27/11/2009

Cosa insegna alla scienza il caso del risvegliato dal coma

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L’umiltà di tornare al capezzale di malati etichettati come persi
Ventitré anni fa, dopo un incidente, i medici gli avevano diagnosticato uno stato vegetativo persistente. Tre anni fa Rom Houben, belga, è stato esaminato da un neurologo di fama internazionale. Con le tecniche di risonanza magnetica funzionale il professor Laureys dell’Università di Liegi ha accertato che l’uomo aveva attività cerebrale: un caso particolare di "sindrome locked-in", è la diagnosi, lo stato di chi dopo un trauma è paralizzato e "chiuso dentro" di sé. Oggi Houben riesce a comunicare indicando le lettere su una tastiera, e può leggere. Racconta come un incubo i ventitré anni di silenzio. Quando per i medici la sua attività cerebrale era "estinta".

La storia non è un miracolo, né il caso di un uomo straordinariamente risvegliato dal limbo della incoscienza. È la storia di una diagnosi sbagliata. Ventitré anni fa non c’erano gli strumenti di oggi. Simili errori non erano impossibili. Secondo quanto afferma Laureys nel suo più recente lavoro scientifico, tuttora «il tasso di diagnosi errate di stato vegetativo rimane alto: i segnali che distinguono gli stati vegetativi dagli stati di minima coscienza non sono così netti».
Non così netti, come dal bianco al nero. Non così semplici, che non ci sia ancora da studiare.

La vicenda del ragazzo invecchiato in un silenzio da monade, e il suo esserne tornato, insegna qualcosa. Intanto, che ciò che vent’anni fa sembrava certezza scientifica oggi potrebbe essere superato da nuove tecniche, che leggono ciò che non si vedeva. Forse, tra cinquant’anni, si saprà ancora di più sul cervello umano. Che è macchina straordinariamente complessa; troppo, per definirla irreversibilmente con diagnosi che rapidamente invecchiano.

Il sommo della ragionevolezza di fronte a tanta complessità sarebbe forse l’ammettere di conoscere ancora poco. Non pretendere di sapere "tutto", né dare per scontato che ogni uomo immobile da anni in un letto sia perduto. Sapere almeno che occorre cercare ancora.

In fondo, questa storia prima che di scienza sofisticata è una storia di umiltà: l’umiltà di un medico di tornare al capezzale di un paziente assente da vent’anni, dato per spacciato. E di tentare ancora. Per venti giorni Laureys e i suoi assistenti hanno verificato semplicemente i riflessi oculari di Houben, ne hanno preso nota su un diario. Prima ancora delle macchine più sofisticate, la pazienza dei medici.

Ed è la storia questa, anche, della tenacia di una donna. La madre, che per ventitré anni è rimasta accanto a quel letto. Un tempo lunghissimo. Quanti avrebbero ceduto, quanti si sarebbero umanamente rassegnati. Magari invocando una fine. Quella donna no. Capace, davvero, di sperare contro ogni speranza. E quel figlio intanto, carcerato nel suo personale abisso. Lavato, imboccato, immobile. Eppure cosciente. Di una coscienza invisibile ai medici. Che crollavano il capo, certi del loro sapere: «È un vegetale».

Un errore di diagnosi, una sentenza incollata come un’etichetta, e mai più verificata. Possibile, quando dei medici sono troppo sicuri di aver capito tutto. Fosse un insegnamento per quanti hanno a che fare con i limbi di pazienti assenti. Se, di fronte al mistero della coscienza e dell’indecifrato "hardware" che ne è sede, si alzasse un dubbio: occorre essere umili, di fronte alla vita di un uomo. Di fronte a ciò che è molto grande, somma ragionevolezza l’ammettere di non sapere abbastanza.

(Intanto, quell’ex ragazzo quarantenne ora legge, e discorre con gli amici. Parrà incredibile ai cultori di una "dignità della vita" predefinita secondo rigorosi canoni, ma si dice "contento". Sfuggito a un incubo, ancora paralizzato, e – scandaloso – "contento". Semplicemente contento di essere vivo, e amato).

Marina Corradi - Avvenire

20/09/2009

La vita è un po’ cara

Newsweek mette la spina (staccata) della nonna in copertina e rilancia l’eutanasia nel dibattito sulla sanità

L’assassinio della nonna è un punto della riforma sanitaria americana che le parti rifiutano di discutere. Repubblicani e democratici stanno usando stili diversi per intorbidire il problema ineludibile del fine vita: i primi urlano, i secondi glissano. Durante l’estate una parte del mondo conservatore ha lanciato anatemi incandescenti su una presunta e implicita deriva della riforma sanitaria di Barack Obama verso l’eutanasia. Il senatore Charles Grassley dice che Obama vuole “staccare la spina alla nonna”; Sarah Palin ha fissato la comune definizione di “death panel”, la commissione del consultorio federale che secondo i critici convoglierebbe il rapporto privato fra paziente, medico e famiglia in una struttura burocratica che più o meno tacitamente propenderebbe per l’interruzione delle terapie.
La Casa Bianca si è preoccupata di smentire tutto, ha evitato di affrontare il problema culturale che sta sotto ai dettagli clinici e ha sedato il dibattito su quali responsabilità lo stato possa e debba assumersi nella gestione di un affare privato che deborda nello spazio dell’etica pubblica. La copertina dell’ultimo numero di Newsweek, il settimanale che da qualche mese si occupa di idee per sottrarsi all’abbraccio nullista dei magazine popolari, è dedicata alla “morte della nonna”.
Sullo sfondo bianco penzola una spina, naturalmente staccata. Il messaggio “iperbolico”, come dice il direttore, Jon Meacham, è che la questione della morte non può non essere l’oggetto di un dibattito franco, anche a costo di apparire cinici. Il riassunto rozzo della tesi è: se il trenta per cento del programma di copertura agli anziani viene usato per pagare le cure degli ultimi sei mesi di vita, il sistema non reggerà a lungo. “Il bisogno di risparmiare sulle cure agli anziani è l’elefante nella stanza della riforma sanitaria: tutti lo vedono ma nessuno ne vuole parlare”, scrive Evan Thomas. Nell’editoriale di Meacham si scopre che per due volte l’autore ha contribuito a decidere per la morte di un parente stretto. In un linguaggio limpido, ostentatamente esplicito, si trovano racconti in prima persona sulla nonna malata di cancro o lo zio costretto a letto da una patologia degenerativa per cui è stato deciso di staccare la spina con il pretesto di fare il suo bene (e l’effetto di fare il bene del bilancio federale). Il titolo di copertina, “The case for killing granny” (l’argomento per uccidere la nonna), non lascia spazio a sotterfugi: dice “killing”, non “cessare le sofferenze” o altre perifrasi ipercorrette. Gli istinti secolaristi di Newsweek, espressione della sinistra wannabe, invocano un (provocatorio) dibattito culturale su un tema che lasciato nel cassetto declassa la morte a procedura, e su cui Washington è chiamata a elaborare argomenti adeguati.

di Mattia Ferraresi

Da noi, in Italia, ci siamo quasi... Staccheranno a tutti la spina prematuramente, così risaneranno il debito pubblico e riempiranno i buchi perenni della Sanità. Gli operatori sanitari forniranno nuove braccia all'agricoltura e, come ogni favola che si rispetti "Tutti morirono infelici e scontenti".

17/09/2009

48 ore, meno 2

IL FATTO - Siamo in Gran Bretagna. Jayden Capewell è nato dopo sole 21 settimane e cinque giorni di gravidanza. Male, per lui. Infatti le procedure ospedaliere stabiliscono che sotto le ventidue settimane non si è uomini, si è feti. E come tali non si ha diritto alle cure che consentirebbero, forse, di sopravvivere. Non importa quanto la madre Sarah abbia supplicato, l'applicazione delle linee guida è stata inflessibile, e Jayden, dopo due ore, è morto.
Neanche il funerale, le hanno permesso di fare. "Non ha i diritti di un essere umano, è solo un feto".
Quarantotto ore, e quei diritti li avrebbe avuti. Ma un regolamento è un regolamento, e neanche le lacrime di una madre lo possono cambiare.

ALCUNE CONSIDERAZIONI - Qualche volta sento dire che noi cristiani avremmo la vita semplice di chi obbedisce come una pecora. Chi dice questo è evidente che ha capito poco, molto poco di cos'è il cristianesimo. Essere cristiano vuol dire non potersi mai nascondere dietro una legge, un libro, un regolamento. Vuol dire condividere la passione di ogni uomo; non potere accettare che qualcuno ci dica di chi avere pietà, chi salvare, o quantomeno tentare di salvare, e chi no.

E questo è scomodo, estremamente scomodo, perchè vuol dire agire, non stare mai tranquilli, perché ogni cosa è giocata sulla nostra libertà. Il male molto spesso è banale, perchè vive di particolari e ideologia: burocrati che decidono se puoi vivere o morire. Leggono dei fogli e decidono se tu sei un uomo, o no; se sei troppo giovane, troppo vecchio, troppo malato, troppo diverso allora mi dispiace, non hai diritti, ci disturbi, possiamo fare di te quello che vogliamo.

Ti guardano crepare, anche se magari in fondo al cuore (che sempre è cuore di uomo) un dubbio sorge. Ma cedere a quel dubbio vorrebbe dire mettere in pericolo quella costruzione faticosamente messa in piedi; vorrebbe dire ammettere che quel "feto" che hai abortito o lasciato morire, quel malato a cui togli i mezzi per vivere è un essere umano. Vorrebbe dire guardarsi in faccia e riconoscersi per quello che si è.

Ed è terribile guardarsi in faccia per chi non conosce, non ammette il perdono.

Berlicche socio di  SamizdatOnLine

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15/05/2009

NON SONO "VEGETALI", SONO VIVI!

Impossibile ma vivo

Diciotto anni fa lo schianto, il coma, poi la sentenza: «È un tronco morto». Finché un giorno Massimiliano si è svegliato. E ha abbracciato quella mamma ostinata

Agosto 1991. Massimiliano Tresoldi ha diciannove anni. Con alcuni amici decide di trascorrere le ferie in Puglia, nella terra d’origine della famiglia. Carugate-Vieste. È il suo primo viaggio in automobile di una certa importanza. L’andata non presenta particolari problemi, la vacanza procede serenamente. Finché la combriccola, dopo qualche giorno, decide di cambiare destinazione. Obiettivo: le discoteche della riviera. A Massimiliano quella variazione non piace, perciò accompagna gli amici fino a Rimini, poi si rimette in auto per tornare a casa. È la notte del 14 agosto, e a Carugate nessuno sa ancora di questo rientro anticipato. Fino al giorno dopo, il 15 agosto, quando Lucrezia ed Ernesto, i genitori, ricevono quella telefonata. Li informano che Massimiliano è in ospedale: ha avuto un incidente nei pressi di Melegnano, alle porte di Milano, verso le 7 di mattina. È gravissimo, non c’è tempo da perdere.
Da quel momento la vita dei Tresoldi di Carugate cambierà radicalmente. Il figlio è in coma, la sua vita è appesa a un filo. I medici non lasciano spazio a speranze. Massimiliano viene trasferito al Fatebenefratelli di Milano, terapia intensiva. Referto senza appello: il “cervelletto” è tranciato, non ci sono possibilità di recupero. Dopo 72 ore la soluzione sembra una sola: staccare il respiratore artificiale. Solo i due medici che prendono servizio alla sera suggeriscono di aspettare ancora per verificare se il ragazzo riesce a vivere senza l’ausilio delle macchine. Esiste un paradosso: gli esami sono ottimi, Massimiliano è sano, ma è in coma. Potrebbe non svegliarsi più e alla famiglia viene spiegato chiaramente. Qualcuno dice: «È un tronco morto». Ma lui resiste, e dopo qualche giorno respira autonomamente.
In terapia intensiva Massimiliano resta più di un mese, senza mai dare segni di risveglio. I medici escludono sviluppi positivi. È necessario il ricovero in un reparto di lunga degenza, spiegano, ma un “comatoso” richiede un’assistenza particolare, è un onere importante anche per un ospedale. Infatti Ezia ed Ernesto passano lunghe peripezie prima di trovare un ospedale che accolga Massimiliano in lunga degenza. Ma il calvario è appena cominciato. Per i medici il ragazzo “comatoso” è un ingombro, perciò sarà la famiglia ad accudirlo. Fino a quando mamma Ezia comprende che in quel luogo Massimiliano non migliorerà mai. È un malato ingestibile, sottolineano tutti, ma lei non demorde: «Dopo quei mesi d’inferno, senza alcun segno che ci lasciasse sperare – racconta la donna a Tempi – ho deciso che dovevamo fare di più. Ho chiamato a raccolta mio marito e gli altri miei due figli e ho comunicato la mia decisione: dovevamo portare a casa Massimiliano. È stata dura convincerli».
Medici, amici, parenti, persino il parroco: tutti tentarono di dissuaderla. Le dicevano che era una pura follia, un gesto irrazionale dettato dal dolore. «Ma Lucrezia ha lottato con tenacia e forza. È stata determinante. È lei che ci ha trainati», dice il marito. Così casa Tresoldi si è trasformata nel ricovero perfetto per un “comatoso”, con tutto il necessario per l’assistenza, ma soprattutto l’affetto. Per dieci lunghi anni, quel figlio definito «un tronco morto» ha ricevuto le visite quotidiane di amici e volontari. Tutto il paese si è riunito attorno alla famiglia. Mamma Ezia ha trovato fisioterapisti e medici che seguono il decorso della malattia, ha studiato le leggi e ha imparato a esigere dalle istituzioni tutto ciò che sulla carta è garantito a un cittadino. A casa Massimiliano è accudito tutti i giorni come un neonato, bisognoso di cure e di interpretazione, imboccato e coccolato. In questi dieci anni lo hanno portato al mare, in montagna, a Lourdes, ovunque.
«Quando arrivavano i suoi amici, a me sembrava che talvolta facesse una smorfia come per sorridere», confessa Ezia. «Quando però l’ho detto ai medici, mi hanno azzittita immediatamente, per loro quelle erano solo mie fantasie. Io continuavo a non arrendermi, anche se Massimiliano non dava alcun segno palese di risveglio». Dieci anni così. Una dedizione totale. Ogni giorno Ezia prendeva la mano di suo figlio per fargli fare il segno della croce. Poi una sera, stanca, affranta, quella madre forte e determinata ha avuto un momento di sconforto: «Mi sono sfogata. Gli ho proprio detto: adesso basta, questa sera non ce la faccio. Se vuoi farti il segno della croce, te lo fai da solo. Era una frase buttata lì, rivolta più a me stessa che a lui. Ma improvvisamente Massimiliano ha alzato la mano, si è fatto il segno della croce e mi ha abbracciato. Stentavo a crederci, si era “risvegliato”». Da quel momento, giorno per giorno, Massimiliano con piccoli segni ha iniziato a dare conferma della sua presenza. La famiglia ha aspettato un po’ prima di avvisare i medici, temevano la solita faccia incredula e l’obiezione di sempre: «È impossibile».
E invece il risveglio, lento, faticoso, c’è stato. E quante sorprese. A un certo punto Massimiliano cominciò a fare strani segni con la mano. Ma nessuno in famiglia riusciva a decifrare cosa chiedesse. «Fu un colpo quando capimmo che stava usando l’alfabeto muto». Il linguaggio “segreto” fatto di gesti che si impara alle elementari per “parlare” coi compagni senza farsi beccare dalla maestra. Massimiliano lo aveva ripescato dal fondo della memoria. Così, un po’ a gesti e un po’ usando quell’alfabeto, la sua capacità di comunicare col mondo è cresciuta esponenzialmente, mese dopo mese. Sono trascorsi quasi 18 anni dal 15 agosto del 1991, quando i medici sentenziarono la fine di Massimiliano. Poi la forza delle relazioni, delle parole, dell’amore ha vinto su tutto.

«Mi dispiace per Eluana»
«Un giorno abbiamo intuito che Massimiliano ricordava molte delle cose vissute nel periodo di coma», racconta Ezia. «Quando ad esempio abbiamo cercato di spiegargli il passaggio dalla lira all’euro, ci ha fatto capire che sapeva già tutto. Anche alcuni fatti avvenuti a casa nostra li conosceva già. Seppure “dormiente”, aveva ascoltato, si era infastidito». Oggi Massimiliano è seguito da fisioterapisti e da una logopedista che lo sta rieducando a parlare e a scrivere. E pensare che doveva essere «un tronco morto».
Come tutti in Italia, anche Ezia ed Ernesto hanno seguito la triste storia di Eluana Englaro con trepidazione e sgomento. Avrebbero voluto confrontarsi con Beppino, raccontargli la loro esperienza. Massimiliano, seduto sul divano, ha capito tutto. Ascoltando la tv, ha imparato a riconoscere la voce di quel padre e a manifestare, a modo suo, tutta la sua disapprovazione per quella scelta. Su un foglio di carta ha scritto: «Io sono contento così. Mi dispiace per Eluana».
La strada è ancora lunga e il progresso è lento e faticoso, ma l’importante è che Massimiliano è rinato. I Tresoldi raccontano la loro esperienza con gioia, fiduciosi che sarà di aiuto a molti. Anche Massimiliano è contento di far conoscere la sua vicenda. Prima di salutarlo, gli chiediamo se è d’accordo che scriveremo di lui. Ci fa capire che possiamo farlo. Tra pochi giorni, partirà nuovamente per Lourdes come ogni anno. Ha scritto un messaggio da lasciare alla Madonna: «Dai la forza a mia mamma per vivere ancora a lungo».

Da Tempi


03/04/2009

COME PEZZI DI RICAMBIO

Semplicemente allucinante!

Davvero la vita finisce quando ha “perso significato”, come affermano certi politici e mass-media? E cosa fare di questa vita che “finisce” e ciononostante continua? Un’allarmante risposta indiretta viene dalla letteratura medica: un recente studio pubblicato sul New England Journal of Medicine (NEJM), spiega come stia entrando nell’uso per i trapianti l’asportazione di organi nei pazienti con gravissimi danni neurologici dopo il solo arresto cardiaco. “Nei protocolli per questo tipo di donazione di organi” spiega l’editoriale del NEJM “i pazienti che non sono in morte cerebrale ma su cui è in corso una sospensione dei trattamenti di supporto vitale, vengono monitorizzati per cogliere l’insorgenza di arresto cardiaco” e “sono dichiarati morti dopo 2-5 minuti dall’arresto cardiaco e gli organi vengono rimossi”. Continua così l’editoriale: ”Sebbene tutti concordino che molti pazienti possano essere ancora rianimati dopo 2-5 minuti di arresto cardiaco, i sostenitori di questi protocolli dicono che possono essere considerati morti perché è stata presa la decisione di non rianimarli”. Per i neonati, avverte James Bernat, sempre sul NEJM, il periodo scenderebbe a 75 secondi. Addirittura, si scrive, esistono protocolli in cui una volta dichiarata la morte cardiaca, viene garantita l’ossigenazione artificiale solo agli organi addominali da trapiantare occludendo l’aorta che porterebbe sangue a cuore e cervello, cosicché non si infici la dichiarazione di morte.  D’altronde, lasciando passare del tempo dopo l’arresto cardiaco, gli organi iniziano a deteriorarsi ed essere inservibili per un trapianto e inoltre qui si parla di persone con danni cerebrali gravissimi; ciononostante, dei problemi etici sono presenti. “Molti obietteranno che non si dovrebbero togliere gli organi e provocare così la morte.” Ma, si risponde, “nelle moderne rianimazioni le decisioni etiche sono già la causa terminale di morte”. E “sia che la morte avvenga come risultato di sospensione della ventilazione o di espianto di organi, la condizione perché sia etica è il consenso valido del paziente o del tutore. Col consenso non c’è danno o errore nel togliere gli organi prima della morte, sempre che si somministri anestesia. Con le giuste garanzie, per l’asportazione di organi non morirà nessuno che non sarebbe morto come risultato della sospensione delle cure vitali”.

E’ bene rileggere con calma queste parole, per vedere dove arriva la distanza tra la realtà clinica e quella dettata dalle condizioni di un’etica “utilitarista” oggi molto diffusa. D’altronde, sul sito Practical Ethics dell’Università di Oxford, eminenti filosofi così descrivono la situazione-trapianti: “C’è un altro modo più radicale per aumentare la raccolta di organi. Potremmo abbandonare il principio del donatore-morto. Potremmo per esempio permettere che gli organi vengano presi da persone che non sono in morte cerebrale, ma che hanno un danno cerebrale talmente grave che resteranno permanentemente incoscienti, come Terry Schiavo, che sarebbe stata lasciata comunque morire rimuovendo il trattamento medico”. Ecco allora che arriviamo al nocciolo della questione: l’utilitarismo etico che ingaggia la lotta col rispetto dell’integrità della persona. E ritornano in ballo i casi di Terry Schiavo e simili, su cui non ci si attarda a domandare le prove di una morte cerebrale, che vengono considerati socialmente morti quando morti non sono ancora; il tutto, magari per il bene di terzi.

Carlo Bellieni 

01:52 Scritto da: ritina5 in follie | Link permanente | Commenti (4) | Trackback (0) | Segnala | Tag: bioetica, medicina, testamento biologico | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

08/03/2009

MADRE ANNALISA NAVA RICORDA ELUANA

http://paginecorsare.myblog.it/media/01/02/429893124.jpgDopo un mese che Eluana Englaro è morta, l'eco degli avvenimenti che hanno preceduto e poi seguito tutta la vicenda immediatamente dopo la sua dipartita non si è ancora dissolto. Non foss'altro che è in corso una difficile discussione sul disegno di legge relativo al testamento biologico o fine vita come più semplicemente si vuole dire, allo scopo di mettere dei paletti giuridici affinchè un altro caso Eluana non ripeta più. Ma soprattutto dopo un mese è Madre Annalisa Nava superiora dell'Istituto Misericordine di Lecco, dove Eluana è stata accudita con grande amore e affetto in tutto e per tutto per ben diciasette anni, a ricordarla. Anche con discreta sofferenza e malinconia, ma come se Eluana fosse ancora tra noi. Anzi Eluana sarà per sempre con tutti noi che non l'abbiamo conosciuta ma che comunque ci ha scosso-paradossalmente e provvidenzialmente- coscienza, intelligenza e libertà personali.
"Dopo la morte di Eluana è stato chiesto un rispettoso silenzio: abbiamo sperato che questo potesse dare a ciascuno la possibilità di riflettere senza condizionamenti massmediatici. Purtroppo il silenzio è stato continuamente, e a volte brutalmente, infranto per dire falsità sulla stato di Eluana e per accusare di violenza e di disumanità chi per anni l'ha curata con l'affetto tenero e con la doverosa professionalità e si è reso disponibile a continuare a farlo nel silenzio e con semplicità". Così inizia la lettera di Madre Annalisa, con un tono misto di amarezza e desiderio di ristabilire la verità di quello che è stato in questi anni nel rapporto con Eluana. "Affetto tenero e professionalità". E' il realismo cristiano di chi non vive sulle nuvole, non fa proclami astratti di massimi sistemi, che coniuga esperienza e responsabilità. Ricordando, poi, come anche per "Giuda il traditore", era "uno spreco" il fatto che "una donna cospargesse i piedi di Gesù di olio profumato prima della sua crocifissione", non è vero che sia spreco dare amore ad una "persona ritenuta morta".
"Noi suore-continua la Madre Superiora-siamo state chiamate per vocazione a continuare la missione di versare l'olio sulle sofferenze dei fratelli, come ha fatto e insegnato Gesù durante tutta la sua vita". Andando per città e villaggi, confortando e curando ogni infermità del popolo, Gesù "non ha mai detto a qualcuno 'la tua vita non è degna di essere vissuta' oppure 'lasciatela morire', anzi ha persino resuscitato i morti". E poi un invito : "Forti di queste convinzioni i cristiani dovrebbero invadere la società di solidarietà per condividere situazioni simili a quelle della famiglia di Eluana, e questo dovrebbe essere visto come cosa buona". Non manca un'altra amara considerazione ma chiara nei termini, che esprime preoccupazione perchè "si fa strada nell'opinione pubblica il capovolgimento dei valori e la falsità che presenta come 'violenza disumana' il prendersi cura delle persone più disagiate mentre chiama 'eroi della libertà' coloro che assistono una persona umana per condurla alla morte di fame, di sete e di solitudine, senza un minimo di pietà".
Ma quello che interessa alle Suore Misericordine più di tutto è "continuare a prenderci cura delle persone in condizioni di gravi difficoltà che la società non ritiene sia utile mentenere in vita. Noi vogliamo sperare che nel protocollo della morte di Eluana sia stata prevista anche qualche carezza".

Mi viene in mente  Giovanni Paolo II, qualche anno dopo la sua elezione ad un raduno di Comunione e Liberazione alla Certosa di Pavia ricordando San Benedetto, quando ad un certo punto espresse una frase rimasta scolpita nella memoria di tanti, e che calza alla perfezione per descrivere la bellezza dell'esperienza di queste suore: "Era necessario che l'eroico diventasse quotidiano e il quoditiano diventasse eroico". Grazie Madre Annalisa, perchè avendo curato Eluana e raccontato la vostra sofferenza ma non priva di speranza, state continuando a curare "noi" che vi guardiamo con meraviglia e commozione.

Ringrazio il Quotidiano Nazionale, in particolare La Nazione di oggi dove è stata pubblicata la lettera di Suor Annamaria Nava
Grazie all'amico POLITICUS

26/02/2009

CL: SIAMO COL CARDINALE BAGNASCO

http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2008/08/bagnasco-al-meeting.jpg

Comunicato Stampa di Comunione e Liberazione sul "Fine Vita"

CL: sul “fine vita” siamo col cardinale Bagnasco

In relazione al dibattito intorno a una legge sul fine vita, Comunione e Liberazione condivide le ragioni più volte espresse dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, e rese ancora più attuali dopo la morte di Eluana Englaro: «Il vero diritto di ogni persona umana, che è necessario riaffermare e garantire, è il diritto alla vita che infatti è indisponibile. Quando la Chiesa segnala che ogni essere umano ha un valore in se stesso, anche se appare fragile agli occhi dell’altro, o che sono sempre sbagliate le decisioni contro la vita, comunque questa si presenti, vengono in realtà enunciati principi che sono di massima garanzia per qualunque individuo» (Prolusione al Consiglio permanente della Cei, 26 gennaio 2009).

Lo stesso Benedetto XVI, nell’Angelus del 1° febbraio 2009, ha ricordato che «la vera risposta non può essere dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano».

Per questo, di fronte alle polemiche suscitate da ambienti laici e anche da cattolici, restano per noi valide le preoccupazioni del cardinale Bagnasco e della Cei sulla necessità di «una legge sul fine vita, resasi necessaria a seguito di alcune decisioni della giurisprudenza. Con questa tecnica si sta cercando di far passare nella mentalità comune una pretesa nuova necessità, il diritto di morire, e si vorrebbe dare ad esso addirittura la copertura dell’art. 32 della Costituzione».

Chi si impegna in politica secondo ragione può trarre da queste preoccupazioni della Chiesa uno sguardo più vero alla vita degli uomini, nel difficile compito di servire il bene comune.

l’ufficio stampa di CL
Milano, 26 febbraio 2009

 

22/02/2009

HO SETE

http://www.valledolmo.org/wp-content/uploads/2009/01/come-risparmiare-acqua.jpg

Ho sete, ha detto Gesù. Non vorrei mi fosse negato un goccio d'acqua!

16/02/2009

RIPOSI IN PACE! NOI ALTRI NO!

http://www.albanesi.it/risposte/Imma/padre_e_figlio.jpg
Eluana non è più con noi. Riposi in pace. Noi altri, no: non possiamo riposare in pace, come se niente fosse successo.
Suo padre, Beppino, chiede di essere lasciato solo, in silenzio. E non ha l'obbligo di leggere quello che scriviamo. Ma noi non possiamo tacere, come se fosse calato il sipario alla fine di un lungo spettacolo drammatico: chi piange, chi applaude, chi commenta... E tutti a casa, per tornare alla vita reale. No, quello che abbiamo vissuto tutti, è vita reale. Anzi, morte reale. Più precisamente: omicidio reale.
I significati e le conseguenze di questi fatti e dei fiumi di parole, argomentazioni, slogan e imprecazioni che hanno invaso tutto il paese intorno a questa vicenda, sono enormi. E vanno ancora al di là della vita preziosa di Eluana Englaro. Toccano più o meno direttamente altre 2500 persone che si trovano in stato simile al suo. Si ripercuotono poi inevitabilmente su tante altre persone che soffrono o possono soffrire situazioni mediche in base alle quali qualcuno tenderà di nuovo a dire: "È già morto... E' solo un vegetale... È una vita indegna di essere vissuta... ". Ed eventualmente spingere per una fine simile a quella di Eluana.
Non possiamo riposare in pace. Abbiamo l'obbligo morale di "tormentarci", di riflettere, di imparare e di trarre le dovute conclusioni, etiche e legali.
In questo sforzo di riflessione, possiamo per esempio chiederci: chi era Eluana? Non: chi era quella bella ragazza bruna, sempre sorridente, che abbiamo visto mille volte e che abbiamo imparato ad amare.
Chi era la Eluana sul cui destino abbiamo tutti discusso appassionatamente: a casa, nel bar, nei tribunali, nelle radio e le tv, e alla fine, troppo tardi, anche al Senato. Chi era, come si trovava veramente, qual era la sua immagine reale?
Possiamo forse ricordarla? No, non ci hanno fatto vedere nemmeno un solo scatto. Sembrerebbe la cosa più logica: il padre voleva custodire giustamente la sua intimità. Possiamo, però, ricordare l'immagine di Terry Schiavo, la donna americana fatta morire nel 2005 perché si trovava, anche lei, in stato vegetativo persistente? Certo che ci ricordiamo!
Quelle immagini, non potremo mai dimenticarle. Qual è la differenza? Molto semplice: in quel caso doloroso, qualcuno voleva che vedessimo. Nel caso doloroso di Eluana si voleva che non vedessimo.
I genitori di Terry (non il marito, Michael, che la portò fino alla morte) volevano che noi la vedessimo, affinché potessimo capire. Volevano che la gente, i giudici e tutti, potessero comprendere che Terry non era un vegetale; che era una persona viva che apriva e chiudeva gli occhi, che respirava perfettamente senza alcuna macchina, che reagiva sorridendo - solo meccanicamente? - alle carezze della mamma.
Il signor Englaro faceva bene a proteggere la privacy della figlia. Ma intanto, per 10 anni è andato in tutte le televisioni e radio di questo paese a parlare di Eluana, mostrando le sue foto - solo quelle anteriori all'incidente - e facendo diventare sua figlia un "caso pubblico". Un caso doloroso che ha toccato, anzi ferito, tutti noi. Ma noi non l'abbiamo vista. Evidentemente si voleva che non vedessimo, affinché non potessimo capire.
E allora, nel nostro doveroso sforzo di riflessione, dobbiamo tentare di vedere per capire. Conosciamo sempre più casi di persone che escono dallo stato vegetativo, anche dopo parecchi anni. Sappiamo di Salvatore Crisafulli, uscito dopo due anni. Ma chi ha seguito il tema da tempo, conosce anche tanti altri: Patti White Bull, dopo 16 anni; il polacco Jan Grzebski, dopo 19 anni; Terry Wallis, dopo 19; Massimiliano N., dopo 10...
In tutti questi casi, come in molti altri, gli interessati raccontano di aver sentito, capito, patito e addirittura di aver tentato di comunicare. Motivati da queste esperienze innegabili, l'equipe medica inglese guidata da A. M. Owen, ha voluto verificare l'eventuale attività cerebrale in una giovane in stato vegetativo persistente.
L'articolo scientifico pubblicato sulla rivista Science nel 2006 ha lasciato attoniti i più increduli: la Risonanza Magnetica Funzionale ha mostrato l'attivazione delle varie zone cerebrali, in corrispondenza con gli inviti da parte dei ricercatori ad immaginare di salire delle scale piuttosto che di giocare una partita di tennis, in maniera esattamente uguale a quanto evidenziato nel cervello dei "soggetti di controllo" sani.
Infatti, gli esperti si convincono sempre più - come riferisce un testo pubblicato due mesi fa dal President's Council of Bioethics degli Stati Uniti - del fatto che in queste situazioni "la valutazione clinica si limita a misurare la capacità di rispondere all'ambiente" e che "ci sono buone ragioni per essere molto cauti prima di assumere che la vita cosciente si sia estinta".
Certo, alcuni continueranno a dire, nonostante queste conferme sempre più numerose e schiaccianti, che comunque si tratta di vite "non degne di essere vissute", al punto che provocare la loro morte sarebbe una "liberazione".
In fondo si tratta di una profonda corruzione ideologica in relazione al valore della persona, di ogni persona umana. Corruzione che si esprime in quella che Giovanni Paolo II chiamò "Cultura della morte".
Con questa espressione non denunciava la nostra società come se fosse tutta assetata di sangue e di morte. La "cultura della morte" consiste in una mentalità - plasmata in una serie di realtà sociali - che, avendo perso di vista il valore intangibile di ogni vita umana, la considera come un bene relativo e disponibile per la libertà dell'individuo, così che considera la morte come la soluzione migliore davanti a certi problemi e l'opzione per essa un diritto che la legge deve riconoscere all'individuo.
Nel caso di una gravidanza non desiderata, pericolosa o problematica, la soluzione è la morte del nascituro; se si tratta di un malato in stato grave che non trova senso per la sua vita, la soluzione è anticipare "dolcemente" la sua morte; se si desidera portare avanti la ricerca per eventuali cure future con le cellule staminali pluripotenti, la soluzione passa attraverso la distruzione di embrioni umani. La morte, non come un bene desiderabile, ma sì come soluzione per la quale si può, e addirittura conviene, optare.
In verità dovremmo parlare, non di "cultura", ma di "anti-cultura". Cultura dice coltivazione dello spirito umano nella società. Qui stiamo tornando invece allo stato selvaggio, non coltivato. Stiamo tornando indietro. Le conseguenze, se andiamo in quella direzione, saranno abissali.
Non possiamo, dunque, tacere e chiudere gli occhi della mente e del cuore. Eluana riposi in pace. Noi no.

*Docente presso la Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma

segnalato da Il Mascellaro

13/02/2009

LIBERTA' DI SCELTA?

La battaglia politica giocata attorno alla vita di Eluana Englaro è tutta fondata sulla "libertà di scelta" e "autodeterminazione della singola persona". Si dice che la scelta tra il vivere e il morire, quando ci si trova in condizioni ritenute non "dignitose" della condizione umana, è completamente delegata alla coscienza del singolo individuo e alla sua libertà. Sembrerebbe dunque una battaglia laica e liberale mentre in realtà è pura battaglia laicista e liberista, come ben dimostra l'intervento sulla Mozione in materia di trattamenti di alimentazione e idratazione pronunciato al Senato da Marcello Pera lo scorso 10 febbraio
SamizdatOnLine


Signor Presidente, onorevoli colleghi, nell'esprimere il voto favorevole mio e del mio Gruppo alla mozione presentata dal Senatore Gasparri e da altri senatori, farò anch'io riferimento all'articolo 32 della Costituzione, che è stato certamente il più citato. Non è l'unico articolo della Costituzione pertinente per decidere la questione che abbiamo al nostro esame, e anzi sono un po' colpito che altri articoli non siano stati ricordati, ma è certamente un articolo rilevante.
Se si legge attentamente l'articolo 32 della Costituzione, ci si accorge che esso fissa tre punti: il primo è che esiste una libertà terapeutica di scegliere o di rifiutare le cure. Recita l'articolo 32: "Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario". Il secondo punto è che l'articolo 32 afferma che questa libertà terapeutica, di scegliere o non scegliere cure, può essere vincolata da una legge: "Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge". E' evidente perciò che una legge può consentire l'esercizio positivo della libertà di cura o di rifiuto della cura.
Vi è poi un terzo punto nell'articolo 32 che è importante quanto gli altri due: qualunque legge si voglia o si debba fare in ossequio all'articolo 32, qualunque legge sulla libertà di curarsi o sul rifiuto delle terapie, qualunque legge ha un limite; e la nostra Costituzione dà un nome, ripetutamente, a questo limite. L'articolo 32 chiama questo limite rispetto della persona umana; l'articolo 41 della Costituzione introduce un'altra espressione equipollente per nominarlo e parla di dignità umana; e poi c'è l'articolo 2, che è stato il più negletto di tutta la nostra discussione, anche da parte della pubblicistica, sull'argomento.
L'articolo 2, che rileggo per ricordarlo in primo luogo a me stesso, dice, dando il nome a quel limite invocato anche dall'articolo 32: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo".
Sono espressioni molto serie, sono espressioni molto gravi.
"Riconosce e garantisce" significa che la Repubblica non li crea questi diritti inviolabili dell'uomo, non li dispone, non li può approvare, non li può correggere. Sono diritti che esistono prima della Costituzione, sono diritti che esistono prima dell'esistenza di una comunità politica o statale, sono diritti che stanno li' e che la Costituzione, il Parlamento, la comunità politica, deve solo riconoscere, cioè prenderne atto, tutelarli e rispettarli. E sono inviolabili, cioè non negoziabili, non cedibili, non modificabili: sono diritti assoluti, preesistenti, legati all'uomo in quanto uomo.
Ecco il nome proprio del limite fissato dall'articolo 32 della Costituzione.
Ora, la questione che qui si pone e che è stata dibattuta in questi giorni, in queste ore, e per tanto tempo anche, è se violare la vita di una persona, consentire ad una persona in stato terminale di porre termine ai suoi giorni, sia o no una violazione dei limiti posti dagli articoli 32 e 2 della Costituzione. Nel caso specifico il problema che si pone è se sottrarre alimentazione ad un paziente terminale sia o no violare quei limiti, che hanno quel nome.
Voi, molti di voi - mi riferisco ai colleghi della sinistra - avete detto: no, anche la vita è violabile, anche il diritto alla vita è disponibile quando la vita non è più vita e non ha più dignità di vita. Io credo che qui vi sbagliate: credo che dicendo cosi' vi poniate fuori dall'articolo 32 e dall'articolo 2, perchè quel paziente terminale, quel paziente in coma permanente, quel paziente che non ha più scientifiche e ragionevoli speranze di vita, quel paziente è ancora un uomo che ha la sua dignità. Quel paziente che sta per lasciarci per sempre è una persona. é un individuo che chiede la nostra attenzione, con cui noi soffriamo e per cui noi esprimiamo sofferenze. Quel paziente è un individuo che chiede la nostra comprensione, la nostra solidarietà, la nostra pietà, che instaura con noi una comunità. Perciò è un uomo che, in quanto uomo per l'articolo 2 della Costituzione italiana, ha diritti inderogabili, inviolabili, che noi non possiamo toccare. Quei diritti non sono violabili e non li può violare nè il paziente medesimo in qualunque momento della sua esistenza, nè i suoi genitori, nè la magistratura, nè il Parlamento; sono, appunto, inviolabili. Per questo motivo sottrarre alimentazione a un individuo in quelle condizioni significa violare un suo diritto inviolabile.
Voi usate anche un altro argomento a cui ho prestato molta attenzione; voi dite che in realtà lasciar morire, e perciò violare, sia pure eccezionalmente, il diritto fondamentale di quell'individuo, in realtà è consentito perchè cosi' facendo si rende un tributo alla sua libertà individuale. E' un argomento che ha svolto in quest'Aula in particolare il senatore Veronesi: la libertà individuale. Ho ascoltato l'intervento del senatore Bosone, che era palesemente in replica e di critica a quello del senatore Veronesi, e dico che vi sbagliate anche su questo punto. Togliere l'alimentazione ad un paziente, sia pure quando quel paziente non ha più ragionevoli speranze di vita, significa togliere la vita… e togliere la vita significa togliere il presupposto della dignità; ma se significa togliere la dignità, allora li' c'è la violazione di un diritto che è inalienabile.
Mi chiedo poi quale concetto è mai quello che viene introdotto di libertà individuale. Cos'è questa libertà individuale che è garantita entro certi limiti dall'articolo 32? La libertà individuale vuol dire forse discrezionalità assoluta? La libertà individuale vuol dire arbitrio? La libertà individuale vuol dire licenza di fare di sè e degli altri ciò che si crede o la libertà individuale è sempre accompagnata dalla responsabilità? Confondere la libertà individuale con l'arbitrio, con la licenza, significa passare dalla civiltà della ragione alla barbarie dell'egoismo.
Colleghi, queste sono le ragioni che trovo nell'articolo 2, nell'articolo 32 e nell'articolo 41 della nostra Costituzione per dire che non possiamo sottrarre alimentazione a chi sta per lasciarci. Non ho introdotto alcun argomento religioso; non ce n'è bisogno. Non ho nemmeno introdotto alcun riferimento alla Chiesa cattolica, nè ho fatto - come ha cercato di fare questa mattina il senatore Ichino - opera di maestro nei confronti della Chiesa cattolica inducendola ad essere meglio Chiesa cattolica. Non ho usato nessuno di questi argomenti.
Per i laici autentici, per quanto riguarda la religione, basta la religione dell'articolo 2 della Costituzione; è sufficiente per prendere le nostre decisioni. E' la religione di quell'articolo 2 che stabilisce che siamo tutti uguali in dignità, abbiamo tutti gli stessi diritti fondamentali rispetto a quella dignità. C'è stato un tempo, cari amici, che i laici non avevano timore di dare un nome alla religione dell'articolo 2 della Costituzione; avevano il coraggio di darlo quel nome. La religione dell'articolo 2 della Costituzione è la religione cristiana.
Oggi molti laici lo hanno dimenticato, oggi molti laici credono che questa religione sia di ostacolo, credono che l'interprete di questa religione, cioè la Chiesa cattolica, sia di impedimento o interferisca, credono che senza quella religione noi saremmo più liberi, renderemmo più omaggio alla libertà individuale. E' un altro grave errore.
I laici hanno bisogno, per decidere su argomenti come questi, della religione dell'articolo 2. Sanno da dove viene quella religione dell'articolo 2, ne sono fieri, sono disposti a testimoniarla e a difenderla. Altri laici, invece, affievoliscono la consapevolezza della religione dell'articolo 2 (il senatore Ichino parlava di una generica tradizione biblica), oppure ritengono la religione cristiana un ostacolo. Noi pensiamo diversamente, non abbiamo bisogno di nessun ammaestramento di nessun magistero, la Costituzione ci dà i parametri giuridici e culturali sufficienti per prendere le nostre decisioni.
Chi volesse decidere diversamente sarebbe non soltanto contro gli articoli 2, 32, e 41 della Costituzione e gli altri analoghi, sarebbe anche contro la pietà che si deve a tutti quanti i membri dell'umano consorzio
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