18/02/2010

MILANO «Qui non è l'inferno: c'è una storia che non si ferma mai»

di Maria Acqua Simi

17/02/2010 - Un delitto e scoppia la guerriglia urbana. Breve viaggio in via Padova dopo gli scontri dei giorni scorsi. Tra paura e bande straniere, un parroco ci racconta la vita nella "kasbah" milanese. Sorretto dalla «vera giustizia» che tutti cercano

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Via Padova, nella zona est di Milano, dopo gli
scontri tra immigrati e polizia.

La prima cosa che vedi in via Padova sono vetri di bottiglia rotti, ovunque. E poi rivoli di birra e piscio che dal marciapiede colano fin sulla strada. Gli autobus arrancano stracarichi di gente, i negozi rivelano una realtà complessa: il Japan Food e il kebab, il caffè gestito da sudamericani e la macelleria islamica Awlad. Per strada latinos, egiziani, cinesi, peruviani. Italiani pochi.
Da qualche giorno, la polizia pattuglia la zona palmo a palmo. A Maria, portinaia meridionale di stanza in via Padova da una vita, sembra di vivere «in una prigione». Parlerebbe per ore. E si capisce che lo fa ad uso e consumo dei giornalisti. Che a decine, con flash e telecamere, si aggirano per il quartiere. Ma la verità è che qui, d’inferno, non si può proprio parlare. Lo spiega bene don Piero Cecchi, parroco di San Giovanni Crisostomo, l’unica chiesa della zona ad affacciarsi direttamente su via Padova.
«Non è l'inferno, non ci sono guerre tra etnie», spiega. «Quello che emerge dai fatti di questi giorni è un grande bisogno di giustizia, che va ascoltato ed interpretato. Sa cosa dice il Papa quando parla della giustizia? Ricorda un’espressione ebraica, sedaqah: significa, da una parte, accettazione piena della volontà di Dio; dall’altra, equità nei confronti del prossimo. Quindi del povero, dell’orfano, dello straniero. E i due significati sono legati, perché per l’israelita dare al povero è il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo».
Mentre don Piero parla, intorno a lui si affaccendano diverse persone. Stanno scaricando da un camion i pacchi del Banco Alimentare e preparandosi per la distribuzione alle famiglie bisognose. Che qui sono tante e di etnie diverse, ma con le stesse esigenze. «Per affrontare tutto questo sono necessarie legalità e preghiera. Una convivenza è possibile se ci sono delle norme e dei patti che permettono alle persone che hanno storie diverse e culture differenti di riconoscersi e di rispettarsi. Ma poi serve la preghiera per affrontare la sproporzione che sentiamo di fronte a problemi più grandi di noi. Non possiamo dimenticarci di quel Dio che si è compromesso con la nostra storia fino a dare la sua vita». Don Piero è di fretta, è tutto il giorno che lo cercano e adesso è l’ora del catechismo. Me la butta lì. «Scambi due parole con don Nicola, che si occupa dei ragazzi dell'oratorio».
Lo faccio. Ed è una fortuna. Perché don Nicola Porcellini, che della parrocchia è vicario, non spreca tanto fiato. Va dritto al sodo. Dice che i problemi più grandi sono la paura e la rabbia, «i due strumenti che il male usa per dividere e far vacillare l'uomo». E nel dirmelo mi racconta di Ahmad, un bambino egiziano di dodici anni che va al doposcuola. «Ieri stavamo finendo i compiti, quando mi guarda e mi dice: "Ho paura che la polizia mi venga a prendere". Di fronte a lui mi sono reso conto che non dovevo far finta di niente, cancellare con una pacca sulla spalla i suoi timori. Ma fargli compagnia. Così l'ho rassicurato, e poi abbiamo finito i compiti». Non nasconde le difficoltà, spiega che negli ultimi anni sono venute meno le figure dei mediatori culturali e che mancano anche i finanziamenti per l’“educativa di strada”, cioè per tutte le attività che accompagnano la crescita dei ragazzi.
Don Nicola racconta che, sempre ieri, alcuni ragazzi dei quartieri vicini che lo aiutano al doposcuola erano incerti se venire a dargli una mano coi bambini, per via dei fatti di questi giorni. Lui non ha intavolato gran discorsi, ha solo chiesto: «Ma ci lasciate qui da soli?». Due ore dopo erano lì tutti. «La questione è esserci. Poi ovvio, non risolvo io i loro problemi. Però mi carico delle loro paure certo di quella Presenza, Gesù, che è l'unica che può consolare. E che permette a me di muovermi così, ora».
Ricorda molto don Bosco, quando dice che c’è bisogno di una proposta educativa valida, di qualcosa per cui valga la pena muoversi. E questo si traduce nel dover scendere in strada a cercare i ragazzi o nell’organizzare un torneo di calcetto tra egiziani e sudamericani. «Non mi chieda chi ha vinto, non lo so. Ma è stato un bellissimo momento di amicizia». Perché all'oratorio di San Giovanni Crisostomo, lo sport è una disciplina che non serve solo a sgranchirsi le gambe. «Attraverso il calcio i ragazzi qui imparano l'ordine, le regole, il gioco di squadra». Imparano a stare insieme. Tutti: Maicol l'italiano, Mohamed e pure quelli “del gruppo della strada”, sedicenni nordafricani che la sfida di don Nicola ancora non l'hanno raccolta. «Però c'è stima, e da quella si può costruire». Per ripartire, chiediamo noi? «Non ci siamo mai fermati», sorride lui.
da Tracce


12/11/2009

Una presenza irriducibile

Il crocifisso di Michelangelo.
12/11/2009 - Il volantino di Comunione e Liberazione a proposito della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sui crocifissi (anche in formato pdf)

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contro i crocifissi nelle aule scolastiche ha suscitato una vasta eco di proteste: giustamente quasi tutti gli italiani - l’84% secondo un sondaggio del Corriere della Sera - si sono scandalizzati della decisione.

«E voi chi dite che io sia?». Questa domanda di Gesù ai discepoli ci raggiunge dal passato e ci sfida ora.
Quel Cristo sul crocifisso non è un cimelio della pietà popolare per il quale si può nutrire, al massimo, un devoto ricordo.
Non è neppure un generico simbolo della nostra tradizione sociale e culturale.
Cristo è un uomo vivo, che ha portato nel mondo un giudizio, una esperienza nuova, che c’entra con tutto: con lo studio e il lavoro, con gli affetti e i desideri, con la vita e la morte. Un’esperienza di umanità compiuta.
I crocifissi si possono togliere, ma non si può togliere dalla realtà un uomo vivo. Tranne che lo ammazzino, come è accaduto: ma allora è più vivo di prima!

Si illudono coloro che vogliono togliere i crocifissi, se pensano di contribuire così a cancellare dallo “spazio pubblico” il cristianesimo come esperienza e giudizio: se è in loro potere - ma è ancora tutto da verificare e noi confidiamo che siano smentiti - abolire i crocifissi, non è nelle loro mani togliere dei cristiani vivi dal reale.
Ma c’è un inconveniente: che noi cristiani possiamo non essere noi stessi, dimenticando che cos’è il cristianesimo; allora difendere il crocifisso sarebbe una battaglia persa, perché quell’uomo non direbbe più nulla alla nostra vita.

La sentenza europea è una sfida per la nostra fede. Per questo non possiamo tornare con tranquillità alle cose solite, dopo avere protestato scandalizzati, evitando la questione fondamentale: crocifisso sì, crocifisso no, dov’è l’avvenimento di Cristo oggi? O, detto con le parole di Dostoevskij: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?».

Comunione e Liberazione

 

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Grazie a Tracce

13/09/2009

Non ci basta

A molti, magari, capiterà di farlo dopo aver sfogliato il giornale. E servirà tempo per andare a fondo in quella proposta, per non lasciarla scorrere via in fretta, presi dall’affanno dell’anno che riprende e del lavoro che incalza di nuovo. Ma se lo avete già fatto, se avete già aperto il libretto allegato a questo numero, e scorso almeno l’Introduzione di quell’Assemblea che il mese scorso ha raccolto a La Thuile quattrocento responsabili di Cl di tutto il mondo, è probabile che abbiate sentito almeno un’eco del contraccolpo subìto da chi c’era.
Diciamoci la verità: con quel primo «non ci basta» buttato in pista da don Julián Carrón di fronte alla confusione che viviamo, qualche familiarità ce l’avevamo già. «Non ci basta una ripetizione, pur giusta, di un discorso pulito e corretto». Il cristianesimo non è una faccenda di parole, o di principi da applicare alla vita per sostenerla. «E questo lo sappiamo anche noi», aggiungeva Carrón: «Abbiamo ripetuto tante volte la cosa giusta, ma questo non ci fa stare in piedi, non ci fa respirare». Non ci basta, appunto. «Abbiamo bisogno di vedere davanti a noi persone che nel loro porsi, nel loro modo di affrontare il reale (…) introducono una luce, una chiarezza in mezzo alla confusione nel modo in cui vivono gli affetti, il lavoro, le circostanze». Abbiamo bisogno di testimoni. La fede vive di questo. Chi ha seguito Tracce - e il lavoro educativo di cui cerca di rendere conto - nell’ultimo anno, sa bene di cosa stiamo parlando.
Subito dopo, però, è arrivato un altro affondo. «Ma il testimone non basta. Il testimone ci mostra una reale possibilità più umana di vivere nelle circostanze cui siamo chiamati, e per questo ci colpisce; ma non basta, perché ciascuno di noi (io, tu) ha bisogno che accada nella sua vita, nelle circostanze che è costretto ad affrontare, cioè ha bisogno di fare l’esperienza personale di ciò che il testimone mostra. Perché diventi mio!».
Ecco, lì in parecchi sono rimasti spiazzati. Meglio: provocati. Perché non si tratta di una sterzata, di un cambio di direzione. Non ci sono cesure in questo passaggio, non ci sono salti, come se l’insistenza sulla testimonianza fosse da archiviare per passare ad altre parole “di moda”: giudizio, esperienza… È un percorso da fare (e nelle pagine di quel libretto lo trovate tutto, passo per passo). Perché una cosa è chiara, se si guarda alle nostre vite: solo in quel «mio» c’è tutto. Certezza e speranza. E se non arrivo a dire «mio», non posso neanche dire «io». «Senza che questo diventi veramente esperienza noi non cresciamo nella certezza della fede».
Per molti, il Meeting di quest’anno è stato proprio una documentazione di questo percorso, come abbiamo cercato di spiegare nel “primo piano”. E le vacanze pure. Ma pensate che prospettiva si spalanca per chi riprende le occupazioni “normali” dell’anno con questo passo chiaro da compiere, con questo lavoro avviato di paragone continuo tra ciò che ci accade e il nostro cuore, con questo approfondimento di certezza della Sua Presenza nelle nostre vite. Pensate che cosa può essere delle battaglie che ci attendono a scuola, sul lavoro, in famiglia. O nel contesto sempre più confuso e per certi versi barbaro - lo testimoniano le vicende di questi ultimi giorni - della vita pubblica: media, politica, cultura… Pensate che cosa accade se lì dentro, non un briciolo prima - in astratto - o una frazione di secondo dopo - come etichetta da appiccicare -, ma dentro il reale iniziamo ad accorgerci davvero della presenza inestirpabile di Chi, essendo risorto, domina il reale. Qui e ora.
Diceva san Gregorio Nazianzeno, in quella frase tanto cara a don Giussani: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita». Ma se arriviamo a dire «mio»…

Da Tracce

14:29 Scritto da: ritina5 in Tracce | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, storie, racconti, vita, libri, cl, meeting | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

18/03/2009

FINO AL FONDO DEL REALE

http://www.abc-fotografia.com/archivio_sbarra/fotografie/sguardi.jpg


Per affermare dei valori
si possono sguainare e brandire argomenti giustissimi, buttandosi nella mischia armati di una dottrina corretta da contrapporre alla follia di chi, ormai, nega anche le evidenze più immediate. Si può, e lo vediamo accadere spesso in questi giorni. È una tentazione sempre viva, per tutti noi. Ma questo non è il cristianesimo. Non è quell’Avvenimento che accade, e che irrompe nella nostra vita attraverso testimoni che ci fanno capire di più cos’è la vita. Non è quel Fatto che ha una portata conoscitiva senza paragoni, perché ci accompagna fino al fondo del reale e lo fa nel modo più semplice: facendoci incontrare persone che vivono in maniera diversa, che accolgono la sofferenza in maniera diversa, che mettono su famiglia in maniera diversa. E che in quel “diverso” così carico di ragioni e di attrattiva, perché corrisponde al nostro cuore, offrono al mondo una speranza senza fine: la Sua Presenza. Senza di Lui, quella diversità non si spiegherebbe. Quella capacità di vivere il reale sarebbe impossibile. E invece, c’è.
«Per difendere la vita, don Giussani ci ha fatto pulsare il sangue di una febbre di vita», ricordava tempo fa don Julián Carrón a un gruppo di responsabili di Cl. Testimone, appunto. È una sfida da brividi. Ma è l’unica che valga la pena di accettare davvero.

Dall'editoriale di Tracce (Leggi tutto...)

12:07 Scritto da: ritina5 in Tracce | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: cultura, politica, cristianesimo, cl, realtà | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook