07/10/2010
La notizia a tutti i costi
La mamma di Sarah Scazzi apprende del ritrovamento del cadavere della figlia mentre si trova in collegamento con Chi l'ha visto?. Ma la diretta del programma prosegue
Il corpo nudo e martoriato di Sarah Scazzi aspettava dal 26 agosto di essere ritrovato, in quel pozzo nelle campagne di Avetrana. Lì l'aveva buttato lo zio Michele Misseri, subito dopo aver ucciso la ragazzina e aver abusato del cadavere. La verità l'Italia l'ha saputa insieme alla madre di Sarah, Concetta, in diretta tv a Chi l'ha visto. «Stiamo dando una notizia terribile con grandissimo imbarazzo», dice Federica Sciarelli dopo che per venti minuti le parole “cadavere”, “pozzo” e “confessione” hanno continuato a rimbalzare tra gli studi della trasmissione e il volto impietrito e muto della madre di Sarah, fino a comporre la devastante verità.
Indignarsi il giorno dopo per questo spettacolo indecoroso è forse scontato, ma è inevitabile. Non è neanche per la solita retorica sui giornalisti cinici e senza cuore, ma sgomento di fronte a una cronaca che, nel tentativo di raccontare la realtà, la dimentica. Dimentica che ha di fronte una madre a cui per mezz'ora si dice che forse sua figlia è morta, forse no, forse sì e per mano del cognato. Sgomento di fronte a una donna che, mentre giustamente usa la televisione per tentare di trovare sua figlia, resta intrappolata in quel meccanismo, prigioniera di un mondo a forma di pixel in cui tutto deve avvenire in diretta per esistere. Una donna che non ha la forza di alzarsi e andare a chiamare il pm, i carabinieri, gli inquirenti. Una donna di cui qualcuno avrebbe dovuto avere pietà. E spegnere la telecamera.
18:37 Scritto da: ritina5 in cronaca | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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08/02/2010
Basaglia santo subito? Sarebbe una pazzia

La sua fu una utopia generosa costata troppo dolore. Prima di lui ci fu chi inventò una via saggia e dimenticata: i villaggi postmanicomiali
Non è a Franco Basaglia che dovevate dedicare un commosso ricordo televisivo a proposito della città dei matti. Non è a lui e alla sua generosa utopia, costata tante tragedie fra i malati di mente e le loro famiglie, che andava dedicata una fiction celebrativa del servizio pubblico della Rai. Ma ad un dimenticato sacerdote del sud, meridionalista concreto, che edificò dal nulla grandiose Case della divina provvidenza per accogliere i malati di mente e poi pensò, vent’anni prima di Basaglia, alla necessità di superare la triste realtà dei manicomi. E studiò un progetto umano e realistico: il villaggio postmanicomiale.
Prima di raccontarvi di lui, vorrei dirvi qualcosa di Basaglia e del ciclone antimanicomiale che da lui prese piede. Ne parlo per esperienza diretta, non in veste di matto, come forse alcuni di voi sospettano, ma perché sono nato e cresciuto nella città dei pazzi, Bisceglie. Un centro che aveva nel suo cuore un grande manicomio, il più grande del sud e qualcuno - forse malato di megalomania - diceva addirittura d’Europa. Un manicomio, la Casa della divina provvidenza, che accoglieva migliaia di malati, dava lavoro a migliaia di infermieri e medici e aveva diramazioni a Foggia, Potenza, Palestrina e Guidonia. Beh, io ricordo la tragedia prodotta dalla legge 180, cosa volle dire il «liberi tutti» ordinato alla follìa; quali drammi scatenò, quanti abbandoni e solitudini, matti allo sbando, incapacità delle strutture ospedaliere di accogliere i dementi in crisi, tormenti delle famiglie che si trovarono a dover sopportare, spesso in condizioni di povertà e di ignoranza, l’arrivo del famigliare pazzo. Quanti dolori esplosero allora e non trovarono strutture pronte ad aiutarli; leggete Mario Tobino che ebbe analoghe esperienze in manicomio da medico. Sarebbe follìa idealizzare i manicomi, ce n’erano alcuni che erano veri lager. Nessuno rimpiange la segregazione della follìa, che fu un frutto perverso del razionalismo scientista, perché i manicomi sono figli dei lumi e della scienza positivista. Sappiamo quanti maltrattamenti e abusi, anche sessuali, quante speculazioni sulla pelle dei matti. Ma la loro abolizione, insieme all’assurda teoria che la malattia mentale non esiste, ma è frutto dei rapporti di classe e delle condizioni socio-culturali, come sostenevano i seguaci sessantottini di Lang, Basaglia e dell’antipsichiatria, produsse ferite e traumi giganteschi. Di tutto questo non si racconta nella lirica epopea di Basaglia e lo si santifica come un Liberatore. L’idea che si potesse abolire la realtà e con la realtà la pazzia, fu la vera aberrazione ideologica di questa perniciosa filantropia. Fu l’egualitarismo, il comunismo applicato alla psiche; fu il delirio dell’immaginazione al potere che si fece antipsichiatria. Di Basaglia va riconosciuta la buona fede, il fervore ideale, ma non possono essere cancellati i paurosi danni della legge 180 che ancora perdurano. A loro vorrei opporre il sano realismo di quel parroco prima accennato. Si chiamava don Pasquale Uva, veniva dal mio paese e lo chiamavano Zì’ Terrone perché proveniva dalla terra e si definiva «operaio nella vigna del Signore». Mentre i meridionalisti teorizzavano il riscatto del sud negando radici, caratteri e tradizioni meridionali, quel cocciuto prete costruì dal nulla, pietra su pietra, tra collette, anticamere e testarde perorazioni, un grandioso ricovero per i malati di mente del sud. Il suo modello fu Cottolengo. Prima di condannare l’esistenza nefasta dei manicomi dovete pensare cos’era l’Italia e in particolare il sud prima che esistessero quelle strutture ospedaliere. I dementi vagavano per le strade, ridotti alla fame e agli stracci, derisi e aggrediti o a loro volta aggressivi e pericolosi. Ci vollero benemeriti come don Uva, e le suore che lo accompagnarono, le ancelle della divina provvidenza, a raccoglierli dalle strade e a dar loro cure, cibi, assistenza. Fu un progresso il manicomio rispetto alla situazione precedente. Fu un atto di pietà e di umanità, altro che segregazione. Ma don Uva capì quanta sofferenza covava dietro quelle grate e sapeva anche l’aspetto atroce dei manicomi. Così, dopo trent’anni di gestione degli ospedali psichiatrici, don Uva pensò nei primi anni Cinquanta ad una bonifica degli ospedali psichiatrici e progettò i villaggi postmanicomiali, una struttura aperta che immettesse gradualmente i malati nel mondo libero. Progettò così una città per i malati di mente che avesse al suo interno azienda agricola, pascoli, stalle, orti, vigneti e frutteti, laboratori, molini e pastifici, cinema-teatro e caffè, circoli e sale di bigliardi, impianti sportivi. Pensò cioè di accompagnare gradualmente i malati verso la guarigione e l’integrazione attraverso una struttura fondata sull’ergoterapia e la ludoterapia, il lavoro e il gioco. Al loro fianco erano previsti non casermoni cupi e ospedali-carceri ma agili strutture di cura come avrebbero dovuto essere i centri d’igiene mentale. Il progetto, insomma, era di immettere in modo graduale e in un luogo solare, intermedio tra l’ospedale e la strada, i malati di mente curabili nella vita normale, separandoli dai malati più acuti. Aveva previsto nel dettaglio un piano di spesa e individuato il sito per il primo villaggio postmanicomiale, presso il lago di Varano. Ma aveva ormai settant’anni e i primi malanni, non trovò adeguati interlocutori e poco dopo morì. Nessuno fu in grado di raccogliere l’eredità di quel progetto. Fu così che alla degenerazione degli istituti psichiatrici si oppose la follìa di chiuderli e si dichiarò cessata per legge e ideologia la malattia mentale. Oggi ne piangiamo gli effetti e romanziamo epicamente la vita e l’opera di Basaglia, seguendo l’antica etica lottizzatrice delle fiction di Stato: dopo la fiction su un santo, Agostino, una su un laico de sinistra, Basaglia; dopo un papa de sinistra, un papa de destra, per una fiction blando-revisionista tre fiction antifasciste sui partigiani e le vittime del nazismo; se c’è un De Gasperi ci vuole un Di Vittorio... Finiscono le culture e i partiti di riferimento, ma i santini no. Per carità, lo sappiamo, così va il mondo. Ma se la verità conta qualcosa, ha giovato ai dementi più l’opera del beato Pasquale Uva che la generosa ma nociva utopia di Franco Basaglia.
Da Il Giornale
11:04 Scritto da: ritina5 in follie | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala
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17/11/2009
Carissimi Greggio e Iacchetti...

Esimi Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti, portavoci di quell’Antonio Ricci che produce uno dei migliori tg dell’etere; vi seguo sempre con piacere, c’ho gusto e apprezzo molto le vostre lotte – condotte, per altro, con molta ironia – contro le palesi ingiustizie che quotidianamente vengono perpetrate contro la gente semplice, che non ragiona con la propria testa, che assorbe come una spugna tutto ciò che le viene ammannito dai potenti mezzi televisivi e giornalistici, che si crede importante se viene inquadrato, sia pure di… striscio, da una telecamera, che viene invitato a “salutare” i conduttori da un Militello qualsiasi. Fate e rifate, snidate falsi dentisti, maghi rattosi, guaritori visionari, televenditori truffaldini, e chi più ne ha più ne metta. Le bestie, con voi, stanno al sicuro; garantisti dei diritti animaleschi; se ammazzi un pollo per l’arrosto ti arrivano Mingo e Fabio, se presti cento euro a qualcuno ti arriva la Petix col bassotto, se ti incacchi coi vicini rumorosi ti invade Staffelli col tapiro, se passeggi nel parco e ti vedi dietro un uomo biancovestito, no, non è un fantasma; è Moreno Morello che t’insegue e tu non sai perché, ma ti metti a correre, e corri, corri… fino a che ti viene l’infarto. Mi piace come ridicolizzate i politici; tutti proni allo pseudo Vespa. Che si deve fa’ per avere il pubblico plauso…! Per risultare simpatici e alla mano. Solo Buttiglione resiste, imperterrito, come Cuccia buon’anima, e non scherza; no, non scherza. Lui. Questa sera avete sfottuto pure il Papa, che ha detto a quelli della Fao (la fame del mondo?) che bisognava evitare gli sprechi. Lo avete sfottuto per i suoi paramenti d’oro, per le sue scarpette rosse, per l’abbigliamento esageratamente ricco… Oh! Quanto siete stati populisti! Avete strappato qualche risata dal vostro pubblico addomesticato e niente di più. Anche i più ignoranti sanno che i “colori” e gli “ori” papali sono dei simboli; soltanto una bellezza anticipata. Signor Greggio, Lei è un uomo di gran cuore, sensibile, ironico, intelligente… non faccia l’attore addomesticato; si rifiuti di dire battute sciocche e scontate, mi creda, ne guadagnerà in rispettabilità e non perderà tanti poveri spettatori già eccessivamente vessati da altri programmi televisivi che deprimono più della Nazionale di Lippi!
01:00 Scritto da: ritina5 in pensieri sparsi | Link permanente | Commenti (8) | Trackback (0) | Segnala
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