08/02/2010

Basaglia santo subito? Sarebbe una pazzia

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    La sua fu una utopia generosa costata troppo dolore. Prima di lui ci fu chi inventò una via saggia e dimenticata: i villaggi postmanicomiali

     

    Non è a Franco Basaglia che dovevate dedicare un commosso ricordo televisivo a proposito della città dei matti. Non è a lui e alla sua generosa utopia, costata tante tragedie fra i malati di mente e le loro famiglie, che andava dedicata una fiction celebrativa del servizio pubblico della Rai. Ma ad un dimenticato sacerdote del sud, meridionalista concreto, che edificò dal nulla grandiose Case della divina provvidenza per accogliere i malati di mente e poi pensò, vent’anni prima di Basaglia, alla necessità di superare la triste realtà dei manicomi. E studiò un progetto umano e realistico: il villaggio postmanicomiale.

    Prima di raccontarvi di lui, vorrei dirvi qualcosa di Basaglia e del ciclone antimanicomiale che da lui prese piede. Ne parlo per esperienza diretta, non in veste di matto, come forse alcuni di voi sospettano, ma perché sono nato e cresciuto nella città dei pazzi, Bisceglie. Un centro che aveva nel suo cuore un grande manicomio, il più grande del sud e qualcuno - forse malato di megalomania - diceva addirittura d’Europa. Un manicomio, la Casa della divina provvidenza, che accoglieva migliaia di malati, dava lavoro a migliaia di infermieri e medici e aveva diramazioni a Foggia, Potenza, Palestrina e Guidonia. Beh, io ricordo la tragedia prodotta dalla legge 180, cosa volle dire il «liberi tutti» ordinato alla follìa; quali drammi scatenò, quanti abbandoni e solitudini, matti allo sbando, incapacità delle strutture ospedaliere di accogliere i dementi in crisi, tormenti delle famiglie che si trovarono a dover sopportare, spesso in condizioni di povertà e di ignoranza, l’arrivo del famigliare pazzo. Quanti dolori esplosero allora e non trovarono strutture pronte ad aiutarli; leggete Mario Tobino che ebbe analoghe esperienze in manicomio da medico. Sarebbe follìa idealizzare i manicomi, ce n’erano alcuni che erano veri lager. Nessuno rimpiange la segregazione della follìa, che fu un frutto perverso del razionalismo scientista, perché i manicomi sono figli dei lumi e della scienza positivista. Sappiamo quanti maltrattamenti e abusi, anche sessuali, quante speculazioni sulla pelle dei matti. Ma la loro abolizione, insieme all’assurda teoria che la malattia mentale non esiste, ma è frutto dei rapporti di classe e delle condizioni socio-culturali, come sostenevano i seguaci sessantottini di Lang, Basaglia e dell’antipsichiatria, produsse ferite e traumi giganteschi. Di tutto questo non si racconta nella lirica epopea di Basaglia e lo si santifica come un Liberatore. L’idea che si potesse abolire la realtà e con la realtà la pazzia, fu la vera aberrazione ideologica di questa perniciosa filantropia. Fu l’egualitarismo, il comunismo applicato alla psiche; fu il delirio dell’immaginazione al potere che si fece antipsichiatria. Di Basaglia va riconosciuta la buona fede, il fervore ideale, ma non possono essere cancellati i paurosi danni della legge 180 che ancora perdurano. A loro vorrei opporre il sano realismo di quel parroco prima accennato. Si chiamava don Pasquale Uva, veniva dal mio paese e lo chiamavano Zì’ Terrone perché proveniva dalla terra e si definiva «operaio nella vigna del Signore». Mentre i meridionalisti teorizzavano il riscatto del sud negando radici, caratteri e tradizioni meridionali, quel cocciuto prete costruì dal nulla, pietra su pietra, tra collette, anticamere e testarde perorazioni, un grandioso ricovero per i malati di mente del sud. Il suo modello fu Cottolengo. Prima di condannare l’esistenza nefasta dei manicomi dovete pensare cos’era l’Italia e in particolare il sud prima che esistessero quelle strutture ospedaliere. I dementi vagavano per le strade, ridotti alla fame e agli stracci, derisi e aggrediti o a loro volta aggressivi e pericolosi. Ci vollero benemeriti come don Uva, e le suore che lo accompagnarono, le ancelle della divina provvidenza, a raccoglierli dalle strade e a dar loro cure, cibi, assistenza. Fu un progresso il manicomio rispetto alla situazione precedente. Fu un atto di pietà e di umanità, altro che segregazione. Ma don Uva capì quanta sofferenza covava dietro quelle grate e sapeva anche l’aspetto atroce dei manicomi. Così, dopo trent’anni di gestione degli ospedali psichiatrici, don Uva pensò nei primi anni Cinquanta ad una bonifica degli ospedali psichiatrici e progettò i villaggi postmanicomiali, una struttura aperta che immettesse gradualmente i malati nel mondo libero. Progettò così una città per i malati di mente che avesse al suo interno azienda agricola, pascoli, stalle, orti, vigneti e frutteti, laboratori, molini e pastifici, cinema-teatro e caffè, circoli e sale di bigliardi, impianti sportivi. Pensò cioè di accompagnare gradualmente i malati verso la guarigione e l’integrazione attraverso una struttura fondata sull’ergoterapia e la ludoterapia, il lavoro e il gioco. Al loro fianco erano previsti non casermoni cupi e ospedali-carceri ma agili strutture di cura come avrebbero dovuto essere i centri d’igiene mentale. Il progetto, insomma, era di immettere in modo graduale e in un luogo solare, intermedio tra l’ospedale e la strada, i malati di mente curabili nella vita normale, separandoli dai malati più acuti. Aveva previsto nel dettaglio un piano di spesa e individuato il sito per il primo villaggio postmanicomiale, presso il lago di Varano. Ma aveva ormai settant’anni e i primi malanni, non trovò adeguati interlocutori e poco dopo morì. Nessuno fu in grado di raccogliere l’eredità di quel progetto. Fu così che alla degenerazione degli istituti psichiatrici si oppose la follìa di chiuderli e si dichiarò cessata per legge e ideologia la malattia mentale. Oggi ne piangiamo gli effetti e romanziamo epicamente la vita e l’opera di Basaglia, seguendo l’antica etica lottizzatrice delle fiction di Stato: dopo la fiction su un santo, Agostino, una su un laico de sinistra, Basaglia; dopo un papa de sinistra, un papa de destra, per una fiction blando-revisionista tre fiction antifasciste sui partigiani e le vittime del nazismo; se c’è un De Gasperi ci vuole un Di Vittorio... Finiscono le culture e i partiti di riferimento, ma i santini no. Per carità, lo sappiamo, così va il mondo. Ma se la verità conta qualcosa, ha giovato ai dementi più l’opera del beato Pasquale Uva che la generosa ma nociva utopia di Franco Basaglia.

    Da Il Giornale

    07/02/2010

    Cattolici in politica

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    Sollecitata da stranocristiano e da Anna Vercors

    leggo con interesse e preoccupazione l'articolo di Panorama che  segue:

    Il disarmo dei cattolici in politica

    Quella cultura delle istituzioni e della società che ha guidato il paese, tenendo alta la bandiera dell’identità atlantica e democratica, non esiste più. La sua scomparsa è un lutto per tutti.

    GIULIANO FERRARA

    I cattolici in politica non sanno più che pesci pigliare. La Dc, è risaputo, risolveva i problemi con la mediazione: accettava e accompagnava la secolarizzazione dei costumi e delle idee, ma al tempo stesso incarnava e univa in modo liberamente coeso l’intera classe dirigente cattolica, in tutte le sue sfumature. Dopo la scomparsa di quel partito-stato e partito-chiesa, con le sue due facce sempre in evidenza, l’unico progetto sensato era parso quello di Camillo Ruini, uno dei cardinali più interessanti della storia ecclesiastica del Novecento, l’uomo che Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger avevano scelto per rischiare una Chiesa “contestata” ma in grado di uscire dall’irrilevanza nell’arena pubblica.

    Le tensioni interne alla Chiesa, denunciate energicamente dal Papa come tendenze pericolose al carrierismo dei vescovi, nascono anche da questa circostanza che sta sotto gli occhi di tutti: la crisi del progetto ruiniano di politica fondata sulla rivalutazione della funzione della ragione, sull’alleanza con i laici non credenti ma consapevoli del ruolo del Cristianesimo nella storia, sulla battaglia intorno ai dogmi nichilisti dell’ultrasecolarismo che nega se stesso e si fa ideologia intollerante, impulso totalitario, libertinaggio di massa nel campo della sessualità della vita umana manipolata e offesa e della famiglia.

    In nome del pauperismo, del solidarismo e dell’ideologia astratta dell’accoglienza, come se la politica e l’attività sociale non fossero norme regolative della coesistenza civile ma servizio evangelico, si finisce alla base della Chiesa per votare Emma Bonino, un campione della menzogna sulla vita umana, ma presuntivamente “dalla parte dei deboli” perché schierata a sinistra. La contraddizione con il magistero dei tre ultimi papi, l’”Evangelium vitae”, e con il “sensus fidei” e la tradizione cristiana è patente, esplosiva, ma la tendenza a scavalcare il problema etico centrale del nostro tempo, a infischiarsene, diventa sempre più evidente.

    Basta guardare Pier Ferdinando Casini e, con qualche elemento di consapevolezza in più, Rocco Buttiglione, i due cattolici “liberali” che dovrebbero occupare significativamente quel che è il residuo spazio centrale nella struttura bipolaristica e tendenzialmente bipartitica del nostro sistema politico. Sono anche loro in condizione di drammatica subalternità, per quanto tentino di mascherarla, e si consegnano a una strana politica dei due forni: quella della DC era per stare sempre al governo sfruttando l’appoggio degli altri, quella di Casini & C. è offrire il proprio appoggio agli uni e agli altri per finire sistematicamente all’opposizione.

    Non parliamo poi dei cattolici cosiddetti democratici, che hanno in Rosy Bindi e Dario Franceschini i loro ultimi portavoce nel mondo postprodiano del Partito Democratico, l’una in maggioranza con Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta, l’altro all’opposizione con Walter Veltroni.

    Se i popolari di Franco Marini e Giuseppe Fioroni sono pesci fuor d’acqua che fingono di navigare, perché niente di quel che credono e che appartiene alla loro identità si riflette più nella formazione politica che si sono scelti, i cattoprogressisti alzano la voce e sembrano più a loro agio, ma è un gioco di riflessi illusorio. Anche loro sono la debole mediazione culturale cattolica a disposizione del corpaccione d’apparato postcomunista, che decide e dispone secondo i suoi disegni e progetti, senza vera discussione, senza vera fusione di anime e tradizioni politiche.

    Il disarmo dei cattolici non deve far piacere nemmeno a chi cattolico non è. Perché quella cultura delle istituzioni e della società è stata il motore della crescita italiana del dopoguerra, ha tenuto alta la bandiera dell’identità nazionale e internazionale atlantica e democratica, dell’Italia repubblicana. La sua scomparsa è un lutto per tutti.

    05/02/2010

    I sedicenti cattolici

     

    A proposito delle recenti accuse alla Chiesa
    È facile unirsi al coro dei denigratori della chiesa, l’armamentario è già pronto, dai tempi gloriosi dell’Illuminismo si ripetono con tenacia e puntualità “certosina”. Galileo, le crociate, l’Inquisizione. Poi si aggiunge, per i più colti, il falso della Donazione di Costantino. Ora si sta preparando la storia di Ipazia, affinché diventi luogo comune nell’immaginario collettivo (e così la scienza e le donne sono sistemate!).
    È certo facile unirsi al coro, e soprattutto è “indolore”, anzi, genera e raccoglie applausi e consensi.

    Così anche il teologo che, per farsi conoscere e accreditarsi presso il grande pubblico, ha avuto bisogno della prefazione di Martini per un libro che, altrimenti, sarebbe rimasto impolverato negli scaffali delle librerie, si è sbizzarrito nel solito ritornello: «Cristo sì, Chiesa no». Applicandolo nello specifico alle vicende del caso Boffo, Bertone, Bagnasco.
    E purtroppo gli argomenti sembrano costruiti e posti per una tesi già precostituita e indiscutibile, più che per un aiuto a rendere ragione della fede e della chiesa.

    L’esempio più evidente sta nella citazione di un pensiero di s. Ignazio, secondo cui «per essere certi in tutto dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la chiesa gerarchica». Ecco dimostrato, secondo il sedicente teologo cattolico, che il credente che vuole essere appunto cattolico deve rinunciare alla libertà di pensiero, alla ragione critica… diventando così strumento di ogni più bieco progetto ecclesiale, sia che si tratti di accendere il rogo all’eretico o di passare a chi di dovere carte false.
    È pur vero che viene anche presentato il pensiero di Benedetto XVI a proposito della sporcizia nella Chiesa, e del carrierismo degli ecclesiastici, ma resta pur sempre vero che queste affermazioni restano solamente pie intenzioni e desideri di un Papa che non può mutare la realtà dei fatti, e quindi costituire un autentico progetto di chiesa, che resta quella «Ecclesia ab Abel», la comunità dei giusti, dove conta la purezza del cuore, e «non serve a nulla portare sulla testa curiosi copricapo tondeggianti, viola, rossi o bianche che siano».
    Sulla citazione di s. Ignazio, poi, ricordo di avere appreso che un documento va sempre letto nel suo contesto storico e secondo quello che si chiama “genere letterario”. Ora credo che questo sia allora il significato proprio dell’affermazione: la chiesa non è il luogo dell’opinione del parere, ma della verità, che il Magistero vuole servire e garantire (forse nel linguaggio di oggi si condannerebbe il cosiddetto “relativismo”). E se nel linguaggio si usa l’iperbole, questa vuole essere un rafforzativo del significato, non l’invito a rinunciare a ragione, libertà e verità, per diventare servi della menzogna (altri avrebbe detto “strumenti ciechi di occhiuta rapina”).

    Per quanto poi riguarda l’intera vicenda (quindi il caso Boffo, Bertone, Bagnasco…) penso proprio che qui si tratti del caso deplorato dal Papa nel Messaggio del 2008 sui mezzi di comunicazione sociale: «Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede. Si costata, ad esempio, che su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione, ma per “creare” gli eventi stessi.» e creare gli eventi significa anche porsi al servizio di quel progetto che intende ridurre (se non cancellare) la Chiesa ad una presenza insignificante.

    A questo, ogni credente vuole rispondere con la testimonianza, come ha ricordato il Papa a Verona, di una fede amica dell’intelligenza e di una carità che abbracci ogni uomo.
    Questa è la Chiesa, e questa Chiesa vogliamo servire. E testimoniare.

    Cultura Cattolica socio di  SamizdatOnLine

    Articoli correlati:
    Il killer di Boffo é in Vaticano - Antonio Socci - Libero
    Tentativo diabolico di toglierci forza nella società - mons. Negri - Corriere della Sera

    31/01/2010

    "Non sappiamo che Bonino pigliare"

    Rieti. Il citofono suona una volta a vuoto. Al di là del vetro, la parrocchia è deserta. E’ pomeriggio, forse è l’ora del pisolino post pranzo. Alla seconda scampanellata il sacerdote, in servizio a Rieti da innumerevoli anni, viene di persona ad aprire. Alla richiesta di un commento sulla candidatura Bonino, il parroco per prima cosa sospira. Pensa al monte Terminillo “innevato che è una meraviglia” e ricorda con nostalgia i tempi in cui, dice, “la chiesa non soffriva di timidezza e la domenica organizzava per i fedeli gite lassù” – sci, pranzo e messa sul calar della sera oppure messa al sorgere del sole, sci e pranzo. “E insomma”, dice, “allora sì che con i fedeli c’era un bel rapporto”. Invece adesso “il clero sonnecchia” e la gente “manco ci va, al Terminillo”, stazione sciistica di fasti mussoliniani caduta in disgrazia dopo il boom dei Settanta. D’improvviso il sacerdote, dopo essersi chiesto “chissà che cosa ha in mente l’Udc”, sbotta: “Ma che hanno paura di perdere clienti?”. La frase non è rivolta all’Udc, come si potrebbe inizialmente pensare, ma alla chiesa, secondo il parroco “troppo defilata su Emma Bonino, una donna che su certe questioni amministrative ci capisce più della Polverini, ma che su alcuni temi è davvero lontana da noi. Come fanno i cattolici di sinistra, dico io, a restare inerti di fronte a un Pd che si è fatto scavalcare da una candidata che predica l’amore libero, il divorzio, l’aborto e che tra un po’ dirà che i sessi sono tre o quattro?”.

    Se si fa notare al sacerdote che per strada, a Rieti, più di un sedicente “cattolico di sinistra” dice “la voto lo stesso” (come fa il signor Mario Ciancarelli, fuori da una libreria di via Roma) e che una signora uscita dalla preghiera mattutina in duomo, Virginia Properti, ha detto “sono una più sveglia dell’altra, Bonino e Polverini, vorrei votarle tutte e due”, il sacerdote non si scompone. E però molto si indispone: “Ti credo, che dicono così. Se uno ha un figlio senza lavoro, vuoi che pensi a Emma Bonino abortista o divorzista? No, certo che no. E infatti è compito di chi ha a cuore l’educazione del fedele portare alla sua attenzione la contraddizione insita in questa candidatura. L’uomo non vive di solo lavoro”. Il sacerdote critica Franco Marini che giustifica “la decisione del Pd sulla Bonino” e “i politici locali che non vogliono lasciare la sedia”, ma si capisce che ce l’ha soprattutto con “i preti che si accomodano, senza ragionare, lungo la divisione destra-sinistra”. Chi ascolta, reduce da una serie di conversazioni con i cronisti locali e con il portavoce del vescovo, non può far a meno di pensare: “Che ce l’abbia anche con la sua Curia?”. Perché il sacerdote non fa nomi, ma a Rieti, sull’argomento, c’è maretta.

    Qualche giorno fa, infatti, Renata Polverini si è fatta vedere in centro, ha chiesto un’udienza privata al vescovo e il vescovo, naturalmente, gliel’ha concessa. Senonché, accanto alla Polverini, in piazza, a un certo punto è comparso colui che i cronisti locali chiamano “il papa nero”, ovvero don Valerio Shango, originario del Congo, in quell’occasione prodigo di complimenti per Silvio Berlusconi (“gli ho portato fortuna quando è venuto qui”) e per Polverini stessa (“Renata, so che non hai la bacchetta magica ma so anche che hai l’intelligenza per ridare dignità alle famiglie italiane e ai migranti”). Apriti cielo (in senso letterale): a quel punto la Curia reatina ha diramato una nota sul settimanale diocesano Frontiera, per invitare i sacerdoti “alla sobrietà”. A voler sentire la campana vescovile, bisogna – di citofono in citofono – giungere al cospetto di Massimo Casciani, portavoce di monsignor Delio Lucarelli. Casciani conferma: “Abbiamo invitato i sacerdoti alla sobrietà, non è il caso di mettersi a fare la guerra. E’ vero che Emma Bonino piace a molti cattolici per l’impegno contro la pena di morte e la fame nel mondo, basta ascoltare Radio radicale, ma sulla famiglia e sulla vita siamo molto lontani. Un cattolico, in teoria, dovrebbe essere messo in crisi da questa candidatura. Ma i cattolici più pragmatici voteranno secondo le indicazioni di partito. Chissà, forse qualcuno dovrebbe pensare a una terza via”. Casciani dice anche che il vescovo mantiene un atteggiamento “molto equilibrato” e non si impiccia di politica “per evitare strumentalizzazioni”.

    A questo punto si capisce che la linea ufficiale della Curia non è quella di lotta dura e pura del sacerdote antiboniniano nostalgico del Terminillo. Prova ne è che altri due sacerdoti, raggiunti in parrocchia, dicono, più o meno: “Qui ci occupiamo di altro”.
    Neppure nell’antico chiostro dell’istituto “Figlie di San Camillo”, sede di corsi universitari per infermiere, si ottengono risposte. La reverenda suora Afra Marcolongo, coordinatrice, prima risulta a pranzo (“non sente che c’è odore di pasta?”, dice una signora che scende le scale), poi “in preghiera”, dice l’impiegata, una ragazza che “odia” sia Bonino sia Polverini e che, come il portavoce del vescovo, si interroga sulla “terza via” (non Linda Lanzillotta, ipotesi ventilata da Rutelli, ma, dice la ragazza, “magari uno di Forza nuova”). Infine si ottiene il numero dell’ufficio di suor Afra, ma una sua consorella dice: “No, grazie. E’ tempo di esami universitari”. Al centro di ascolto diocesano, intanto, i volontari Caritas ascoltano gli ultimi dei trentacinque immigrati della giornata. Emma Bonino non è in cima ai loro pensieri. C’è prima la signora velata che chiede vestiti per il bimbo che piange e ride se qualcuno lo saluta, c’è prima la mamma con accento dell’est che vuole viveri e “un costume da principessa” per la figlia (tra poco è carnevale).

    La coordinatrice del centro, Cristina, fa capire che la posizione della Bonino sui temi etici è l’ultima delle sue preoccupazioni. L’urgenza, dice, “è là fuori”. Fuori ci sono tre ragazzi in fila. “Sono somali, li hanno mandati su da Crotone tempo fa”, dice la signora Cristina prima di esprimere il suo pensiero sulle candidature: “Se uno non la pensa come me, ma risolve i problemi della gente, io lo voto. Basta che sia onesto. E guardi che i problemi non li hanno solo gli immigrati ma pure tanti italiani: povertà, disoccupazione, pensioni da miseria. Vedremo cosa diranno queste due signore”. Nelle vie del centro, però, molti hanno già deciso. “Polverini tutta la vita”, dice l’impiegato cattolico Giuseppe, interpellato al bar Quattro Stagioni, mentre da una radio risuona il vecchio “Alli-galli”. Sul corso, fuori da una casa-famiglia, un ragazzo che si definisce “vicino all’Azione cattolica”, dice “la Bonino difende i deboli e i cattolici difendono i deboli. Ben venga”. Poco distante, nei pressi di un negozio di pesci tropicali “in saldo”, il signor Antonino dice: “Io sono da sempre cattolico e di destra, ma destra vera. Bonino mai, Polverini forse”. Il farmacista Paolo Selvi afferma di “aver intrapreso un percorso di fede” che gli fa dire: “Emma Bonino non la voto, pur nel rispetto per la persona. Certo, il problema ce l’hanno i cattolici del Pd”. Un cattolico del Pd, Vincenzo Ludovisi, consigliere provinciale di area ex Margherita, chiede al partito “di fare ora in modo che tutte le sue anime siano rappresentate”, e pare più rassegnato dei capi del Pd locale (franceschiniani e molto contrariati). In ogni caso, un manifesto targato Pd “con Emma, per vincere” campeggia sul vetro della fermata del bus Cotral, appena fuori città, lungo la strada per Roma.

    A bordo del bus un vigile in divisa lo indica e dice all’amico: “Oh, mi sa che voto ’sta Bonino”. Interrotto dalla telefonata di qualcuno che – si evince origliando – cerca di ottenere invano l’abbuono di una multa, il vigile insiste: “Oh, ’sta Bonino è piovuta un po’ a cavolo, ma è seria”. L’amico dice: “Boh, io voto per Casini”. Il cronista a quel punto si intromette, si presenta e chiede ai due signori: “Siete cattolici?”. Un po’ stupiti, quelli rispondono: “Sì, sì, cattolici, cattolici”. Il vigile boniniano aggiunge: “Mo’ me devo preoccupa’ di che religione è la Bonino? Grasso che cola se nun c’ha i problemi esistenziali come Marrazzo, e l’ho pure votato”.

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

    di Marianna Rizzini

    Da "Solo Quì"

    26/01/2010

    Il discernimento sui candidati alle elezioni

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    Monsignor Negri: se non parlano i vescovi contro la cultura della morte, chi lo farà?

    IL FOGLIO

    Monsignor Luigi Negri, 67 anni, ciellino, già docente di Introduzione alla teologia e Storia della filosofia alla Cattolica di Milano ripete spesso, con la dovuta umiltà, di voler guidare la piccola ma prestigiosa diocesi di San Marino-Montefeltro un po’ come il “Leone di Münster”, monsignor Clemens August von Galen, guidava ai tempi del nazismo la sua diocesi: nel nome di “una fede che non si riduce a privato” – disse di lui Benedetto XVI – non ebbe paura di esprimersi pubblicamente contro Hitler. E paura non ne ha avuta, tre giorni fa, neppure Negri quando, uscita su Avvenire la notizia che in Emilia-Romagna il sei per cento degli aborti avviene con la pillola Ru486 somministrata in day hospital, ha dichiarato: “Si tratta di operazioni di bassa macelleria”. E ancora: “E’ incredibile che si possa definire, come hanno fatto nella nostra regione, l’espulsione del feto come una mestruazione particolarmente copiosa”. Ma “fra qualche mese anche i nostri cittadini andranno alle urne. Spero che molti si ricorderanno di queste agghiaccianti statistiche”.

    Non è col Foglio che Negri intende parlare in ecclesialese. Piuttosto intende chiamare le cose col nome loro perché, dice, “è arrivato il tempo di capire bene cosa significhino per il paese, a livello culturale e antropologico, candidature come quella di Emma Bonino nel Lazio”. E ancora: “Se non cominciamo noi vescovi a parlare chiaro, chi lo farà nella chiesa?”. Negri parte da lontano: “Conosco bene – dice – certe forme di radicalesimo. Ricordo di aver assistito da vicino, da studente al liceo Berchet di Milano, alla nascita del primo centro culturale del radicalesimo italiano. Nacque all’inizio degli anni Sessanta. L’occasione fu l’opposizione al vescovo di Prato monsignor Piero Fiordelli. Questi aveva denunciato come ‘pubblici peccatori e concubini’ due giovani che si erano sposati in comune. Per questo motivo venne condannato a un anno di reclusione. Altri tempi, certo. Ma è un esempio per dire che ha radici lontane in Italia un certo tipo di radicalesimo che altro non vuole fare se non proporre in modo chirurgico e preciso una cosa: quella che Giovanni Paolo II chiamò nell’Evangelium vitae la cultura della morte. Sono quarant’anni che in Italia assistiamo al tentativo di espropriazione della nostra cultura popolare e della nostra tradizione cattolica. E non mi pare che questo tentativo sia terminato”.

    Per rimanere sul tema “parlare senza giri di parole”, così Negri descrive le caratteristiche di questa “cultura della morte”: “Immoralismo come nuova moralità. Vita affettiva ridotta a puro meccanismo sessuale, un meccanismo da controllare secondo la logica dell’istintualità, a ciò che pare e piace. Equivalenza tra omosessualità ed eterosessualità. Disprezzo dichiarato per la vita: dicono che gli embrioni sono soltanto un grumo di cellule. Liberalizzazione delle droghe. Disprezzo per ogni forma di legge morale”. E ancora: “Qualunque sia il nome col quale vogliamo definire questo tipo di cultura, questo tipo di radicalesimo, non possiamo dimenticare che la sua volontà è una, ed è quella di distruggere la chiesa. E’ quella stessa volontà che Voltaire riassunse nel motto ‘Ecrasez l’infame’, ‘Schiacciate l’infame’, dove l’infame altro non è che la chiesa cattolica”.

    Già la chiesa. Le sue posizioni sono chiare. La cultura che intende difendere è ben esplicitata nei magisteri papali, ultimi quelli di Montini, Wojtyla e Ratzinger. Ma quando poi la battaglia da ideologica diviene pratica non tutto risulta chiaro. Dice Negri: “La domanda è: perché di fronte a questa cultura dichiaratamente in opposizione a quanto la chiesa sostiene parte del mondo cattolico si mostra privo di atteggiamento critico? Perché per alcuni cattolici la candidatura di una radicale può sembrare in fondo non così diversa da quella di un qualsiasi altro politico? E’ la stessa domanda che mi sono posto anch’io dopo aver letto l’inchiesta del Foglio a Viterbo che ha evidenziato come per molti cattolici non è un problema la candidatura della Bonino nel Lazio. Mi sono risposto una cosa: se facessimo la medesima inchiesta in altre regioni, vorrei dire in tutte le regioni d’Italia, il risultato sarebbe lo stesso di Viterbo. Perché il dato è uno e chiede d’essere guardato: stiamo crescendo generazioni assolutamente incapaci di giudizio critico sulle cose. Leggendo l’inchiesta del Foglio mi è venuto in mente quel versetto della Bibbia, Geremia 31, dove si dice: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’. Mi domando: siamo stati capaci di favorire in questi anni l’espressione di una vera cultura della fede? Abbiamo promosso quell’antropologia adeguata sulla quale più volte tornò Giovanni Paolo II? Oppure è cresciuta tra noi, sotto i nostri occhi, una generazione per la quale il dialogo viene prima dell’identità? A volte sembra che il dialogo che impostiamo con chi non crede altro non sia che una resa senza condizioni. Nel nome del dialogo ci dimentichiamo chi siamo. E dimenticandoci chi siamo sono sempre gli altri ad avere ragione, ad avere la meglio”.

    Allora cosa fare? Per Negri occorre ricominciare, ripartendo da quanto Benedetto XVI e la conferenza episcopale italiana continuano a sottolineare: “Sono dieci anni che i vescovi parlano di emergenza educativa. Occorre lavorare tutti su questa emergenza perché soltanto in questo modo i cattolici di oggi e di domani potranno imparare a discernere, giudicare, difendere la propria identità. Soltanto in questo modo i cattolici potranno capire che è arrivato il tempo di uscire dalla notte in cui tutte le vacche (tutte le identità) sono nere (hanno lo stesso colore). Un tempo, insomma, in cui anche il discernimento sui candidati alle elezioni sarà più semplice”.

    Pubblicato sul Foglio martedì 26 gennaio 2010

    Grazie a Paolo Rodari

    23/01/2010

    Il Cristo di Rouault

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    Oggi, navigando nel web, mi è capitato di vedere un'opera di Georges Rouault, un Cristo. Mi è riaffiorato alla memoria un fatterello di tanti, tanti anni fa. Mio fratello, che frequentava il liceo, doveva fare un disegno che rappresentasse Gesù Cristo come era accolto nella nostra epoca moderna e tecnologica. Siccome ero "l'artista" di famiglia mi cedette il l'incompenza. Disegnai un Cristo che è identico, giuro, tale e quale, sputato proprio, a questo di Rouault. Solo che ci avevo messo anche il corpo. Disegnai un grande spazio, come una spianata... In fondo c'erano un sacco di luci, e case altissime e un razzo in procinto di lanciarsi nell'azzuro cielo. In un angolino avevo messo il Cristo, con un recinto che lo teneva lontano, separato dall'enorme folla che lo circondava. Il Cristo non guardava il razzo e la folla non guardava  Cristo.
    Però è una soddisfazione che il mio Gesù è simile a quello di un grande artista... Vuoi vedere che sono un genio e non me ne sono mai accorta?

    19/01/2010

    EMERGENZA HAITI: RADDOPPIAMO GLI SFORZI, IL BISOGNO E’ ENORME.

    Cari amici degli AVSI Point,

    di fronte alla situazione di emergenza ad Haiti, AVSI, presente nel paese ininterrottamente dal 1999 con numerosi progetti in ambito socio - educativo, diritti umani e formazione, già operativa nell’emergenza uragani 2008, in cui molte vite umane erano andate perdute, sta ora realizzando un intervento di “prima emergenza”, caratterizzato dal soccorso alla popolazione colpita dal terremoto e dalla fornitura di beni utili di prima necessità.

    Naturalmente rimarremo anche dopo, quando l‘attenzione cadrà e il vero lavoro sarà ricostruire, anzitutto l’umano.

    Vi chiediamo di continuare a sostenere i progetti della Campagna Tende in corso con gli eventi già in programma e di raddoppiare gli sforzi già in atto, favorendo anche la realizzazione di gesti ed iniziative di raccolta fondi per Haiti e la diffusione dell’appello che AVSI ha lanciato, per aiutarci a sostenere la speranza di un paese in ginocchio, stremato dalla povertà e da questa catastrofe.

    Concretamente significa che per le iniziative già programmate per la campagna tende ed in corso di realizzazione nei prossimi giorni e nelle prossime settimane chiediamo un aiuto ancora più grande, perché il bisogno è grandissimo: sostenete l’emergenza di Haiti e anche la campagna tende!

    Operativamente Vi chiediamo di:

    1. Diffondere ovunque l’appello per Haiti, in allegato il pdf del volantino. Inviatelo via mail a tutti i contatti, amici, colleghi e conoscenti. Stampatelo e portatelo in luoghi pubblici, da usare per le iniziative.
    2. Usare il progetto delle attività in corso da proporre ad aziende e conoscenti per sollecitare donazioni (secondo allegato).
    3. Usare lo stesso progetto da sottoporre a Comuni, Province e Regioni e trasferite le informazioni a Pier Paolo Bravin (cooperazionedecentrata@avsi.org)
    4. Favorire la possibilità di sostenere a distanza i bambini di Haiti, prendendo i nomi degli interessati (nome, cognome, indirizzo e importantissimo la e-mail) e farli avere subito a Cesena a Franco Argelli (franco.argelli@avsi.org) per ricontattarli appena possibile.

    Siamo a completa disposizione per chiarimenti per tutti gli eventi già in programma e qualunque tipo di supporto per la realizzazione di iniziative a sostegno di Haiti, che vi preghiamo di comunicarci per tempo.

    Grazie infinite

    Segreteria Rete sostenitori


    SOSTIENI ANCHE TU L'APPELLO DI AVSI PER HAITI - indicando nella causale “terremoto Haiti”:

    Credito Artigiano - Sede Milano Stelline, Corso Magenta 59
    IBAN IT 68 Z0351201614000000005000
    Per bonifici dall'estero:
    IBAN IT 68 Z0351201614000000005000
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    Conto corrente postale n° 522474, intestato AVSI

    Donazioni online qui o dalla home page del sito

    13/01/2010

    TERREMOTO in HAITI – EMERGENZA UMANITARIA

    TERREMOTO in HAITI – EMERGENZA UMANITARIA

    Una catastrofe. Mai un terremoto di tale portata aveva devastato Haiti, anche se per ora è impossibile valutare appieno le conseguenze del sisma che ieri sera, martedì 12 gennaio 2010, le 16.53 ora locale, quasi le 23 in Italia, ha colpito l’isola di Haiti e in particolare la capitale, Port-au-Prince, dove AVSI lavora dal 1999 con tanti progetti e attività. Si teme che i morti siano centinaia e centinaia. L’ennesima catastrofe che ha nuovamente messo in ginocchio la popolazione, quella sopravvissuta, già stremata dalla povertà.

    La buona notizia per AVSI è che tutti i 6 espatriati (5 italiani e 1 francese) sono fortunatamente vivi. Mentre stiamo cercando di rintracciare anche tutti i 100 collaboratori nazionali. Difficile anche avere notizie in breve tempo di tutte le famiglie che AVSI sostiene in Haiti attraverso i vari progetti, come il sostegno a distanza. “Chiediamo a tutti gli amici che ci hanno aiutato di continuare a farlo per questa emergenza, di avere tanta pazienza e di pregare.”

    Per chi volesse fare una donazione – indicando nella causale “terremoto Haiti”:

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    Le comunicazioni sono quasi impossibili, manca corrente, si è spento tutto, i generatori sono merce rara. Anche per la sede operativa di AVSI a Milano non è semplice comunicare con la sua équipe.

    Dalla capitale di Haiti, Port au Prince, Fiammetta Cappellini, rappresentante di AVSI in Haiti, scrive via chat utilizzando skype: “cerco di essere breve perrchè cerchiamo di fare economia di batterie Come sapete il terremoto è avvenuto alle 17 ora locale, mentre ci accingevamo a chiudere gli uffici.

    La prima scossa è stata fortissima e durata sicuramente più di un minuto. Appena psosibile abbiamo lasciato i locoali. Constatato che non c’erano danni rilevanti, siamo andati tutti a casa. Le strade pero si sono rivelate una trappola. Io e la seconda macchina con Jean Philippe e un collega haitiano siamo rimasti bloccati per ore. Alla fine abbiamo deciso di far ritorno all’ufficio. Ci siamo riforniti di acqua potabile e cose simili e ci siamo diretti verso la ex acsa di Carlo Zorzi (ex rappresentate di AVSI in Haiti, prima di Fiammetta, e ora in Costa d’Avorio), unica meta raggiungibile.

    Qui però ci ha sorpresi la seconda scossa, al che abbiamo deciso di dormire fuori. Non potendo raggiungere casa mia, abbiamo chiesto ospitalità in una struttura dell’ambasciata brasiliana di Port au Prince.
    Quando la situazione nelle strade si è un po’ normalizzata, verso le 10 di sera, ci siamo avventurati verso casa mia. Abbiamo praticamente attraversato la città. Il panorama è devastante. I più importanti edifici sono scomparsi. Danni ingenti si registrano ovunque. Solo da quello che abbiamo visto noi, i morti non possono che contarsi a migliaia. Interi edifici di diversi piani sono completamente rasi al suolo. Gravissimi danni ha subito un noto supermercato che a quell’ora non poteva essere che pieno di gente. E’ praticamente ridotto a niente.

    Verso mezzanotte ho potuto ritrovare mio marito, al che abbiamo fatto un giro a casa di jean philippe, il francese che lavora con noi, che e’ gravemente danneggiata e chiaramente non più abitabile. Quindi per ora sta da me. La casa dove vivono i “nostri edoardo-alberta non sembra apparentemente aver subito gravi danni. Il nostro ufficio principale della città è integro. Fortunatamente i nostri colleghi stanno bene.

    Attraversando la città abbiamo visto scene di devastazione terribili. Abbiamo notizia di almeno due colleghi che hanno trovato la casa rasa al suolo. D’altronde anche quella di fianco alla mia non esiste più.
    Per le strade vagano persone in preda a crisi di panico e di isteria, feriti in cerca di aiuto. Gli ospedali sono difficilmente raggiungibili, le strade della capitale impraticabili. Il nostro viaggio verso casa è durato oltre 2 ore per fare meno di 10 chilometri. E per fortuna avevamo la jeep.

    Abbiamo cercato di portare aiuto come potevamo per trasportare i feriti, almeno i bambini non accompagnati, ma ci siamo presto resi conto di quanto poco servisse rispetto alla dimensione di questa tragedia. Si sentono dalle macerie le grida di aiuto di chi è rimasto sotto e i parenti impotenti si disperano. Mancano luci per illuminare la scena e continuare a scavare di notte. Non possiamo che attendere la mattina, ma anche questa notte è veramente nera per tutti noi. Il commissariato di Delmas 33, con annessa prigione e centro di detenzione di minori, un edificio di tre piani, non esiste più. Sul posto la Minustah ha montato luci a grande potenza per poter continuare l’opera di soccorso. L’hotel Montana, dove oggi ho pranzato è semidistrutto e conta 200 dispersi. Non ho più notizie della mia ospite di oggi.. Spero per lei. Tutti i mezzi della missione ONU sono mobilitati per portare aiuto, ma le Nazioni Unite stesse hanno subito gravi danni, con il loro quartier generale semi distrutto e diversi impiegati civili dati per dispersi.

    In tutta la città la gente resta in strada: chi non ha più una casa, ma anche chi teme nuove scosse.
    Della maggior parte dei colleghi haitiani non abbiamo notizie, come anche di moltissimi amici e colleghi.
    Abbiamo incontrato in strada il capomissione di Action contre la faim. Ci ha raccontato che il loro edificio e’ interamente distrutto e che per ore hanno cercato i colleghi vittime del crollo. Un loro collega haitiano manca e all’appello. Lo stesso capo mmissione era leggermente ferito e cercava a piedi di raggiungere la propria abitazione e avere notizie della famiglia.

    Ciò che abbiamo visto col collega Jean Philippe nell’attraversare la città è spaventoso. Non so davvero da che parte potremo ricominciare, ma lo faremo. E’ terribile. Penso ai 4 bambini che abbiamo soccorso oggi pomeriggio, 4 fratellini che si sono trovati sotto una casa distrutta senza i genitori non ancora rientrati dal lavoro. Uno di loro aveva gravissime ferite alla testa e piangeva disperato. La sorellina piangeva chiedendo: “come fa la mamma a ritrovarci che la casa non c’è più?”. Pregate per questo paese sfortunatissimo. Ciao, Fiammetta”

    Aiutateci ad aiutarli.

    AVSI

    11/01/2010

    Perché tutto questo interesse a confutare le tesi, così scontate, di Odifreddi?

    http://www.paginedilibri.com/immagini/2008_1_24/note/Odifreddi.jpghttp://www.romaviva.com/vaticano-castel-santangelo/basilica-san-pietro-vaticano.jpg


    Non certo perché il suo pensiero rivesta francamente una grande importanza: sono posizioni – anche se rilanciate da grandi e potenti mezzi di stampa – vecchie e scontate, poco creative e povere di ragioni. Mi spiace dirlo, e non è per mancanza di rispetto. Tra l’altro nel confronto sono anche emerse note interessanti, tra cui una presa di distanza dello stesso Odifreddi (Presidente onorario) dall’UAAR. In un momento come questo in cui il desiderio di tale associazione è quello di farsi propaganda con tutti i mezzi (lo ha in qualche modo fatto capire sul suo sito), questa presa di distanza può fare pensare. Sarebbe bello capire su quali punti esiste una divergenza.

    Ho iniziato, come dal professore onnipresente indicato, a leggere il suo libro «La Via Lattea», e le perplessità che avevo avuto leggendo due suoi libri precedenti, quello sul matematico impertinente e quello sulla sua impossibilità a dirsi cristiano, sono rimaste: in sintesi posso dire che del suo dio io sono ateo. Cioè mi sembra che quelle affermazioni che lui fa sul cristianesimo siano suoi pensieri, personali, leciti, per carità, ma che non colgono nel segno di quella che è la fede cristiana cattolica, quella del Papa, del Concilio, dei grandi santi. Quella che ho imparato da mio padre e da quel grande educatore che è stato don Giussani. Troppe volte nel suo testo il «naturalmente» significa che «è naturale perché lo penso io». C’è un ovvio che non è mai dimostrato (e non secondo la considerazione di Aristotele che sarebbe da pazzi voler dimostrare l’evidente), ed è l’ovvio della sua misura, della sua storia, dei suoi pregiudizi…

    «La ragione è coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori», così mi è stata insegnata, e così cerco di viverla e comunicarla. E capisco che questa è una avventura che avvince ed esalta. Ad un certo punto il professore onnipresente dice, nel libro citato: «Tu sostieni che per l’uomo la verità non è mai conoscibile…». Beh, sarà la posizione del suo interlocutore (da lui preso comunque in qualche modo come campione della fede), ma certo non è posizione cattolica. Basterebbe una lettura del tanto deriso Chesterton e dei suoi racconti su Padre Brown per avere una smentita ironica e divertente di questo pregiudizio (Flambeau docet [“What?” asked the thief, almost gaping. “You attacked reason,” said Father Brown. “It’s bad theology.”]).

    Credo che sia giunto il momento di guardare avanti, con realismo e speranza, senza ottusi schemi e pregiudizi, soprattutto se si ha di mira il bene degli uomini che così spesso incontriamo. È forse necessaria quella alleanza tra credenti non clericali e laici non laicisti che può consentire all’uomo del terzo millennio di guardare alla vita, alla realtà, agli uomini, alla storia con speranza e realismo, evitando il male possibile e aprendo a tutti lo spazio di una umanità libera e amica.

    Ho ritrovato questi pensieri di don Giussani ai monaci buddisti: «La voce dell’universo, del tutto di cui noi siamo piccola, infinitesima parte, questa voce è il cuore dell’uomo.
    Guardando le stelle o il mare, innamorandosi di una donna, guardando con tenerezza i figli, animosamente cercando di conoscere la natura e di usarla, l’uomo di tutti i tempi, di tutte le razze cerca la felicità: quello che è vero, quello che è giusto, quello che è bello. I nostri filosofi antichi dicevano: «Cerca l’essere». Qualunque cosa l’uomo veda nell’universo, nella realtà, gli suscita il desiderio della bellezza, della bontà, della giustizia, della felicità. Questa è la voce che l’universo, la totalità realizza: si chiama “cuore” dell’uomo.
    Allora la grande alternativa culturale ed esistenziale è chiara: o questa voce è senza senso, senza realtà e il cuore dell’uomo non c’è, o tutto ha senso per il cuore dell’uomo. La nostra voce canta per un perché e la nostra lotta, se così si può dire, è per destare e per sostenere negli uomini il senso della positività ultima della vita e del cuore. È per questo rapporto ultimo, è per questo destino ultimo di felicità che l’uomo, consciamente o no, vive. È per questo sentimento ultimo di una giustizia reale che l’uomo può sostenere la fatica di oggi. Senza questa ipotesi sarebbe ingiusto far nascere.»

    Da parte mia questo cammino ci sto a farlo, e sul mio cammino ho incontrato molti, anche su posizioni ideali e di fede diverse, che ci stanno. La partita è aperta. Per tutti.

    Grazie a Cultura Cattolica

    09/01/2010

    Il futuro dell'umanità passa per la famiglia cristiana

     

    La capitale spagnola è stata scenario, domenica 27 dicembre 2009, di un evento di imponenti proporzioni. Un evento talmente importante che nei siti web e nei grandi media non ve n'è traccia!
    Sull'incontro intitolato "Il futuro passa per la famiglia" è calato il silenzio di un'immeritata indifferenza da parte dei mezzi di comunicazione. Forse la famiglia non fa più "trend", forse certi valori ora danno fastidio, ma è certo che, in occasione della festa della Santa Famiglia, famiglie d’ogni angolo d’Europa si sono riunite nello spazio adiacente alla Chiesa ed alla "Plaza de Lima".

    Nella stessa piazza dove ventisette anni prima Giovanni Paolo II celebrò la messa per le famiglie pronunciando la sua frase "Il futuro dell'umanità passa per la famiglia cristiana" che è stata ripetuta continuamente ed era visibile nei manifesti appesi ovunque.

    Il freddo intenso e la neve non sono stati un ostacolo per le migliaia di famiglie confluite a Madrid in questa occasione. Proprio nella capitale di quella Spagna che oggi è fanalino di coda della demografia europea e laboratorio di numerosi strappi legislativi in direzione opposta alla famiglia tradizionale. Gli organizzatori lo avevano ripetuto: non è una manifestazione contro, è una pura testimonianza, innanzi tutto per la Chiesa e poi per l'Europa che sta abbandonando la fonte della della vita e uccidendo la famiglia.
    È stato un momento di incontro e preghiera per ringraziare Dio e chiedergli di aiutare le famiglie, l’Europa e la Spagna; una giornata di grande festa per promuovere una società degna per la persona umana, che rispetti la vita e l’amore dei coniugi.

    Fondamentale e molto sentito il collegamento video, da Piazza San Pietro a Roma, con il Pontefice Benedetto XVI che ha salutato i partecipanti spiegando che “Dio, essendo venuto al mondo nel seno di una famiglia, mostra che questa istituzione è un cammino sicuro per incontrarlo e conoscerlo ... ”
    Quindi – ha continuato il Papa - uno dei più importanti servizi che noi cristiani possiamo rendere agli altri è offrire la nostra testimonianza, serena e ferma, della famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna, salvaguardandolo e promuovendolo, essendo tale istituzione di somma importanza per il presente e il futuro dell’umanità”.
    In effetti - ha commentato il Vescovo di Roma -, la famiglia è la migliore scuola nella quale si impara a vivere quei valori che danno dignità alla persona e fanno grandi i popoli. In essa, si condividono i dolori e le gioie, sentendosi tutti avvolti dall’amore che regna in casa per il solo fatto di essere membri della stessa famiglia”.

    Sul numero dei presenti i dati sono incerti: si va da un milione a cinquantamila, con tanto di riprese aeree e mappature statistiche. Hanno partecipato quattordici Cardinali e Arcivescovi europei, quaranta presuli spagnoli, decine di altri Vescovi provenienti da Regno Unito, d'Irlanda, Portogallo, Belgio, Scandinavia, Olanda, Francia, famiglie provenienti oltre che da Spagna e Italia da Croazia, Slovenia, Serbia, Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Albania, Malta, Ungheria, Germania, accompagnate da sacerdoti e religiosi e religiose, è stata organizzata dalla Arcidiocesi di Madrid insieme al Cammino neocatecumenale.
    Ma fare il conto delle singole teste non è l'aspetto fondamentale di ciò che è avvenuto a Madrid. L'aspetto saliente di quanto è avvenuto, al di là del silenzio, dell'apparente irrilevanza mondana, mediatica e politica, è la notte splendida che presagisce il miracolo più umile e fecondo, il segno dato a noi tutti. A Betlemme fu un bimbo adagiato in una mangiatoia, e Maria e Giuseppe, una famiglia riparata in una grotta a donare al mondo la Vita e l'amore che non muoiono. A Madrid, Dio ha rinnovato lo stesso segno: queste famiglie e i loro bambini hanno affermato la Verità accaduta nella propria vita che si è fatta incontro.

    Seraphim socio di  SamizdatOnLine

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    Tutto cospira a tacere di noi - Il pensiero cristiano
    Manifestazione a Madrid - Il pensiero cristiano
    Così i vescovi spagnoli badano alla qualità e non alla quantità della piazza - Il Foglio
    Madrid presepe d'Europa - Segni dei tempi
    Il futuro dell’Europa passa per la famiglia” - Antonio Gaspari - Zenit
    Le cifre ballerine di Madrid. E le tirature de “L’Osservatore Romano” - Sandro Magister Settimo Cielo
    Spagna, un milione di sì al «progetto» famiglia - Graciete - Avvenire
    Famiglia, scuola di valori per la persona - Anna Vercors - Il Giornale

    31/12/2009

    Quell’inno che fa' tremare il cuore

    Quell’inno che faceva tremare il cuore anche ai "mangiapreti" Napoleone e Garibaldi

    C'è qualcosa di magnifico ma anche di terribile in questo antichissimo canto con cui la Chiesa loda l'Onnipotente e Gli rende grazie in occasione di eventi particolarmente importanti. E quando un anno si conclude.

    Tanto magnifico e terribile, questo inno, che non hanno osato rinunciarvi neppure i più feroci anticlericali. Napoleone, per esempio, non se ne perse uno, arrivando a minacciare di morte il clero se non gliel'avesse eseguito in pompa magna. Il Piemonte delle leggi eversive metteva in carcere i vescovi che si rifiutavano di intonarlo per protesta. Perfino Garibaldi, il più fanatico dei mangiapreti, pretese il solenne Te Deum, e più di una volta.
    Bisogno di ingraziarsi le plebi superstiziose e legate alla religione? Voglia di legittimarsi come «liberatori» e «purificatori» della Chiesa? Sì, c'era anche questo, come nel caso del generale Championnet e la sua pistola puntata alla testa dell'arcivescovo di Napoli affinché il sangue di San Gennaro si sciogliesse pure davanti agli invasori francesi.
    Ma nessuno mi toglie dalla capoccia che c'era anche un fondo di ancestrale terrore del divino, una di quelle emozioni che niente come la musica è capace di far salire dal profondo dello stomaco.
    E, tra i canti sacri della tradizione cristiana, se ce n'è uno in grado di far tremare il cuore è il possente Te Deum. Quelle note, sgorgate nella magnificenza del gregoriano, in qualche modo evocano il Giudizio, la sentenza finale di quel Maestro che, scaduto il tempo, ritira il compito e lo valuta: sufficiente o insufficiente.
    La vita è infatti un compito, anche se molti cercano di convincerci che sia solo un giocattolo (il quale, se ti va bene ci giochi, sennò lo butti via). E la valutazione finale, senza possibilità di appello, prevede una sola alternativa di voto: buono, non buono.
    Uniamoci anche noi, nel finale di quest'anno, al canto di ringraziamento che la Chiesa eleva da sempre al suo Creatore. Uniamoci anche se siamo stonati. Anche se quest'anno non è stato dei migliori, perché il Signore non permetta di peggio (al quale, com'è noto, non c'è mai fine). Finché non si realizzi la Beata Speranza e venga, finalmente, il Suo Regno.

    Rino Camilleri -Il Sussidiario

    Te Deum laudamus - Graciete

    Editoriale SamizdatOnLine

    27/12/2009

    Perché torniamo sempre davanti al presepe, dove c’è un bimbo che ha fatto il sole e le stelle

    Cari ragazzi, è Natale ancora, grazie a Dio. Prima di avviarci verso il presepe, bisogna che conosciate una perla della vita di santa Teresa di Gesù Bambino. Un giorno, durante la malattia che la accompagnò alla morte, ebbe in dono dalle consorelle una rosa. Invece che deporla in un vaso, la sfogliò sul Crocefisso con pietà e amore, quasi a lenire le piaghe di Cristo. “Nel mese di settembre” disse accompagnando il suo gesto “la piccola Teresa sfoglia ancora una rosa di primavera. Sfogliando per Te la rosa primaverile, vorrei asciugarti le lacrime”.
    Nessuno sarebbe in grado di raccontare qualche cosa di altrettanto bello che non abbia a che fare con un gesto di adorazione. Perché, lo dovete sapere, sfogliando quella rosa di primavera santa Teresina, in punto di morte, adorava Gesù. Non dava sfogo a un sentimento poetico. Se l’oggetto dell’amore adorante di quella creatura fosse stato qualche cosa di meno che il Figlio di Dio, la sua vita sarebbe naufragata nella disperazione di una tragedia greca.

    Invece, si è incamminata verso la gloria di una fiaba cristiana.
    Capite, ora, Chi abbiamo deposto in quella mangiatoia? Capite perché tutte le statuette del presepe guardano verso la luce che sprigiona da quella grotta e a nessuno viene fatto di orientarle altrimenti? Anche i briganti, i ladroni, i soldati… Pensate che i pastori fossero damerini firmati Prada usciti da qualche salotto? Tra di loro c’erano senz’altro dei tagliagola facili a maneggiare il coltello. Eppure, eccoli tutti lì, in adorazione, davanti allo stesso Dio rivestito di petali di rosa da santa Teresina. Ricordate i racconti in cui Guareschi costringe Peppone e la sua ciurma comunista a inciampare nel Natale? Ricordate che il figlio del Lungo si rifugia nel solaio della Casa del Popolo per costruirsi il suo presepe. E, la notte di Natale, Peppone e gli altri sciamannati, dopo aver tentato di decristianizzare il Natale, se ne stanno là fuori, col naso verso il solaio della Casa del Popolo, in contemplazione della luce accesa dal figlio del Lungo. E vi ricorderete di quel solaio nascosto nel convento dove era cresciuto Marcellino pane e vino. Lassù non c’era il presepe. “C’è un uomo” dicevano i frati per intimorire Marcellino “che se ti vede ti porta subito via con sé”.

    E dicevano il vero, perché in quel misterioso solaio Marcellino
    avrebbe incontrato Gesù crocefisso. E a Gesù avrebbe portato la sua rosa, ogni giorno, rubando di nascosto dalla dispensa il pane e il vino, per portarlo all’Uomo della Croce. Insomma, ragazzi, la faccenda è questa: che Presepe e Croce, Natale e Passione e Resurrezione, o stanno insieme, o non hanno nessun senso. Solo l’uomo che riesce a contemplarle insieme ne è pacificato. E’ ciò che accade a Peppone quando, in canonica con don Camillo a pitturare le statuine del presepe, si trova tra le mani il Bambinello. “Lo guardò e gli parve di sentire sulla palma il tepore di quel piccolo corpo”. E, una volta uscito nella notte, si incanta pensando alla poesia che il suo bambino gli reciterà. Gregorio di Nissa insegnava che i concetti creano gli idoli e solo lo stupore conosce. E’ il ritratto del sindaco comunista che pregusta la poesia del suo bambino. Ma anche il nostro, mentre attendiamo che declamiate le vostre. E sarà pure il vostro ritratto, quando sarete padri e madri e avrete dei figli che si incanteranno davanti al presepe.

    Una volta giunti fino a qui, cari ragazzi, fate attenzione ai presepi
    alternativi che vanno di moda e piacciono anche a certi porporati. Presepi demitizzati e demistificati in cui Gesù diventa il profeta della raccolta differenziata. State attenti perché ci sarà sempre qualche cultore del teologicamente corretto che vi inviterà a fare marcia indietro. Dopo che vi sarete trovati davanti al mistero del Verbo incarnato, vi diranno che è sbagliato perché non si può sbattere la verità in faccia ai bambini, ma neppure ai ragazzi più grandi. Suggeriranno che bisogna partire dall’esperienza e, piano piano, risalire dal vissuto fino allo sbocciare di una consapevolezza sincera, di una fede adulta insomma. Gesù, secondo questa bizzarra pedagogia religiosa, sarebbe la fine e non l’inizio del cristianesimo. Non date retta a questi falsi profeti, o vi troverete nella condizione più disperata in cui si possa trovare un essere umano: quella in cui, pur sentendone il bisogno, non sa davanti a chi inginocchiarsi. Rimiriamoci il presepe di casa nostra.

    Quella composizione insieme esotica e domestica, infantile e gigantesca. Quel luogo che accoglie e compone figure di reciproca e bizzarra estraneità. Pastori e re, ladri e soldati, vagabondi e magi, contemplatori dei cieli e uomini della terra, pii pellegrini e predoni. Quel luogo concreto e metafisico in cui fisica e prospettiva si arrendono alla convivenza di pecore enormi come i cammelli dei Re Magi e casette con porticine dalle quali nessuna statuina potrebbe passare. Quel luogo dove il deserto cede il posto a colline di muschio, dove le piante si affastellano con furore sacro e antiscientifico in filari di faggi, di palme, di abeti e di rovi. Dove animali miti si mescolano alle belve. Il segreto di questa gran macchina allegorica è il fascino poderoso e gentile dell’infanzia divina che si manifesta, tenera e indifesa, per chiedere adorazione.

    “Tutta la letteratura, che cresce sempre e non finirà mai” scrive Chesterton “aveva cantato le trasformazioni di quel semplice paradosso: che le mani che avevano fatto il sole e le stelle erano troppo piccole per accarezzare le grosse teste degli animali”. Cari ragazzi, quelle mani sono le stesse che vedete trafitte sulla croce, sono le stesse su cui santa Teresina sfogliava i petali di rosa. Sono le mani in cui è racchiusa la signoria dell’universo. Pensate quanti gesti, quante vite hanno trovato compimento in questa. Pensate ai bambini vissuti nell’Inghilterra anticattolica dei secoli scorsi. Esserini svegliati in piena notte per partecipare alla messa interdetta dal furore antipapista e celebrata in segreto, e costretti, qualche giorno dopo, ad assistere al martirio del sacerdote a cui avevano porto i paramenti. Al di fuori della signoria di Cristo le loro storie non avrebbero senso, non potrebbero essere concepite. Una grazia così grande in gesti così piccoli può sussistere solo al cospetto del Verbo fatto uomo. “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Quanto è grande l’incipit del Vangelo di Giovanni. Le eresie che da sempre scuotono la chiesa tentano di mistificare la figura di Gesù distorcendo i concetti giovannei. Fotino sostenne che Gesù era figlio di Dio al pari degli altri uomini che fanno la volontà del Padre. Sabellio predicò che Padre e Figlio sono la stessa Persona.

    Ario che il Figlio non era della stessa sostanza del Padre.
    A questo proposito, fu definitivo san Tommaso: “Così parlando, san Giovanni confutò le tre eresie. L’eresia fotiniana, dicendo: In principio era il Verbo; l’eresia sabelliana, dicendo: e il Verbo era presso Dio; l’eresia ariana, dicendo: e il Verbo era Dio”. Rigore e precisione che Guareschi riassume così: “E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine a razzo superatomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino”.

    di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

    21/12/2009

    Quando nacque quel Bimbo...

      http://www.agimsulaj.com/img/Eventi/LaNascitaDiGesu.jpg

    Un sereno e gioioso Natale a tutti!

      - Gloria a Dio, pace 'nterra
    Nu' cchiù guerra...è nato giá
    lo rre d'ammore
    che dá prejezza e pace a ogne core

    Sbatteva 'o core 'mpietto
    sbatteva 'o core 'mpietto a sti Pasture
      e ll'uno po' deceva 'nfacci'a ll'ato:
    - Ché tardammo? priesto, jammo

    ca mme sento ascevolí
    pe' lo golío
    ca tengo de vedé stu Ninno Dio!
    - Ché tardammo? priesto, jammo
    ca mme sento ascevolí
      pe' lo golío
    ca tengo de vedé stu Ninno Dio!

    Zompanno comm'a ciévere
    zompanno comm'a ciévere ferute,
    jettero li pasture a la capanna
    Llá trovajeno a Maria
    co' Giusepe e 'a Gioja mia
      e 'nchillo Viso
    provajeno no muorzo 'e Paraviso
    Llá trovajeno a Maria
    co' Giusepe e 'a Gioja mia
    e 'nchillo Viso
    provajeno no muorzo 'e Paraviso
    Restajeno 'ncantate
    restajeno 'ncantate e voccapiert

    pe' tantu tiempo senza di' parola...

    Traduzione

    "Gloria a Dio, pace in terra

    Non più guerra… è nato già

    Il Re dell’Amore

    Che dà gioia e pace al cuore

    Batteva forte il cuore nel petto ai Pastori

    E ognuno incitava l’altro: Che aspettiamo?

    Presto, andiamo, se no impazzisco dal desiderio

    Di vedere questo Dio Bambino!

    Saltando come cervi,

    Saltando come cervi feriti

    Andarono i Pastori alla capanna,

    là trovarono Maria

    con Giuseppe e la mia Gioia,

    e in Quel Volto

    gustarono un pezzo di Paradiso

    Restarono incantati

    Restarono incantati e a bocca aperta

    Per molto tempo senza dire una parola…"

    (Quanno nascette Ninno – Sant’Alfonso Maria De Liguori)

    19/12/2009

    Il battito e la sdraio rossa. Il Natale di Alfredo

    Ho letto questo bellissimo e commovente racconto del famoso scrittore-giornalista Fabio Cavallari. Mi è piaciuto moltissimo, perchè dice di un modo umano di vivere le circostanze, i rapporti umani, le feste, la vita... Un modo raro e prezioso, senza inutili fronzoli, ma così vero, come tutti noi abbiamo assaporato, prima della terribile dimendicanza di cosa siamo e di come rispondiamo alla vita. Grazie, carissimo Fabio, di avercelo proposto; una "botta" di umanità vera è un grande dono per il cuore che attente il Natale!

    Il battito e la sdraio rossa. Il Natale di Alfredo

    alfredoAlfredo d’inverno si addormentava ogni sera così. In braccio a suo padre. Era lì nella cucina di quella vecchia casa di campagna che la storia, le narrazioni epiche, diventavano quadri, immagini, visioni. Una vecchia stufa a legna, alle loro spalle, scaldava il giorno e la notte. Era il piccolo a portare la legna in casa durante il giorno. Un compito preciso, scadenzato dal fuoco, dal campanile, da uno sguardo. Era il gesto che lo faceva entrare nel mondo. Andare in legnaia, riempire la cesta e fare le scale. Alfredo partecipava alla costruzione, all’edificazione della comunità. Non era un gioco o una parafrasi divertente della giornata. Si trattava di responsabilità. Sporcarsi le mani, sentire l’aria gelida sulla faccia, spostare i cerchi della piastra di ghisa, era il suo modo per esserci. Partecipe, attore protagonista del palco. Papà, raccontava, lucidava le scarpe con la spazzola, insegnava. Mamma, preparava il buon pasto, piegava le lenzuola, rammendava. La stufa bruciava il Faggio. Sopra di essa si appoggiavano le pentole e nel vano scaldavivande si riscaldavano pietanze antiche. Era la cucina economica. Nome che richiamava a sobrietà d’intenti e serietà di giudizio. Quando la sera iniziava a nevicare, appena fuori dall’uscio si preparavano le pale, gli stivali verdi di gomma e i guanti. Tutto pronto per la mattina, per il lavoro, per la festa, per l’opera degli uomini di casa. Dentro, mentre la tv girava a vuoto sui tre canali disponibili, le storie prendevano forma, uomini e donne, paesi e passi, riempivano la cucina. Alfredo sollecitava il padre – "papà raccontami ancora di quella volta che avete vinto la pace". Le parole si facevano calde, ogni respiro una fitta nell’orrore della guerra, ogni battito la speranza e l’orgoglio per esser ritornati. L’odore delle bucce di mandarini e del pane abbrustolito sulla stufa, annunciava l’arrivo del Natale. Il mistero non si spiegava, entrava dritto come narrazione nei racconti quotidiani. Un regalo. Uno solo. Portato, donato, dalla vita alla vita. Chi c’era dietro la porta? Mai svelato l’arcano. Sospeso tra sogno, realtà e mistero, Alfredo guardava dalla finestra cadere i primi fiocchi. ......(Continua qui)

    15/12/2009

    L'augusta grazia del combattimento.

    http://www.templarioggi.it/G.%20Dore%20-%20La%20battaglia%20di%20Lepanto%20picc.JPG

    “Quando il mattino della battaglia le compagnie si svegliano e si armano nella nebbia, ognuna occupa il suo posto e attende il giorno. Devono solo attendere e tenersi pronte.

    Poi il caso sceglie una di esse fra tutte, e la pone al centro del combattimento.

    Essa non l’aveva meritato: l’onore ha deciso per essa.

    E le altre compagnie, sue compagne, mentre combattono, sentono oscuramente che altrove il combattimento è più vero, la morte più esigente, il sacrificio più utile e l’esito più decisivo.

    Per esse , lo sforzo ha delle soste; non ce ne sono per quelli che sono al centro; e quelli sentono di essere nella battaglia;

    indovinano gli sguardi, le grida lanciate verso di loro, e su di loro il pensiero del capo.

    Sotto questi sguardi, queste grida, questo pensiero, il loro gruppo ferito, decimato, lotta con coraggio maggiore del suo stesso coraggio, resiste con una forza maggiore della sua stessa forza.

    Esso era al mattino simile agli altri, né più coraggioso, ne’ meno coraggioso ; e alla sera è diverso.

    Ha superato la prova esce dal fuoco.

    E’,rimane diverso, segnato agli occhi di tutti dalla augusta grazia del combattimento.

    Un caso ne è la causa: l’eroismo è entrato in esso.

    Tale è cristiano: un essere fra gli esseri, e simile ai più umili.

    Ma egli combatte per l’intera natura, le potenze dall’alto sperano nel suo sforzo,

    è stato scelto e da ciò deriva il sovrappiù della sua forza”.

    (C. Peguy)




    14/12/2009

    Homo homini lupus

    Quanta gente gongola! Tanti godono a vedere il volto di un uomo ricoperto di sangue. Come sciacalli e avvoltoi che anelano alla preda; abituati a cibarsi di carogne stanno lì, appollaiati, sperando che finalmente arrivi una morte. Non conoscono altri metodi che la violenza; fisica o verbale, non importa, purchè violenza. Si radunano, si cercano, si ritrovano, come iene per spartirsi la preda o, almeno, per odorarne il sangue. E ridono. Di un riso sardonico, gelido, da lupo. Homo homini lupus. Uomini lupi per altri uomini.

    Non fanno paura; sono solo dei poveracci, anche se si fregiano del titolo di “Onorevole” sono dei mentecatti, traditori dell’umanità che si ritrovano addosso. Poveracci, appunto. Avidi di Potere e di pecunia, invidiosi di chi ce l’ha. La lotta di classe non è finita; sulla loro bocca è evidente il livore e l’odio, la bava si ferma agli angoli delle labbra. Sintomo inequivocabile. Come i talebani amano più la morte che la vita, barricati nella loro gelida dimora di odio non ammettono altro. E nemmeno l’Altro. Non praevalebunt; non vincerete. Siete sconfitti già da ora, vi date la zappa sui piedi e non ve ne accorgete. Poveretti. Senza scherno lo dico, ma con dolore. Considerate la vostra semenza
    fatti non foste a viver come bruti
    ma per seguir virtute e canoscenza”

    Ma voi amate i truogoli; invece di guardare alle stelle, cioè al vostro Destino, vi accontentate della merda. Niente istruzioni per l’uso per voi; i consigli per gli acquisti ve li forniscono altri. E voi eseguite. Capre! E caproni. La vedo nera… Per voi. Non lasciate che l’ideologia vi fotta; guardate al vostro cuore – il cuore non mente. Mai - . Non si puo’ giocare ai rivoluzionari per tutta la vita. Nessun politico, nessun governo ci puo’ dare la felicità. Giochiamoci la libertà di cui siamo dotati. Ne va del nostro essere uomini. Ragionevoli. Le battaglie, quelle vere, si fanno con altri criteri. Primo criterio è vivere. Con dignità. Che dignità vi puo’ essere in un’aggressione così vigliacca? Malato di mente… Allora lo siamo tutti. Chi esegue e chi incita. Ma siamo tutti dei Pilato; condanniamo e ci laviamo le mani; magari davanti ai mezzi televisivi, e sui giornali. Nessuno ha colpa… Ma siamo tutti colpevoli!

    07/12/2009

    Regína sine labe originále concépta

    In onore della Santa Vergine Immacolata un antico canto popolare che difficilmente si sente cantare nelle nostre chiese ai giorni nostri, troppo antiquato; ma a me piace, ha il sapore dell'aria tersa, dei camini accessi, delle vecchie donne col velo in testa, con il libro delle preghiere in mano, dei fiori di campo e di profumo d'incenso.


    http://www.donbosco-torino.it/image/3-image/3-La%20Vergine%20Immacolata.gif


    Immacolata Vegine bella,

    di nostra vita Tu sei la stella.

    Tra le tempeste deh! guida il cuore

    di chi T'invoca, Madre d'amore.

     

    Siam peccatori, ma figli tuoi,

    Immacolata, prega per noi.

    Siam peccatori, ma figli tuoi,

    Immacolata, prega per noi.

     

    Tu che nel cielo siedi Regina,

    a noi pietosa lo sguardo inchina.

    Pel divin Figlio che stringi al petto

    deh! non privarci del tuo affetto.

     

    Siam peccatori, ma figli tuoi,

    Immacolata, prega per noi.

    Siam peccatori, ma figli tuoi,

    Immacolata, prega per noi.

     

    La tua preghiera e' onnipotente,

    o dolce Mamma tutta clemente.

    A Gesu' buono deh' Tu ci guida,

    accogli il cuore che in Te confida.

     

    Siam peccatori, ma figli tuoi,

    Immacolata, prega per noi.

    Siam peccatori, ma figli tuoi,

    Immacolata, prega per noi.

    05/12/2009

    Era de Maggio






    046 Ponti Rossi.JPG

    Era de Maggio, La più bella canzone napoletana.

    "
    De te, bellezza mia, mme 'nnammuraje,
    si t'allicuorde, 'nnanz'a la funtana:
    Ll'acqua, llá dinto, nun se sécca maje,
    e ferita d'ammore nun se sana..."


    Le ferite d'amore non guariscono...


    Era de maggio e te cadéano 'nzino,
    a schiocche a schiocche, li ccerase rosse...
    Fresca era ll'aria...e tutto lu ciardino
    addurava de rose a ciento passe...
    Era de maggio, io no, nun mme ne scordo,
    na canzone cantávamo a doje voce...
    Cchiù tiempo passa e cchiù mme n'allicordo,
    fresca era ll'aria e la canzona doce...
    E diceva: "Core, core!
    core mio, luntano vaje,
    tu mme lasse, io conto ll'ore...
    chisà quanno turnarraje!"
    Rispunnev'io: "Turnarraggio
    quanno tornano li rrose...
    si stu sciore torna a maggio,
    pure a maggio io stóngo ccá...
    Si stu sciore torna a maggio,
    pure a maggio io stóngo ccá."

    E só' turnato e mo, comm'a na vota,
    cantammo 'nzieme lu mutivo antico;
    passa lu tiempo e lu munno s'avota,
    ma 'ammore vero no, nun vota vico...
    De te, bellezza mia, mme 'nnammuraje,
    si t'allicuorde, 'nnanz'a la funtana:
    Ll'acqua, llá dinto, nun se sécca maje,
    e ferita d'ammore nun se sana...

    Nun se sana: ca sanata,
    si se fosse, gioja mia,
    'mmiez'a st'aria 'mbarzamata,
    a guardarte io nun starría !
    E te dico: "Core, core!
    core mio, turnato io só...
    Torna maggio e torna 'ammore:
    fa' de me chello che vuó!
    Torna maggio e torna 'ammore:
    fa' de me chello che vuó "

    Il video ci offre l'opportunità di riascoltare questo brano interpretato dalla struggente voce di Roberto Murolo.


    Come un cielo stellato

    "Quando proverete tristezza nel vostro animo, guardate le stelle oppure il cielo di giorno. Quando siete tristi, offesi, sconsolati o sconvolti per un tormento dell'anima, uscite all'aria aperta e fermatevi in solitudine immersi nel cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete". (Pavel Alexandrovic Florenskij, Testamento)

    IL VUOTO E IL PIENO
    Forse molti di quelli che mi leggono all'epoca erano troppo giovani, ma altri ricorderanno com'era l'arte nei primi anni '70.

    Allora il massimo del trendy erano disegni che sembravano schizzati da un bambino con scarse conoscenze anatomiche, mal colorati, ma metafisicamente significativi (nell'opinione degli autori) di questo o quel concetto. Quei quadri, quegli acquerelli ora sono, per fortuna dell'umanità, in larga parte spariti. Se ne trova ancora traccia nella bancarella di qualche robivecchi, dove rimangono invenduti sul retro. Oppure appesi nelle camere da letto in qualche cantina o casa di vacanze, accanto a comodini dome ammuffiscono i ricordi di viaggio di zie defunte. E nei nuovi lezionari CEI, dove intercalano le letture per le messe.

    Il sacerdote che me li ha mostrati aveva la voce che tremava leggermente, mentre girava i fogli. Li aveva usati per qualche tempo prima che un altro prete glieli facesse notare. La mente a volta rifiuta di vedere l'orrore.

    Per l'ascensione si vede quello che pare essere un piede che decolla nell'angolo superiore di una macchia verde vomito. La pentecoste sono un manipolo di figuri dall'espressione lobotomizzata in giacca e camicia. La resurrezione... la resurrezione è un rettangolo disegnato che potrebbe essere una scatola da scarpe vuota ed invece è probabilmente un sepolcro, anch'esso vuoto, con un frammento d'ala improbabilmente giustapposto in un riquadro. A guardarlo mi è preso un senso di nausea. Di vuoto. Niente di umano, o divino, lì.

    Mancando sia dell'umano che del divino quelle opere mancano innanzi tutto di bellezza. Come ha ricordato il Papa, "(...) Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare "scossa", che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo "risveglia" aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto."
    Quella bellezza di cui già Von Balthasar diceva acutamente che "non è più amata e custodita nemmeno dalla religione". E concludeva: "Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare".

    Se uno pensa ai capolavori dell'arte del passato, ai Messali miniati a mano con incredibile cura, uno a uno, lodando Dio...si comincia a capire perché spesso le chiese siano vuote.
    Sono vuote di corpi umani perché l'umano è stato bandito: quell'umano che ha sete di bellezza e verità, non di sepolcri vuoti o prediche moralistiche. Il senso del sepolcro vuoto è che chi c'era dentro adesso è presente. La tomba può essere vuota, ma la realtà non lo è più. Le parole che accompagnano quelle illustrazioni vuote sono dense di sangue e carne, quel sangue e quella carne che ogni giorno sono presenti sul'altare e, fisicamente, dentro la Chiesa.
    Mi auguro che possano ritrovare un accompagnamento degno poichè come richiama ancora Benedetto, "La via della bellezza ci conduce a cogliere il Tutto nel frammento, l’Infinito nel finito, Dio nella storia dell’umanità."

    Berlicche socio di  SamizdatOnLine

    NOI ARTISTI DAVANTI AL PONTEFICE

    03/12/2009

    L’uomo ferito e il paradosso del Natale


    «L’uomo oltraggiato ha le sue tenebre, come la donna». Claudel fa dire così a Pietro di Craon nel prologo dell’Annuncio a Maria.

    È notte fonda e il buio è nel cielo, sulla terra e nell’anima. Lui costruttore di cattedrali, lebbroso, parte; lei, che aveva respinto la sua violenza, gli dà l’addio.

    Presto l’alba sorge e rischiara le loro figure: lui accetta il suo compito, lei attende l’amore cui sembra destinata. Tutto verrà rovesciato in seguito, ma fermiamoci qui.

    Non c’è vita che non abbia patito oltraggio. Bastano a dirlo i fatti di cronaca trasmessi ogni giorno dalla televisione, che resta il mezzo più popolare di informazione: vittime, colpevoli, parenti, tutti devono fare i conti con il colpo inferto al proprio senso di giustizia e con il suo conseguente buio.

    Basta anche solo la conoscenza delle persone che hanno sempre vissuto nel proprio quartiere, piccolo paese dentro la grande città, quelle che si incontrano nei negozi, per la strada o in chiesa e di cui si sa quel tanto che basta e si parla ancor meno, più per riserbo che per indifferenza.

    Gli schiavi di tutti i tempi, i perseguitati, gli handicappati, i poveri, i vecchi patiscono oltraggio. I mendicanti. I bambini soldato. I disoccupati. Le donne, e non occorre pensare alle martiri o alle prostitute, basta guardare la durezza, la noia, la malcelata tristezza su tanti volti femminili noti e sconosciuti, giovani e più anziani, che nessun trucco riesce a nascondere.

    Anche numerosi grandi hanno patito oltraggio e a volte esso si è trasfigurato nell’arte.

    Il Signore di tutti, Gesù, ha patito oltraggio, nella Passione. Ecce homo, così lo indica Pilato, con la corona di spine e vestito del mantello di porpora. Ma non solo in quei tragici giorni: quanto la sua sensibilità di uomo doveva aver patito l’oltraggio dell’incomprensione e dell’ostilità nei suoi anni terreni.

    Siamo dunque in buona compagnia.

    La tenebra che accompagna l’oltraggio ha molti nomi: l’orgoglio ferito, la violenza dell’ira, la pretesa della giustizia, la delusione che fiacca la voglia di riprendere progetti e relazioni, il dolore chiuso che si dispera, il lento scivolare nel vizio, la scorza di falsa autodifesa con cui si tenta di parare i colpi, la dimenticanza che avvolge nella nebbia i torti subiti, i tentativi di perdono così fragili e fugaci.

    È dentro le tenebre che la voce della Chiesa fa ripetere umilmente con la certezza della verità: «O Dio, Tu sei la mia luce, mio Dio, rischiara le mie tenebre». Ripetere umilmente anche se le tenebre non si diradano e resta la notte.

    E attendere con Isaia la venuta della luce: «Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti; trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura».

    «Dio è luce e in Lui non c’è tenebra alcuna»: anche nella notte senza stelle il Signore ascolta e prima o poi risponde. Nella notte di Natale, nell’umiltà del presepe, Gesù ci dice tutto.

    Laura Cioni - Il Sussidiario