan. «L’altro, per sua fortuna, era soldato.»
Il cittadino sovietico Stephan Bordonny aveva parlato con una voce diversa dal solito.
«Mi fa piacere che qualcuno si ricordi ancora di mio padre» aggiunse.

Uscirono senza più parlare dall’officina. Trovarono, fuori, un cielo livido che minacciava tempesta.
«Io abito in quella casa là» disse Stephan. «Ci conviene arrivarci prima che venga giù il diluvio. Lì, aspettando che smetta di piovere, vi potrò fornire tutti i dati che ancora vi servono.»
Arrivarono alla casa proprio quando incominciavano a precipitare i primi goccioloni. Era una casa rustica, povera, ma pulita e accogliente, con una vasta cucina dalle travi annerite e la grande stufa.
Peppone non s’era ancora riavuto dalla sorpresa.
Presero posto alla lunga tavola.
«L’ultima volta che andai all’officina di Torricella» disse Peppone come parlando tra sé «fu nel 1939. M’era capitata una Balilla d’occasione e non riuscivo a capire cos’avesse il motore.»
«Una biella sbilanciata» spiegò Stephan. «L’ho sistemata io. Quelle cosette, mio padre le dava da fare a me. E, poi, andava bene?»
«Va ancora» rispose Peppone. «Allora, quel ragazzino magro col ciuffo nero sempre sugli occhi...»
«Avevo diciannove anni» borbottò Stephan. «Lei non aveva i baffi, allora...»
«No» intervenne don Camillo. «Se li è fatti crescere quando l’hanno messo in prigione per ubriachezza molesta e repugnante e schiamazzi notturni a sfondo antifascista. È in quell’occasione che ha guadagnato l’attestato di perseguitato politico acquistando il diritto di diventare senatore comunista.»
Peppone pestò un pugno sulla tavola.
«Ho fatto anche qualcosa d’altro!» esclamò.
Stephan continuava a guardare don Camillo.
«Eppure» borbottò alla fine «lei non ha una faccia nuova. È anche lei dei paraggi?»
«No» rispose in fretta Peppone. «Abita da quelle parti ma è un importato. Non puoi conoscerlo. Dimmi, piuttosto: come sei arrivato qui?»
Stephan allargò le braccia:
«Perché ricordare quello che i russi hanno generosamente dimenticato?» disse con voce ritornata gelida. «Se vi servono altre spiegazioni sul colcos, sono a vostra disposizione.»
Intervenne don Camillo:
«Amico» disse «non ti preoccupare se lui è senatore comunista. Parliamo da uomo a uomo. La politica non c’entra».
Stephan guardò negli occhi don Camillo e poi Peppone.
«Non ho niente da nascondere» spiegò. «È una storia che sanno tutti, qui a Grevinec, ma, siccome nessuno ne parla, vorrei non parlarne neppure io.»
Don Camillo gli allungò il pacchetto delle «Nazionali».
Fuori era scoppiato il diluvio e il vento buttava rovesci d’acqua contro i piccoli vetri delle due finestre.
«Sono diciassette anni che sogno di fumare una “Nazionale”» disse Stephan accendendosi una sigaretta. «Non posso abituarmi al makorka e alla carta da giornale. Mi spaccano lo stomaco.»
Inghiottì avidamente qualche boccata osservando poi il fumo azzurrino uscire lentamente dalla bocca.
«La storia?» continuò. «Ero soldato dell’autocentro. Un giorno i russi ci presero. Era la fine del ’42; neve e freddo da crepare. Ci spingevano avanti come una mandria di pecore. Ogni tanto qualcuno cadeva: se non si rialzava lo inchiodavano sulla neve fangosa della pista con una pallottola sulla fronte. Arrivò il mio turno e caddi. Capivo il russo e sapevo farmi capire: quando caddi, un soldato russo mi raggiunse e mi smosse col piede: “Alzati!”ordinò. “Tovarish” gli risposi “non ce la faccio più. Lasciami morire in pace.” La fine della colonna – io era uno degli ultimi – era già lontana una decina di metri e incominciava a nevicare. Mi sparò un colpo mezzo metro più in là della testa borbottando: “Vedi di morire alla svelta e di non mettermi nei guai”.»
Stephan s’interruppe: era entrato in cucina un gran fagotto coperto di tela da sacco grondante acqua e, caduta la tela da sacco, si vide una bella donna che dimostrava poco più di trent’anni.
«Mia moglie» spiegò Stephan.
La donna sorrise poi spiegò in fretta qualcosa in una strana lingua e disparve su per la scaletta a pioli che spariva nel soffitto.
«Dio aveva stabilito che campassi» continuò Stephan. «Quando rinvenni, ero in una isba, al caldo. Ero caduto a mezzo chilometro da qui, tra il villaggio e il bosco, e una ragazza di diciassette anni, tornando dal bosco dove era andata a far legna, aveva sentito dei lamenti uscire da sotto un mucchietto di neve. Era una ragazza robusta: mi aveva agguantato per il bavero del cappotto e, senza mollare la fascina che portava in spalla, m’aveva trascinato fino alla sua isba, come un sacco di patate.»
«Buona gente, i contadini russi» osservò Peppone. «Anche Bagò del Molinetto è stato salvato così.»
«Sì» riconobbe Stephan «ne hanno salvati parecchi, dei disgraziati come me. Però quella ragazza non era russa, ma polacca. L’avevano portata qui assieme al padre e alla madre perché c’era bisogno di gente che lavorasse la terra. Mi diedero da mangiare quel poco che avevano e mi tennero nascosto due giorni. Poi capii che la cosa non poteva durare e, siccome io e la ragazza riuscivamo a capirci bestemmiando il russo, le dissi d’andare dal capo del villaggio a spiegare che un soldato italiano disperso le era capitato in casa da poche ore. Le dispiaceva, ma andò. Ritornò di lì a poco assieme a un tizio armato di pistola e a due altri armati di fucile. Alzai le mani e mi fecero cenno di uscire. La capanna della ragazza polacca era la più lontana dal centro del villaggio e dovetti camminare un bel pezzetto sempre con le armi puntate alla schiena. Arrivammo finalmente nello spiazzo dove avete visto il silos. Un camion carico di sacchi di grano era lì e un vigliacco maledetto lo stava assassinando per rimetterlo in moto. Mi dimenticai il resto e pensai soltanto al camion; mi arrestai e mi volsi al capo: “Tovarish” gli dissi “quello scaricherà le batterie e non riuscirà più a rimetterlo in moto! Ordinagli di smetterla e di spurgare prima la pompa”. Il capo, sentendomi parlare in russo, rimase a bocca aperta, poi esclamò duro: “E cosa ne sai tu?”. Gli risposi che era il mio mestiere. Il maledetto continuava ad assassinare le batterie che già incominciavano a tirare gli ultimi. Il capo mi spinse avanti con la canna della pistola e, quando fu arrivato al camion, si fermò e gridò all’autista di smetterla e di guardare la pompa. Dal finestrino della cabina venne fuori la faccia melensa di un ragazzotto vestito da soldato. Non sapeva neanche di che pompa si trattasse. Era la prima volta che guidava un diesel. Gli dissi di darmi un cacciavite e, avutolo, tirai su il coperchio del cofano e, in quattro e quattr’otto, spurgai la pompa d’iniezione. Poi riabbassai il coperchio e gli allungai il cacciavite. “Adesso va” gli dissi. Dopo due secondi, il camion partiva.
«Mi portarono in una stanzetta della baracca del soviet e lì mi chiusero. Chiesi una sigaretta e me la diedero. Tornarono dopo dieci minuti e mi fecero uscire spingendomi, sempre con la bocca dei fucili contro la schiena, fino a una tettoia dove erano riparati alla bell’e meglio trattori e macchine agricole. Il capo m’indicò un cingolato e mi domandò perché non andasse. Feci portare dell’acqua bollente, riempii il radiatore e provai la messa in moto. Scesi subito: “C’è una bronzina fusa” spiegai. “Bisognerebbe smontare tutto, rifare la bronzina e rimontare. Ci vuole tempo.” Con quei quattro arnesi malandati che mi misero a disposizione, dovetti lavorare come un pazzo ma, quarantott’ore dopo, io stavo finendo di rimontare l’ultimo pezzo. Fu allora che arrivò un ufficiale con due soldati armati di parabellum. Rimasero a contemplarmi e, quand’ebbi finito e il radiatore fu pieno d’acqua bollente, io salii sul trattore. Dio aveva stabilito di salvarmi a ogni costo: il motore attaccò subito e marciava come un orologio. Lo provai con un giretto attorno alla tettoia, poi lo rimisi al suo posto. Mi pulii le mani con uno straccio, saltai giù e mi presentai all’ufficiale a braccia levate. Mi scoppiarono a ridere in faccia. “Te lo lasciamo, compagno” disse l’ufficiale al capo. “Sotto la tua responsabilità. Se scappa, paghi tu.” Allora mi misi a ridere io. “Signor capitano” risposi “la Russia è grande e io, al massimo, potrei scappare fino a quell’isba laggiù dove c’è una bella ragazza che mi piace molto, anche se mi ha denunciato al segretario del comitato distrettuale del Partito”. L’ufficiale mi guardò: “Tu sei un bravo lavoratore italiano: perché sei venuto a combattere i lavoratori sovietici?”. Gli risposi che ero venuto perché mi ci avevano mandato. Comunque, io ero capo meccanico dell’autocentro, e gli unici russi che avevo ammazzato erano i due polli finiti sotto le ruote del mio camion...»

Fuori il diluvio era diventato una vera burrasca. Stephan si alzò e andò a parlare in russo dentro un telefono militare da campo che era in un angolo. Tornò di lì a poco:
«Dicono che potete rimanere qui: gli altri sono rimasti bloccati alla stalla numero tre che è a casa di Dio».
Tornò a sedersi.
«E allora?» domandò don Camillo.
«Allora io incominciai un lavoro infernale perché rimisi a posto tutte le macchine, sistemai l’officina e la rimessa e, quando potei cominciare a pensare a me, la guerra era finita da due anni. Il padre della ragazza polacca era morto e io sposai la ragazza. Poi passarono degli altri anni e fu concessa la cittadinanza sovietica a me e a mia moglie.»
«E non hai mai pensato a tornare a casa?» insinuò don Camillo.
«A fare che? A vedere il mucchio di calcinacci sotto il quale marciscono mio padre, mia madre e mio fratello? Qui, adesso, mi trattano come uno dei loro. Anzi, meglio, perché io lavoro e il mio mestiere lo so fare. Chi si ricorda di me, laggiù? Sono scomparso nel niente, come uno dei tanti dispersi in Russia...»
Avvenne, a questo punto, una confusione maledetta e la porta si spalancò di botto lasciando entrare, assieme a uno scroscio d’acqua, una strana bestia, una specie di millegambe dalla pelle scura e viscida.
Con un urlo, la moglie di Stephan, balzata fuori da chi sa dove, si precipitò verso la porta e la richiuse. Allora la pelle viscida del mostro cadde e, liberati dallo sbrindellato telone cerato sotto il quale s’erano riparati dalla pioggia, apparvero sei bambini uno più bello dell’altro e in perfetta scala, dai sei ai dodici anni.
«Amico, accidenti quanto sei disperso in Russia!» esclamò don Camillo.
Stephan sbirciò ancora don Camillo:
«Eppure» ripeté «io vi devo aver visto da qualche parte».
«Probabilmente no» rispose don Camillo. «Comunque, anche se fosse, dimenticati d’avermi visto.»

Erano sei bambini educati: starnazzavano come gallinelle ma bastarono tre parole della madre per ammutolirli. Si misero a sedere tranquilli nella panchetta attorno alla stufa chiacchierando a bassa voce.
«Sono piccoli» spiegò la donna con un italiano strano, ma chiaro. «Avevano dimenticato la nonna malata.»
Don Camillo si alzò.
«Vorrei salutarla» disse.
«Sarà molto contenta» esclamò sorridendo la donna. «Non vede mai nessuno.»
Salirono per la scaletta a pioli e si trovarono in una bassa stanza a soffitta. Una vecchietta striminzita giaceva su un lettuccio dalle lenzuola candide, senza una piega.
La moglie di Stephan le parlò in polacco e la vecchia le bisbigliò qualcosa.
«Ha detto che il Signore benedica chi visita gli infermi» spiegò la moglie di Stephan. «È una vecchia donna e bisogna perdonare se la sua mente è ancora nel passato.»
Sopra la testiera del lettuccio, appesa al muro, era un’immagine e don Camillo si avvicinò curioso.
«È la Madonna Nera!» esclamò.
«Sì» spiegò sottovoce la moglie di Stephan. «È la protettrice della Polonia. I vecchi polacchi sono cattolici. Bisogna capire i vecchi.»
La moglie di Stephan s’esprimeva con molta cautela e un vago timore era nei suoi occhi.
Peppone risolse la situazione:
«Non c’è niente da perdonare» affermò. «In Italia sono cattolici non solo i vecchi ma anche i giovani. L’importante è che siano onesti. Noi avversiamo solo i maledetti preti che, invece di fare i ministri di Dio, fanno i politicanti.»
La vecchia le sussurrò qualcosa all’orecchio e la moglie di Stephan, prima di parlare, lanciò un’occhiata interrogativa al marito.
«Non sono qui per farci del male» la rassicurò Stephan.
«Vorrebbe sapere...» balbettò la donna arrossendo «vorrebbe sapere come sta... il Papa.»
«Anche troppo bene!» rispose ridendo Peppone.
Don Camillo, dopo aver armeggiato sotto il giubbotto, trasse un cartoncino e lo porse alla vecchia che, dopo averlo guardato con occhi sbarrati, tirò fuori faticosamente dalle coperte una piccola mano tutta ossicini e lo afferrò.
Poi parlò concitatamente nell’orecchio alla figlia.
«Dice se è proprio lui» tradusse con l’ansia nella voce la moglie.
«Lui in persona» confermò don Camillo. «Papa Giovanni vigesimoterzo.»
Peppone impallidì e si guardò attorno preoccupato, incontrando gli occhi stupiti di Stephan.
«Compagno» gli intimò don Camillo afferrandolo per un braccio e spingendolo verso la porta. «Scendi assieme a lui e andate a vedere come piove a pianterreno.»
Peppone tentò di protestare, ma don Camillo tagliò corto:
«Non t’impicciare, compagno, se non vuoi avere dei guai».
Rimasero soli don Camillo, la moglie di Stephan e la vecchietta.
«Dille che può parlare perché io sono cattolico come lei» ordinò perentorio don Camillo.
Le due donne parlottarono a lungo quindi la moglie di Stephan riferì:
«Dice che vi ringrazia e vi benedice. Ora, con quell’immagine che le avete dato, si sente maggior forza nell’aspettare la morte. Ha sofferto molto, vedendo mio padre morire come un cane, senza la benedizione di Dio».
«Ma avete dei preti che girano liberamente e arrivano fin qui!» si stupì don Camillo.
La donna scosse il capo:
«Sembrano preti, ma non dipendono da Dio ma dal Partito» spiegò. «Non sono buoni per noi polacchi.»
Fuori pioveva che Dio la mandava.
Don Camillo si strappò il giubbotto, cavò dalla finta stilografica il Crocifisso dalle braccia pieghevoli, l’infilò nel collo d’una bottiglia e lo dispose in mezzo al tavolino che era contro al muro, a fianco del lettuccio della vecchia. Trasse il bicchierino di alluminio che fungeva da Calice.
Un quarto d’ora dopo, allarmati dal lungo silenzio, Peppone e Stephan salivano, si affacciavano alla porta della soffitta e rimanevano senza parola: don Camillo celebrava la Santa Messa.
La vecchia, a mani giunte, lo guardava con occhi pieni di lagrime.
Quando la vecchietta poté ricevere la Comunione parve che la vita le rifluisse d’improvviso impetuosa nelle vene esangui.
«Ite, Missa est...»
La vecchia parlò convulsa all’orecchio della figlia che, d’un balzo, raggiunse il marito:
«Reverendo» disse ansimando «sposateci davanti a Dio. Ora siamo sposi soltanto davanti agli uomini».
Fuori diluviava: pareva che le nuvole di tutta la grande Russia si fossero concentrate nel cielo di Grevinec.
Mancava l’anello, ma la vecchia protese la mano e la consunta vera matrimoniale, un sottile cerchietto d’argento, si infilò nel dito della figlia.
«Signore» implorò don Camillo «non badate se mangio qualche parola o qualche periodo.»
Peppone pareva la classica statua di gesso: don Camillo interruppe un momento il rito e lo spinse verso la porta:
«Spicciati, porta su tutta la banda!».
Ormai la pioggia stava decrescendo rapidamente, ma don Camillo era lanciato e pareva una mitragliatrice: battezzò tutt’e sei i bambini con una rapidità da togliere il fiato.
E non è che, come aveva detto, mangiasse le parole o saltasse addirittura dei periodi interi. Diceva tutto quel che doveva dire, dalla prima sillaba all’ultima. Ma il fiato glielo dava Gesù.

Forse tutto era durato un’ora. Forse un minuto. Don Camillo non lo sapeva: si ritrovò seduto alla tavola di cucina, con Peppone al fianco e Stephan davanti.
Il sole, ora, sfolgorava, e, nell’angolo semibuio della stufa, sfolgoravano ancor più del sole occhi sgranati che cercavano gli occhi di don Camillo.
Don Camillo li contò ed erano sedici: dodici dei bambini, due della madre e due della vecchietta. Ma, questi, non erano incastonati in uno dei visi celati nella penombra della stufa, ma li aveva dentro il cervello don Camillo perché mai aveva visto due occhi guardarlo così e non poteva toglierseli dalla mente.
La compagna Nadia Petrovna comparve sulla porta.
«Tutto a posto?» s’informò.
«Tutto perfettamente a posto» rispose don Camillo alzandosi.
«Siamo grati al compagno Oregov che ci ha messo a disposizione un tecnico competente come il cittadino Stephan Bordonny» aggiunse Peppone stringendo la mano a Stephan e avviandosi verso la porta.
Don Camillo fu l’ultimo a uscire e, giunto sulla soglia, si volse e tracciò un rapido segno di croce sussurrando:
«Pax vobiscum».
«Amen» risposero gli occhi della vecchietta.

G.Guareschi, Il compagno don Camillo, Milano, Rizzoli, 2002, pp. 97-115

13/09/2009

Non ci basta

A molti, magari, capiterà di farlo dopo aver sfogliato il giornale. E servirà tempo per andare a fondo in quella proposta, per non lasciarla scorrere via in fretta, presi dall’affanno dell’anno che riprende e del lavoro che incalza di nuovo. Ma se lo avete già fatto, se avete già aperto il libretto allegato a questo numero, e scorso almeno l’Introduzione di quell’Assemblea che il mese scorso ha raccolto a La Thuile quattrocento responsabili di Cl di tutto il mondo, è probabile che abbiate sentito almeno un’eco del contraccolpo subìto da chi c’era.
Diciamoci la verità: con quel primo «non ci basta» buttato in pista da don Julián Carrón di fronte alla confusione che viviamo, qualche familiarità ce l’avevamo già. «Non ci basta una ripetizione, pur giusta, di un discorso pulito e corretto». Il cristianesimo non è una faccenda di parole, o di principi da applicare alla vita per sostenerla. «E questo lo sappiamo anche noi», aggiungeva Carrón: «Abbiamo ripetuto tante volte la cosa giusta, ma questo non ci fa stare in piedi, non ci fa respirare». Non ci basta, appunto. «Abbiamo bisogno di vedere davanti a noi persone che nel loro porsi, nel loro modo di affrontare il reale (…) introducono una luce, una chiarezza in mezzo alla confusione nel modo in cui vivono gli affetti, il lavoro, le circostanze». Abbiamo bisogno di testimoni. La fede vive di questo. Chi ha seguito Tracce - e il lavoro educativo di cui cerca di rendere conto - nell’ultimo anno, sa bene di cosa stiamo parlando.
Subito dopo, però, è arrivato un altro affondo. «Ma il testimone non basta. Il testimone ci mostra una reale possibilità più umana di vivere nelle circostanze cui siamo chiamati, e per questo ci colpisce; ma non basta, perché ciascuno di noi (io, tu) ha bisogno che accada nella sua vita, nelle circostanze che è costretto ad affrontare, cioè ha bisogno di fare l’esperienza personale di ciò che il testimone mostra. Perché diventi mio!».
Ecco, lì in parecchi sono rimasti spiazzati. Meglio: provocati. Perché non si tratta di una sterzata, di un cambio di direzione. Non ci sono cesure in questo passaggio, non ci sono salti, come se l’insistenza sulla testimonianza fosse da archiviare per passare ad altre parole “di moda”: giudizio, esperienza… È un percorso da fare (e nelle pagine di quel libretto lo trovate tutto, passo per passo). Perché una cosa è chiara, se si guarda alle nostre vite: solo in quel «mio» c’è tutto. Certezza e speranza. E se non arrivo a dire «mio», non posso neanche dire «io». «Senza che questo diventi veramente esperienza noi non cresciamo nella certezza della fede».
Per molti, il Meeting di quest’anno è stato proprio una documentazione di questo percorso, come abbiamo cercato di spiegare nel “primo piano”. E le vacanze pure. Ma pensate che prospettiva si spalanca per chi riprende le occupazioni “normali” dell’anno con questo passo chiaro da compiere, con questo lavoro avviato di paragone continuo tra ciò che ci accade e il nostro cuore, con questo approfondimento di certezza della Sua Presenza nelle nostre vite. Pensate che cosa può essere delle battaglie che ci attendono a scuola, sul lavoro, in famiglia. O nel contesto sempre più confuso e per certi versi barbaro - lo testimoniano le vicende di questi ultimi giorni - della vita pubblica: media, politica, cultura… Pensate che cosa accade se lì dentro, non un briciolo prima - in astratto - o una frazione di secondo dopo - come etichetta da appiccicare -, ma dentro il reale iniziamo ad accorgerci davvero della presenza inestirpabile di Chi, essendo risorto, domina il reale. Qui e ora.
Diceva san Gregorio Nazianzeno, in quella frase tanto cara a don Giussani: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita». Ma se arriviamo a dire «mio»…

Da Tracce

14:29 Scritto da: ritina5 in Tracce | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, cl, meeting | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

24/07/2009

Il male che non voglio

http://www.myboite.it/burekeaters/wp-content/uploads/2006/09/babel.jpg

La tesi recentemente espressa da Umberto Veronesi in un articolo intitolato “Predestinati alla bontà, dai nostri geni” si può riassumere pressappoco così: «L’uomo è buono per natura». Non si tratta di una posizione inedita; l’ottimismo rinascimentale, per voce di François Rabelais, affermava già: «Fa ciò che vuoi, perché per natura l’uomo è spinto ad atti virtuosi». Ora ci si basa su ricerche genetiche e su indagini sofisticate, ma l’idea di fondo resta la medesima.

Già ieri su queste stesse pagine sono stati lucidamente evidenziati limiti e forzature di una simile impostazione e delle conclusioni cui giunge. A me interessa riportare la questione ad un livello ancora più elementare: il paragone di quella tesi con quello che mi succede

È vero che in me c’è la propensione a fare il bene e non c’è dubbio che io trovi in esso soddisfazione. Ma non posso non constatare che in me c’è anche una strana ombra che sceglie il male o per lo meno si disinteressa del bene che pure riconosce. Senza stare a scomodare delitti o tragedie, chi di noi non ha sperimentato il prevalere di un’invidia, l’aspro gusto di ferire un altro, la codardia davanti a una cosa buona che si reputa giusto fare, ma da cui si fugge?

Più realistica della presunta “predestinazione alla bontà” dovuta ai nostri geni è la constatazione che a fianco del desiderio del bene c’è - accovacciata alla porta dell’io come un cane rabbioso dice la Bibbia - l’oscura suggestione del male. La Chiesa cattolica la chiama “peccato originale”. Esso non distrugge completamente la nostra bontà originaria, ma la rende esistenzialmente impraticabile.

Si genera così quel dramma che, pur giocandosi nelle scelte più minute e quotidiane, non è però meno grandioso e avvincente. Il dramma che san Paolo ha raccontato nella lettera i Romani con queste parole: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Non c’è dubbio: una frase così spiega molto di più ciò che mi capita ogni giorno di quanto facciano le pretese giustificazioni genetiche della mia esclusiva propensione alla bontà.

San Paolo conclude: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?». Forse si evita di guardare in faccia al male che è in noi perché saremmo costretti a chiedere un liberatore? Forse le discussioni sui geni che ci predestinerebbero alla bontà non sono che l’ennesima forma di un’autosufficienza immotivata e insostenibile? Che ha gravi esiti anche in campo sociale, come ha ricordato Benedetto XVI nella Caritas in veritate: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa presunzione che discende dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società».

Pigi Colognesi - Il Sussidiario

12:21 Scritto da: ritina5 in Colognesi | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

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