24/09/2009

La vera stoffa di un popolo

  • E' nei momenti di grande emozione che emerge la vera stoffa di una persona o di un popolo. Il lutto che ha colpito l'Italia qualche giorno fa con l'uccisione di sei soldati a Kabul ha mostrato che il popolo italiano c'e' ancora, sa stringersi intorno ai soldati impegnati in difficili missioni in terre lontane, è fedele alle tradizioni religiose dei padri, insomma, non e' quella massa di edonisti relativisti che la pseudoinformazione vuol far credere.


17/06/2009

E' MORTO MASSIMO CAPRARA. SALVATO DALLA BELLEZZA

Da Tempi, che ringaziamo. Il Centro Culturale della Svizzera Italiana ha avuto l'onore di avere come ospite Massimo Caprara il 18 novembre 2004.

Da Palmiro a Nicodemo
Confessione di un togliattiano.
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L'articolo che Massimo Caprara scrisse per Tempi sul numero 51 del 19 dicembre 2002 

di Massimo Caprara

Esiste solo qualche parola, o forse nessuna, come la parola ideologia che abbia dominato, anzi oppresso, il nostro tempo: il secolo appena passato “delle idee assassine”. Di esse non vi parlo come uno storico di professione, perché tale non sono. Vi parlo della concretezza, del mio vissuto, vi reco una testimonianza che alimenta e nutre una riflessione critica. Non è quindi la Storia, ma la mia storia: la storia di un ideale che degenera in ideologia, di come un ideale si trasforma, si corrompe, si separa dall’esperienza e diviene un sistema dogmatico, una corazza di false verità totalizzanti e assolute.
Ideologia, non succede mai niente di imprevisto

In questo senso, ideologia è contrario della realtà, contrario del Vero, suo pregiudizio, sua contrapposizione, suo non pensare. Nell’ideologia ogni passaggio è scontato. Essa è incurante dell’evidenza, è tempo senza tempo, incapacità di cercare il Vero, di riconoscerlo, di volerlo, di amarlo, ma capace solo di esecrarlo e negarlo. In uno dei maggiori suoi teorici, l’ideologia è «potere di una classe organizzata per opprimerne un’altra». Così Karl Marx nei Manoscritti economici - filosofici del 1844 e nell’Ideologia tedesca del 1846, descrive l’intrinseca violenza, prevedibile e prevista, che è la sostanza dell’ideologia. Essa è irreale, non perché non avvenga, ma perché replica se stessa, si ripete senza imprevisti, senza stupore, ma con orrore cieco. Non attende né riconosce alcun Annuncio, o Incontro o Attesa. Produce solo subordinazione e passività, perché tutto è già avvenuto o deterministicamente avverrà. Ideologia è in lotta perenne contro Ideale. Ideale e Ideologia sono infatti in lotta irrimediabile tra loro come Amicizia è il contrario di Solitudine. L’uno, cioè l’Ideale, è destinato a crescere, a procedere: chiede futuro. L’altra, l’Ideologia, ristagna, si avvita, uccide spiritualmente. Ha scritto don Giussani, al quale tutti, io credo, siamo debitori infiniti, che «l’Ideale è la dinamica in cammino della natura dell’uomo ed ad ogni passo qualcosa di esso si adempie». È giusto: qualcosa si adempie verso la Bellezza che implica consistenza etica ed estetica, che è azione e contemplazione, sentimento delle cose, coscienza amorosa di quanto ci circonda, di quanto ci avvolge, ci invade, desidera ed è desiderata. Di quanto ci stimola e ci dà libertà. Bellezza e Libertà; ossia compiutezza di sé nella dimensione del presente, è il farsi dell’uomo, l’espressione del proprio essere a contatto con la trascendenza, a contatto con gli altri da sé e con il suo superamento.
Un misticismo logico che si fa spirito totalitario

Al contrario, l’Ideologia si fa Stato, totalità superiore, unilateralità, sovranità illegittima, oppressione, sovrastruttura in cui la classe dominante sopprime la libertà a suo beneficio: borghese od operaio che sia. Persino Marx è costretto a denunziare questo procedimento, accusandolo nelle sue fondamentali Opere filosofiche giovanili, come «misticismo logico».
La Bellezza in quanto Verità è lotta, tensione continua, aspirazione verso l’eterno e l’infinito. La Bellezza, o meglio l’Estetica, rende lucido lo sguardo, lo raffina, chiarisce la mente e rende gli uomini assetati di luce. Nei suoi libri don Giussani ha fissato perle ed episodi della musica, della poesia, dell’architettura e dell’arte. Ha scritto del proprio padre e della propria madre come educatori alla Bellezza. Ha scritto della Goccia di Chopin, dello Stabat Mater di Pergolesi, del desiderio di felicità infinita nel poema Alla sua donna di Leopardi. Ha rintracciato la Bellezza nei canti popolari russi del Coro sovietico dell’Accademia di Stato. La Bellezza salva. La Bellezza è non avere paura della Verità, combattere perché essa venga alla luce, si confronti, vinca, ogni volta si riaffermi. Quanto Ideologia è palude e stagnazione, tanto Ideale o Bellezza è movimento, progresso, azione.
In un libro del 1951, Hannah Arendt scrisse che l’Ideologia «è abbandono della libertà di pensare per la camicia di forza della logica». Ideale è un agire, un fare, un manifestare, un vivere un avvenimento, un costruire, Ideale è anche contemplazione e condivisione, cammino fatto insieme alla scoperta del senso delle cose. «Se l’uomo non costruisce, come fa a vivere?» si chiede giustamente il poeta cattolico statunitense naturalizzato inglese, premio Nobel, Thomas Stearns Eliot. L’ideale è anche costruire e comunicare. Il Bello, allora, è libertà che si dilata, diviene incontro, progetto, presenza, unità. La Bellezza allora diviene esperienza collettiva del fatto cristiano, fraternità e solidarietà avvertite dalla Chiesa come fatto umano e sociale.
Sto parlando della mia vita

Se parlo con durezza, con ostinazione e contrarietà, se parlo così di Ideologia non è certo per metafisica accademica. Parlo della mia vita. Ho vissuto per oltre 25 anni all’interno di una Ideologia, in una delle sue versioni più drammatiche, attivistiche, dottrinarie. Dal 1948 al 1968 ho fatto parte del Partito comunista italiano, del suo massimo pensatoio e dirigenza ossia della Nomenklatura comunista, nella sua confessione togliattiana. Sono stato membro del suo Comitato centrale, Sindaco di Portici, Deputato alla Camera per vent’anni. In quella ideologia ho militato con convinzione, allora con calore e ardore. Ho visto da vicino, ogni giorno, il volto e la maschera di una cultura e di una Ideologia autoritaria e costrittiva, che non può essere obliterata e che lascia un segno di memoria e di trauma. Ho vissuto il male dell’Ideologia sino in fondo. Ma proprio dal fondo dell’errore, ho ricevuto una spinta, un recupero, un desiderio del bene e della Verità, ho sentito, se così posso dire, il profumo della Bellezza.
Di questo passato, io non mi assolvo. Ne vedo gli errori, le responsabilità personali e collettive, ne porto il peso materiale e morale. Non mi assolvo, ma neppure mi fustigo sterilmente. Di tutti i diritti di cui disponiamo, io non posso avere il diritto di tacere. Scrivo libri, ragiono, discuto, mi confronto per capire e giudicare, per suggerire i temi di un dialogo liberatorio, necessario e durevole.
Un passato fallito. E che minaccia il presente

Perché l’ideologia, in particolare e soprattutto quella comunista, è contraria alla Verità? Lo è per l’egualitarismo che contraddice e sopprime la libertà personale. Lo è per il totalitarismo che concentra in pochi il destino di molti. Ne vincola l’intera vita sociale, stermina il dissenso e lo reprime come inammissibile e imperdonabile. Lo è in quanto derivazione perversa e contraddittoria dal settecentesco Secolo dei Lumi. L’ideologia comunista comincia con il finto amore per l’Uomo, ma esso, nell’intelletto e nella pratica, finisce con l’orrore della vita. Io ho vissuto nel Partito impraticabili, estranianti ideali, io ho vissuto l’ideologia dell’avversione all’uomo. Mi sforzo di indurre gli altri a fare i conti con un passato che è praticamente fallito, ma non è morto. Mi batto perché esso non venga rimosso senza essere stato affrontato criticamente e senza una contestazione civile, ma implacabile. Parlo perché altri non cadano nell’errore mio e di una intera generazione. La mia rottura con l’Ideologia è stata difficile, forse lenta, sicuramente sofferta. Lottare contro l’ideologia è lottare contro la solitudine, la violenza, l’inganno. Significa prepararsi a cogliere il vero Ideale della Bellezza: la presenza irresistibile di Dio.


Grazie al Centro Culturale della Svizzera Italiana

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12/05/2009

PADRE ALDO TRENTO A SALERNO!

 

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Sono felicissima di annunciare a tutti i miei amici che Padre Aldo Trento verrà a Salerno! Che grazia sarà poterlo incontrare di persona! "Cercate ogni giorno il volto dei Santi, per trovare ristoro e sostegno nei loro discorsi". Ecco l'invito:

Ti invitiamo all’incontro con

Padre Aldo Trento

mercoledì 20 maggio alle ore 19,00

al Teatro Augusteo di Salerno

Padre Aldo Trento è Missionario in Paraguay dal 1989 dove ha dato vita ad iniziative di carattere educativo, formativo, sanitario, sociale, assistenziale, imprenditoriale.
Tali opere, a favore degli abitanti di Asunciòn, sono di alto valore sociale a vantaggio della nazione intera come hanno riconosciuto anche le autorità istituzionali e di governo del Paraguay.
Padre Aldo ha un legame particolare con la nostra terra poiché è stato, a metà degli anni settanta, in missione tra i figli dei carcerati in un Istituto di Salerno e, nell’anno scolastico ‘74/75, insegnante di Religione presso il Liceo Scientifico “Enrico Medi” di Battipaglia.
Quell’esperienza, come ancora oggi ricorda in numerosi scritti e negli interventi pubblici e privati, è stata la svolta della sua vita.
Recentemente ci ha scritto: “Sarò con voi per quanto mi è accaduto con quei ragazzi del Liceo Scientifico di Battipaglia. A loro debbo tutto, perché mi hanno aiutato a ritrovare il «senso quasi smarrito di una vocazione»”
.
Grazie a questi studenti, viene introdotto in un rapporto filiale con don Luigi Giussani che lo «accolse come solo lui sapeva fare» conducendolo, poi, ad Asunciòn, dove sta vivendo la più grande avventura della sua vita.

Comunione e Liberazione

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30/08/2008

PADRE ALDO TRENTO

 


«Il mio unico progetto è fare quello che Dio mi mostra ogni giorno». In Paraguay la parrocchia di San Rafael guidata da padre Aldo Trento riprende la coscienza medievale e lo spirito delle Riduzioni dei Gesuiti. Si accompagna l’uomo dalla nascita al cimitero, mostrando come il cristianesimo crea una civiltà dell’amore. Padre Aldo (classe 1947, nativo della provincia di Belluno) è in Paraguay dal 1989 dopo una serie di esperienze anche traumatiche (il periodo della contestazione, una crisi affettiva e la depressione). La parrocchia di San Rafael ha circa 10mila abitanti e si trova nella capitale Asunción. Nel 2004 è nato il Centro di eccellenza dedicato a San Riccardo Pampuri che ha fin qui dato assistenza a 14mila malati («Piccole ostie bianche», come le chiama padre Aldo»). Un asilo, una scuola elementare, un’azienda agricola che prima era destinata al recupero dei carcerati e oggi è una succursale per i malati di aids non terminali. Due casette per i bambini orfani o malati di aids. La Casa Gioacchino e Anna per anziani, il Banco dei donatori del sangue, il Banco alimentare. Sono queste le altre attività sviluppate da padre Aldo che a partire dall’incontro con don Giussani ha ritrovato se stesso e ha accompagnato gli ammalati in particolare quelli terminali verso l’incontro con Cristo.

 

Padre Aldo, è difficile sintetizzare in poche righe la sua missione

 

Mi occupo anzitutto di malati terminali e depressi. Quello che è strano è che avevo terrore di finire in un manicomio. Ho alle spalle anni e anni di antidepressivi. La notte che porto con me è dolorosa, ma oggi la vivo con la gioia perché Dio per realizzare le sue opere ti vuole sulla sua croce con lui. Può fare anche diversamente, ma con me ha scelto questo metodo. Stare di fronte agli ammalati significa realmente immedesimarmi con loro fino al punto che quella sofferenza diventa mia, diventa preghiera e supplica.

 

Nei volti dei malati si può rivedere il volto di Cristo, eppure facciamo fatica ad accettare questa condizione

 

Basta pensare a me. Non avevo neanche per la testa di fare queste cose. Non avevo più voglia di vivere. I morti mi hanno sempre fatto paura così come i malati terminali. Ora tutti i giorni vedo la morte in faccia. Il nostro fine è che i malati terminali possano incontrare Cristo. La morte è come il momento del matrimonio nel quale si apre la porta della chiesa con il fidanzato che aspetta sull’altare la fidanzata. Una notte muore un malato di aids e un’infermiera mi ricorda che quando le donne andavano al sepolcro avevano con sé gli aromi e i profumi. Da allora anche da noi si fa così.

 

La bellezza di Cristo è capace di liberare il cuore dell’uomo?

 

Un ragazzo di 22 anni, piegato dall’aids, mi ha detto: «Padre, io non ho mai avuto nessuno come compagno nella vita, l’unico è stato l’aids. Oggi finalmente capisco cosa cercavo». Gli ammalati chiedono continuamente i sacramenti. Una mamma di 32 anni si è ritrovata con due bambine di 7 e 8 anni, affette da malattie congenite, morte in ospedale: è rimasta da sola con un bambino e ha scelto di adottarne altri 12 malati di aids. C’è anche chi, fra gli ammalati, ha scritto un canto per ricordare che la morte libera dalle catene del corpo e fa incontrare Cristo. Crispino, 34 figli sparsi ovunque, prima di morire ha organizzato una cena per festeggiare l’ultimo compleanno con tutti i malati. I racconti sarebbero molti.

 

Facciamo un passo indietro. Ripercorriamo le tappe della sua vocazione

 

All’età di 7 anni sento la prima chiamata, ma purtroppo ero troppo piccolo. A 11 anni durante una confessione il sacerdote mi chiese se mi sarebbe piaciuto diventare prete, dissi di sì un po’ anche per il timore della sua reazione. Poi mi accorsi che quel sì aveva cambiato la mia vita: desideravo essere totalmente di Cristo.

 

Quali sono state le difficoltà principali?

 

Durante gli anni della contestazione sono entrato in crisi. Ero irrequieto: la voglia di infinito e di totalità; il cristianesimo che avevo accolto non era in sintonia con il ‘68. A Padova da giovane prete incontro Potere Operaio e lì perdo la testa. Divento simpatizzante con tutto quello che ne seguì: i superiori mi mandarono - dopo il divieto da parte del vescovo di predicare in parrocchia - a Salerno a seguire i carcerati.

 

La prima svolta avvenne durante una manifestazione

 

Nel maggio del 1975 avevo aderito a uno sciopero contro l’imperialismo americano in Vietnam. Quattro ragazzi (di cui uno mi ha scritto questa settimana) del primo anno del liceo dove insegnavo mi videro con il giornale di «Lotta continua» e mi dissero: «Padre non è così che si cambia il mondo, lei dovrebbe insegnarcelo. Il mondo si cambia, il suo cuore cambia se incontra Cristo». Rimasi sconvolto. Incominciai a seguire l’esperienza di Cl. Da lì è iniziata la mia avventura fino al 1989 quando una crisi affettiva mi ha messo ko: da un lato capivo che questa persona era importante per la mia vita, dall’altra ero prete e la mia vocazione era fuori discussione.

 

Poi l’incontro e il rapporto con don Giussani

 

Consegnai la mia situazione a don Giussani, che mi disse: «Finalmente è accaduto il miracolo, adesso diventerai un uomo». Diventare un uomo ha voluto dire fare i conti con la mia umanità che non pensavo così drammatica e così dura. Il 7 settembre 1989 don Giussani mi ha accompagnato all’aeroporto per il Paraguay. Mi sono buttato in un disegno del quale Giussani era il tessitore e Dio la mano.

Grazie a Il Sussidiario

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24/08/2008

ROSE

 Anche l'uomo più potente della terra-detto in termini politici- ha avuto un intenso momento di commozione, durante l'annuale conferenza alla Casa Bianca sulle iniziative caritatevoli di ispirazione religiosa dello scorso 26 giugno, si è inchinato ed ha detto "Grazie".
Così anche George W. Bush, Presidente degli Stati Uniti d'America è stato conquistato dal cuore semplice e tenace delle donne del Meeting Point International di Kampala, guidate da quella "miniera" umana fatta di fede, di carità e di grande speranza, che si chiama Rose Busingye, infermiera ugandese. Bush mostra la sua immensa gratitudine perchè la loro semplicità d'animo fece si che dopo il disastro dell'uragano Katrina "fecero di tutto per raccogliere mille dollari per le vittime. E una donna orgogliosamente disse: "ora siamo noi a donare". La platea americana altrettanto conquistata fece partire un lunghissimo applauso alle parole del Presidente.
Martedì 26 agosto Rose,insieme a Vicky sempre del Meeting Point, terrà l'incontro al Meeting di Rimini sul tema "Si può vivere così".
Di seguito propongo un articolo apparso su www.ilSussidiario.net lo scorso mese di maggio sull'esperienza di Rose e le donne del Meeting Point di Kampala.
     
LA DIFFICILE MISSIONE DI ROSE TRA I POVERI DI KAMPALA
                         
Alfred Memo è un ragazzino ugandese che ha visto davanti a sé i propri genitori uccisi e i loro corpi tagliati come carne da macello. Che idea della vita può farsi un bambino come lui? Che cosa può aspettarsi dal futuro? «Le prime volte che gli abbiamo chiesto che cosa avrebbe voluto fare da grande, ci ha detto che voleva fare il soldato, per ammazzare, come era stato ammazzato suo padre». A raccontare la storia di Memo è Rose Busingye, direttrice del Meeting Point International di Kampala, un centro dove vengono accolti e curati oltre duemila orfani per guerra o malattia, e altrettanti adulti, per lo più donne, molte delle quali malate di Aids. 
 "Il nostro primo lavoro è far capire a ciascuno di questi ragazzi che la vita ha un valore, che c`è qualcuno che li ama, e, banalmente, che vivere è meglio che farsi ammazzare». Non vale infatti, di fronte a Memo, l`obiezione che andando a fare il soldato rischia di essere ucciso per primo; a questo risponde dicendo «e allora?». «Quello di Memo sembrava veramente un caso disperato, e io stessa ero convinta di averlo perso. Invece sono andata avanti, continuavo ad andare a trovarlo, a scuola, a casa, per fargli vedere che c`ero, che veramente mi stava a cuore. Non si può dire una volta sola che la vita ha un valore, se poi non si affronta la fatica e il lavoro di continuare a far vedere che questo è vero. E io insistevo, ripetevo a Memo che adesso aveva una nuova famiglia, in cui era voluto bene». Ora Memo non parla più di fare il soldato; poco tempo fa in un disegno ha espresso quello che vuole fare in futuro: ha disegnato una casa grande, per i bambini che hanno perso i genitori come lui. «Un giorno - racconta ancora Rose - ho organizzato una gita al Nilo per i bambini, e avevo portato delle pentole per cucinare. Quando siamo arrivati, i ragazzi si sono buttati tutti in acqua: continuavano a giocare e divertirsi, e non volevano mangiare. Alla fine ho chiesto loro: “e adesso cosa facciamo con tutto questo cibo?”. È stato Memo a rispondere: “non sprechiamolo. Adesso telefono a casa e ci organizziamo per portarlo ai bambini che non hanno da mangiare”. Questo è Memo, quello che diceva di volerne ammazzare almeno dieci, come era stato ammazzato suo padre».
Anche la vita di molte donne malate di Aids è cambiata al Meeting Point International. Tra di esse c`è Vicky, autrice di una lettera bellissima, che l`associazione Avsi, di cui il Meeting Point è partner per l`Uganda, ha scelto come testo per lanciare lo scorso anno la campagna “Tende di Natale”, una raccolta di fondi che l`Avsi organizza ogni anno per sostenere le proprie opere nel mondo. In questa lettera racconta la propria storia di malata di Aids, abbandonata dal marito, sola e con i figli che non potevano più andare a scuola: «Non avevamo amore da nessuna parte del mondo. Non sapevo più se Dio esisteva davvero» racconta Vicky. «Nel 2001 qualcuno mi ha indirizzato al Meeting Point, dove ho trovate donne che facevo fatica a credere potessero vivere in quel modo pur essendo malate di Aids, tale era la gioia che portavano sul viso». Ora Vicky sta meglio, è volontaria al Meeting Point, e i suoi figli hanno ripreso ad andare a scuola.

«Di storie come quella di Vicky cene sono molte altre», racconta ancora Rose. «Sono storie di donne rinate, e anche di donne coraggiose. Come ad esempio Jovine, una donna di quarantasei anni. Una volta c`era qui un gruppo di giornalisti, che dopo avere visto queste donne rimasero molto colpiti e commossi, e pensarono di fare un gesto per aiutarle: comprarono cinque scatole di preservativi. Jovine prese in mano quelle scatole e disse: “c`è a casa mio marito che sta morendo, cosa me ne faccio di queste? I miei figli non hanno da mangiare, a cosa mi servono queste scatole?”. Li affrontò con un coraggio che nemmeno io avrei avuto». E qui c`è il segreto del “metodo” di Rose: non c`è nessuna risposta preconfezionata al dramma di queste persone. L`unica strada è quella di voler bene, di educare al valore della vita, e di responsabilizzare. Senza questa educazione, non c`è nulla che valga. «Anche il discorso della prevenzione» spiega Rose «non ha senso, se non li aiuti a scoprire il valore della vita. Altrimenti i nostri ragazzi - che hanno storie simili a quella di Memo - quando parliamo loro di prevenzione ci dicono: “e perché? Come noi siamo stati infettati, così anche noi infettiamo gli altri”. Partono da una considerazione della vita che è assolutamente pari a zero, sia la loro che quella degli altri».

Il metodo di Rose è vincente, anche dal punto di vista medico. Se ne sono accorti anche negli ospedali di Kampala. «Un po` di tempo fa - racconta Rose - l`ospedale di Stato sperimentò gratuitamente alcuni farmaci contro l`Aids, e presero un po` di persone da vari centri. Da me presero solo cinque persone, tra cui anche Jovine. Ebbene, le mie cinque persone furono le uniche a guarire. Allora dall`ospedale mi chiesero altre persone, e anche queste miglioravano. Non capivano il perché, e pensavano che, essendo io amica degli italiani, mi arrivassero alcune cure speciali dall`Italia. Io ho provato a spiegare che il punto è dare un motivo per cui valga la pena lottare contro la malattia. Loro mi dicevano: “sì, è molto bello”, ma come se fosse qualcosa di marginale. Volevano numeri per fare uno schema da applicare: tanti medicinali, tanti preservativi etc. Ma da noi non c`è uno schema».

I malati al Meeting Point, dunque, trovano un motivo per cui valga la pena guarire. Perché questo accada vengono organizzati gruppi di dieci pazienti, che si ritrovano per affrontare insieme le cure. Se una volta ce n`è uno stanco, che non vorrebbe andare avanti col trattamento, gli altri lo sostengono e lo incoraggiano. Oppure c`è chi inizia la cura e ha effetti collaterali pesanti: altri lo aiutano, anche semplicemente dicendo «è successo anche a me, poi è passato». «E una catena di aiuto, in cui sono i malati stessi ad essere responsabilizzati - spiega Rose - non puoi dar loro solo le medicine, anche perché spesso non le prendono».
E la responsabilità che matura in queste persone può raggiungere punte veramente commoventi. Come per Memo, che vuol dar da mangiare agli altri bambini e costruire una casa per gli orfani.

O come accadde ai tempi dell`uragano Katrina. Allora Rose parlò di questo evento con i malati del Meeting Point, leggendo un testo e facendo con loro un minuto di silenzio. «Ma un malato, che pesava circa trenta chili, si alzò dal fondo e mi disse: "con me non avete fatto solo un minuto di silenzio, mi avete anche aiutato concretamente". Allora decisero di raccogliere un po` di soldi, e in quattro settimane misero da parte circa mille euro. C`era un giornalista scandalizzato che disse di non mandare negli Usa quei soldi, che servivano più a loro. Gli rispose una delle nostre donne, dicendo: “noi vogliamo amare come siamo stati amati, e il cuore è internazionale”. E da questa frase, tra l`altro, che è nata l`idea di chiamare il nostro centro Meeting Point International». Un punto d`incontro nel centro dell`Africa, dove si rinasce, e da dove si può addirittura decidere di mandare un po` di soldi negli Stati Uniti d`America.

Grazie all'amico POLITICUS

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20/08/2008

PROTAGONISTA DELLA SUA VITA

Ieri sera, nel nostro Santuario dedicato alla Madonna di Pietrasanta, abbiamo celebrato la Santa Messa in suffragio di Claudio Chieffo. Sua moglie Marta, i figli Celeste, e Martino con la sua famiglia, sono stati da noi per un periodo di vacanza. Claudio veniva ogni anno a trovarci, la sua amicizia è stata, ed è preziosa per ognuno di noi che ci siamo dissetati alla fonte del suo canto. Vi offro un lieto ricordo di Martino Chieffo, che non smette di stupirsi per il grande "segno" che è stato suo padre!

“Ti diranno che tuo padre, era un personaggio strano, un poeta fallito, un illuso di un cristiano”. Basterebbe questo verso profetico di Martino e l’Imperatore per raccontare chi era Claudio Chieffo. Un poeta cristiano. Un personaggio strano. Un poeta, e ascoltando le sue canzoni non si può non riconoscerne la poesia. Cristiano, i testi e le melodie semplici puntano dritte senza fronzoli al cuore della vita. E sono capaci di parlare ad ognuno. Ovvero dicono quello che ogni uomo ha in cuore ma solo il poeta è capace di esprimere. Un personaggio strano che un anno fa tornava alla Casa del Padre.
Ricordo con grande commozione il momento del suo ultimo respiro. Un momento che mi auguro di non dimenticarmi mai come il primo respiro dei miei figli. Ricordo l’abbraccio dei numerosi amici presenti (tanti rinunciarono ad accompagnarci in quell’ultimo tratto per non disturbare gli altri ammalati di notte), e l’abbraccio delle migliaia di persone che anche da lontano sono venute alla camera mortuaria o al funerale. Un abbraccio che fortunatamente si protrae nel tempo. Ricordo che alla fine del funerale, mentre la polizia ci scortava al cimitero ho improvvisamente realizzato che avevo appena detto a mio figlio di 3 anni che il nonno andava in cielo e di li a pochi minuti l’avremmo seppellito in terra. Ho pensato: “adesso come glielo spiego, è difficile per me, come farò a spiegarlo a lui?” E in un secondo ho trovato la risposta. Avremmo seppellito la scatola dove era il nonno come un tesoro. Così Gesù sarebbe venuto a cercarlo. In questo anno diverse volte mio figlio mi ha chiesto di andare a trovare il nonno. E veramente come un tesoro lo conserviamo nel cuore.
Ora però mi rendo conto che più che un tesoro nascosto, e così non fruttuoso, con la morte, mio padre si è “trasformato” in quel seme che il Signore ha messo “nella terra del mio giardino” (Il Seme), quel seme che muore e da molto frutto. Ed è presente. Mi colpisce come mia figlia che ha solo un anno e mezzo riconosca il nonno nelle fotografie. Mi colpisce come mio figlio, che ora ha 4 anni, in macchina chieda di ascoltare le canzoni del nonno, e se io e mia moglie ci distraiamo e cominciamo a parlare, lui ci zittisce dicendoci di ascoltare. Io ho sempre sentito descritto quello che mi capitava nella quotidianità (gioie e dolori, la fatica del lavoro, la gioia di un incontro) dalle parole delle canzoni di mio padre. Ma mai come in quest’anno ne ho avvertito la potenza profetica. (continua)
Da Il Sussidiario
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12/07/2008

LA VITA, DI GIOIA E DOLORE E' FATTA

 http://www.vivalavita.eu/W%20la%20VITA!_files/W_la_vita.png

A. Gentili e G. Mambelli

Siamo i genitori di Andrea (e di altri 3 ragazzi) e, colpiti da quanto deciso ultimamente sulla vita di Eluana, vorremo fornire attraverso Il Giornale un contributo in merito alla comprensione della realtà.
Andrea, il nostro primogenito, ha quasi 16 anni, è handicappato grave con disabilità al 100%, non parla, non vede, non si muove volontariamente... insomma, come recita un suo certificato medico «necessita e necessiterà di assistenza continua per tutti gli atti quotidiani della vita».
Da qualche anno, grazie all'inserimento in un progetto sperimentale, ha iniziato a «dialogare» faticosamente con il mondo esterno con la tecnica della comunicazione facilitata.
Il brano che le inviamo è parte della trascrizione di un dialogo tra Andrea ed uno dei suoi dottori. «Grigio periodo di dolore è il mio. Fermamente ho chiesto a Dio di aiutarmi e di benedirmi. Ho personalmente già più volte offerto le mie sofferenze per altri e questa volta una parte devolvo a te, dottore. (...) ho tanta voglia di fare esperienze belle interiori e di amicizia ma sono dentro una condizione tale di dolore e fisica che non mi permette di fare tutto ciò che vorrei. Questo sono io: dolore e gioia allo stesso tempo. Grato sono alla vita e voglio che si sappia. Grato sono a te per le cure ed a tutti coloro che si preoccupano per me, per il mio presente e per il mio futuro. Sono dell'idea che bisogna dare più spazio a ciò che aiuta interiormente e spiritualmente. Lotta, sì, ma con meta il cielo e la nostra grande anima da coltivare. (...) Ci tengo a dire che non disdegno le cure e ciò che porta un benessere fisico e questo va tutelato, ma bene interiore porta anche benessere fisico quindi è primariamente da considerare. Grazie, ti voglio dire che sono felice di oggi e ti dono il mio grazie di cuore».
Non vogliamo giudicare assolutamente il padre di Eluana. Capiamo bene il suo dolore e, come lui subiamo la stessa lacerazione interiore quando guardiamo, ahimè troppo spesso, un figlio che soffre steso in un letto e gli siamo vicini. Non accettiamo e ci fa rabbrividire il triste moralismo infantile ed inconsapevole di tanti che giudicano la vita degna solo se di «qualità». Anche noi, presi, impregnati, dalla «mentalità dominante», riusciamo solo per brevi istanti ad intuire che le parole di nostro figlio «questo sono io: gioia e dolore allo stesso tempo» sono vere non solo per lui ma anche per noi. Esse rappresentano la realtà della condizione umana. Realtà dura, spigolosa, inaccettabile non solo per chi ha una coscienza di sé inconsapevolmente nichilista e gaudente, ma pur sempre strada per la felicità e non per una inutile spensieratezza. Sempre riprendendo le parole di Andrea: «Lotta, sì, ma con meta il cielo e la nostra grande anima da coltivare».
La battaglia è qui. È possibile essere felici come Andrea dice di essere quando tutto intorno dice che non serve cercare la felicità ma solo il divertimento e l’assenza di problemi? Rimuovere il dolore dalla vita è eliminare la Croce, sola realtà capace di trasfigurarlo in gioia. Come sempre è la Croce il vero scandalo. E quale metodo più efficace per rimuovere la Croce che eliminare chi ad essa è più vicino?

Pagina  12 

da Il Giornale

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04/07/2008

PREGHIERA, IL FIATO DELLA VITA

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LUNGO SEI ANNI DI PRIGIONIA
  LA PREGHIERA IL FIATO CHE L’HA TENUTA IN VITA

 DAVIDE RONDONI

I
n sei anni di prigionia, strappata ai figli, e sen­za sapere se il giorno che viveva poteva esser l’ultimo, lei avrebbe potuto trovare mille motivi per bestemmiare Dio. Per rinnegarlo. Per pensa­re che la vita, come dice un personaggio di Shake­speare, sembra una commedia realizzata da un ubriaco. Invece no. Invece le prime parole in con­ferenza stampa sono state: chiedo di ringraziare Dio e la Vergine… Come se mentre i potenti e le polizie di tutto il mondo si affaccendavano per raggiungerla, Dio e la Vergine fossero stati sem­pre lì con lei. La corona del rosario, fatta con una corda, è stato il suo legame con la vita. Con il sen­so della vita. E dunque il legame che l’ha strap­pata alla disperazione e alla follia.
  Per questo, la signora che si è trovata al centro di un intrigo internazionale ha detto per prima quel­la cosa in conferenza stampa. Come se dicesse: buongiorno. Come se dicesse una cosa normale. Lei che ha vissuto sei anni del tutto anormali, ec­cezionali. Che deve aver avuto tutti i pensieri pos­sibili a un essere umano. E gli sbalzi tra conforto e sconforto. Ha detto di ringraziare Dio e la Ver­gine come se parlasse dell’aria che ha respirato. La preghiera detta tutti i giorni, all’alba da sola, o alla stessa ora in cui sapeva che la diceva sua ma­dre, è stata il fiato che l’ha tenuta in vita. Perché la preghiera di lei somiglia alla preghiera che da secoli dicono gli uomini e le donne semplici. La preghiera che è come un respiro. Che è il gesto di non lasciarsi andare. Di dire a Qualcun altro dammi la forza. È il gesto delle persone realiste. Cioè di quelle che nessuno ha davvero tutta in­tera la forza per reggere la vita, che si svolga per sei anni di rapimento nel bosco, o per sessant’anni di vita in città, che sia per sei anni di privazione e pericolo, o per trent’anni di fatica e di lavoro. Lei è stata realista, ha pregato. È realista, è normale. Ma è anche un fatto eccezionale, quasi come il fat­to che sia stata liberata. Sì, il fatto che pregasse tut­ti i giorni, che non disperasse, insomma che do­po sei anni abbia il nome di Dio e di Maria sulle labbra, è un fatto eccezionale quasi quanto il fat­to che l’abbiano liberata. Sarebbe stato eccezio­nale anche se non la liberavano. Sarebbe stato il segno che lei era già in fondo libera. Perché chi l’ha rapita non ha potuto esercitare la più dura for­ma di potere sull’altro uomo, quella di farlo di­sperare. Chi l’ha rapita non ha potuto imprigio­narla del tutto. Non ha potuto rubarle l’anima e il pensiero. Non ha potuto convincerla nemme­no che la sua vita fosse solo nelle mani di chi l’a­veva in ostaggio. Lei sapeva che era anche in al­tre mani. In questo aveva già sconfitto i suoi ra­pitori. Il rosario all’alba, e quello di mezzogiorno, detto in comunione con la madre, era già la scon­fitta dei suoi rapitori. Era il segno che lei era ed è di un Altro. Sconfitta della disperazione e scon­fitta
dei rapitori.Così quando in conferenza stampa ha innanzi­tutto usato quelle parole di ringraziamento a Dio e alla Vergine, Madame Betancourt ha mostrato ai potenti e ai rapitori in che mani è il mondo. E in che mani lei si era messa. Ha detto una cosa eccezionale, e però realista. Normale come dire: buongiorno. Ed eccezionale come dire: sono li­bera. La preghiera è il respiro degli uomini libe­ri. Non degli uomini e delle donne a cui va tutto diritto, o a cui manca qualche rotella. E’ il respi­ro normale di quella cosa eccezionale che si chia­ma libertà. Madame lo ha mostrato. I suoi lunghi sei anni non sono stati solo un pozzo oscuro, in cui è inimmaginabile come si potesse sentire. So­no stati anche il luogo dove non era mai sola. Al­la faccia dei suoi rapitori, e di chi crede – con tan­te forme di rapimento, di separazione, di na­scondimento – di possedere l’uomo, o di farci sen­tireda soli e disperati.Da una donna che hanno tenuta prigioniera ci arriva una piccola grande lezione di libertà. E un invito a cercare il respiro che lega alla vita e a Dio, più delle mille chiacchiere che ci lasciano più so­li e più schiavi.
 Da Avvenire

Questa è la Fede, questa è la nostra vittoria sul mondo!

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01/07/2008

VOGLIAMO ESSERE CATTOLICI!

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Il grande scrittore-profeta Chesterton lo aveva previsto; egli veglia sempre, perchè l'amore è "nei secoli dei secoli...!"

 Scisma nella chiesa anglicana: i conservatori non riconoscono più autorità arcivescovo Canterbury

LONDRA (30 giugno) - Scisma nella chiesa anglicana. L'ala tradizionalista, contraria alla consacrazione vescovile di donne e preti gay, decide di organizzarsi in struttura indipendente, con il proprio clero e i propri seminari. Va quindi a pezzi la chiesa fondata da Enrico VIII, il re dalle sei mogli che nel 1535 ruppe con la Roma dei Papi: l'ala tradizionalista della Comunione Anglicana non riconoscerà più come indiscutibile autorità suprema l'arcivescovo di Canterbury. Di fatto si va allo scisma, anche se i diretti interessati rifiutano questa definizione.

Il clamoroso strappo covava da tempo e si è consumato ufficialmente domenica a Gerusalemme, dove per un'intera settimana circa trecento vescovi conservatori - perlopiù in provenienza di Africa, Asia e Australia - hanno tuonato contro il «falso vangelo» predicato dai sacerdoti anglicani "liberali" e si sono ripromessi di essere fedeli ai "principi morali biblici" senza più contaminazioni moderne. D'ora in poi avranno come unico parametro il Book of Common Prayer, il libro delle preghiere uscito nel 1622.
A loro giudizio la gerarchia anglicana occidentale (in particolare quella americana) ha manipolato le scritture sacre in un erroneo lavoro di aggioramento e ha anche il torto di non essersi opposta con il dovuto vigore al «secolarismo miliante e al pluralismo» contribuendo così al generalizzato «declino spirituale».

Il "casus belli" all'origine della clamorosa rottura risale al 2003 quando gli anglicani tradizionalisti - molto vicini alla religione cattolica sotto il profilo teologico - reagirono con choc al fatto che negli Stati Uniti un prete apertamente gay - Gene Robinson - fosse stato consacrato vescovo del New Hampshire. Ma i contrasti risalgono almeno ai primi anni Novanta quando la Church of England ammise tra mille polemiche l'ordinazione sacerdotale delle donne.
I trecento vescovi riuniti a Gerusalemme - punto di riferimento per almeno trentacinque milioni di anglicani sparsi per il mondo su un totale di ottanta - hanno detto adesso basta alle derive modernistiche: daranno vita ad una vera e propria struttura ecclesiale alternativa. L'hanno chiamata «The Fellowship of Confessing Anglicans» (Foca). Rifiutano però la parola scisma, sottolineando che opereranno come «chiesa dentro la chiesa». Significativo il siluro contro l'arcivescovo di Canterbury, finora autorità suprema di quella che nel Regno Unito è tuttora la religione di Stato: per i tradizionalisti - che non gli perdonano di non essersi opposto alla consacrazione del vescovo gay in Usa - va riconosciuto «per il suo ruolo storico» ma nella «realtà post-coloniale» non può essere più considerato il leader indiscusso.
Una delle figure di maggior spicco nella Fellowship of Confessing Anglicans è l'arcivescovo di Sydney, il reverendo Peter Jensen, che ha definito «un atto di follia» e «un grossolano errore strategico» la consacrazione del vescovo gay in Usa. Durante il vertice di Gerusalemme un'altra figura di primo piano, l'arcivescovo della Nigeria Peter Akinola, ha sferrato un attacco diretto contro l'arcivescovo di Canterbury - Rowan William - e gli ha addossato la responsabilità per «lo stato di "agitazione e bancarotta" in cui è finita la Comunione Anglicana.

© Copyright Il Messaggero online, 30 giugno 2008

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28/06/2008

L'AMMIRAZIONE DI GESU' CRISTO

 

Il mio incontro con suor Pier Teresa Fusari il 23 giugno 2008

 incontro con suor Pier Teresa Fusari il 23 giugno 2008

"Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente». Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò». Ma il centurione riprese: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Fà questo, ed egli lo fa». All'udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Và, e sia fatto secondo la tua fede». In quell'istante il servo guarì. Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie."

Dal Vangelo secono Matteo

 

Leggendo questo brano del Vangelo ho pensato a Magdi Cristiano Allam e al coraggio della sua testimonianza, mentre tanti cristiani cresciuti e pasciuti nella Santa Chiesa Cattolica, fanno vomitare per la loro tiepidezza nell’annunciare la venuta del Figlio di Dio tra noi. Magdi sta girando l’Italia per presentare il suo libro “Grazie Gesù” e dovunque lascia stupiti per la sua fede e la gioia che sa comunicare col suo splendido sorriso pieno di certezza e di affetto per gli amici che incontra.

Grazie, Magdi Cristiano, di aver dato una sferzata di umanità a questo nostro tempo smemorato!

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23/06/2008

LUPI VESTITI DA AGNELLI

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Si sono tenute delle conferenze presso l’Istituto Suore Campostrini di Verona che riteniamo di segnalare per la loro gravità, sintomo di una moda perversa che riguarda tutta l’Italia cattolica.

Invitare l’Iman di Verona, certo sig. Pallavicini, a parlare dell’Islam presentando la conferenza sotto il titolo “Quale Dio ci salverà?” sembra proprio una vera sfida provocatoria. Già il titolo è tutto un programma, ma che venga proposto dalle nostre scuole cattoliche, offrendo loro il nostro pulpito è davvero il colmo! Ognuno di noi è libero di documentarsi sulle altre religioni, ma quando mai noi siamo stati invitati a parlare di Cristianesimo all’interno di una scuola coranica? Eppure dicono che molte scuole cattoliche in Italia si pregiano di fare questo tipo di “generose” offerte.

Come se non bastasse, anche l’altra conferenza presso lo stesso Istituto del sedicente cattolico, prof. Vincenzo Vitiello, docente al S.Raffaele di Milano, è stata motivo di serie perplessità, perché tutta protesa nell’invitare a “Ripensare il Cristianesimo” (titolo del suo nuovo libro) sotto una veste così critica e demolitrice da mettere in dubbio perfino Gesù Cristo quando ha affermato di essere la Verità, e lo stesso San Paolo considerato il traditore del messaggio di Cristo. Non è certo l’unico “docente cattolico” a sostenere queste tesi all’interno dei nostri Seminari e studi teologici! E così, di processo in processo, di analisi in analisi, gli “esperti cattolici” si sentono in dovere di mettere in discussione tutta la fede cattolica, (considerata puro fideismo per i creduloni) per trasformarla in una specie di panteismo naturalistico. A quale scopo ci si domanda? Forse per far rifiorire un nuovo cristianesimo dalle ceneri dei duemila anni che vogliamo distruggere? Quale male ci ha fatto per volerlo rinnegare in questo modo? E che ne sarà di Gesù Cristo dopo che gli stessi “sapientoni cattolici” lo vogliono morto a tutti i costi negandogli Risurrezione e Ascensione?

Il guaio è che queste devianze dottrinali, spesso madornali eresie, stanno imperversando ormai da decenni all’interno dei nostri Seminari e Studi Teologici, non solo di Verona ma a livello internazionale, e gli Istituti religiosi, come pure i laici, ne risentono enormemente, tant’è vero che le nostre suorine, ormai vecchiette senza vocazioni per questa loro confusione mentale e dottrinale, si sentono quasi onorate di prestare le loro sedi perché si instauri questa innovazione teologica. E’ la piovra della massoneria che attanaglia anche gli alti vertici della Chiesa, nel silenzio generale!

La prova del nove di quanto affermo l’ho avuta molte volte, ma in particolare domenica scorsa quando mi sono trovata a Milano per un matrimonio della figlia di un’amica. Il sacerdote, certo don Aldo, ha fatto una celebrazione (in un cortile all’aperto, solo per gli invitati) che di liturgico nulla aveva, con una celebrazione dove si è letto un brano di don Balducci al posto della Bibbia; dove alla fine dell’unica lettura del Vangelo si è omesso di dire “Parola di Dio” perché “non ne abbiamo alcuna certezza” (parole del prete); dove invece della preghiera dei fedeli venivano esternate pietose lamentele di critica verso la chiesa cattolica colpevole di difendere i ricchi e dimentica delle nuove povertà ecc. Le solite frasi fatte sulla bocca dei soliti benestanti ai quali meno di nulla importa dei poveri! Alla fine, sconcertata e anche addolorata nel vedere che Cristo veniva menzionato solo per essere oltraggiato, mi sono data da fare per chiarire le cose, in particolare col sacerdote, il quale mi ha confermato con orgoglio di essere un prete diocesano cattolico di Milano, e si è giustificato dicendo che ormai la gente è solo questo che vuole sentire perchè non gli va più di accettare “le magie dei sacramenti!?!”. Gli ho risposto che la gente omai è in balia, purtroppo, di quello che voi, preti traditori, state sfornando da troppi anni, anni di apostasia e di menzogne fatte passare per verità, e che il posto più orribile dell’inferno (che esiste anche per chi non ci crede, gli ho detto!), è riservato ai pastori come voi, che invece di salvare il gregge, lo conducono verso il baratro.

Ho constatato, infatti, che mentre nel passato certe eresie venivano buttate là sommessamente, quasi con timore da chi si professava miscredente, adesso invece vengono presentate spudoratamente e orgogliosamente proprio da coloro che si vantano di dichiararsi cattolici, “professori cattolici”, “scrittori cattolici” “preti-teologi cattolici”, “pittori e scultori cattolici”. In un mondo che, in ossequio a Satana, padre della menzogna e omicida, ha la sfrontatezza di dichiararsi cattolico mentre bestemmia e profana Cristo con celebrazioni, studi teologici, seminari, libri, quadri e altre opere scellerate dove viene raffigurato Cristo o come amante di Maddalena, o come sodomita tra gli Apostoli sodomiti, o come guru, o impostore o peggio, non possiamo più restare indifferenti, dobbiamo ribellarci per amore della Verità e sentire il santo orgoglio di difendere questo nostro Salvatore e Redentore, oggi peggio di allora, sputacchiato, deriso, schiaffeggiato, profanato e messo a morte dalla nostra indifferenza o dalla malvagità di molti che si dicono cristiani.

La cosa è assai più grave che ai tempi delle dispute tra “Arianesimo e Nestorianesimo” dove si dibatteva se Gesù Cristo fosse o solo Dio o solo Uomo, in quanto allora si aveva per lo meno un sacro rispetto di questa nobile Figura di Profeta, e nessuno si è mai sognato di denigrarlo come fanno adesso. Gli stessi Giudei nel condannarlo a morte lo accusavano di essersi proclamato Dio mentre lo ritenevano solo un uomo, ma adesso, nel nostro ultimo secolo c’è ben di peggio nei confronti di Cristo! Questa è un’azione diabolica gravemente sacrilega che non possiamo più subire passivamente e che prima o poi attirerà su tutta l’umanità i castighi di Dio.

Senza Cristo viviamo in un mondo corrotto, perverso, lussurioso, sodomita, senza amore, senza scrupoli e senza pietà gli uni verso gli altri. E’ questo che vogliamo? Non possiamo essere felici e realizzati senza Cristo, e nemmeno possiamo sentirci a posto con un Cristo che non è il vero Cristo del Vangelo e della Chiesa, ma quello che certa miseria umana vorrebbe proporci. C’è infatti una stretta correlazione tra la nostra fedeltà alla dottrina di Cristo e la nostra fedeltà nella vita quotidiana; se la prima barcolla, anche la seconda è destinata al naufragio.

Anche San Paolo metteva in guardia i cristiani dai falsari:“Mi raccomando, fratelli, di ben guardarvi da coloro che provocano divisioni e ostacoli contro la dottrina che avete appreso: tenetevi lontani da loro. Costoro infatti non servono Cristo nostro Signore, ma il proprio ventre, e con un parlare solenne e lusinghiero ingannano il cuore dei semplici” (Rom. 16,17).

C’è da domandarsi: “Perché, Signore, i tuoi figli sono così ingrati? Perché non vedono tutta la bellezza e la gioia che ci doni sin da questa terra, con i frutti da godere, il mare e i monti maestosi dai quali alzare lo sguardo a Te, che sei nostro Padre? Perché si accaniscono contro la vita frutto dell’amore, contro la famiglia che ci sostiene, e la persona nelle sue infermità? Perché negano la bellezza della Legge Naturale uscita dalle tue mani amorose a garanzia della nostra felicità, per crearsi una legge-capestro fondata sulle perversioni più aberranti? Perché mai, Gesù, non credono più ai tuoi Sacramenti di Salvezza, quei Sacramenti che ci fanno partecipi della tua vita divina sin da questa terra per aprirci poi le porte del Paradiso, e che ci permettono di vivere con fedeltà le varie tappe della nostra esistenza umana, anche quando è colpita dalla sofferenza?

Fino a quando, Signore, permetterai in silenzio questo scempio della Tua Divina Maestà che è anche scempio della nostra umanità? Quando darai libero corso alla Tua Divina Giustizia finora pazientemente trattenuta dalla tua Divina Misericordia? Come è possibile che questo tuo popolo, dopo aver goduto per duemila anni dei tuoi benefici divini, adesso ti tratti peggio di Erode? Da chi andremo, o Signore, per trovare Parole più penetranti, più forti, più consolanti e incoraggianti delle tue “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime..” (Mt.11,28). Da chi andremo Signore, lontano da te, dal tuo Amore, dalla tua Grazia?

E’ arrivato il tempo di estromettere i nuovi traditori di casa nostra, lupi vestiti da agnello! E’ ora che costoro se ne vadano dalle nostre cattedre, dalle nostre Chiese, dalle nostre scuole, dai nostri pulpiti e che vadano a zappare la terra chiedendo umilmente perdono a Dio, perché terribile sarà il giudizio di Dio nei loro confronti, perchè “A chi molto è stato dato, molto verrà richiesto”.

Tanto era mio dovere presentare a nome di molti italiani.

In fede

Patrizia Stella

Dal blog La Voce di Don Camillo

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22/06/2008

GRAZIE, DON CAMILLO!

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Ruini: peggio delle “pallottole di carta” è quando i vescovi lasciano il papa da solo

L’omelia del cardinale Camillo Ruini nella messa per il venticinquesimo del suo episcopato – la sera del 21 giugno nella basilica di San Giovanni in Laterano – è stato anche il suo addio alla carica di vicario del papa per la diocesi di Roma.

Per le letture della messa Ruini si è affidato a quelle presenti nel messale del giorno. E si è trovato quindi a commentare il passo del Vangelo in cui Gesù dice ai suoi discepoli:

“Non temete gli uomini, […] non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto Colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna. […] Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti”.

Da qui il cardinale ha così proseguito:

“Un commento esistenziale a questo testo, da parte di un vescovo, lo ha offerto Giovanni Paolo II nel suo libro ‘Alzatevi, Andiamo!’, nel capitolo intitolato ‘Dio e il coraggio’. Egli cita le parole pronunciate in tempi difficili dal cardinale primate di Polonia Stefan Wyszyński: ‘Per un vescovo la mancanza di fortezza è l’inizio della sconfitta. Può continuare a essere apostolo? Per un apostolo, infatti, è essenziale la testimonianza resa alla Verità! E questo esige sempre la fortezza’. E ancora: ‘La più grande mancanza dell’apostolo è la paura. A destare la paura è la mancanza di fiducia nella potenza del Maestro; è questa che opprime il cuore e stringe la gola’.

“Personalmente non ho certo vissuto esperienze drammatiche come quelle dei cardinali Stefan Wyszyński e Karol Wojtyła; tanto meno come quella del profeta Geremia che abbiamo ascoltato nella prima lettura: ‘Sentivo le insinuazioni di molti: Terrore all’intorno! Denunciatelo e lo denunceremo’. Ogni vescovo tuttavia, nel suo tempo e nelle sue situazioni di vita e di ministero, ha bisogno di almeno un poco di fortezza e anch’io ne ho avuto bisogno, a Reggio Emilia e poi qui a Roma. Mi permetto di soffermarmi su questo aspetto, del quale di solito si parla poco. Quando poi se ne parla si pensa subito alla fortezza o al coraggio rivolto per così dire ‘verso l’esterno’, soprattutto verso la pressione esercitata dalla ‘opinione pubblica’, così come questa è interpretata, e non di rado ‘costruita’, dai mezzi di comunicazione. È indispensabile, per un vescovo, sottrarsi alla sudditanza nei confronti di questo genere di pressione e a tal fine è importante ricordare che la verità che ci è stata donata e affidata, quella verità che in ultima analisi è Cristo stesso, conta e ‘pesa’ molto di più di qualsiasi opinione. In realtà, per me questo è stato, tutto sommato, un problema abbastanza lieve: come ho detto scherzosamente parlando ad alcuni confratelli vescovi quando pensavo che non ci fossero altri ascoltatori, ‘le pallottole di carta non fanno molta paura’. Difficile mi è stato, piuttosto, riuscire a congiungere, anche nel modo di esprimermi e di comunicare, la fermezza con l’amore.

“L’esercizio della fortezza, da parte di un vescovo, è comunque più spesso necessario, e anche più impegnativo, nel governo quotidiano della diocesi, dove non si ha a che fare solo con le opinioni, ma con le persone. Qui le certezze sono più difficili, mentre più forte è il bisogno di rendere tangibile che quello che facciamo e decidiamo lo facciamo e decidiamo per amore, ricercando cioè il bene sia della comunità sia delle persone interessate. È questo, forse, il maggior peso quotidiano di un vescovo, non dico la sua croce più grande – questa infatti sono i suoi personali peccati – ma la più immediata.

“Un ultimo pensiero riguardo al coraggio del vescovo ritorna alla fortezza nell’annuncio e nella testimonianza pubblica della fede. Sono stato assai aiutato e stimolato sotto questo profilo dal mio compito di vicario del Santo Padre, in concreto dall’esempio che ho ricevuto da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI: in molte occasioni ho percepito quasi fisicamente che sarebbe stato ingiusto lasciarli soli. Già prima, quando non ero ancora vescovo, ho avuto la stessa sensazione nei confronti di Paolo VI. Essere a fianco del papa nell’annuncio e testimonianza della fede, specialmente quando questi sono scomodi e richiedono coraggio, è in realtà il compito di ogni vescovo, un aspetto essenziale della collegialità episcopale. Mi permetto di dire che se tutto il corpo episcopale fosse stato forte ed esplicito sotto questo profilo, varie difficoltà, nella Chiesa, sarebbero state meno gravi e che anche per il futuro questa può essere una via efficace per ridimensionarle e superarle”.

Nella seconda parte della sua omelia, Ruini ha svolto anche un altro tema a lui caro: quello del guardare e giudicare il mondo “con l’occhio della fede”.

Il testo integrale dell’omelia è in questa pagina di www.chiesa: “Il coraggio del vescovo nella fortezza nell’annuncio“.

Di Sandro Magister-Settimo Cielo

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15/06/2008

LA CASUALITA'? E' IL TRAVESTIMENTO DI DIO

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Omelia del cardinale
Giacomo Biffi
, arcivescovo emerito di Bologna
Tratto da Avvenire del 14 giugno 2008

Pubblichiamo il testo integrale dell'omelia pronunciata dal cardinale Giacomo Biffi durante la Messa celebrata ieri sera nella Basilica della Beata Vergine di San Luca.

È la prima volta che mi càpita di prendere la parola in una circostanza come questa, e trovo qualche difficoltà. Forse la cosa più semplice è che tenti di esprimere con semplicità i sentimenti che oggi sono più vivi nel mio animo. Penso di poter contare sulla comprensione dei miei ascoltatori e sull'atteggiamento misericordioso di quanti hanno voluto amichevolmente essermi accanto per questa celebrazione, tanto più che siamo nella casa della Madonna di San Luca, dove la nostra madre carissima ci mette tutti a nostro agio come sempre. I l primo sentimento che avverto è la sorpresa. Mi pare sia stato Trotzkj a dire che niente arriva più inaspettato della vecchiaia. È proprio vero: anche da giovani si sa che al mondo ci sono i vecchi; ma a quell'età si guarda ai vecchi come a una popolazione lontana e inconfrontabile, press'a poco come quando si pensa agli eschimesi o ai watussi. Nessuno si rende davvero conto che si diventerà come loro e si entrerà nel loro numero. Naturalmente a poco a poco ci si persuade; e allora subentra un secondo stato d'animo, tutto signoreggiato dai ricordi. Non avendo più davanti a noi un avvenire prevedibile da colmare mentalmente con le nostre attese e i nostri progetti, si è sospinti a guardare indietro, a ripercorrere il tempo andato, e si comincia ad abbandonarsi alle rievocazioni.

Passano e ripassano davanti alla nostra memoria tutti gli anni che si sono succeduti. E qui si fa un'altra scoperta: la catena degli avvenimenti, dai quali siamo stati condizionati e plasmati, appare ai nostri occhi determinata quasi interamente dalla casualità. Troppe combinazioni, troppe esperienze fatte, troppi incontri che hanno colmato la mia vicenda mi si rivelano oggi in tutta la loro occasionalità. Se fossi nato altrove, o anche solo in un altro angolo della mia città; se mi fossi imbattuto in frequentazioni differenti; se avessi avuto altri insegnamenti e altri esempi di vita; se fossi stato coinvolto in altri accadimenti, è indubbio che non avrei pensato, giudicato, agito come poi mi è avvenuto di agire, di giudicare, di pensare; e adesso sarei diverso da quello che sono. È un pensiero che per un momento m'inquieta. Ma solo per un momento, perché è sùbito vinto e superato dalla verità di un Dio che -se esiste, come esiste -non può che essere il Signore dell'universo, della storia e dei cuori, cui niente sfugge di mano: tutto obbedisce al suo disegno di salvezza e di amore. Alla luce di questa persuasione ogni pagina di qualsivoglia biografia riceve un'altra lettura, anche della mia (come è ovvio). Tutto ciò che sulle prime mi era sembrato contingente e fortuito mi si manifesta perciò come frutto di un progetto mirato: un progetto eccedente ogni mia immaginazione e del tutto gratuito, liberamente formulato da colui che è l'Eterno. I l caso, come si vede, non esiste. Ma allora -mi domando -come mai il Signore consente che gli occhi dell'uomo, quando non sono superiormente illuminati, lo vedano così dominante e quasi onnipresente nella creazione di Dio?

C'è, credo, una risposta plausibile: la casualità è soltanto il travestimento assunto da un Dio che vuol passeggiare in incognito per le strade del mondo; un Dio che si studia di non abbagliarci con la sua onnipotenza e col suo splendore. Quando si arriva qui, ogni pensiero e ogni esame lasciano il posto alla contemplazione stupita dell'incredibile e arcana benevolenza del «Padre della luce», dal quale «discende ogni buon regalo e ogni dono perfetto » (cfr. Gc 1,17). Ogni sentimento è allora naturalmente trasceso e più radicalmente inverato in quello onnicomprensivo ed esauriente della riconoscenza. Questa di stasera è per me davvero una «eucaristia », nel significato più intenso del termine, che tocca e fa vibrare il mio essere in tutte le sue fibre. Oggi, «grazie» diventa per me la parola che riassume tutte le altre; la parola cui (se è compresa bene) non c'è più niente da aggiungere. E sono lieto di poterla pronunciare ed elevare al cielo in questo santuario, così caro al nostro popolo bolognese che qui da secoli viene ad aprire il suo cuore, a chiedere, a implorare e alla fine a ringraziare, appunto.

Certo il mio canto di gratitudine e di lode è difettoso e inadeguato. Ma siete venuti in molti ad aiutare il mio povero «grazie». Il Signore vi benedica: voi, miei fratelli nell'episcopato che anche in quest'ora non mi avete lasciato solo, voi presbiteri che per tanti anni avete generosamente collaborato con me, voi carissimi diaconi, voi tutti che oggi m'incoraggiate con la vostra presenza e il vostro affetto. Il Signore vi benedica tutti e vi ricompensi come sa fare lui. P ossiamo raccogliere un ultimo conforto dai versetti del quarto vangelo che abbiamo ascoltato. Gesù morente sulla croce dice prima: «Ecco il tuo figlio», e poi: «Ecco la tua madre» (cfr. Gv 19,26- 27). E la cosa mi ha sempre colpito. Prima di preoccuparsi di affidare Maria (che resta sola) a Giovanni, si preoccupa di affidare Giovanni (che non resta solo) a Maria. Il suo primo pensiero non è per la madre sua, è per l'apostolo; e non tanto per la persona di Giovanni, che ha già una madre; una madre che è anzi lì anche lei tra le donne che sono sotto la croce (cfr. Mt 27,56), quanto per l'umanità che egli rappresenta e più specificamente per tutti coloro che, come lui, saranno nei secoli rivestiti del carisma apostolico. Il Figlio di Dio, Redentore e Signore di tutti, ce lo ha garantito: il sacerdozio ministeriale è posto sotto la singolare protezione materna della Regina del cielo e della terra. Per questo a noi non possono mancare mai, fino all'ultimo giorno, la serenità e la speranza. A questo proposito devo dire che, arrivato a questa età, ho imparato a dire meglio, con più senso, l'ultima parte dell'Ave Maria (superando la mia anteriore superficialità e spensieratezza): «Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen».
Grazie a Il Mascellaro ( www.mascellaro.it/web/index.php )

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12/06/2008

L'ALBERO VERDE DELLA VITA

Poter riconoscere le cose belle della vita è per tutti. Non c'è bisogno di particolari occhiali o vantare una particolare 'appartenenza'!
Diceva Antoine De Saint Exupéry nel suo racconto - Il Piccolo Principe - "Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
Il problema è che il nostro cuore è indurito....

Vi riporto il racconto che mi ha mandato un amico che stimo per il suo impegno professionale e la sua umanità: Andrea Di Francesco medico-chirurgo, specialista in chirurgia Maxillo-Facciale, Direttore dell’Unità Operativa Semplice di Chirurgia Maxillo-Facciale Pediatrica dell’Azienda Ospedaliera Sant’Anna di Como e docente presso l’Università degli Studi dell’Insubria di Varese. E’ fondatore e attuale presidente dell’Associazione Internazionale “Progetto Sorriso nel Mondo – Onlus” .

TI CHIAMERÒ NUVOLA…una storia vera, una storia di dolore ma allo stesso tempo una storia di speranza, una storia di tolleranza, una storia di amore…dal Bangladesh.

Sei nata questa notte. Ma per sfortuna sei nata in Bangladesh e ... sei nata femmina. Poche ore, forse pochi minuti…… e qualcuno ha deciso che non dovevi vivere. Stamattina i ragazzini della Tokai House (i ragazzini di strada), mentre andavano a scuola ti hanno trovata, vicino a un ruscello, semi sepolta. Hanno trovato Nuvola, una come loro, e non sono andati a scuola. Hanno chiamato Padre Riccardo che ha disseppellito Nuvola, l’ha pulita e poi sono arrivati alcuni ragazzi del posto. Riccardo ha detto loro che Nuvola doveva avere una giusta sepoltura. Loro hanno detto che se ne sarebbero occupati per pochi soldi. Riccardo ha detto loro che quello era un compito di misericordia, non un lavoro da fare a pagamento. Un’anziana donna si è fatta avanti e ha detto che si sarebbe occupata lei di Nuvola e ha iniziato a ripulire la piccola e a lavarla. Alcuni ragazzini sono stati mandati da Riccardo in Moschea, per chiedere indicazioni sulle regole della sepoltura. Altri ragazzini hanno trovato una bella scatola colorata per trasportare Nuvola. Così Nuvola è stata vestita con i panni tradizionali, le sono stati pettinati i ciuffetti in testa…e chiusi gli occhi.Ora Nuvola riposa nel cimitero.
Quella sera, dopo la preghiera in Moschea, l’Imam, ha ricordato Nuvola, ha ricordato una piccola bambina lasciata morire. Poi ha ricordato Padre Riccardo; il suo gesto di rispetto, il suo amore per una piccola musulmana. Ha parlato di quegli infedeli che si occupano indistintamente di tutti. Ha detto: “stasera, in Paradiso, ci sarà un posto per Nuvola. Nuvola arriverà in Paradiso, e un posto in Paradiso ci sarà anche per tutte le persone che si occupano dei “bambini…dei bambini di tutti””…

Nuvola non doveva morire…questo il commento di un bambino al racconto della storia di Nuvola....

Nel mese di Ottobre 2007 sono stato in Bangladesh e oltre all’attività del Santa Maria Sick Assitance Hospital ho avuto occasione di visitare l’asilo di Savar, un asilo alle porte di Dhaka, che Padre Riccardo sta organizzando con l’aiuto di alcuni giovani. Un rifugio per i bambini di strada, un posto sicuro dove mandare i piccoli mentre le mamme lavorano, un luogo dove poter mangiare e con serenità sperare in una vita possibile.
In questo asilo ho incontrato un giovane dal viso sorridente e vagamente noto…qualche secondo per ricordare quegli occhi, gli occhi di un bimbo della Thokai house, la casa dei bambini di strada di Khulna…Noyon oggi dirige l’asilo di Savar. E’ diventato un uomo, ha una moglie e una piccola famiglia ma soprattutto ha un desiderio…il desiderio di rendere l’asilo di Savar quella piccola oasi di speranza che è stata per lui la Thokai house…
La sera con Padre Riccardo gli abbiamo chiesto “perché fai questo?”…Noyon ci ha detto “vi ricordate Nuvola, vi ricordate quel mattino quando Tu Padre ti sei occupato di Nuvola…quel mattino ho capito che anch’io nella mia vita avrei dovuto fare qualcosa per i bambini di tutti”…
Nuvola non è morta, Nuvola vive con noi… perché Nuvola è la nostra" 

                                      

Postato da: HombresNuevos

Grazie al blog Vorrei Volare  ( vorreivolare.splinder.com/ )

 

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05/06/2008

LA BELLEZZA DI MARIA E L'IMMONDIZIA DEL MONDO

L'immagine “http://www.marcelproust.it/imagp/botticelli_magnificat.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.

Oggi due notizie:
1. Le parole della Madonna nell’apparizione del 2 giugno a Mirjana
2. Cosa c’entra la monnezza di Napoli con secoli di arte, con Van Gogh e Picasso, con Heidegger e san Paolo e anche con Gesù ?

1. Ecco il messaggio a Mirjana del 2 giugno 2008:

“Cari figli,
io sono con voi per la grazia di Dio: per farvi diventare grandi, grandi nella fede e nell’amore, tutti voi. Voi il cui cuore, il peccato e la colpa ha fatto diventare duro come la pietra. Invece voi anime devote, voglio illuminare con una nuova luce. Pregate che la mia preghiera possa trovare i cuori aperti per poterli illuminare con la forza della fede e aprire nuove vie di amore e di speranza. Siate perseveranti. Io sarò con voi”.

Mentre diceva il messaggio, la Madonna ci ha guardato con dolore sul volto e con le lacrime negli occhi le persone presenti.

Una cosa mi ha sempre colpito: a Lourdes la Madonna è apparsa in una grotta che era usata come porcilaia e anche alle Tre Fontane è apparsa in un luogo simile. Una metafora del mondo dove la nostra Regina viene a illuminarci…

2. IL MONNEZZAIO DEL MONDO…

Lettera aperta al ministro Bondi: un’idea sulla monnezza di Napoli. Cosa c’entra con secoli di arte, con Van Gogh e Picasso, con Heidegger e san Paolo e anche con Gesù ?

Caro Ministro Bondi,
“Estetica del rottame” non è un trattato satirico su certi pasdaran delle vecchie ideologie che tuttora calcano la vita pubblica col fanatismo antico, o sulle tante marionette che riempiono la scena televisiva. E’ un saggio serissimo di Ave Appiano (edizioni Meltemi) sull’utilizzo e la rappresentazione di detriti, rifiuti e ruderi nell’arte. Visto quanto il dramma della monnezza napoletana ci ha sputtanato nel mondo, perché non rovesciare il male in bene, con un briciolo di autoironia e con l’orgoglio che dovremmo avere in quanto prima potenza artistico-culturale del mondo ?

L’idea è semplice: trasformare tutto in arte. In un grande evento. Non sto riprendendo la provocazione di Beppe Grillo che aveva suggerito – a proposito del dramma napoletano – di “trasformare in opera d’arte quella montagna di merda”, portando poi le scolaresche a visitarla, con percorsi guidati eccetera. No. L’idea di Grillo – che in parte potrebbe essere recuperata (riciclata) – era un’idea polemica. Che schiaccia tutto sulla piatta cronaca. Senza considerare che a Roma esiste già un luogo simile. E’ il “Monte dei Cocci” del Testaccio: 35 metri di detriti di anfore olearie (se ne calcolano circa 25 milioni) accumulatesi nei secoli antichi perché lì, al porto di Ripa grande, arrivavano le navi da tutto il Mediterraneo. La discarica – usata dall’epoca di Augusto fino al III secolo – diventò una montagnola che successivamente venne utilizzata come luogo per scampagnate, per le famose Ottobrate (le feste romane della vendemmia e delle osterie) e nel XV secolo come punto di arrivo della Via Crucis che trasformava il Monte dei cocci nel Golgota.

Ma torniamo a oggi. Faccio un passo indietro per spiegare la mia idea. La monnezza non è solo un colossale problema napoletano da risolvere, prima che, in estate, arrivi il colera. E’, da almeno cinque secoli, anche un eccezionale luogo artistico: “Se nelle avanguardie artistiche del primo Novecento il rifiuto assume un ruolo protagonista”, dice la Appiano, è importante considerare il “dettaglio figurativo della rovina, del rifiuto, del rottame, tra Rinascimento, Manierismo, Vedutismo, Romanticismo quando esso riveste precisamente una funzione simbolica”.

E cosa simboleggia? “Nell’arte del passato rifiuti, rottami, rovine, ruderi, relitti, macerie, resti ,scarti, ciarpami, avanzi sono stati assunti – per quanto in climi culturali e con obiettivi assai diversificati – come testimonianza delle tracce del tempo e dello spazio”. La Appiano dà una bella chiave di interpretazione di questo fascino del ciarpame: il “recupero e riutilizzo dei frammenti” e la “rivalutazione dei relitti e degli scarti provocati dalla storia” sono fenomeni che manifestano il “bisogno umano da un lato di andare contro il Tempo, e quindi di impadronirsene, di testimoniarlo per consegnarlo al futuro o di esserne inesorabilmente triturati, dall’altro di ripensare lo spazio, di reinventarsi un non-luogo virtuale asetticamente ripulito di macerie e di scarti, sempre nuovo, brillante e perfetto, come un pubblicitario arredo domestico”.

C’è anche un riuso vitalissimo del rottame antico: quello realizzato nel Medioevo che seppe inserire ruderi e resti classici dentro le basiliche romaniche. La nostra, come moderni, di fronte agli anni che passano è la stessa malinconia pagana di Rutilio Namaziano, che piange sul tempo che tutto divora e distrugge. Mentre la nascente vitalità cristiana riciclava tutto un una nuova civiltà e in una nuova arte. In una geniale letizia creativa.

Dunque c’è un luogo dove da secoli la monnezza è riciclata e vale oro: è il mondo dell’arte. Perché allora non reagire alla figuraccia della spazzatura, preparando e programmando una grande mostra, proprio a Napoli, che esponga questo tema antico, questa lotta della creatività contro l’usura del Tempo, contro la transitorietà dell’esistenza, simboleggiata proprio dalla monnezza e dalla rovina, dal rifiuto e dal detrito?

Si potrebbero esporre autori e opere straordinarie. Dall’ “Adorazione dei Magi” del Botticelli, col suo panorama di rovine al “Paio di scarpe di Van Gogh”, dalle opere di Arcimboldo a quelle di Duchamp, alla Natura morta di Picasso, per non dire della “Merda d’artista” di Pietro Manzoni. Ma perfino i Bronzi di Riace sono stati per secoli un “rifiuto”, un relitto. Passando per tanti luoghi letterari, come gli “Ossi di seppia” montaliani. Il titolo della mostra, di sapore dantesco, potrebbe essere: “Il Gran Rifiuto”. Del resto il rifiuto, la monnezza è veramente un luogo filosofico per eccellenza. Basterebbe considerare le pagine che Karl Jaspers ha dedicato agli oggetti umili rappresentati da Van Gogh come vera e propria pittura sacra. Per Heidegger la stessa condizione umana è quella dei “rifiuti” o peggio. La parola “deiezione” (termine tecnico con cui si indicano gli escrementi) in tedesco è “Geworfenbeit” ed è proprio questa la categoria con cui Heidegger, in “Essere e tempo”, definisce lo spaesamento dell'uomo, il suo stato di abbandono nel mondo. Anche Ortega y Gasset coglie questa condizione: “Vivere non è entrare a nostro piacimento in un luogo previamente scelto, come si sceglie il teatro dopo cena, è invece trovarsi improvvisamente, e senza sapere come, gettati, immersi, proiettati in un mondo (...) questo mondo attuale. La nostra vita incomincia con la perpetua sorpresa di esistere senza nostro previo consenso, naufraghi in un universo non prescelto”. Fra parentesi: il fatto che la nostra società consideri e qualifichi come “rifiuti ospedalieri” i resti di aborti, a migliaia, che vengono buttati, ha indotto recentemente Giuliano Ferrara a interrogarsi polemicamente sul senso che diamo alla parola “rifiuto” nella nostra comunità. In ogni caso la categoria del “rifiuto”, della spazzatura, definisce ciò a cui diamo valore. E diventa addirittura un luogo teologico in san Paolo: “tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo” (Fil. 3,8).

Gesù stesso mise gli uomini davanti a una scelta vertiginosa: o la Felicità per sempre o l’inferno che lui chiamò, metaforicamente, la “geena”, un luogo noto, a quel tempo, proprio perché era la discarica di Gerusalemme. L’Inferno come l’immondezzaio eterno fa pensare. Mentre il Paradiso è il luogo dell’amore dove tutto dura e il Tempo non divora più la felicità e la vita. Caro ministro, rifletterci sarebbe un grande evento culturale.

Antonio Socci

Da Libero, 3 giugno 2008

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04/06/2008

IL METODO DI MAGDI CRISTIANO

Fabio1 peguyM.Allam

Dopo la lettura di "Grazie Gesù"... il metodo di Magdi Cristiano Allam

autore: 
Fabio Cavallari (Operaio e Giornalista)

Carissimi “Amici di Magdi Cristiano Allam”,
Dopo qualche settimana di silenzio, tento oggi spregiudicatamente di fissare un punto all’interno della dialettica che permette di ritrovarci qui, tutti assieme, in questo luogo di discussione. Serve una premessa per focalizzare con efficacia il senso di quanto voglio esprimere. Ho parlato di “silenzio” come assenza di interventi, di profusione di parole. Il silenzio però non è assenza, anzi è esso stesso determinazione di una presenza. Il silenzio e lo sa bene la mia amica Suor Maria Gloria Riva, è tutt’altro che distacco o separazione. Per dar forza alle parole, ed affinché le parole acquistino pregnanza e significato è necessario ponderare. Uno dei guasti più invalidanti prodotti dalla modernità riguarda proprio lo svilimento, l’assuefazione e il deprezzamento del valore intrinseco della parola. A volte, serve una sorta di sospensione per poi riprendere voce. Per chi scrive, questo è antropologicamente necessario, intimamente vitale. Lasciar sedimentare le idee, rigettando istinto e foga dialettica, permette poi il dispiegarsi della parola. Perché questo ragionamento? Cosa c'entra con “Amici di Magdi Cristiano Allam”? E’ centrale, fondante. Come tutti voi ho letto “Grazie Gesù”, ho poi avuto l’opportunità di intervistare Magdi Cristiano (per Tempi e RadioMissioneFrancescana) e di seguire alcune sue presentazioni. Bene, oggi credo di poter fissare perlomeno un punto, per carità molteplici possono essere gli elementi di riflessione, ma quello a cui io mi riferisco è di metodo. Ogni volta che ascolto Magdi, che leggo i suoi scritti, percepisco l’afflato di un pensiero affettivo, la corrispondenza di un amico. Nel suo ragionare è preminente un metodo dialettico. Ogni parola, se analizzata etimologicamente, non tradisce mai il senso di fondo. Ogni parola pronunciata, scandita o scritta costituisce fondamenta, radici e basi. Punto centrale di questo pensiero il “Logos” attraverso il quale l’uomo e la verità entrano in relazione costituendo una totalità. Logos anche come tramite con cui Dio ha creato il mondo attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo. Per oggettiva incompetenza teologica mi voglio soffermare sul primo aspetto e lì fissare quel punto che ho individuato come centrale. Magdi Cristiano Allam senza alcuna reticenza, ritrosia o timidezza, attraverso un’analisi didascalica della realtà, produce una vera e propria indagine critica. Vale per tutti l’esempio riguardante l’islam. Egli, attraverso lo studio, la ricerca e l’approfondimento del Corano è arrivato ad affermare che il medesimo è “fisiologicamente violento e storicamente conflittuale”. Il giudizio è netto, senza appelli, ma seguendo il suo filo logico si comprende che esso non è il portato di una riflessione asettica, moralistica od intellettuale, bensì il risultato di una concreta e inconfutabile valutazione della realtà, di una accurata e particolareggiate lettura delle sure del Corano. Il metodo utilizzato risponde alla volontà di ricercare la verità, attraverso dati certi e inequivocabili. Ricerca che portata a compimento non può rimanere occultata per opportunismo, timidezza od ossequio al politicamente corretto. Questa prassi potrebbe essere indicata come il primo gradino della metodologia applicata da Magdi Cristiano. La sua riflessione però non si ferma qui. Questo è un punto da mettere in luce con particolare enfasi. Infatti, se la critica si fermasse alla pura critica, noi saremmo al cospetto di un buon metodo d’analisi ma a nulla più. Chi si ferma a questo stadio, inevitabilmente cade nell’invettiva, nella retorica, nell’accusa, nell’incriminazione e nella denuncia. Elementi che in un particolare momento e processo storico posso essere utili, propedeutici ed efficaci, ma inconcludenti e irrilevanti al fine di una lettura propositiva del mondo e degli uomini. Magdi Cristiano, infatti, individua nella critica un passaggio ineluttabile ma non il tutto. Essa diviene elemento necessario ma non ultimo. Il mezzo ma non il fine. Il secondo passaggio offerto risponde ad una riflessione forse da taluni abusa ma ancor oggi assolutamente valida pronunciata da Papa Giovanni XXIII: “Guardarsi senza sfidarsi, cercare il dialogo tenendo presente la differenza tra errore ed errante”. Magdi Cristiano Allam, incarna questo principio alla perfezione. Egli non si sottrae al dialogo e differenzia l’islam dai mussulmani, distingue l’idea dalla persona. Solo con la persona, infatti, è possibile dialogare non certo con un’astrazione. Un passaggio questo sul quale non è possibile cadere in fraintendimenti pena il vanificarsi stesso del concetto di dialogo. Il medesimo è, infatti, nulla, se finalizzato alla edificazione di se stesso e se non inteso come uno strumento innestato su una base di valori condivisi (quelli che Benedetto XVI identifica come i valori inconfutabili, essenza stessa della nostra umanità) per perseguire traguardi condivisi. Il metodo offerto da Magdi Cristiano Allam su cui volevo focalizzare l’attenzione e fissare un punto è proprio questo: studio, analisi della realtà, critica, distinzione tra idea e persona, apertura al confronto e rigetto dell’invettiva fine a se stessa, come del dialogo fittizio incentrato sulla pura formalità. Una lezione magistrale quella offertaci da Magdi Cristiano. Da qui bisogna ripartire, da qui tutti noi dovremmo focalizzare le nostre attitudini e capacità.

Grazie Fabio, per questa tua lucida e appassionata testimonianza per un carissimo e grande uomo; Magdi Cristiano Allam. Per i cristiani che vivono con comodità la loro fede è una sferzata, ma anche un segno di speranza!

( Dal blog di FabioCavallari)

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26/05/2008

IL MARTIRIO

Considerate ancora una cosa alla quale forse non avete mai pensato. Non soltanto noi nella festa di Natale celebriamo insieme la nascita di Nostro Signore e la sua morte: ma nel giorno che segue noi celebriamo il martirio del suo primo martire, il beato Stefano.

 

È per caso, voi credete, che il giorno del primo martire segue immediatamente quello della nascita di Cristo? Assolutamente no. Proprio come noi ci rallegriamo e rattristiamo insieme, per la nascita e la passione di Nostro Signore, così anche – fatte le debite proporzioni – noi ci rallegriamo e rattristiamo insieme per la morte dei martiri.

 

Noi ci rattristiamo per i peccati del mondo che li ha martirizzati; ci rallegriamo  perché un’altra anima si annovera tra i santi in Paradiso, a gloria di Dio e per la salvezza degli uomini. Diletti figli, noi non consideriamo un martire semplicemente un buon cristiano che è stato ucciso perché è cristiano: questo ci farebbe soltanto rattristare. Né lo consideriamo semplicemente un buon cristiano che fu eletto tra le schiere dei santi: perché questo ci farebbe soltanto rallegrare: e mai il nostro rattristarci e il nostro rallegrarci sono come quelli del mondo.

 

Un martirio cristiano non avviene mai per caso, perché non si diventa santi per caso. Un martirio è sempre un disegno di Dio, per il suo amore per gli uomini, per avvertirli e guidarli, per riportarli sulla sua strada. Non è mai un disegno dell’uomo; perché il vero martire è colui che è diventato lo strumento di Dio, che ha perduto la sua volontà nella volontà di Dio, e che non desidera più niente per se stesso, neppure la gloria di essere un martire.

 

Sicchè, come sulla terra la Chiesa si rattrista e si rallegra insieme, in un  modo che il mondo non può capire, così in paradiso i santi stanno molto in alto proprio perché qui, su questa terra, sono stati molto in basso; e si contemplano non come noi li vediamo, ma nella luce della divinità dalla quale essi traggono il proprio essere.

 

 T. S. Eliot “Assassinio nella Cattedrale”

Grazie a Giacabi ( benedettoilpadre.splinder.com/ ), un amico che è fonte inesauribile di Belle Notizie!

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14/05/2008

AH, I GESUITI...

Meglio Magdi che Cristiano

Il pubblico Battesimo del vicedirettore del Corriere della Sera scandalizza le riviste dei comboniani e dei gesuiti.

di Rodolfo Casadei

Macché Umberto Eco. Macché Gianni Vattimo. Macché Eugenio Scalfari. In Italia i veri baluardi del relativismo che tanto preoccupa Benedetto XVI e la Cei non sono questi, ma i missionari gesuiti e comboniani, certi docenti dell’Università Cattolica e certe moderne riviste gesuite. Basta vedere i loro commenti al Battesimo di Magdi Cristiano Allam, vera e propria pietra dello scandalo. A scandalizzarsi, infatti, in nome della sostanziale equivalenza di tutte le religioni, di quel che il Papa ha fatto durante l’ultima veglia pasquale sono stati proprio i suddetti. Leggere per credere.
Nigrizia, la principale rivista comboniana, ha dedicato alla conversione di Allam un’intervista col protagonista stesso, mettendo però le mani avanti. «Nei documenti ecclesiali e nelle pratiche missionarie degli ultimi decenni», si legge nell’introduzione, «si possono evidenziare due tendenze: quella che concepisce l’evangelizzazione come un “conquistare a Cristo” le altre fedi (un’iniziativa che dovrebbe risolversi con la loro annessione alla chiesa) e quella che vede, invece, la missione nel contesto dell’orizzonte del Regno di Dio e concepisce l’attività missionaria come un continuo dialogo e confronto, che non prevede né vincitori né vinti. I cristiani – i missionari in particolare – sono oggi chiamati ad accettare la coesistenza di fedi differenti non “di malavoglia”, ma di “buon grado”». Quale tendenza prediligano quelli di Nigrizia si capisce bene dal linguaggio e dalle maiuscole che usano: Regno di Dio maiuscolo, Chiesa minuscolo; i termini associati al passaggio da una religione al cristianesimo sono “conquistare”, “annessione”, “vincitori e vinti”; quelli che descrivono la situazione in cui questo passaggio non avviene sono “dialogo”, “confronto”, “Regno di Dio”. Si può immaginare quanto stia loro simpatico Magdi Allam. Viene poi da chiedersi cosa dovrebbero accettare di “buon grado” delle altre religioni i missionari cristiani: il precetto islamico del jihad? La poligamia? I sacrifici umani e la schiavitù femminile dei culti tradizionali africani? La divisione in caste degli indù? La reincarnazione che è negazione della responsabilità individuale presso buddisti e indù?

I gesuiti vanno oltre. Sulla loro rivista Popoli (che un tempo si chiamava Popoli e Missione, poi hanno pensato bene di togliere la parola “Missione” dal nome) affidano il commento del battesimo di Magdi Allam a un confratello residente in Siria. «La luna della preoccupazione prioritaria per le libertà di religione e di coscienza – scrive padre Paolo Dall’Oglio – ha offuscato il sole della discrezione caritatevole, del rispetto dei sentimenti dei musulmani e della rinuncia al proselitismo… Sono scoraggiati numerosi sforzi per costruire armonia e amicizia, tanto nei quartieri delle città europee che nei paesi di secolare e pacifica coesistenza islamo-cristiana». Nei paesi di secolare e pacifica coesistenza i-slamo-cristiana come la Siria i cristiani sono scesi dal 30 per cento della popolazione totale del 1970 al 10 di oggi, ma di questo padre Dall’Oglio non appare preoccupato, anzi, in altra parte dell’articolo spiega di essere d’accordo con una madre cristiana siriana sposata a un musulmano che vorrebbe impedire al figlio musulmano di farsi cristiano, come lui desidera. Quel che lo preoccupa è altro: «È difficile sfuggire all’impressione che la sacra bandiera della libertà di coscienza sia utilizzata dall’Occidente come un cavallo di Troia da introdurre nel mondo musulmano al fine di disintegrarlo». Cioè non è la mancata accettazione della libertà di coscienza che disintegra il mondo musulmano in guerre intestine fra sunniti e sciiti, fra islamisti radicali e musulmani tradizionali. No, è tutta colpa di un complotto occidentale volto a introdurre quel principio che in Europa ha posto fine alle guerre di religione e gettato le basi della democrazia.
Anche il linguaggio utilizzato da Popoli è interessante: la pubblica fede in Gesù Cristo è luna, meno importante del sole, che coincide col dialogo interreligioso; alla prima è associata la parola “proselitismo”, al secondo le parole “armonia e amicizia”. La superiorità del dialogo fra uguali rispetto all’affermazione dell’unicità di Cristo, secondo l’autore del testo e i suoi amici milanesi, dovrebbe essere addirittura dogmatizzata: «La conversione a Gesù è entrare in una logica di carità che tutto scusa e tutto salva… L’avversione teologica verso le religioni islamica o ebraica o altra potrebbe essere un motivo sufficiente per rinviare il battesimo e, comunque, per non fargli propaganda». Sì, avete letto bene: il prerequisito per il Battesimo non è più la fede in Gesù Cristo, ma la fede nel relativismo religioso.

 

 

Padre Sorge recluta Paolo Branca

Sulla stessa falsariga si muove Aggiornamenti sociali, altra rivista gesuita. Per commentare e contestualizzare la notizia del Battesimo di Allam con «una meditata riflessione sul tema delle conversioni fra le due grandi religioni monoteiste», il periodico diretto da padre Bartolomeo Sorge si affida niente meno che alla penna di Paolo Branca, docente di lingua araba all’Università Cattolica di Milano che alcuni mesi fa promosse una raccolta di firme di accademici e umanità varia contro Magdi Allam, reo di aver criticato in un suo libro i docenti universitari di islamistica italiani, accusati di una certa ignavia nei confronti degli estremisti islamici. Senza spendere una parola sul suo conflitto di interessi, Branca entra subito nel vivo dell’argomento e, dopo una descrizione dello stato dell’arte, formula giudizi di valore. Il primo è che «il proselitismo è diventato, specie dopo il Concilio Vaticano II, una forma di impegno religioso meno stimato rispetto alla testimonianza… Conoscersi e rispettarsi dovrebbero essere l’obiettivo principale cui tendere». Le conversioni sono legittime ma «è sempre preferibile tenersi al riparo da ogni forma di enfatizzazione, di cui la spettacolarizzazione mediatica è una delle più insidiose». Infine il Battesimo cristiano di un musulmano dovrebbe essere vissuto «come un compimento piuttosto che come una cesura», dovrebbe essere «esempio di una rara ed emblematica doppia fedeltà». Le stilettate contro Allam che ha definito la propria conversione «una svolta radicale» e contro Benedetto XVI che ha creato le condizioni perché il suo Battesimo andasse in mondovisione sono palesi. Il professore non sembra turbato dal fatto che Gesù abbia detto esplicitamente che nessuno può servire due padroni. E nemmeno tenta di spiegare perché il Papa meriti di essere accusato di spettacolarizzazione mediatica insidiosa quando battezza un musulmano, mentre nessuno ha da ridire quando prega alla musulmana dentro una moschea a Instanbul o prega con gli esponenti di altre religioni ad Assisi, e le immagini fanno ugualmente il giro del mondo. Preferisce invece lanciarsi in una spericolata esegesi del passo del Vangelo relativo all’incontro fra Gesù e il centurione romano che chiedeva la guarigione del suo servo, e la cui fede fu lodata da Cristo perché riconosceva che sarebbe bastata la sola parola di Gesù affinché la guarigione avvenisse. Ma secondo Branca il Figlio di Dio lodò piuttosto la discrezione, il rispetto per il diverso e il relativismo culturale di quel soldato di Roma. «Il romano – scrive – presumibilmente avrà percepito il rifiuto degli ebrei di contaminarsi entrando nelle case dei pagani come una sorta di arroganza. Riconoscendo in Gesù una forza salvifica e pur constatando la sua disponibilità a recarsi da lui per curare il servo malato, non volle tuttavia che egli facesse un gesto contrario alla sensibilità del suo popolo e formulò la famosa frase che tanto piacque al Messia e che ancora oggi il cristiano recita al momento di accostarsi all’Eucarestia».

 

Quel che non sopportano di Allam

Nel corso dei secoli poteri e contropoteri hanno sempre strumentalizzato la Parola di Dio per piegarla alle proprie preferenze e ai propri interessi. Negli anni Sessanta-Settanta la teologia della liberazione ha cercato di piegare testi come il Magnificat o il discorso della montagna a un’interpretazione politica di tipo socialista e rivoluzionario. Oggi i fautori del relativismo religioso e culturale s’ingegnano di trovare giustificazioni alla loro posizione nei testi evangelici. E contemporaneamente di presentare in una luce negativa chi antepone lo splendore dell’incontro personale con la verità all’ambiguità di un dialogo interreligioso dove uno dei due dialoganti, come ben dice Magdi Allam, «si sottomette e si nega dei diritti e delle libertà» che invece riconosce alla controparte. Di costui diranno che vuole la guerra anziché l’amicizia fra i popoli e che favorisce disegni politici di dominio. Ma la ragione profonda dell’imbarazzo di fronte al Battesimo di Allam non dipende dalle sue opinioni politiche. Il vero motivo è il senso di colpa che Allam risveglia nei fautori del cristianesimo ridotto a sedicente dialogo interreligioso. Allam fa quello che facevano i primi cristiani e che i cristiani relativisti non fanno più: si espone all’ostilità, al rigetto e all’irrisione in nome di Cristo. Di più: affermando con calore la verità della fede, mette allo scoperto la tiepidezza di quei cristiani che sulla questione della verità preferirebbero glissare. Perché, dicono, in realtà tutte le religioni, compresa quella cristiana, non esauriscono la verità. Il che può anche essere vero. Ma diventa una giustificazione per tutta un’altra faccenda: il vergognarsi di Cristo. Però «chi si vergognerà di me davanti agli uomini, anch’io mi vergognerò di lui davanti a Dio».


Rodolfo Casadei      TEMPI

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12/05/2008

PENNE NERE

 

Un omaggio grato al più umano " corpo" del nostro esercito; gli Alpini!         




Adunata a Bassano • La città da tre giorni è pacificamente invasa da più di 400mila persone in arrivo da tutto il mondo • Il vescovo di Padova, Antonio Mattiazzo, ha celebrato la messa davanti a 10mila 'penne nere' sul monte Grappa, teatro di cruente battaglie durante la Grande guerra: «La pace si costruisce ogni giorno. Trasmettete ai giovani gli ideali dell’alpinità • I partecipanti: «La nostra è una grande famiglia che crede nei valori» • In 90mila sfilano oggi nella città vicentina, 60 anni dopo la precedente adunata alla presenza di De Gasperi
di Francesco Dal Mas
Tratto da Avvenire del 11 maggio 2008

Alpini di pace sul ponte di Bassano, meglio conosciuto in tutto il mon­do come 'il ponte degli alpini'.

«Perché alpini di pace? Osservi lassù, il monte Grappa. Quanti sono morti nella Prima guerra mondiale? Noi alpini che ab­biamo fatto la guerra, sappiamo quanto è brutta». Modenese, 86 anni, una lunga bar­ba bianca, Pasquale Corti, reduce della campagna di Russia, è uno delle 90mila penne che oggi sfileranno lungo le strade di Bassano in occasione dell’81esima a­dunata nazionale dell’Ana, l’associazione nazionale degli alpini. La città è invasa pacificamente or­mai da tre giorni. Oggi fra 'boce', 'veci', familiari, amici e popolazione locale saranno più di 400mila. Tra una sezio­ne e l’altra anche gli ultimi muli dell’esercito, salvati dalla macellazione nel 1993 da Antonio De Luca di Vittorio Ve­neto. I primi a marciare saranno gli alpini provenienti dal­­l’estero, perfino dall’Australia. Inizieranno poco dopo le 8. Gli ultimi, i vicentini, dopo le 17. Tutti al passo del '33'. Sen­za soluzione di continuità. «Dimostreremo che l’Italia non è solo quella negativa di quei cinque mascalzoni di Vero­na. C’è del buono non solo nella grande famiglia degli al- pini, che crede nella patria, nella responsabilità, nella voglia di far bene. C’è in tante altre realtà. Pen­so alla gente che fa onestamente il suo lavoro, vive con dignità, la­vora, ha degli ideali». Bassano è stata scelta perché quest’anno ri­corre il 90esimo anniversario della fine della Prima guer­ra mondiale, con battaglie cruente da queste parti, in par­ticolare sul Monte Grappa, che è un unico, grande sacra­rio. Ma anche perché qui si tenne 60 anni fa la preceden­te adunata, alla presenza di Alci­de De Gasperi. E proprio da Cima Grappa - da dove lo sguardo con­quista la pianura fino a Venezia ­il presidente dell’Ana, Corrado Pe­rona, ha raccomandato: «Un pae­se che non si gira indietro, che perde la memoria, non può crescere». Tanto meno nella pace, nella coesione, nella reciproca collaborazione. Co­me ha osservato il vescovo di Padova, mons. Antonio Mat­tiazzo, celebrando davanti a 10mila alpini sul Grappa. «La pace si costruisce ogni giorno», ha detto, sollecitando quan­ti aveva davanti a «trasmettere alle nuove generazioni i va­lori dell’alpinità». La solidarietà, anzitutto; l’attaccamen­to alla famiglia, il rispetto reciproco, il sacrificio.

Oggi in sfilata anche Fausto Pajar, scrittore, reduce dalla pubblicazione di 'Santi montanari'. «Anche gli alpini han­no il loro santo: Maurizio di Agaune, il protettore delle pen­ne nere e dei Generali. La vicenda ha origine «da una le­gione di militari di Tebe: 6. 666 legionari, comandati da Maurizio, vengono trasferiti per nave in Italia, spediti 'pe­dibus calcantibus' nel Vallese, sulle Alpi, in piena neve, per esercitare la repressione in un’area turbolenta a ridosso dei confini dell’impero». Prima del trasferimento, la Le­gione passa per Gerusalemme dove entra in contatto con i cristiani e diventata cristiana - racconta Pajar - poi il grup­po passa per Roma (rinsaldando la sua fede) e alla fine giunge a Ottoduro (oggi, Martigny). Acquartierata ad A­gauno, la Legione riceve l’ordine di partecipare alle ceri­monie sacrificali pagane per propiziare gli dei nell´immi­nente operazione di pulizia etnica nei confronti di popo­lazioni ostili all´imperatore e dichiaratamente cristiane. «Finché Cesare ci comanda di combattere contro i nemi­ci dell’impero, noi siamo pronti all’obbedienza. Ma non possiamo perseguitare i cristiani né possiamo partecipa­re a sacrifici idolatri». Cosi Maurizio decise di disubbidire all’imperatore. E diventa l’icona dell’obbiedienza di cui è geloso il Corpo degli alpini.

 Grazie a Il Mascellaro

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21/04/2008

ANCORA UN SACERDOTE MARTIRE

SRI LANKA
Tamil ed esercito si accusano per l’assassinio di un altro sacerdote cattolico
di Melani Manel Perera
Padre Karunaratnam è stato ucciso ieri a mezzogiorno, mentre nella sua conosciuta auto tornava alla parrocchia dopo aver detto messa. Scambio di accuse tra l’esercito e i ribelli Tigri Tamil. Tutti lo ricordano come un instancabile difensore dei diritti e un vero ponte tra la gente Tamil e Sinhala.

Colombo (AsiaNews) – Generale condanna della società e degli attivisti per i diritti, per l’assassinio ieri di padre M.X. Karunaratnam. Il sacerdote cattolico, dopo avere celebrato messa alla chiesa Maangku’lam, stava tornando alla sua parrocchia di Vannivi’laangku’lam, quando alle 12,30 circa è stato ucciso da un’esplosione sulla strada Mallaavi-Vavunikkulam a Vanni.

Il portavoce dell’esercito, brigadiere Udaya Nanayakara, ha osservato che nella zona c’è una forte presenza dei separatisti delle Tigri Tamil (Ltte). Ma il Ltte in una dichiarazione accusa per l’omicidio i gruppi speciali dell’esercito osservando che il prete, presidente del Segretariato per i diritti umani del nordest (Nesohr), si è sempre battuto per i diritti della popolazione Tamil. Molti osservano che il suo veicolo era ben conosciuto nella zona e ritengono che l’attentato fosse diretto proprio contro di lui. Alcuni siti web favorevoli all’Ltte dicono che il Nesohr è collegato con le Tigri Tamil.

La Caritas dello Sri Lanka ricorda il sacerdote come “un esempio di coraggio e umanità, rimpianto da tutti”. Questa mattina alle ore 11 si è svolta la messa in suffragio alla cappella del Convento del perpetuo soccorso, a Negombo, non lontano dalla capitale.

Sunila Abesekara, direttore del Centro documentazione diritti umani a Colombo, commenta ad AsiaNews che “è stata una delle poche voci a favore dei diritti umani a Vanni, che ha sempre difeso con coraggio straordinario”. Gli attivisti per i diritti umani Freddi Gamage e Jayanthi Dandenuya dicono che è stato ucciso “non soltanto un altro sacerdote, ma gli stessi diritti umani nella zona”. 

Padre Sarath Iddamalgoda, impegnato nella difesa dei diritti umani a Colombo, lo ricorda come “una persona amichevole e disponibile, molto impegnato per i poveri”, sia Tamil che Sinhala di cui parlava la lingua. “La sua morte fa venir meno un ponte tra le comunità Tamil e Sinhala”, i cui problemi vanno risolti “non con la guerra, ma in modo politico e concordato”. Anche padre Damian Fernando, direttore nazionale della Caritas, concorda che “la parti in conflitto debbono farsi concessioni e raggiungere un accordo, che potrà portare a una pace duratura nel Paese”.

Nel nordest del Paese altri sacerdoti sono stati uccisi negli ultimi anni. Il 20 agosto 2006 padre Jim Brown è scomparso, insieme a Vimalathas, padre di 5 figli, in un periodo di maggiori scontri tra esercito e Ltte. Il 26 settembre 2007 padre Nicholaspillai Packiyaranjith è stato ucciso da una bomba sulla strada Pooneryn, a Kalvi’laan, mentre portava cibi e soccorsi ai campi profughi e all’Orfanotrofio a Vidathalvu.

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