26/09/2009

La Banda!

Ascoltate e vedete se non vi scoppia il cuore di gioia e allegrezza!

 

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13/09/2009

Non ci basta

A molti, magari, capiterà di farlo dopo aver sfogliato il giornale. E servirà tempo per andare a fondo in quella proposta, per non lasciarla scorrere via in fretta, presi dall’affanno dell’anno che riprende e del lavoro che incalza di nuovo. Ma se lo avete già fatto, se avete già aperto il libretto allegato a questo numero, e scorso almeno l’Introduzione di quell’Assemblea che il mese scorso ha raccolto a La Thuile quattrocento responsabili di Cl di tutto il mondo, è probabile che abbiate sentito almeno un’eco del contraccolpo subìto da chi c’era.
Diciamoci la verità: con quel primo «non ci basta» buttato in pista da don Julián Carrón di fronte alla confusione che viviamo, qualche familiarità ce l’avevamo già. «Non ci basta una ripetizione, pur giusta, di un discorso pulito e corretto». Il cristianesimo non è una faccenda di parole, o di principi da applicare alla vita per sostenerla. «E questo lo sappiamo anche noi», aggiungeva Carrón: «Abbiamo ripetuto tante volte la cosa giusta, ma questo non ci fa stare in piedi, non ci fa respirare». Non ci basta, appunto. «Abbiamo bisogno di vedere davanti a noi persone che nel loro porsi, nel loro modo di affrontare il reale (…) introducono una luce, una chiarezza in mezzo alla confusione nel modo in cui vivono gli affetti, il lavoro, le circostanze». Abbiamo bisogno di testimoni. La fede vive di questo. Chi ha seguito Tracce - e il lavoro educativo di cui cerca di rendere conto - nell’ultimo anno, sa bene di cosa stiamo parlando.
Subito dopo, però, è arrivato un altro affondo. «Ma il testimone non basta. Il testimone ci mostra una reale possibilità più umana di vivere nelle circostanze cui siamo chiamati, e per questo ci colpisce; ma non basta, perché ciascuno di noi (io, tu) ha bisogno che accada nella sua vita, nelle circostanze che è costretto ad affrontare, cioè ha bisogno di fare l’esperienza personale di ciò che il testimone mostra. Perché diventi mio!».
Ecco, lì in parecchi sono rimasti spiazzati. Meglio: provocati. Perché non si tratta di una sterzata, di un cambio di direzione. Non ci sono cesure in questo passaggio, non ci sono salti, come se l’insistenza sulla testimonianza fosse da archiviare per passare ad altre parole “di moda”: giudizio, esperienza… È un percorso da fare (e nelle pagine di quel libretto lo trovate tutto, passo per passo). Perché una cosa è chiara, se si guarda alle nostre vite: solo in quel «mio» c’è tutto. Certezza e speranza. E se non arrivo a dire «mio», non posso neanche dire «io». «Senza che questo diventi veramente esperienza noi non cresciamo nella certezza della fede».
Per molti, il Meeting di quest’anno è stato proprio una documentazione di questo percorso, come abbiamo cercato di spiegare nel “primo piano”. E le vacanze pure. Ma pensate che prospettiva si spalanca per chi riprende le occupazioni “normali” dell’anno con questo passo chiaro da compiere, con questo lavoro avviato di paragone continuo tra ciò che ci accade e il nostro cuore, con questo approfondimento di certezza della Sua Presenza nelle nostre vite. Pensate che cosa può essere delle battaglie che ci attendono a scuola, sul lavoro, in famiglia. O nel contesto sempre più confuso e per certi versi barbaro - lo testimoniano le vicende di questi ultimi giorni - della vita pubblica: media, politica, cultura… Pensate che cosa accade se lì dentro, non un briciolo prima - in astratto - o una frazione di secondo dopo - come etichetta da appiccicare -, ma dentro il reale iniziamo ad accorgerci davvero della presenza inestirpabile di Chi, essendo risorto, domina il reale. Qui e ora.
Diceva san Gregorio Nazianzeno, in quella frase tanto cara a don Giussani: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita». Ma se arriviamo a dire «mio»…

Da Tracce

14:29 Scritto da: ritina5 in Tracce | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, cl, meeting | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

24/07/2009

Il male che non voglio

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La tesi recentemente espressa da Umberto Veronesi in un articolo intitolato “Predestinati alla bontà, dai nostri geni” si può riassumere pressappoco così: «L’uomo è buono per natura». Non si tratta di una posizione inedita; l’ottimismo rinascimentale, per voce di François Rabelais, affermava già: «Fa ciò che vuoi, perché per natura l’uomo è spinto ad atti virtuosi». Ora ci si basa su ricerche genetiche e su indagini sofisticate, ma l’idea di fondo resta la medesima.

Già ieri su queste stesse pagine sono stati lucidamente evidenziati limiti e forzature di una simile impostazione e delle conclusioni cui giunge. A me interessa riportare la questione ad un livello ancora più elementare: il paragone di quella tesi con quello che mi succede

È vero che in me c’è la propensione a fare il bene e non c’è dubbio che io trovi in esso soddisfazione. Ma non posso non constatare che in me c’è anche una strana ombra che sceglie il male o per lo meno si disinteressa del bene che pure riconosce. Senza stare a scomodare delitti o tragedie, chi di noi non ha sperimentato il prevalere di un’invidia, l’aspro gusto di ferire un altro, la codardia davanti a una cosa buona che si reputa giusto fare, ma da cui si fugge?

Più realistica della presunta “predestinazione alla bontà” dovuta ai nostri geni è la constatazione che a fianco del desiderio del bene c’è - accovacciata alla porta dell’io come un cane rabbioso dice la Bibbia - l’oscura suggestione del male. La Chiesa cattolica la chiama “peccato originale”. Esso non distrugge completamente la nostra bontà originaria, ma la rende esistenzialmente impraticabile.

Si genera così quel dramma che, pur giocandosi nelle scelte più minute e quotidiane, non è però meno grandioso e avvincente. Il dramma che san Paolo ha raccontato nella lettera i Romani con queste parole: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Non c’è dubbio: una frase così spiega molto di più ciò che mi capita ogni giorno di quanto facciano le pretese giustificazioni genetiche della mia esclusiva propensione alla bontà.

San Paolo conclude: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?». Forse si evita di guardare in faccia al male che è in noi perché saremmo costretti a chiedere un liberatore? Forse le discussioni sui geni che ci predestinerebbero alla bontà non sono che l’ennesima forma di un’autosufficienza immotivata e insostenibile? Che ha gravi esiti anche in campo sociale, come ha ricordato Benedetto XVI nella Caritas in veritate: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa presunzione che discende dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società».

Pigi Colognesi - Il Sussidiario

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18/07/2009

I Cattolici con la P38 puntata alla tempia

http://www.personal.u-net.com/~carnfort/Professionals/images/hardware/p38.jpg

L’industria mediatica celebra ed esalta, da anni, la generazione sessantottina anche perché è quella che oggi ha in mano il potere e il contropotere (nei giornali, nel cinema, nella cultura, in politica). Quindi celebra se stessa. Una generazione imbottita di ideologia che ha preteso di essere (e d è) la lotta e il governo, la sovversione e l’establishment.
Alain Finkielkraut nell’ “Imparfait du présent” coglie questa contraddizione: “E' schiumando di rabbia contro il fascismo in piena ascesa che l'arte contemporanea fa man bassa delle istituzioni culturali.
Non c'è nessuna fessura nella corazza dei fortunati del mondo post-sessantottino. Hanno lo stereotipo sulfureo, il cliché ribelle, l'opinione sopra le righe e più buona coscienza ancora che i notabili del museo di Bouville descritti da Sartre ne ‘La Nausea’.
Perché essi occupano tutti i posti: quello, vantaggioso, del Maestro, e quello, prestigioso, del Maledetto. Vivono come una sfida eroica all'ordine delle cose la loro adesione piena di sollecitudine alla norma del giorno. Il dogma, sono loro; la bestemmia pure. E per darsi arie da emarginati insultano urlando i loro rari avversari. In breve, coniugano senza vergogna l'euforia del potere con l'ebbrezza della sovversione. Stronzi”.
Amano sentirsi “la meglio gioventù”. Ma per scoprire la vera “meglio gioventù” (a cui l’establishment cinematografico di certo non dedica film) bisogna semmai leggere un libro strano come quello di Saverio Allevato, “La P38 e la mela”, ovviamente pubblicato da un piccolo editore come Itaca, non dai grandi editori che invece da anni pubblicano le memorie dei brigatisti rossi.
Il titolo del libro di Allevato fa riferimento proprio a un assassinio delle Br, quello di Mariano Romiti, uno di quei poliziotti che Pasolini considerava come i veri figli del popolo (diversamente dai “rivoluzionari” con le molotov).
Romiti aveva conosciuto a Roma un gruppo di giovani amici che proprio in quegli anni, soprattutto all’Università, avevano iniziato una vivacissima comunità cristiana – Comunione e liberazione – e lui era entusiasta di quell’amicizia e di quella nuova vita.
Una dei quattro figli del maresciallo Romiti, Adriana, oggi oncologa al S. Andrea di Roma, ricorda il padre bravissimo che egli era, il suo totale impegno nel lavoro e nella fondazione del sindacato di polizia (lui era vicino alla Cisl), le preghiere che le insegnava la sera e la sua devozione alla Madonna: “quel giorno furono in due ad affrontarlo e a nulla valse il tentativo di sfuggire alla gragnuola dei colpi, cercando riparo dietro alcune auto parcheggiate… Durante il tragitto verso l’ospedale, ormai moribondo, invocava la Vergine Maria (come ci ha testimoniato un collega che lo soccorse).
Anche uno dei terroristi che partecipò all’attentato, in un incontro da lui richiesto, ci ha raccontato di essere rimasto colpito da quell’uomo che, colpito a morte, si affidava alla Beata Vergine ed invocava ripetutamente il suo nome.
Io credo che l’Immacolata Concezione lo abbia condotto con sé in cielo, quel 7 dicembre 1979, vigilia della Sua festa. Mariano poteva festeggiare da quel momento con Lei e baciarla, come i bimbi fanno con la propria mamma”.
Anna Laura Braghetti, in un suo libro, ricorda l’esecuzione crudele di quell’uomo buono e innocente. Il compagno che componeva il commando – scrive - “mi ha detto che si era preparato ad affrontare un nemico armato e risoluto, invece Romiti si lasciò ammazzare senza un gesto.
Dario prima di scappare prese la sua borsa, certo che contenesse un’arma che avrebbe fatto comodo all’organizzazione. C’era solo una mela”.
Una mela: la semplicità di una vita umana normale.
La P38: cioè la mostruosa astrazione assassina dell’ideologia.
Il libro prende il titolo da qui. Ma racconta la bellezza di un’amicizia fra giovani che inizia a Roma (e in tante altre città), negli anni di piombo, e che somiglia in modo commovente all’amicizia che si creò, duemila anni fa, attorno a Gesù fra alcuni giovani dei paesi affacciati sul lago di Tiberiade.
Veramente è sempre così che accade, da secoli. Lo stesso stupore per una umanità eccezionale, lo stesso entusiasmante riconoscersi fratelli, la stessa bella avventura sulle strade del mondo è riaccaduta mille volte, nel corso dei secoli, attorno a Francesco d’Assisi, a Bernardo di Chiaravalle, a Ignazio di Loyola e a tanti altri amici di Gesù.
Come don Giussani. E’ impressionante come quella generazione, la prima dopo il sessantotto, che non aveva più padri e maestri, ma solo padroni e ideologi, abbia imprevedibilmente re-incontrato Cristo imbattendosi nella persona e nella testimonianza di Giussani: in pochissimi mesi, negli anni più duri della storia dell’Italia repubblicana, mentre era in corso una sanguinosa guerra civile, proprio negli ambienti più infiammati e più pericolosi per dei cristiani (scuole, fabbriche e università) prese forma una straordinaria e travolgente presenza cattolica, che contagiò migliaia e migliaia di giovani e dette vita a eccezionali opere di solidarietà, educative, caritative, anche iniziative di lavoro, imprenditoriali e opere culturali, editoriali.
Un’effervescenza cristiana che fu apprezzata da Aldo Moro (ci sono alcuni fatti rivelatori raccontati nel libro) e detestata da una quantità di intellettuali, anche cattolici (episodi tutti da leggere).
La presenza di CL (involontariamente eroica) fu finalmente riconosciuta come preziosissima per la Chiesa dal neoeletto papa Giovanni Paolo II che con Comunione e liberazione ebbe una consonanza speciale (così come il cardinale Ratzinger – il papa attuale – che celebrò la messa funebre di don Giussani).
Tutto questo germinò, sorprendentemente, per esuberanza del cuore e dell’intelligenza diventati amici di Cristo, non certo per un “piano” e crebbe fra mille aggressioni fisiche e mille attacchi giornalistici.
Di fatto i ragazzi di CL, in quegli anni bui, sulla loro pelle garantirono spazi di libertà per tutti quando gran parte di coloro che avrebbero dovuto farlo si arrendevano al conformismo ideologico.
Il libro di Allevato – che contiene anche una leale e bella rilettura autocritica di un intellettuale cattolico dell’altro fronte, Pio Cerocchi – racconta nel dettaglio tanti fatti nei quali troviamo spesso anche personaggi diventati famosi.
Per comprendere più profondamente l’origine di questo straordinario fenomeno, che continua ad essere l’unico movimento nato negli anni del Sessantotto che vive, che si espande in decine di paesi del mondo e che resta tuttora un forte movimento di giovani (oltre ad essere diventato una vasta presenza adulta), bisogna leggere un altro libro appena uscito: s’intitola “Qui e ora” (Bur-libri dello spirito cristiano) e raccoglie alcune conversazioni che don Giussani proprio in quegli anni (per la precisione fra 1984 e 1985) tenne con alcuni di questi studenti, provenienti dagli atenei di tutta Italia.
Il primo impatto sorprenderà molti per la “laicità” del clima, per la totale mancanza di clericalismo.
Qualcuno avrà la sensazione forse di trovarsi in una raffinatissima – eppure appassionata, incandescente - accademia filosofica di tipo greco antico, tale è l’intensità e la profondità di questo serrato dialogo di tanti giovani con un vero padre: si tratta, in effetti, anche di una straordinaria scuola di razionalità, dove generazioni di giovani hanno imparato quell’uso attento, serio e leale dell’intelligenza che oggi nessuno insegna (tanto meno scuole e università). E hanno imparato che la fede cristiana è la più completa, gustosa e leale modalità di conoscenza della realtà.
In queste pagine intervengono giovani colpiti e commossi dall’incontro con Gesù vivo oggi e dalla bellezza dell’esperienza comunitaria, che attraverso quel maestro e padre imparavano a conoscere se stessi e si appassionavano alla realtà, alla bellezza, alla verità e ai bisogni di tutti.
Il libro di Allevato documenta con i fatti cosa accedeva a quei giovani incontrando un vero e grande amico di Gesù. “Qui e ora” fa sentire la voce viva di don Giussani. Si ricava da entrambi i libri la sensazione che quella cristiana sia davvero la più bella della avventure. Un’avventura liberante. E renda vera e semplice tutta la vita.

Fonte: © Libero - 12 luglio 2009
Lo Straniero - Antonio Socci

04/07/2009

C'è una bella novità per i naviganti del Web!

Novità dal web

il nuovo sito di SamizdatOnLine ... ospita il tuo post
vieni e vedi

C'è bisogno di stampa clandestina quando il potere soffoca.
C'è bisogno di un samizdat dove dare libera espressione al nostro desiderio di vita, di verità, di bellezza, di libertà, di giustizia, di una ragione spalancata dalla fede.
C'è bisogno di aiutarsi a trovare le tracce di chi dà un senso al nostro desiderio.

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18/06/2009

DA NON PERDERE!

Non perdetevi questo interessantissimo appuntamento!

Sabato 20 giugno

SullaviadidamascoOre 10.15 circa RaiDue all’interno della trasmissione "La via di Damasco"

Cavallari -Riva 1

Intervista a Fabio Cavallari e Suor Maria Gloria Riva. Il Monastero, la vita, l’incontro, la strada, i libri. "Mendicanti di bellezza"

Grazie a Fabio Cavallari

 

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17/06/2009

E' MORTO MASSIMO CAPRARA. SALVATO DALLA BELLEZZA

Da Tempi, che ringaziamo. Il Centro Culturale della Svizzera Italiana ha avuto l'onore di avere come ospite Massimo Caprara il 18 novembre 2004.

Da Palmiro a Nicodemo
Confessione di un togliattiano.
[Unita.jpg]


L'articolo che Massimo Caprara scrisse per Tempi sul numero 51 del 19 dicembre 2002 

di Massimo Caprara

Esiste solo qualche parola, o forse nessuna, come la parola ideologia che abbia dominato, anzi oppresso, il nostro tempo: il secolo appena passato “delle idee assassine”. Di esse non vi parlo come uno storico di professione, perché tale non sono. Vi parlo della concretezza, del mio vissuto, vi reco una testimonianza che alimenta e nutre una riflessione critica. Non è quindi la Storia, ma la mia storia: la storia di un ideale che degenera in ideologia, di come un ideale si trasforma, si corrompe, si separa dall’esperienza e diviene un sistema dogmatico, una corazza di false verità totalizzanti e assolute.
Ideologia, non succede mai niente di imprevisto

In questo senso, ideologia è contrario della realtà, contrario del Vero, suo pregiudizio, sua contrapposizione, suo non pensare. Nell’ideologia ogni passaggio è scontato. Essa è incurante dell’evidenza, è tempo senza tempo, incapacità di cercare il Vero, di riconoscerlo, di volerlo, di amarlo, ma capace solo di esecrarlo e negarlo. In uno dei maggiori suoi teorici, l’ideologia è «potere di una classe organizzata per opprimerne un’altra». Così Karl Marx nei Manoscritti economici - filosofici del 1844 e nell’Ideologia tedesca del 1846, descrive l’intrinseca violenza, prevedibile e prevista, che è la sostanza dell’ideologia. Essa è irreale, non perché non avvenga, ma perché replica se stessa, si ripete senza imprevisti, senza stupore, ma con orrore cieco. Non attende né riconosce alcun Annuncio, o Incontro o Attesa. Produce solo subordinazione e passività, perché tutto è già avvenuto o deterministicamente avverrà. Ideologia è in lotta perenne contro Ideale. Ideale e Ideologia sono infatti in lotta irrimediabile tra loro come Amicizia è il contrario di Solitudine. L’uno, cioè l’Ideale, è destinato a crescere, a procedere: chiede futuro. L’altra, l’Ideologia, ristagna, si avvita, uccide spiritualmente. Ha scritto don Giussani, al quale tutti, io credo, siamo debitori infiniti, che «l’Ideale è la dinamica in cammino della natura dell’uomo ed ad ogni passo qualcosa di esso si adempie». È giusto: qualcosa si adempie verso la Bellezza che implica consistenza etica ed estetica, che è azione e contemplazione, sentimento delle cose, coscienza amorosa di quanto ci circonda, di quanto ci avvolge, ci invade, desidera ed è desiderata. Di quanto ci stimola e ci dà libertà. Bellezza e Libertà; ossia compiutezza di sé nella dimensione del presente, è il farsi dell’uomo, l’espressione del proprio essere a contatto con la trascendenza, a contatto con gli altri da sé e con il suo superamento.
Un misticismo logico che si fa spirito totalitario

Al contrario, l’Ideologia si fa Stato, totalità superiore, unilateralità, sovranità illegittima, oppressione, sovrastruttura in cui la classe dominante sopprime la libertà a suo beneficio: borghese od operaio che sia. Persino Marx è costretto a denunziare questo procedimento, accusandolo nelle sue fondamentali Opere filosofiche giovanili, come «misticismo logico».
La Bellezza in quanto Verità è lotta, tensione continua, aspirazione verso l’eterno e l’infinito. La Bellezza, o meglio l’Estetica, rende lucido lo sguardo, lo raffina, chiarisce la mente e rende gli uomini assetati di luce. Nei suoi libri don Giussani ha fissato perle ed episodi della musica, della poesia, dell’architettura e dell’arte. Ha scritto del proprio padre e della propria madre come educatori alla Bellezza. Ha scritto della Goccia di Chopin, dello Stabat Mater di Pergolesi, del desiderio di felicità infinita nel poema Alla sua donna di Leopardi. Ha rintracciato la Bellezza nei canti popolari russi del Coro sovietico dell’Accademia di Stato. La Bellezza salva. La Bellezza è non avere paura della Verità, combattere perché essa venga alla luce, si confronti, vinca, ogni volta si riaffermi. Quanto Ideologia è palude e stagnazione, tanto Ideale o Bellezza è movimento, progresso, azione.
In un libro del 1951, Hannah Arendt scrisse che l’Ideologia «è abbandono della libertà di pensare per la camicia di forza della logica». Ideale è un agire, un fare, un manifestare, un vivere un avvenimento, un costruire, Ideale è anche contemplazione e condivisione, cammino fatto insieme alla scoperta del senso delle cose. «Se l’uomo non costruisce, come fa a vivere?» si chiede giustamente il poeta cattolico statunitense naturalizzato inglese, premio Nobel, Thomas Stearns Eliot. L’ideale è anche costruire e comunicare. Il Bello, allora, è libertà che si dilata, diviene incontro, progetto, presenza, unità. La Bellezza allora diviene esperienza collettiva del fatto cristiano, fraternità e solidarietà avvertite dalla Chiesa come fatto umano e sociale.
Sto parlando della mia vita

Se parlo con durezza, con ostinazione e contrarietà, se parlo così di Ideologia non è certo per metafisica accademica. Parlo della mia vita. Ho vissuto per oltre 25 anni all’interno di una Ideologia, in una delle sue versioni più drammatiche, attivistiche, dottrinarie. Dal 1948 al 1968 ho fatto parte del Partito comunista italiano, del suo massimo pensatoio e dirigenza ossia della Nomenklatura comunista, nella sua confessione togliattiana. Sono stato membro del suo Comitato centrale, Sindaco di Portici, Deputato alla Camera per vent’anni. In quella ideologia ho militato con convinzione, allora con calore e ardore. Ho visto da vicino, ogni giorno, il volto e la maschera di una cultura e di una Ideologia autoritaria e costrittiva, che non può essere obliterata e che lascia un segno di memoria e di trauma. Ho vissuto il male dell’Ideologia sino in fondo. Ma proprio dal fondo dell’errore, ho ricevuto una spinta, un recupero, un desiderio del bene e della Verità, ho sentito, se così posso dire, il profumo della Bellezza.
Di questo passato, io non mi assolvo. Ne vedo gli errori, le responsabilità personali e collettive, ne porto il peso materiale e morale. Non mi assolvo, ma neppure mi fustigo sterilmente. Di tutti i diritti di cui disponiamo, io non posso avere il diritto di tacere. Scrivo libri, ragiono, discuto, mi confronto per capire e giudicare, per suggerire i temi di un dialogo liberatorio, necessario e durevole.
Un passato fallito. E che minaccia il presente

Perché l’ideologia, in particolare e soprattutto quella comunista, è contraria alla Verità? Lo è per l’egualitarismo che contraddice e sopprime la libertà personale. Lo è per il totalitarismo che concentra in pochi il destino di molti. Ne vincola l’intera vita sociale, stermina il dissenso e lo reprime come inammissibile e imperdonabile. Lo è in quanto derivazione perversa e contraddittoria dal settecentesco Secolo dei Lumi. L’ideologia comunista comincia con il finto amore per l’Uomo, ma esso, nell’intelletto e nella pratica, finisce con l’orrore della vita. Io ho vissuto nel Partito impraticabili, estranianti ideali, io ho vissuto l’ideologia dell’avversione all’uomo. Mi sforzo di indurre gli altri a fare i conti con un passato che è praticamente fallito, ma non è morto. Mi batto perché esso non venga rimosso senza essere stato affrontato criticamente e senza una contestazione civile, ma implacabile. Parlo perché altri non cadano nell’errore mio e di una intera generazione. La mia rottura con l’Ideologia è stata difficile, forse lenta, sicuramente sofferta. Lottare contro l’ideologia è lottare contro la solitudine, la violenza, l’inganno. Significa prepararsi a cogliere il vero Ideale della Bellezza: la presenza irresistibile di Dio.


Grazie al Centro Culturale della Svizzera Italiana

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12/06/2009

COME GUARDARE UN PALLONCINO

http://www.leliobottero.it/uploaded_images/palloncino-759349.jpg

Un’attenta lettrice, mi ha proposto un commento molto interessante sull’editoriale della settimana scorsa, quello su Anna e il palloncino elettorale. Scrive: «Avere una mente aperta, critica, curiosa non è da tutti. Bisogna coltivarla e aver avuto bravi maestri (non solo a scuola) e buoni esempi».

Prima di tutto mi sembra importante intendersi su quel «non è da tutti». Io credo che tutti si venga al mondo con una «mente aperta, critica, curiosa». Proprio questa apertura curiosa, capace di criticare - cioè di vagliare in un paragone con criteri che uno si trova dentro - è quello che fa di un bipede non troppo robusto rispetto a tanti consimili rappresentanti del regno animale un uomo. Del resto qualcuno ha sostento che quell’animale si sia sollevato sulle gambe proprio per poter osservare con più agio attorno a sé (curiosità) e perfino lanciare lo sguardo alla volta stellata (de-sidera: desiderio). Nessun uomo è originariamente privato di questa distintiva caratteristica.

Eppure è facile osservare - non solo negli altri, ma anche in noi stessi - che questa struttura originale può essere coartata, può essere in un certo modo disattivata, resa non operativa. Come uno a cui tenessero sempre legato un braccio: dopo un po’ di tempo non riesce più ad articolare bene il movimento; il braccio ce l’ha ma gli funziona male. Ecco perché quella apertura, come scrive la mia lettrice, «bisogna coltivarla». Si potrebbe dire: «educarla», ma anche la parola «coltivarla» ha una sua particolare forza evocativa. Attenzione: coltivarla e non seminarla; il seme c’è già, come abbiamo detto. E coltivarla significa sostanzialmente due operazioni complementari.

La prima è quella di togliere le erbacce che rischiano di soffocare l’apertura originale. La gramigna sono i preconcetti mai vagliati, le chiusure ormai codificate, lo strapotere dei luoghi comuni, il permanente rumore di sottofondo che non consente di sentire la voce di quell’apertura desiderosa, la paura resa clima esistenziale (un’insegnante mi diceva che la nota che qualifica i suoi allievi è la paura: paura dei rapporti, delle novità, di guardarsi intorno). La gramigna può essere anche un grande dolore, come una gelata improvvisa che sembra uccidere il seme.

A questo proposito Aleksandr Solženicyn nel suo Divisione cancro ha una pagina memorabile. Quando il protagonista, malato di tumore, finalmente guarisce, esce dall’ospedale e si ferma stupefatto di fronte a un albicocco in fiore. L’aveva visto tante volte dalle finestre della camerata, ma ora quell’albero, coi fiori luccicanti di rugiada, egli lo guarda in modo nuovo e la commozione dell’esistenza di quel semplice albero lo fa sentire come se fosse il primo uomo il primo giorno della creazione.

Tolte le erbacce - ed è operazione mai finita perché rinascono sempre - bisogna nutrire il seme. Qui entrano in campo «i buoni maestri e i buoni esempi». È vero. Non si coltiva quell’apertura originaria ragionandoci su; si ha bisogno di vedere persone aperte, persone che insegnino a guardare, educatori (forse anche per questo la Conferenza Episcopale Italiana ha individuato nell’educazione il tema della propria pastorale per tutto il prossimo decennio).

Occorrono maestri/testimoni che introducano all’esperienza che, nel dramma teatrale di Oscar Millosz, ha fatto Miguel Mañara dopo l’incontro con Girolama: «Voi avete acceso una lampada nel mio cuore; ed eccomi come il malato che s’addormenta nelle tenebre, con la brace della febbre sulla fronte ed il gelo dell’abbandono nel cuore, che poi si risveglia di soprasalto in una bella camera in cui ogni cosa è immersa nella musica discreta della luce. Perché non ho appreso prima di avere l’anima buona?».

Grazie a Il Sussidiario

15:19 Scritto da: ritina5 in educazione | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, evoluzione | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

22/05/2009

MADRE E MATRIGNA

http://www.ecologiae.com/wp-content/uploads/2008/05/la-natura-ci-serve-per-almeno-cinque-ragioni-foto.jpg
In "rete" ho trovato questa favoletta; non so chi l'ha scritta, ma mi è piaciuta. La dedico ai naturalisti, nudisti, ecologisti, new-agisti, figli dei fiori e figli del ca...so!

Una Strega New Age che aveva appreso tutto dell'Arte Magica dai Sacri Testi (i libri di Harry Potter, i fumetti delle Witch e le riviste per ragazzine) si ritrovò un giorno su una collina solitaria, all'ombra di un maestoso albero.

Gli uccellini cinguettavano nel cielo, gli insetti ronzavano al sole di primavera e una pallida falce di luna si scoloriva vicino all'orizzonte.
La Strega tracciò i simboli mistici, posò i sacri amuleti, inspirò profondamente, levò le braccia cariche di braccialetti multicolori verso il cielo e gridò:
"Per il Potere della Luna...Madre Natura, Vieni a me!"

* Pof!!!*

Sul prato era comparsa d'un tratto una figura maestosa, alta quasi tre metri.
Era un donnone di età avanzata, i capelli grigi lunghi e sporchi lasciati liberi sulle spalle.
Vestiva una specie di tunica macchiata di colore indefinibile, e si rovistava tra i denti con uno stecco.

La Streghetta si sedette a terra di schianto, fissando a bocca aperta l'apparizione.
Questa si frugò con le dita in bocca, estrasse qualcosa, lo esaminò, lo lanciò via e quindi abbassò gli occhi sulla donna.
"Sei la terza, oggi. 'Zzo vuoi?"
La voce della gigantesca figura assomigliava ad un tuono dai toni di contralto.

La Strega deglutì, e, cercando di darsi un contegno, domandò con un filo di voce:
"Madre Natura?"
"Ti sembro forse Babbo Natale?"

Il viso della Streghetta si illuminò:
"Lo sapevo! Lo sapevo che le formule magiche erano giuste! Questi amuleti funzionano veramente!"
Madre Natura fece una smorfia:
"Formule? Amuleti?"
Si chinò e raccolse da terra una manciata di quelle che sembravano piramidi di quarzo e sfere di ossidiana.
"Mmmh...ossido di silicio, cioè vetro, colorato con le microonde...questo invece è fatto con polvere pressata e un po' di colorante chimico...questa pseudo-ambra è in realtà plastica... bei sassi. Valore industriale forse cinquanta centesimi."
Li sbriciolò tra le dita. Sembrava annoiata.
"La luna? Conosco. Palla di roccia. Morta. E' in cielo. Frega niente. Ma vai pure avanti."

La Strega aveva sbarrato gli occhi. Si riscosse:
"Volevo ringraziarti...per tutto quello che ci dai..."
Madre Natura si grattò l'ascella.
"Tipo?"
La Strega mosse le mani, indicando quanto la circondava:
"L'ombra di questo maestoso albero... i dolci uccelli del cielo... gli animali..."
La gigantesca apparizione rise, con voce tonante.
"Questo albero fa una bella ombra fitta per ammazzare le altre piantine. Noti che qui sotto non cresce niente?
I dolci uccellini stanno portando un verme al loro nido, dove lo daranno da mangiare ancora vivo a un piccolo cuculo che ha appena mandato la loro legittima prole a spiaccicarsi per terra.
Che credi, le cose vanno come devono andare. Mica le faccio io.
Nel mio regno, ognuno mangia l'altro o viene mangiato, e se non può mangiarlo cerca di distruggerlo. Ogni specie ha chi la mangia, e ti assicuro che essere carino raramente è un criterio di sopravvivenza.
Ah, una formica ti ha appena morso sul culo."
La Strega si rialzò di scatto, sfregandosi la parte offesa.

Madre Natura aveva ripreso a frugarsi tra i denti.
"Altro?"
La donna pensò per un attimo.
"Ascolta, o Grande Dea. L'uomo oggi ti ha umiliato ed offesa, ti inquina e ti distrugge; non rispetta il protocollo di Kyoto, e quindi Tu mandi i maremoti e i cicloni, e..."
"Ma sei scema?"
"Come hai detto?" fece la Strega
"Ho detto: ma sei scema?" riprese la gigantessa chinandosi su di lei "Pensi veramente che i maremoti ed i cicloni arrivino perche fate un po' più di puzza?
Io ho visto la terra sobbalzare così tanto da far schizzare in aria le montagne, e cicloni sollevare intere isole quando ancora i tuoi progenitori mangiavano le pulci della loro pelliccia. E se pensi che questo sia inquinamento, dovevi vedere quando scorreggiavano i dinosauri.
Non ti preoccupare. Appena vi sarete estinti, tempo una decina di secoli, la puzza passerà, e per trovare tracce che siate mai esistiti dovranno scavare in profondità.
Hai finito adesso?"

La faccia della Streghetta era più lunga che lunga non si può.
"Allora... se è veramente così... perchè sei arrivata quando io ti ho chiamata?"
Madre Natura sorrise. Il suo sorriso aveva molti denti, ed erano tutti aguzzi.
"Avevo ancora fame."

13:00 Scritto da: ritina5 in STORIELLE | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, morte | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

07/05/2009

La speranza che nasce sotto le bombe

«Una Onlus per aiutare i bambini come faceva Nicola». Il ricordo diventa opera per la famiglia di uno dei militari uccisi in Iraq tre anni fa

bombe19

Era il 27 aprile 2006 quando a Nassiriya persero la vita, per mano di un vile attentato, i militari dell’esercito italiano Nicola Ciardelli, Carlo Di Trizio, Franco Lattanzio, il maresciallo dei carabinieri Enrico Frassinito ed il caporale della polizia militare romena, Bogdan Hancu. A distanza di tre anni, dell’attenzione che i media riservarono allora all’attentato è rimasto ben poco. Eppure la memoria di quelle bare rientrate in patria avvolte nel tricolore è rimasta viva nel paese. A sostenerla, senza piagnistei, ma con forza, tenacia e opere, le famiglie degli uomini scomparsi in quella terra lontana. A Pisa, lunedì 27 aprile, giorno del terzo anniversario dell’attentato, Tempi ha incontrato Federica Ciardelli, sorella di Nicola, a capo di una associazione onlus nata in suo nome per aiutare i bambini provenienti da ogni parte del mondo e bisognosi di cure mediche. Con la collaborazione delle istituzioni e delle forze militari, Federica ha organizzato una giornata commemorativa, che ha segnato in maniera molto incisiva la sensibilità della città. «Il significato di questa giornata, che non a caso abbiamo voluto definire “giornata della memoria”, è quello di ricordare Nicola e gli altri caduti in un modo che non fosse sterile e fine a se stesso, ma concreto, mantenendo viva la memoria di un evento che ha profondamente scosso la vita del nostro paese attraverso la trasmissione di un messaggio di valore, speranza e solidarietà. Abbiamo voluto estendere a tutti la partecipazione a questa giornata, dalle più alte cariche dello Stato ad ogni singolo cittadino, non perché volessimo enfatizzare la figura di Nicola, ma perché ci è sembrato importante trasmettere in modo semplice, senza retorica, questo messaggio di speranza e di pace».
Ma chi era Nicola Ciardelli? Le cronache parlano di un maggiore del 185° reggimento Paracadutisti ricognizione e acquisizione obiettivi Folgore impegnato sul fronte iracheno nella missione Antica Babilonia. Taluni hanno contestato la definizione di “missione di pace” in riferimento a questo tipo di operazioni, ma l’esperienza e l’attività di suo fratello, non può altro che inserirsi in questo contesto. Ci può raccontare che cosa rappresentava per lui l’impegno in quella terra martoriata dalla guerra?
Nicola ha partecipato a numerose missioni di pace, sempre animato da una forte determinazione, un altissimo senso del dovere, ma soprattutto una grande sensibilità verso i più deboli e quindi verso i bambini. Le motivazioni che lo portavano ogni volta a partire non erano dettate da uno spirito di avventura o dalla ricerca di facili guadagni, ma dalla convinzione di portare un contributo utile per migliorare le condizioni di chi ogni giorno vive in condizioni estreme, a rischio quotidiano della propria vita.
Dopo la morte di Nicola, lei, altri familiari ed alcuni amici, avete deciso di fondare l’associazione Nicola Ciardelli Onlus per onorare la sua memoria e soprattutto per aiutare i bambini bisognosi di cure di quelle regioni e non solo. Cosa vi ha spinto a farlo? Molti di coloro che potreste aiutare potrebbero essere figli, parenti, amici, proprio dei carnefici di quella strage. Qual è stata la leva che vi ha permesso di superare il dolore e tradurlo in un’opera di solidarietà?
Il desiderio di tradurre il nostro dolore in atti di solidarietà è stato praticamente immediato. L’ultima volta che avevo parlato con Nicola, mi aveva molto impressionato il suo turbamento per le difficoltà riscontrate nel trasportare un bambino iracheno ammalato nel nostro paese. Nei giorni immediatamente successivi alla sua morte, ho potuto parlare con padre Mariano Asonis, capellano della Brigata Sassari, che ha vissuto gli ultimi mesi a contatto diretto con Nicola e da lì è nato tutto. Nella realtà, né io e neppure la mia famiglia, abbiamo mai covato sentimenti di odio. Dolore e sofferenza certamente, ma mai odio. È come se ricordare Nicola volesse dire alimentare la speranza. Abbiamo voluto collegare la commemorazione dell’attentato con le attività portate avanti dall’associazione che presiedo, proprio perché pace, speranza e solidarietà costituiscono il messaggio che con questo progetto e con questa giornata si vuole trasmettere a ciascuno, perché se un evento tragico e doloroso come la morte può strapparci una persona cara, non può però cancellare i sentimenti che quella persona portava nel cuore e dei quali è per noi oggi un dovere farci portavoce affinché si rafforzino sempre di più. Oggi l’istituzione militare si avvicina all’universo dei bambini con tante attività e tanti giochi, proprio come Nicola, nel corso delle missioni, si è avvicinato a questo meraviglioso universo. Io credo che se noi siamo capaci di guardare con il cuore agli eventi di Nassiriya, al sacrificio delle vite di tanti militari italiani, che costituiscono un grande patrimonio di pace per il nostro paese, allora possiamo vedere come, con la sua vita, Nicola ci ha indicato una particolare quanto straordinaria via per la pace, che ha avuto la vita dei bambini al primo posto.
Che cos’è la Casa dei bambini di Nicola?
La Casa dei bambini di Nicola è un centro che sarà destinato all’accoglienza dei bambini provenienti da ogni parte del mondo e bisognosi di cure mediche in Italia, che verranno qui accolti unitamente ai loro familiari. È un progetto nato in collaborazione con la Croce rossa italiana, con l’ospedale Meyer di Firenze, che si occuperà della cura di questi bimbi, della Regione Toscana e di altri soggetti, che si sono interessati più recentemente e che potrebbero portare alla possibilità di ampliare il progetto originario, consentendoci di garantire ospitalità ad un maggior numero di bambini.
Nello statuto della vostra associazione avete scritto: «Il nostro obiettivo è portare avanti il progetto di Nicola e far sì che anche da un evento tragico come quello del 27 aprile 2006 possa nascere un messaggio di speranza». In questi primi anni di attività, in che modo siete riusciti ad alimentare e rendere vivo questo anelito?
Io mi sono accorta di una cosa: parlando con le persone si ottengono grandi cose. Non servono discorsi pomposi o le prime pagine dei giornali. È necessario incontrare le persone, guardarle negli occhi. Tutte le volte che mi è stato possibile farlo, ho percepito sensibilità e genuinità che poi si sono tradotte in aiuti concreti. Sì, io dico che la speranza va alimentata continuamente con opere, coraggio e umanità.
Fonte Tempi

10:33 Scritto da: ritina5 in APPELLI | Link permanente | Commenti (5) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, evoluzione | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

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