19/12/2009

Il battito e la sdraio rossa. Il Natale di Alfredo

Ho letto questo bellissimo e commovente racconto del famoso scrittore-giornalista Fabio Cavallari. Mi è piaciuto moltissimo, perchè dice di un modo umano di vivere le circostanze, i rapporti umani, le feste, la vita... Un modo raro e prezioso, senza inutili fronzoli, ma così vero, come tutti noi abbiamo assaporato, prima della terribile dimendicanza di cosa siamo e di come rispondiamo alla vita. Grazie, carissimo Fabio, di avercelo proposto; una "botta" di umanità vera è un grande dono per il cuore che attente il Natale!

Il battito e la sdraio rossa. Il Natale di Alfredo

alfredoAlfredo d’inverno si addormentava ogni sera così. In braccio a suo padre. Era lì nella cucina di quella vecchia casa di campagna che la storia, le narrazioni epiche, diventavano quadri, immagini, visioni. Una vecchia stufa a legna, alle loro spalle, scaldava il giorno e la notte. Era il piccolo a portare la legna in casa durante il giorno. Un compito preciso, scadenzato dal fuoco, dal campanile, da uno sguardo. Era il gesto che lo faceva entrare nel mondo. Andare in legnaia, riempire la cesta e fare le scale. Alfredo partecipava alla costruzione, all’edificazione della comunità. Non era un gioco o una parafrasi divertente della giornata. Si trattava di responsabilità. Sporcarsi le mani, sentire l’aria gelida sulla faccia, spostare i cerchi della piastra di ghisa, era il suo modo per esserci. Partecipe, attore protagonista del palco. Papà, raccontava, lucidava le scarpe con la spazzola, insegnava. Mamma, preparava il buon pasto, piegava le lenzuola, rammendava. La stufa bruciava il Faggio. Sopra di essa si appoggiavano le pentole e nel vano scaldavivande si riscaldavano pietanze antiche. Era la cucina economica. Nome che richiamava a sobrietà d’intenti e serietà di giudizio. Quando la sera iniziava a nevicare, appena fuori dall’uscio si preparavano le pale, gli stivali verdi di gomma e i guanti. Tutto pronto per la mattina, per il lavoro, per la festa, per l’opera degli uomini di casa. Dentro, mentre la tv girava a vuoto sui tre canali disponibili, le storie prendevano forma, uomini e donne, paesi e passi, riempivano la cucina. Alfredo sollecitava il padre – "papà raccontami ancora di quella volta che avete vinto la pace". Le parole si facevano calde, ogni respiro una fitta nell’orrore della guerra, ogni battito la speranza e l’orgoglio per esser ritornati. L’odore delle bucce di mandarini e del pane abbrustolito sulla stufa, annunciava l’arrivo del Natale. Il mistero non si spiegava, entrava dritto come narrazione nei racconti quotidiani. Un regalo. Uno solo. Portato, donato, dalla vita alla vita. Chi c’era dietro la porta? Mai svelato l’arcano. Sospeso tra sogno, realtà e mistero, Alfredo guardava dalla finestra cadere i primi fiocchi. ......(Continua qui)

20/11/2009

L'incontro tra estetica e fede

http://www.prolocobisceglie.it/wp-content/uploads/2008/09/cattedrale_interno.jpghttp://lucabagatin.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/12736/rosslyn-chapel05.jpg

Che cos’è la bellezza, che scrittori, poeti, musicisti, artisti contemplano e traducono nel loro linguaggio, se non il riflesso dello splendore del Verbo eterno fatto carne? Afferma sant’Agostino: “Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere che si muovono nell'acqua, che camminano sulla terra, che volano nell'aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile?” (Sermo CCXLI, 2: PL 38, 1134).

Riscoprire la via della bellezza come uno degli itinerari, forse il più attraente ed affascinante, per giungere ad incontrare ed amare Dio.

Leggi il resto...

26/09/2009

La Banda!

Ascoltate e vedete se non vi scoppia il cuore di gioia e allegrezza!

 

http://www.prolocoserravallepistoiese.it/images/banda%20musicale%20serravalle%20pistoiese/banda%20musicale%20giuseppe%20verdi%20logo.jpg

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13/09/2009

Non ci basta

A molti, magari, capiterà di farlo dopo aver sfogliato il giornale. E servirà tempo per andare a fondo in quella proposta, per non lasciarla scorrere via in fretta, presi dall’affanno dell’anno che riprende e del lavoro che incalza di nuovo. Ma se lo avete già fatto, se avete già aperto il libretto allegato a questo numero, e scorso almeno l’Introduzione di quell’Assemblea che il mese scorso ha raccolto a La Thuile quattrocento responsabili di Cl di tutto il mondo, è probabile che abbiate sentito almeno un’eco del contraccolpo subìto da chi c’era.
Diciamoci la verità: con quel primo «non ci basta» buttato in pista da don Julián Carrón di fronte alla confusione che viviamo, qualche familiarità ce l’avevamo già. «Non ci basta una ripetizione, pur giusta, di un discorso pulito e corretto». Il cristianesimo non è una faccenda di parole, o di principi da applicare alla vita per sostenerla. «E questo lo sappiamo anche noi», aggiungeva Carrón: «Abbiamo ripetuto tante volte la cosa giusta, ma questo non ci fa stare in piedi, non ci fa respirare». Non ci basta, appunto. «Abbiamo bisogno di vedere davanti a noi persone che nel loro porsi, nel loro modo di affrontare il reale (…) introducono una luce, una chiarezza in mezzo alla confusione nel modo in cui vivono gli affetti, il lavoro, le circostanze». Abbiamo bisogno di testimoni. La fede vive di questo. Chi ha seguito Tracce - e il lavoro educativo di cui cerca di rendere conto - nell’ultimo anno, sa bene di cosa stiamo parlando.
Subito dopo, però, è arrivato un altro affondo. «Ma il testimone non basta. Il testimone ci mostra una reale possibilità più umana di vivere nelle circostanze cui siamo chiamati, e per questo ci colpisce; ma non basta, perché ciascuno di noi (io, tu) ha bisogno che accada nella sua vita, nelle circostanze che è costretto ad affrontare, cioè ha bisogno di fare l’esperienza personale di ciò che il testimone mostra. Perché diventi mio!».
Ecco, lì in parecchi sono rimasti spiazzati. Meglio: provocati. Perché non si tratta di una sterzata, di un cambio di direzione. Non ci sono cesure in questo passaggio, non ci sono salti, come se l’insistenza sulla testimonianza fosse da archiviare per passare ad altre parole “di moda”: giudizio, esperienza… È un percorso da fare (e nelle pagine di quel libretto lo trovate tutto, passo per passo). Perché una cosa è chiara, se si guarda alle nostre vite: solo in quel «mio» c’è tutto. Certezza e speranza. E se non arrivo a dire «mio», non posso neanche dire «io». «Senza che questo diventi veramente esperienza noi non cresciamo nella certezza della fede».
Per molti, il Meeting di quest’anno è stato proprio una documentazione di questo percorso, come abbiamo cercato di spiegare nel “primo piano”. E le vacanze pure. Ma pensate che prospettiva si spalanca per chi riprende le occupazioni “normali” dell’anno con questo passo chiaro da compiere, con questo lavoro avviato di paragone continuo tra ciò che ci accade e il nostro cuore, con questo approfondimento di certezza della Sua Presenza nelle nostre vite. Pensate che cosa può essere delle battaglie che ci attendono a scuola, sul lavoro, in famiglia. O nel contesto sempre più confuso e per certi versi barbaro - lo testimoniano le vicende di questi ultimi giorni - della vita pubblica: media, politica, cultura… Pensate che cosa accade se lì dentro, non un briciolo prima - in astratto - o una frazione di secondo dopo - come etichetta da appiccicare -, ma dentro il reale iniziamo ad accorgerci davvero della presenza inestirpabile di Chi, essendo risorto, domina il reale. Qui e ora.
Diceva san Gregorio Nazianzeno, in quella frase tanto cara a don Giussani: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita». Ma se arriviamo a dire «mio»…

Da Tracce

14:29 Scritto da: ritina5 in Tracce | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, cl, meeting | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

11/09/2009

Angelo o farfalla?

Una straordinaria immagine dal telescoio Hubble: la Farfalla del cosmo. Vola tutto intorno ai confini dell'universo.
Perchè farfalla, non potrebbe essere un Angelo?


Spazio, nuove immagini dal telescopio Hubble // Spazio, nuove immagini dal telescopio Hubble (Copyright ANSA Tutti i diritti riservati)

02/08/2009

Diario dal futuRU

21 Agosto 2011

Mi è costata una sessantina di euro.

Vacca boia, più di cinque volte rispetto alla pillola del giorno dopo, maledetta quella volta…

No, il farmacista non ha fatto storie: un timbro sulla ricetta e via.

Ho apprezzato che non mi abbia scannerizzato dai piedi ai capelli, scandagliandomi da sopra gli occhiali.

In fondo sono affari miei, lui faccia il suo lavoro.

Che se obietta lo denuncio.

L’anno scorso è stato peggio.

Il medico di base, i sette giorni, il ricovero in ospedale, la prima pillola, le ecografie, le notti in ospedale, la seconda pillola, la terza, le ecografie e signora-come-mai-è-ricoverata-qui delle vicine di letto.

Antibiotici e antidolorifici.

Rispetto della legge 194, tuonava l'Agenzia preposta.

Chi l’avrebbe mai detto che me l’avrebbero fatta odiare, quella legge "benedetta".

Tre giorni dentro.

Ad altre andava anche peggio .

Qualcuna è rimasta una settimana intera in ospedale.

Si dice che una donna sia rimasta quindici giorni, ma secondo me è una leggenda da corsia ospedaliera.

Qui se ascolti tutti arrivano a dirti che si muore di RU486.

Oscurantisti.

L’aborto è mio, e lo gestisco io.

Tanto in questi mesi si era capito come aggirare la legge nel rispetto della legge.

Basta una firmetta.

Dimissione volontaria.

Non potevano trattenerci contro la nostra volontà.

Sarebbe stato sequestro di persona.

Una firmetta dopo ogni pillola e via a casa.

Tanto poi si poteva tornare in qualunque momento, lì o altrove, per proseguire gli accertamenti.

E poi, se era ancora presto, un’altra firmetta.

L’unica scocciatura me l’ha data quello della guardia medica, che non ne voleva sapere di uscire per giudicare se il sanguinamento era normale o eccessivo.

Ho dovuto arrangiarmi, con un po’ di buon senso.

Però ho passato qualche brutto quarto d’ora, a maledire quelli che lo hanno battezzato “aborto dolce”, ovviamente tutti maschi.

Poi, come mi avevano detto, ho intravisto “il prodotto del concepimento”, prima di tirare lo sciacquone.

Mi hanno insegnato a chiamarlo così, per non affezionarmici.

Se lo avessi chiamato “bambino” avrei rischiato di cambiare idea, nei giorni che intercorrevano tra le diverse pillole, e prima della sua espulsione.

Chissà che casino sarebbe successo se avessi cambiato idea.

Chissà che casino.

Alla fine anche il governo ha dovuto arrendersi all’evidenza che la faccenda delle “firmette” per le dimissioni volontarie era una buffonata ipocrita.

Così come ipocrita era impostare tutta la campagna anti-RU sui suoi presunti effetti collaterali: morti da Ru486?

Ma certo! I bambini muoiono! Quelli che non si voleva far nascere!

In quanto alle mamme… nessun farmaco è innocuo, no?

Troveremo qualche professore che distinguerà le 29 donne morte a seconda della via di somministrazione, della dose, del bacillo in causa, delle eventuali patologie associate… e tutto evaporerà nei distinguo.

Ieri il governo ha modificato un paio di articoli della legge 194 (quella, per intenderci, che “non si tocca”). E’ bastato anzi dare un nuovo senso alle parole dell’articolo 8 della legge 194: “praticare l’interruzione di gravidanza” da ieri non è più inteso come “espellere il prodotto del concepimento”, ma come “por fine alla forma di vita intrauterina”.

In questo modo, la prima pillola si prende sotto controllo medico, le altre a casa propria, dove avverrà l’espulsione effettiva.

Basta intendersi sui termini, come sempre, no?

E così il governo ha aggirato l’ostacolo, ha stracciato qualche polverosa dichiarazione di principio, ha ignorato qualche interpellanza, ha rimesso nel cassetto le documentazioni di presunti effetti avversi da RU486 e ha commercializzato la pillola abortiva nelle farmacie.

Però a sessanta euro.

Speriamo che l’anno prossimo sia mutuabile, come un comune lassativo.

Grazie a Vino e Mirra

12:04 Scritto da: ritina5 in Aborto | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: educazione, cultura, società, vita, aborto | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

24/07/2009

Il male che non voglio

http://www.myboite.it/burekeaters/wp-content/uploads/2006/09/babel.jpg

La tesi recentemente espressa da Umberto Veronesi in un articolo intitolato “Predestinati alla bontà, dai nostri geni” si può riassumere pressappoco così: «L’uomo è buono per natura». Non si tratta di una posizione inedita; l’ottimismo rinascimentale, per voce di François Rabelais, affermava già: «Fa ciò che vuoi, perché per natura l’uomo è spinto ad atti virtuosi». Ora ci si basa su ricerche genetiche e su indagini sofisticate, ma l’idea di fondo resta la medesima.

Già ieri su queste stesse pagine sono stati lucidamente evidenziati limiti e forzature di una simile impostazione e delle conclusioni cui giunge. A me interessa riportare la questione ad un livello ancora più elementare: il paragone di quella tesi con quello che mi succede

È vero che in me c’è la propensione a fare il bene e non c’è dubbio che io trovi in esso soddisfazione. Ma non posso non constatare che in me c’è anche una strana ombra che sceglie il male o per lo meno si disinteressa del bene che pure riconosce. Senza stare a scomodare delitti o tragedie, chi di noi non ha sperimentato il prevalere di un’invidia, l’aspro gusto di ferire un altro, la codardia davanti a una cosa buona che si reputa giusto fare, ma da cui si fugge?

Più realistica della presunta “predestinazione alla bontà” dovuta ai nostri geni è la constatazione che a fianco del desiderio del bene c’è - accovacciata alla porta dell’io come un cane rabbioso dice la Bibbia - l’oscura suggestione del male. La Chiesa cattolica la chiama “peccato originale”. Esso non distrugge completamente la nostra bontà originaria, ma la rende esistenzialmente impraticabile.

Si genera così quel dramma che, pur giocandosi nelle scelte più minute e quotidiane, non è però meno grandioso e avvincente. Il dramma che san Paolo ha raccontato nella lettera i Romani con queste parole: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Non c’è dubbio: una frase così spiega molto di più ciò che mi capita ogni giorno di quanto facciano le pretese giustificazioni genetiche della mia esclusiva propensione alla bontà.

San Paolo conclude: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?». Forse si evita di guardare in faccia al male che è in noi perché saremmo costretti a chiedere un liberatore? Forse le discussioni sui geni che ci predestinerebbero alla bontà non sono che l’ennesima forma di un’autosufficienza immotivata e insostenibile? Che ha gravi esiti anche in campo sociale, come ha ricordato Benedetto XVI nella Caritas in veritate: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa presunzione che discende dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società».

Pigi Colognesi - Il Sussidiario

12:21 Scritto da: ritina5 in Colognesi | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

18/07/2009

I Cattolici con la P38 puntata alla tempia

http://www.personal.u-net.com/~carnfort/Professionals/images/hardware/p38.jpg

L’industria mediatica celebra ed esalta, da anni, la generazione sessantottina anche perché è quella che oggi ha in mano il potere e il contropotere (nei giornali, nel cinema, nella cultura, in politica). Quindi celebra se stessa. Una generazione imbottita di ideologia che ha preteso di essere (e d è) la lotta e il governo, la sovversione e l’establishment.
Alain Finkielkraut nell’ “Imparfait du présent” coglie questa contraddizione: “E' schiumando di rabbia contro il fascismo in piena ascesa che l'arte contemporanea fa man bassa delle istituzioni culturali.
Non c'è nessuna fessura nella corazza dei fortunati del mondo post-sessantottino. Hanno lo stereotipo sulfureo, il cliché ribelle, l'opinione sopra le righe e più buona coscienza ancora che i notabili del museo di Bouville descritti da Sartre ne ‘La Nausea’.
Perché essi occupano tutti i posti: quello, vantaggioso, del Maestro, e quello, prestigioso, del Maledetto. Vivono come una sfida eroica all'ordine delle cose la loro adesione piena di sollecitudine alla norma del giorno. Il dogma, sono loro; la bestemmia pure. E per darsi arie da emarginati insultano urlando i loro rari avversari. In breve, coniugano senza vergogna l'euforia del potere con l'ebbrezza della sovversione. Stronzi”.
Amano sentirsi “la meglio gioventù”. Ma per scoprire la vera “meglio gioventù” (a cui l’establishment cinematografico di certo non dedica film) bisogna semmai leggere un libro strano come quello di Saverio Allevato, “La P38 e la mela”, ovviamente pubblicato da un piccolo editore come Itaca, non dai grandi editori che invece da anni pubblicano le memorie dei brigatisti rossi.
Il titolo del libro di Allevato fa riferimento proprio a un assassinio delle Br, quello di Mariano Romiti, uno di quei poliziotti che Pasolini considerava come i veri figli del popolo (diversamente dai “rivoluzionari” con le molotov).
Romiti aveva conosciuto a Roma un gruppo di giovani amici che proprio in quegli anni, soprattutto all’Università, avevano iniziato una vivacissima comunità cristiana – Comunione e liberazione – e lui era entusiasta di quell’amicizia e di quella nuova vita.
Una dei quattro figli del maresciallo Romiti, Adriana, oggi oncologa al S. Andrea di Roma, ricorda il padre bravissimo che egli era, il suo totale impegno nel lavoro e nella fondazione del sindacato di polizia (lui era vicino alla Cisl), le preghiere che le insegnava la sera e la sua devozione alla Madonna: “quel giorno furono in due ad affrontarlo e a nulla valse il tentativo di sfuggire alla gragnuola dei colpi, cercando riparo dietro alcune auto parcheggiate… Durante il tragitto verso l’ospedale, ormai moribondo, invocava la Vergine Maria (come ci ha testimoniato un collega che lo soccorse).
Anche uno dei terroristi che partecipò all’attentato, in un incontro da lui richiesto, ci ha raccontato di essere rimasto colpito da quell’uomo che, colpito a morte, si affidava alla Beata Vergine ed invocava ripetutamente il suo nome.
Io credo che l’Immacolata Concezione lo abbia condotto con sé in cielo, quel 7 dicembre 1979, vigilia della Sua festa. Mariano poteva festeggiare da quel momento con Lei e baciarla, come i bimbi fanno con la propria mamma”.
Anna Laura Braghetti, in un suo libro, ricorda l’esecuzione crudele di quell’uomo buono e innocente. Il compagno che componeva il commando – scrive - “mi ha detto che si era preparato ad affrontare un nemico armato e risoluto, invece Romiti si lasciò ammazzare senza un gesto.
Dario prima di scappare prese la sua borsa, certo che contenesse un’arma che avrebbe fatto comodo all’organizzazione. C’era solo una mela”.
Una mela: la semplicità di una vita umana normale.
La P38: cioè la mostruosa astrazione assassina dell’ideologia.
Il libro prende il titolo da qui. Ma racconta la bellezza di un’amicizia fra giovani che inizia a Roma (e in tante altre città), negli anni di piombo, e che somiglia in modo commovente all’amicizia che si creò, duemila anni fa, attorno a Gesù fra alcuni giovani dei paesi affacciati sul lago di Tiberiade.
Veramente è sempre così che accade, da secoli. Lo stesso stupore per una umanità eccezionale, lo stesso entusiasmante riconoscersi fratelli, la stessa bella avventura sulle strade del mondo è riaccaduta mille volte, nel corso dei secoli, attorno a Francesco d’Assisi, a Bernardo di Chiaravalle, a Ignazio di Loyola e a tanti altri amici di Gesù.
Come don Giussani. E’ impressionante come quella generazione, la prima dopo il sessantotto, che non aveva più padri e maestri, ma solo padroni e ideologi, abbia imprevedibilmente re-incontrato Cristo imbattendosi nella persona e nella testimonianza di Giussani: in pochissimi mesi, negli anni più duri della storia dell’Italia repubblicana, mentre era in corso una sanguinosa guerra civile, proprio negli ambienti più infiammati e più pericolosi per dei cristiani (scuole, fabbriche e università) prese forma una straordinaria e travolgente presenza cattolica, che contagiò migliaia e migliaia di giovani e dette vita a eccezionali opere di solidarietà, educative, caritative, anche iniziative di lavoro, imprenditoriali e opere culturali, editoriali.
Un’effervescenza cristiana che fu apprezzata da Aldo Moro (ci sono alcuni fatti rivelatori raccontati nel libro) e detestata da una quantità di intellettuali, anche cattolici (episodi tutti da leggere).
La presenza di CL (involontariamente eroica) fu finalmente riconosciuta come preziosissima per la Chiesa dal neoeletto papa Giovanni Paolo II che con Comunione e liberazione ebbe una consonanza speciale (così come il cardinale Ratzinger – il papa attuale – che celebrò la messa funebre di don Giussani).
Tutto questo germinò, sorprendentemente, per esuberanza del cuore e dell’intelligenza diventati amici di Cristo, non certo per un “piano” e crebbe fra mille aggressioni fisiche e mille attacchi giornalistici.
Di fatto i ragazzi di CL, in quegli anni bui, sulla loro pelle garantirono spazi di libertà per tutti quando gran parte di coloro che avrebbero dovuto farlo si arrendevano al conformismo ideologico.
Il libro di Allevato – che contiene anche una leale e bella rilettura autocritica di un intellettuale cattolico dell’altro fronte, Pio Cerocchi – racconta nel dettaglio tanti fatti nei quali troviamo spesso anche personaggi diventati famosi.
Per comprendere più profondamente l’origine di questo straordinario fenomeno, che continua ad essere l’unico movimento nato negli anni del Sessantotto che vive, che si espande in decine di paesi del mondo e che resta tuttora un forte movimento di giovani (oltre ad essere diventato una vasta presenza adulta), bisogna leggere un altro libro appena uscito: s’intitola “Qui e ora” (Bur-libri dello spirito cristiano) e raccoglie alcune conversazioni che don Giussani proprio in quegli anni (per la precisione fra 1984 e 1985) tenne con alcuni di questi studenti, provenienti dagli atenei di tutta Italia.
Il primo impatto sorprenderà molti per la “laicità” del clima, per la totale mancanza di clericalismo.
Qualcuno avrà la sensazione forse di trovarsi in una raffinatissima – eppure appassionata, incandescente - accademia filosofica di tipo greco antico, tale è l’intensità e la profondità di questo serrato dialogo di tanti giovani con un vero padre: si tratta, in effetti, anche di una straordinaria scuola di razionalità, dove generazioni di giovani hanno imparato quell’uso attento, serio e leale dell’intelligenza che oggi nessuno insegna (tanto meno scuole e università). E hanno imparato che la fede cristiana è la più completa, gustosa e leale modalità di conoscenza della realtà.
In queste pagine intervengono giovani colpiti e commossi dall’incontro con Gesù vivo oggi e dalla bellezza dell’esperienza comunitaria, che attraverso quel maestro e padre imparavano a conoscere se stessi e si appassionavano alla realtà, alla bellezza, alla verità e ai bisogni di tutti.
Il libro di Allevato documenta con i fatti cosa accedeva a quei giovani incontrando un vero e grande amico di Gesù. “Qui e ora” fa sentire la voce viva di don Giussani. Si ricava da entrambi i libri la sensazione che quella cristiana sia davvero la più bella della avventure. Un’avventura liberante. E renda vera e semplice tutta la vita.

Fonte: © Libero - 12 luglio 2009
Lo Straniero - Antonio Socci

04/07/2009

C'è una bella novità per i naviganti del Web!

Novità dal web

il nuovo sito di SamizdatOnLine ... ospita il tuo post
vieni e vedi

C'è bisogno di stampa clandestina quando il potere soffoca.
C'è bisogno di un samizdat dove dare libera espressione al nostro desiderio di vita, di verità, di bellezza, di libertà, di giustizia, di una ragione spalancata dalla fede.
C'è bisogno di aiutarsi a trovare le tracce di chi dà un senso al nostro desiderio.

18:24 Scritto da: ritina5 in blog life | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, evoluzione | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

29/06/2009

LA RESISTENZA DEL GIORNO PIU' LUNGO

Corri verso Milano, insieme alle altre auto. Corriamo, ma quel gran sole sembra fermo lì in fondo; ora, e siamo a Parma e sono le nove passate, è al centro del nastro grigio; proprio diritto laggiù, ci aspetta, come un destino

di Marina Corradi

Ventuno giugno, le otto e mezza di sera sull’Autosole verso Modena, direzione nord. Nella giornata più lunga dell’anno il sole, a quest’ora, è ancora alto sulla pianura. Si direbbe che pesi, che si possa toccare, la sua luce di oro rossastro, sulla immensità piatta dei campi emiliani. Si direbbe che bruci con l’ultimo raggio, come un amante non ancora appagato, il grano, e spacchi più profondamente le crepe nere della terra. E ti sfilano accanto distese di raccolti trionfanti, e cascine larghe, sdraiate sulla grande pianura. Covoni tondi, a grappoli, se ne stanno immobili sotto il volo petulante di uccelli neri. Nuvole irrequiete, foriere di improvvisi piovaschi, all’orizzonte. Ma su tutto il largo nastro d’asfalto e quella luce ardente, che a ogni minuto si abbassa, ma non vuole morire.
Ore ventuno e tre, quattordici chilometri a sud di Reggio Emilia. Il sole è un globo rosso, come di metallo incandescente, esattamente sulla linea dell’orizzonte. Di quel suo fuoco infiamma ogni cosa in un riverbero come un ultimo abbraccio. Che straordinaria luce, l’ultimo raggio del solstizio d’estate. Ti immagini nelle cascine il profumo dolce del fieno, nelle botti delle cantine il lambrusco che fermenta; e davanti alle case i vecchi immobili, le facce spaccate da settant’anni di campi, zitti, lo sguardo fisso su quel sole che muore.
Ma corri, corri verso Milano, insieme alle altre auto, anche più veloci, che ti superano e scompaiono con le loro luci posteriori rosse, frettolose, lontano. Corriamo, ma quel gran sole sembra fermo lì in fondo; ora, e siamo a Parma e sono le nove passate da molto, proprio al centro del nastro grigio; proprio diritto laggiù, ci aspetta, come un destino.
E passano i minuti e attendi che scenda il buio. Ma, poiché l’autostrada inclina verso nord-ovest, stai inseguendo la luce; e il disco rosso pare indefinitamente fermo sull’orlo dell’orizzonte, come un uomo davanti a un abisso, che esiti a tuffarsi. E ancora hai addosso, e sono quasi le dieci, quel riverbero d’incendio; e ti commuovi, e ti affezioni a questo sole del giorno più lungo dell’anno, che non vuole finire.
Le ombre ora si allungano, deformi, e paiono anime in pena. Ed ecco il sole si è finalmente buttato, è scomparso, ma che luce immensa, quasi più chiara di prima, sta sospesa in questo cielo ormai lombardo.
È luce rosa ora, come di una passione sfinita e struggente. Il sole del solstizio è andato, è disceso nei suoi inferi quotidiani. Il buio però non vince. A est è notte, ma a ovest la luce si ostina, cala, eppure si allarga in un tenace chiarore.
Lampeggia la barriera di Milano, risali per gli svincoli della tangenziale e – verso ovest – luce ancora: trattiene le tenebre che vengono avanti, come la retroguardia di un esercito ostinato.
Milano infine, ed è notte sulle strade. Il sole più lungo si è arreso. Da domani impercettibilmente i giorni cominciano a farsi più brevi. Ma da che parte, ti chiedi, si alzerà il sole domattina? Scruti fra le fila dei palazzi, disabituata a orientarti fra il cemento. Laggiù, dovrebbe essere. Domattina all’alba, da quella parte, ti dici: come aspettando il ritorno di chi è caro.
Grazie a Tempi

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