22/12/2010
Il prodigio che tutti aspettiamo
BUON NATALE A TUTTI!
«Tutta la mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore, questo: il Cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. In definitiva un’esistenza vissuta sempre e soltanto “contro” sarebbe insopportabile» (Luce del mondo, p. 27). Queste parole di Benedetto XVI ci lanciano una sfida: che cosa significa essere cristiani oggi? Continuare a credere semplicemente per tradizione, devozione o abitudine, ritirandosi nel proprio guscio, non è all’altezza della sfida. Allo stesso modo, reagire con forza e andare contro per recuperare il terreno perduto è insufficiente, il Papa dice addirittura che è «insopportabile». L’una e l’altra strada − ritirarsi dal mondo o essere contro − non sono capaci, in fondo, di suscitare interesse per il cristianesimo, perché nessuna delle due rispetta quello che sarà sempre il canone dell’annuncio cristiano: il Vangelo. Gesù si è posto nel mondo con una capacità di attrarre che ha affascinato gli uomini del suo tempo. Come dice Péguy: «Egli non perse i suoi anni a gemere e interpellare la cattiveria dei tempi. Egli tagliò corto… Facendo il cristianesimo». Cristo ha introdotto nella storia una presenza umana così affascinante che chiunque vi si imbatteva doveva prenderla in considerazione. Per rifiutarla o per accettarla. Non ha lasciato indifferente nessuno.
Oggi ci troviamo tutti di fronte a una «crisi dell’umano», che si documenta come stanchezza e disinteresse verso la realtà e che coinvolge tutti gli ambiti che hanno a che fare con la vita della gente. È una disgrazia per tutti, infatti, che le persone non si mettano in gioco con la loro ragione e la loro libertà. E proprio in questo momento la Chiesa ha davanti a sé un’avventura affascinante, la stessa delle origini: testimoniare che c’è qualcosa in grado di risvegliare e suscitare un interesse vero. «Anche il mio cuore aspetta, / alla luce guardando ed alla vita, / altro prodigio della primavera». Tutti noi, come il poeta Antonio Machado, aspettiamo il miracolo della primavera, in cui vedere compiersi la nostra vita. E se qualcuno dirà, ancora col poeta, che è un sogno, perché lo aspettiamo? Perché questa attesa ci costituisce nell’intimo, come scrive Benedetto XVI: «L’uomo aspira ad una gioia senza fine, vuole godere oltre ogni limite, anela all’infinito» (Luce del mondo, p. 95). Ma l’uomo può decadere, il mondo può cercare di scalzare questo desiderio dell’infinito minimizzandolo; può perfino prenderlo in giro offrendo qualcosa che attira per qualche tempo, ma che non dura, e alla fine lascia solo più insoddisfatti e più scettici. Ora, la prova della verità di ciò che affascina e risveglia un interesse è che deve durare. Ma anche le cose più belle – lo vediamo quando si ama una persona o quando si intraprende un nuovo lavoro – vengono meno. Il problema della vita, allora, è se esiste qualcosa che dura.
Il cristianesimo ha la pretesa – perché la sua origine non è umana, anche se si può vedere nei volti degli uomini che lo hanno incontrato – di portare l’unica risposta in grado di durare nel tempo e nell’eternità. Però un cristianesimo ridotto non è in grado di fare questo. Sappiamo per esperienza che esiste un modo astratto di parlare della fede che non suscita la minima curiosità. Se il cristianesimo non viene rispettato nella sua natura, così come è comparso nella storia, non può mettere radici nel cuore.Il cristianesimo è sempre messo alla prova di fronte al desiderio del cuore, e non se ne può liberare: è Cristo stesso che si è sottoposto a questa prova. L’aspetto affascinante è che Dio, spogliandosi del Suo potere, si è fatto uomo per rispettare la dignità e la libertà di ciascuno. Incarnandosi, è come se avesse detto all’uomo: «Guarda un po’ se, vivendo a contatto con me, trovi qualcosa di interessante che rende la tua vita più piena, più grande, più felice. Quello che tu non sei capace di ottenere con i tuoi sforzi, lo puoi ottenere se mi segui». È stato così fin dall’inizio. Quando i due primi discepoli domandano: «Dove abiti?», Egli risponde: «Venite e vedrete». La sua semplicità è disarmante. Dio si affida al giudizio dei primi due che Lo incontrano. L’uomo non può evitare di paragonare continuamente ciò che accade con le sue esigenze fondamentali.
Qualcuno potrebbe obiettare che all’epoca di Gesù si vedevano i miracoli, ma oggi non è più tempo di prodigi. Non è così, perché questa esperienza continua ad avere luogo, come il primo giorno: quando incontri persone che risvegliano in te un interesse e un’attrattiva tali che ti obbligano a fare i conti con quello che ti è accaduto. Come dice il Papa, «Dio non si impone. […] La sua esistenza si manifesta in un incontro, che penetra nella più intima profondità dell’uomo» (Luce del mondo, p. 240).
Alcuni anni fa un mio amico è andato a studiare arabo a Il Cairo. Ha incontrato un professore musulmano. L’incontro si sarebbe potuto svolgere secondo gli stereotipi dell’uno e dell’altro. Ma è accaduta una cosa inattesa: sono diventati amici. Il musulmano ha domandato al mio amico perché era cristiano, e questi lo ha invitato in Italia, dove ha conosciuto il Meeting di Rimini. Trascinato dall’incontro con una realtà umana diversa, ha voluto realizzare il Meeting de Il Cairo, coinvolgendo molti giovani egiziani, musulmani e cristiani.
Di recente, a Mosca, ho conosciuto persone che fino a poco tempo fa non avevano niente a che fare con la fede. L’hanno scoperta incontrando dei cristiani che le avevano incuriosite. Alcune erano battezzate nella Chiesa ortodossa e si sono interessate al cristianesimo – cosa che non avevano mai fatto prima – grazie ad amici che lo vivevano con intensità e pienezza.
Non sono storie del passato, ma qualcosa che accade ora, nel presente.
Nella sua recente visita in Spagna, Benedetto XVI ha invitato a un dialogo tra laicità e fede. E come lo ha fatto? Indicando una presenza, un testimone, Gaudì, che con la Sagrada Familia «è stato capace di creare […] uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l’uomo all’incontro con colui che è la verità e la bellezza stessa». Il Papa ha sfidato tutti rendendo contemporaneo lo sguardo di Cristo e indicando l’esperienza nuova che Egli immette nella vita: chiunque può interessarsene o rifiutarla. Quando Benedetto XVI ci chiama alla conversione ci sta dicendo che per testimoniare Cristo, per farci «trasparenza di Cristo per il mondo», dobbiamo percorrere un cammino umano fino a scoprire la pertinenza della fede alle esigenze della nostra vita. Non so se qualche cattolico si può sentire escluso dalla chiamata del Papa. Io no.
di Julián Carrón
© L'Osservatore Romano
21:05 Scritto da: ritina5 in CHIESA CATTOLICA | Link permanente | Commenti (7) | Trackback (0) | Segnala
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13/12/2010
Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo
Crisi sociale, economica e politica. Alla fine di questo 2010 tutti siamo presi dallo sconcerto. Come ha detto di recente il cardinale Bagnasco, «siamo angustiati per l’Italia che scorgiamo come inceppata nei suoi meccanismi decisionali, mentre il Paese appare attonito e guarda disorientato». Perché questa crisi ci trova così disarmati, al punto che non riusciamo neanche a metterci d’accordo per affrontarla, pur sentendone l’urgenza come non mai?
A sorpresa il Rapporto Censis 2010 ha individuato la natura della crisi in un «calo del desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della vita. Abbiamo meno voglia di costruire, di crescere, di cercare la felicità. A questo fatto andrebbe attribuita la responsabilità delle «evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro». Come mai, se siamo stati in grado di raggiungere importanti obiettivi nel passato (casa, lavoro, sviluppo...), adesso «siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto» e a un ciclo storico pieno di interesse e voglia di fare ne segue un altro segnato dal suo annullamento?
Tutto questo ci mostra che la crisi è sì sociale, economica e politica, ma è soprattutto antropologica perché riguarda la concezione stessa della persona, della natura del suo desiderio, del suo rapporto con la realtà. Ci eravamo illusi che il desiderio si sarebbe mantenuto in vita da solo o addirittura che sarebbe stato più vivo nella nuova situazione di benessere raggiunto. L’esperienza ci mostra, invece, che il desiderio può appiattirsi se non trova un oggetto all’altezza delle sue esigenze. Ci ritroviamo così tutti «sazi e disperati». «Nell’appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio, e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano», come disse don Giussani ad Assago nel 1987. Venticinque anni dopo vediamo che entrambe queste risposte - volontarismo individualista e speranza statalista - non sono state in grado di darci la consistenza auspicata e ci troviamo ad affrontare la crisi più disarmati, più fragili che in passato. Paradossalmente, i nostri nonni e genitori erano umanamente meglio attrezzati per affrontare simili sfide.
Il Censis centra di nuovo il bersaglio quando identifica la vera urgenza di questo momento storico: «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata e appiattita». Ma chi o che cosa può ridestare il desiderio? È questo il problema culturale della nostra epoca. Con esso sono costretti a misurarsi tutti coloro che hanno qualcosa da dire per uscire della crisi: partiti, associazioni, sindacati, insegnanti. Non basterà più una risposta ideologica, perché di tutti i progetti abbiamo visto il fallimento. Saremo perciò costretti a testimoniare un’esperienza.
Anche la Chiesa, il cui contributo non potrà limitarsi a offrire un riparo assistenziale per le mancanze altrui, dovrà mostrare l’autenticità della sua pretesa di avere qualcosa in più da offrire. Come ha ricordato Benedetto XVI, «il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà». Dovrà mostrare che Cristo è così presente da essere in grado di ridestare la persona - e quindi tutto il suo desiderio - fino al punto di non farla dipendere totalmente dalle congiunture storiche. Come? Attraverso la presenza di persone che documentano un’umanità diversa in tutti i campi della vita sociale: scuola e università, lavoro e imprenditoria, fino alla politica e all’impegno nelle istituzioni. Persone che non si sentono condannate alla delusione e allo sconcerto, ma vivono all’altezza dei loro desideri perché riconoscono presente la risposta.
Possiamo sperare di uscire dalla drammatica situazione attuale se tutti - compresi i governanti che oggi hanno la difficile responsabilità di guidare il Paese attraverso questa profonda crisi - decidiamo di essere veramente ragionevoli sottomettendo la ragione all’esperienza, se cioè, liberandoci da ogni presunzione ideologica, siamo disponibili a riconoscere qualcosa che nella realtà già funziona. Sostenere chi, nella vita sociale e politica, non si è rassegnato a una misura ridotta del proprio desiderio e per questo lavora e costruisce mosso da una passione per l’uomo, è il primo contributo che possiamo dare al bene di tutti.
Comunione e Liberazione, dicembre 2010
22:41 Scritto da: ritina5 in Comunione e Liberazione | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
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25/11/2010
Che bello poter chiamare la morte nostra sorella
di Aldo Trento
«Verrà e avrà i tuoi occhi» signor magistrato, che ti prostituisci al denaro e al potere illudendoti di poter comprare la felicità degli altri. «Verrà e avrà i tuoi occhi» signor avvocato, poco scrupoloso e avido di denaro che inganni l’orfano e la vedova e pretendi da chi è nel bisogno quello che non hai seminato.
«Verrà e avrà i tuoi occhi» signor capo del governo, signori ministri, parlamentari, consiglieri, che invece di cercare il bene comune delle persone umili creando leggi che nascono dalla voce della realtà e dalle vere necessità del popolo, imponete le vostre ideologie, favorendo i vostri interessi personali o quelli dei potenti. Voi che vendete la cultura del nostro popolo che invece è ancora legata alla concezione dell’uomo maschio e femmina, al diritto esclusivo e inderogabile dei genitori all’educazione dei figli e che crede nella famiglia monogamica ed eterosessuale. Voi che cancellate la nostra tradizione sostituendola con proposte legislative inumane e irrazionali, che pervertono l’ordine antropologico e cosmico stabilito dal Creatore.
«Verrà e avrà i tuoi occhi» signor contadino senza terra o che abiti nel pantano e che invece di lasciarti educare preferisci rimanere in quella deplorevole ignoranza. continuando a mendicare e approfittando degli altri.
«Verrà e avrà i tuoi occhi» monsignore, reverendo, che approfitti della tua condizione e del tuo ministero, che hai perseguito la carriera, il potere, gli interessi personali invece di essere un appassionato amministratore dei misteri divini, dimenticando quello che, nel momento in cui un cardinale è eletto Papa, canta la millenaria tradizione della Chiesa: «Sic transit gloria mundi» (Così passa la gloria di questo mondo). «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi» caro sacerdote che hai abbandonato la tua vocazione a favore della politica o del potere, convinto che ciò che neppure Cristo ha potuto fare sia invece alla tua portata.
Il grido di Pavese
«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi» diceva il poeta Cesare Pavese. Quanto è realistico, quanto è saggio in questo mese, in cui la Chiesa propone la commemorazione dei defunti, poter guardare in faccia la morte senza paura, ma con sincerità, in un mondo che vive nell’illusione di superare questo limite. E infine – forse presto, vista l’età – arriverà anche la mia morte e tutto quel che ho fatto finirà e se, invece di cercare la gloria di Dio, ho cercato la mia, che il Signore abbia pietà di me. «Memento mori» (ricorda che morirai) era il modo in cui si auguravano il buon giorno i certosini, i monaci dei monasteri di clausura, che vivevano completamente per il Signore. E con la consapevolezza di questa indiscutibile verità crearono la civiltà dell’Europa e delle Riduzioni gesuitiche perché non c’è nulla, quanto la familiarità con la morte, che risvegli il dinamismo della ragione trasformandola in operatività, in lavoro. La morte rimanda all’eternità, e come affermava il grande architetto Gaudí: «L’uomo lavora soltanto quando la sua prospettiva è l’eternità». La filosofia stessa è nata come tentativo della ragione di risolvere il problema della morte, con tutti gli interrogativi nati da questa verità che nemmeno i peggiori atei possono negare. Nel corso della storia umana questo è stato l’enigma più crudele, più difficile da risolvere e nessun essere umano, neppure la genialità della filosofia greca, è riuscito a dare una risposta chiara, definitiva, che darà soltanto il Mistero attraverso l’incarnazione di suo Figlio. I miti, l’immaginazione, i diversi tentativi di rispondere a questo dramma che questa realtà ha suscitato anche nei geni dell’antichità, sono stati un interessante punto di arrivo della ragione umana, dato che tutti riconoscono l’esistenza di un aldilà cui tutti siamo destinati. Tutti hanno affermato che l’essere umano non può finire nel nulla, tutti hanno riconosciuto che il cuore, l’intelligenza umana hanno come scopo l’Infinito, senza il quale l’esistenza stessa sarebbe assurda e il suicidio sarebbe il gesto più logico del mondo. Ma non soltanto i geni del passato, anche la stessa filosofia e letteratura contemporanea hanno sottolineato in vari modi la necessità di spiegare il senso della vita, della quale la morte rappresenta un passaggio necessario, per incontrare quel Mistero che la struttura stessa dell’Io riconosce come propria consistenza, propria ragione.
La sfida di Prometeo
Scrive Montale, Nobel per la letteratura: «Sotto l’azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto: “più in là”». E il poeta Ungaretti afferma: «Chiuso tra cose mortali (anche il cielo stellato finirà), perché bramo Dio?». Soltanto gli stolti, dice un Salmo, non riconoscono questa verità, questo grido dell’uomo. E senza dubbio non la riconosce la cultura nichilista di oggi, frutto del razionalismo, ossia dell’uomo che – come un novello Prometeo che vuole sfidare Dio, sostituendolo come padrone del mondo – è dominato da questa stoltezza che ogni giorno riesce ad anestetizzare la ragione e il cuore di tutti. L’uomo, inebriato dall’orgoglio, dalla sete di potere, può censurare la morte, ma arriverà sempre il momento in cui si ritroverà faccia a faccia con lei e l’incontro sarà drammatico. Il dolore rappresenta già un preludio di questo incontro. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». E quel momento si rivelerà come l’ultima possibilità di riconoscere la presenza del Mistero, e quindi il senso della vita nella sua dimensione eterna. Diversamente, si precipiterà nell’abisso del nulla, che oggi ha le sembianze dell’eutanasia o del suicidio. Il mondo, l’uomo di oggi con il suo orgoglio non vuole nemmeno pensare a questa verità, accolta da san Francesco come nostra sorella morte corporale, e per questo vive annullato, omologato nella sua personalità. Guardiamo quelli che ci camminano a fianco, o noi stessi: sembriamo zombie manovrati dal potere dominante. La Chiesa stessa ha dimenticato di parlare dei Novissimi: morte, giudizio, inferno e paradiso. Ha dimenticato quello che recita ogni domenica alla fine del Credo: «Credo la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen». Ma che genere di sentimento e consapevolezza risveglia in noi questa affermazione? Influisce in qualche modo sulla vita quotidiana oppure tutto rimane tranquillo e piatto? Quando ero piccolo, il pensiero della morte mi era familiare. I miei genitori e la Chiesa mi ricordavano ogni giorno i Novissimi, e da questa educazione è nata la libertà e il rispetto per i defunti. Quante volte sono stato testimone della nascita di un bambino in una stanza, mentre nell’altra moriva un membro della famiglia. I sorrisi per la nascita si mescolavano alle lacrime di dolore per la persona cara che era andata in cielo. La maestosità della morte determinava l’atmosfera di tutto il villaggio. Quando ascoltavamo il rintocco delle campane, molto diverso da quello della festa, ci rendevamo conto della morte di un compaesano e recitavamo la preghiera dei defunti. Il giorno del funerale, dopo la Messa solenne, tutto il paese andava a piedi dietro la croce con i chierichetti e il parroco, fino al cimitero dove il parroco lo salutava dandogli l’ultima benedizione. La morte non causava traumi. La grazia più grande che Dio mi ha concesso, oltre a questa educazione, è stata la clinica per malati terminali che ho dedicato a san Riccardo Pampuri. Pochi la visitano e invece è il motivo della mia gioia, del mio dinamismo, perché assistendo chi muore vedo la presenza dolce e amorosa di Cristo risuscitato. Il bel volto di un giovane che muore, o quello rugoso e non meno bello di un anziano, mi permette di non vivere anestetizzato e di sentire fortemente la presenza del Paradiso. «Memento mori!». Amici, è inutile tentare di sfuggire alla morte. Ricordate il famoso film di Bergman Il settimo sigillo? Il protagonista, spaventato perché inseguito dalla morte, la sfida a una partita a scacchi illudendosi di poterla battere. La morte accetta l’orgogliosa provocazione del cavaliere medievale, ma nonostante l’infantile tentativo di ingannarla con un imbroglio la morte vince e se lo porta via. La Chiesa in novembre ci ricorda questa verità, che culmina nella vita eterna. Che consapevolezza dimostrava san Francesco ringraziando il Signore per nostra sorella morte corporale! Noi invece viviamo come idioti, convinti che la vita dipende da noi. Nessuno dimentichi ciò che ci ha trasmesso la tradizione della Chiesa: «Memorare novissima tua et in aeternum non peccabis» (ricordati della tua fine e non peccherai in eterno).
Tempi
12:56 Scritto da: ritina5 in P.Aldo Trento | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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14/11/2010
SALVIAMO ASIA BIBI!
Salviamo Asia Bibi. TV2000 lancia una campagna di solidarietà
Da questa sera tutte le edizioni dei telegiornali di TV2000 saranno contrassegnate da un logo con la foto di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte in Pakistan con l’accusa di blasfemia. La donna, com’è noto, aveva respinto le pressioni delle sue colleghe di lavoro perché si convertisse all’Islam e aveva difeso con forza le ragioni della propria fede. Picchiata e poi rinchiusa in carcere per oltre un anno, recentemente è stata condannata alla pena capitale da un tribunale del Punjab. In vista del passaggio del caso all’Alta Corte è necessaria una grande mobilitazione internazionale in nome della libertà religiosa, con l’obiettivo di salvare la vita e restituire la libertà a questa donna così coraggiosa e di accendere i riflettori dell’opinione pubblica sulle persecuzioni di cui sono vittime in tutto il mondo tanti cristiani a causa della loro fede.
Chi volesse aderire alla campagna può scrivere un messaggio via sms al numero 331 2933554 o all’indirizzo di posta elettronica salviamoasiabibi@tv2000.it. Ma naturalmente l’auspicio è che la campagna si allarghi e che tanti soggetti si mobilitino utilizzando ogni canale utile.
19:31 Scritto da: ritina5 in persecuzioni | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: cristiani perseguitati, islamici, blasfemia, appelli | OKNOtizie |
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11/11/2010
MESSAGGIO DI MONS. LUIGI NEGRI PER L’ECCIDIO DI 37 CRISTIANI MASSACRATI ALL’INTERNO DI UNA CHIESA DI BAGHDAD
Al termine della Celebrazione Eucaristica di tutti i Santi, nella Cattedrale di Pennabilli, Mons. Luigi Negri ha rivolto ai fedeli presenti un messaggio che è anche il contenuto di questo comunicato.
“Senza nessuna esitazione ed incertezza, fruendo dell’autorevolezza che viene ad un Vescovo della Chiesa particolare ma che vive il sentimento profondo della Chiesa universale, io mi sento di ascrivere alla moltitudine dei Santi questi 37 nostri fratelli, fra i quali due sacerdoti, che sono stati massacrati all'interno di una chiesa cattolica in Iraq per un atto di terrorismo il cui bilancio provvisorio però, secondo una prima stima, fa salire a 50 il numero complessivo delle vittime e ad oltre 80 quello dei feriti.
Si vede chiaro ogni giorno che passa, in barba a tutti gli irenismi e a tutte le ricerche delle moderazioni, che il terrorismo internazionale ha un obiettivo esplicito: la conquista islamica del mondo e, all'interno di questo obiettivo che certamente sarà a più lunga scadenza, un obiettivo più immediato cioè la distruzione del cristianesimo in Terra Santa, nel Medio Oriente e poi, più o meno, in tutti i paesi anche di antica tradizione cristiana.
Sono martiri, noi li pensiamo così; sono martiri che hanno offerto la loro vita quasi senza saperlo, senza aspettarselo, senza deciderlo, una sorta di nuovi santi innocenti che erano in Chiesa per pregare e non sono più tornati a casa. Io mi auguro che la Santa Chiesa Cattolica non abbia tergiversazioni o incertezze, che abbia il coraggio di indicare in questo un evento assolutamente straordinario di martirio ricevuto da coloro che, ripeto, hanno nel fondo del cuore l’ intendimento di eliminare la vita cristiana, la presenza di Cristo e della Chiesa nel mondo.
Non è perché è successo in Iran che noi possiamo stare tranquilli; la teoria che ogni tanto mi viene proposta che il Montefeltro è un’isola beata, non sta più in piedi. In questa isola beata è arrivato l'edonismo che distrugge le nostre famiglie, è arrivata la droga, è arrivato tutto un modo di sentire e di vivere la vita che ha scosso profondamente le radici della nostra cultura di popolo cristiano. Per questo io mi aspetto che l'insperato e realissimo incontro con il Papa Benedetto XVI conforti questo nostro cammino per recuperare le radici della nostra tradizione cristiana.
Non pensiate che non possa succedere anche qui; non pensiate che nel corso magari di una generazione, o anche meno, non possa accadere che dei cristiani del Montefeltro, che vanno in Chiesa per pregare, non tornino più a casa. Questo non per alimentare allarmismi ma per la consapevolezza del livello a cui è arrivato questo scontro epocale fra Cristo, fra il cristianesimo e coloro che vogliono distruggerlo. Noi abbiamo questa coscienza e per questo chiediamo al Signore che ci dia la forza; Don Abbondio ha detto al suo Cardinale “ il coraggio uno non se lo può dare”, il suo grande Cardinale gli ha risposto “uno non se lo può dare ma lo può chiedere” .
Cominciamo a chiedere al Signore Iddio, per intercessione della Madonna delle Grazie, il dono di un coraggio che ci faccia essere testimoni limpidi della fede in Cristo di fronte a questo mondo che è lontano ovunque; che anche quando sembra vicino sostanzialmente è lontano dal Signore. Ci dia questa forza, ci riduca se è possibile le fatiche, ma soprattutto ci faccia radicare nella sua presenza piena di letizia e di sacrificio”.
Luigi Negri
+Vescovo di San Marino-Montefeltro
Pennabilli, 1 Novembre 2010
17:45 Scritto da: ritina5 in persecuzioni | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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09/11/2010
IRAQ «Hanno ucciso la gente faccia a faccia»
09/11/2010 - Intervista a don Robert Jarjis, amico dei preti assassinati a Baghdad. Mentre, a una settimana dall'attacco di Al Qaeda, vengono uccisi altri due fedeli. «È un olocausto che nessuno vuole guardare»
Don Thaer era il suo compagno di banco in seminario, il suo amico. Poco più di una settimana fa è stato ucciso mentre diceva la messa. Aveva trentadue anni. «Stava celebrando l’Eucaristia. Il suo sangue si è mischiato con quello di Cristo sull’altare», dice don Robert Jarjis. Dopo l’ordinazione sacerdotale, lui ha proseguito gli studi a Roma, mentre Thear è rimasto a Baghdad. Ha saputo della sua morte al telefono, prima che le agenzie di stampa rimbalzassero al mondo la strage di Al Qaeda nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Soccorso. Poi la notizia è arrivata. Se ne è parlato per qualche giorno, sulle prime pagine dei giornali. «Ma già ora è calato il silenzio. Quello è un olocausto che nessuno vuole guardare».
Don Thaer aveva paura di vivere e servire la Chiesa a Baghdad?
Negli ultimi mesi sembrava tutto tranquillo. Anzi, da là mi dicevano: «Finalmente, Robert, qui si respira. Forse qualcosa sta cambiando». Poi, all’improvviso, accade questo. Un attacco crudele, sembra una nuova fase della persecuzione.
Perché?
È il primo caso di questo genere, non ha precedenti. Le chiese sono sempre state attaccate, ma da fuori. Questi uomini invece sono entrati, durante la messa. Hanno ucciso la gente faccia a faccia. Anche le donne e i bambini (nove bambini, tra i quali uno di tre anni e due di pochi mesi; ndr). Per un uomo islamico è un disonore inconcepibile. Invece loro non hanno fatto distinzioni. Come per una volontà di sterminio. Anche chi è rimasto ferito, in questi giorni, sta morendo.
I due sacerdoti, don Thaer e don Wasim, sono stati i primi a essere uccisi.
I terroristi hanno chiuso le porte. Thaer ha fatto salire la gente sull’altare per farla rifugiare in sacrestia, l’ha chiusa lì dentro. Ha pregato quegli uomini di lasciare in pace i fedeli e di prendere lui. Loro lo hanno riempito di pallottole. Padre Wasim era nel confessionale, è corso fuori e li ha supplicati di pregare insieme, per la pace in Iraq, ognuno a suo modo e ognuno al suo Dio, lasciando stare gli innocenti. Loro lo hanno portato sull’altare e lo hanno ucciso. Aveva ventisei anni. In chiesa c’era anche il fratello di Thaer, è morto anche lui. E c’era sua madre, che ha visto e vissuto tutto.
Le persone in sacrestia?
Qualcuno si è salvato, altri sono stati raggiunti dai colpi di mitra sparati contro la porta. Una madre ha salvato suo figlio di cinque mesi chiudendolo in un cassetto. Un’altra donna incinta è stata presa da un terrorista, che si è fatto esplodere insieme a lei. Senza pietà, non solo per i vivi, ma anche per chi doveva ancora nascere.
E l’intervento della polizia?
Sembra che non ci sia stata alcuna trattativa con il commando di estremisti. E i militari non sono intervenuti per fermare tutto, se non quando tanti erano già stati uccisi,. Il governo, ora, cerca solo di salvare se stesso.
Lei tra poco tornerà in Iraq?
Molto probabilmente sì. Vado dove mi vuole la Chiesa. Per me non conta la mia vita, la mia vita è la Chiesa e io voglio fare tutto il possibile per il mio popolo.
Non ha paura?
Sono un essere umano. Forse sarò ucciso anch’io e di questo ho paura. Ma Cristo sarà sempre al mio fianco. E se morirò, altri uomini continueranno il mio compito. Ora c’è solo il dolore per le persone che sono morte. Quella domenica, il sangue di Cristo è diventato il loro. E questo non lo dice nessuno. Quel giorno deve essere ricordato per sempre. In tutte le chiese dell’Iraq, domenica scorsa si è celebrata una messa per le vittime, e la gente ci è andata. Grazie a Dio non è successo nulla. Ma il silenzio del mondo è già contro di noi: ci sembra di essere abbandonati al nostro destino. Perché non se ne parla più, e si aspetterà la prossima strage. Che il Signore abbia pietà di tutti noi.
Da Tracce
16:46 Scritto da: ritina5 in persecuzioni | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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08/11/2010
Benedetto rompe gli schemi: il futuro della fede passa dalla Spagna
Il papa nella Spagna di Zapatero. E l’esercito dei media già pronto a incasellare la visita nello schema di una Chiesa in trincea, in perenne guerra contro il “nemico” della modernità. Ma è il papa stesso a rompere lo schema. Già sull’aereo, con i giornalisti, parla di “incontro, non scontro, con la laicità”. E se è una “tragedia” il fatto che l’uomo moderno percepisca Dio come “un antagonista della sua libertà”, sarà inutile perdere tempo a recriminare o denunciare. Occorre piuttosto la verità di una testimonianza affinché “Dio torni a risuonare gioiosamente sotto i cieli dell’Europa”.
Una visita non “reattiva”, centrata su due semplici gesti. Il pellegrinaggio a Santiago de Compostela e la consacrazione della Sagrada Familia a Barcellona. Si è scritto all’inizio del pontificato che Benedetto XVI era il papa della “parola” mentre Giovanni Paolo II era il papa dei “gesti”. Un papa da “leggere” più che da “vedere”. Anche questo schema, cinque anni dopo, appare logoro e inadeguato. Non si capisce papa Ratzinger se non si vede il modo in cui celebra e prega, il modo in cui si è inginocchiato, ad esempio, sabato scorso, davanti alla tomba dell’apostolo Giacomo. Impossibile separare i suoi giudizi, anche quelli più netti, dalla mitezza e serenità dello sguardo. Lo abbiamo visto anche nei momenti meno ufficiali di questo viaggio spagnolo: lo stupore divertito e quasi “bambino” con cui seguiva le oscillazioni mozza fiato del grande incensiere nel santuario di Santiago. Lo sguardo incantato di fronte alla bellezza della Sagrada Familia, durante la cerimonia di dedicazione.
Il professor Ratzinger è diventato papa. E i primi ad accorgersene sono i comuni fedeli, che d’istinto gli vogliono bene. Dalla sua presenza, dal suo insegnamento, si sentono davvero confermati e rincuorati nella semplicità della loro fede. C’era un modo di sentirsi “ratzingeriani”, anche in campo ecclesiastico, che significava essere sempre e solo “contro”. Duri e puri, severi e arcigni. Quelli che non fanno sconti, mai... Il rischio era quello di assomigliare e assumere infine tutti i tic e le nevrosi del “nemico”, sia esso il “cattolico progressista” o il “laicista”.
Benedetto XVI anche in questo spezza gli schemi. Si era già visto nel viaggio in Gran Bretagna. Lo ha confermato il pellegrinaggio spagnolo. Non è un papa “contro”, è un papa che comunica, anche umanamente, positività. Vuole parlare all’uomo d’oggi, ovvero a ciascuno di noi. Desidera sinceramente che comprendiamo e sperimentiamo il cristianesimo non come un “di meno” ma un “di più” di umanità. Un annuncio umile e lieto, perché consapevole che, ultimamente, la sua riuscita non dipende dal nostro argomentare o dalla nostro attivismo, è grazia di Dio, come ha ricordato ieri mattina nella Sagrada Familia: “Da Lui la Chiesa riceve la propria vita, la propria dottrina e la propria missione. La Chiesa non ha consistenza da se stessa; è chiamata ad essere segno e strumento di Cristo, in pura docilità alla sua autorità e in totale servizio al suo mandato. L’unico Cristo fonda l’unica Chiesa; Egli è la roccia sulla quale si fonda la nostra fede. Basati su questa fede, cerchiamo insieme di mostrare al mondo il volto di Dio, che è amore ed è l’unico che può rispondere all’anelito di pienezza dell’uomo”.
(Lucio Brunelli)
13:20 Scritto da: ritina5 in Papa Benedetto xvi | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
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02/11/2010
Nella festa di Tutti i Santi, a Baghdad è strage di nuovi Santi Innocenti
“È la risposta dell’islam radicale al sinodo dei vescovi che si è tenuto dieci giorni fa in Vaticano”: questo ha scritto Luigi Geninazzi, editorialista e inviato di “Avvenire” in Iraq, sulla prima pagina del giornale dei vescovi italiani, a commento della strage nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad.
Il messaggio associato dai terroristi musulmani alla strage è implacabilmente mirato contro i cristiani, contro la loro presenza in Iraq e in altri paesi arabi. Contro lo stesso Vaticano, al quale si comanda di “fare pressione sulle Chiese d’Oriente”. I terroristi minacciano anche la Chiesa copta d’Egitto, esigono la liberazione di due donne che dicono prigioniere di un monastero perché convertite all’islam, e ne fanno i nomi: Camila Shehata e Wafa Constantine, mogli di due preti copti allontanatesi da casa per disaccordi familiari.
“Avvenire” del 2 novembre dedica alla strage e agli obiettivi dei terroristi tre intere pagine ricche d’informazioni, più l’editoriale e il titolo di testa in prima. Dà rilievo alle parole di Benedetto XVI all’Angelus e cita un passaggio dell’omelia del vescovo di San marino e Montefeltro, Luigi Negri:
“Si vede chiaro ogni giorno che passa, in barba a tutti gli irenismi e a tutte le ricerche di moderazione, che il terrorismo internazionale ha un obiettivo esplicito: la conquista islamica del mondo e, all’interno di questo obiettivo che certamente sarà a più lunga scadenza, un obiettivo più immediato, cioè la distruzione del cristianesimo in Terra Santa, nel Medio Oriente e poi in tutti i paesi di antica tradizione cristiana. I caduti sono martiri che hanno offerto la loro vita quasi senza saperlo, senza aspettarselo, senza deciderlo, una sorta di nuovi santi innocenti”.
I due giovani sacerdoti abbattuti dai terroristi nella cattedrale assieme a molte decine di loro fedeli tra cui otto bambini si aggiungono a una sequela di altri sacerdoti e vescovi uccisi, in Iraq. Nella sola Baghdad, su 65 chiese e monasteri cristiani, ne sono stati finora assaliti più di 40. Il riserbo del sinodo su questa realtà terribile è stato anch’esso un effetto di questo assedio ad opera dell’islam radicale. Un riserbo più comprensibile della loquacità accusatoria dimostrata dallo stesso sinodo contro Israele, come fosse questo il nemico.
Grazie a Settimo Cielo
20:00 Scritto da: ritina5 in Islamici | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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31/10/2010
“Ma lei, prof, ha delle certezze?”
Per festeggiare tutti i Santi e i nostri morti, propongo un articolo di Franco Bruschi, che ho letto su Cultura Cattolica. Sono parole che commuovono e fanno pensare... Buone Feste a tutti!
Accade che una lezione sul “Purgatorio” di Dante diventi sorprendentemente un avvenimento.
L’altra mattina nella mia quarta introducendo il “Purgatorio” parlavo delle tre parole chiave della cantica: l’amore, il perdono e la misericordia, la libertà.
A tema della “Divina Commedia”, dicevo, c’è una domanda grandissima: tutto quello che di bello e di vero desidero, che amo e stimo sopra ogni cosa (la mia felicità, il bene per la persona che amo, il rapporto con un carissimo amico) durerà per sempre? Si realizzerà pienamente, totalmente? O tutto si corromperà e finirà nel nulla? Dante risponde con una certezza: la vita è per un positivo perché tutto esiste per amore. Ho citato don Giussani che a questo proposito afferma: “Non è tragedia la vita: la tragedia è ciò che fa finire tutto nel niente, la vita è dramma: è drammatica perché rapporto fra il nostro io e il Tu di Dio, il nostro io che deve seguire i passi che Dio segna”. E aggiunge: “L’arte anticipa qualcosa dell’eterno”. La poesia di Dante anticipa qualcosa a proposito del nostro destino: la vita o è certezza di essere amati o è tragedia; o è responsabilità, risposta di fronte a un Tu che ti stima infinitamente, o è il nulla; o è un dialogo o è una tragica solitudine, l’esperienza più diffusa ai giorni nostri anche tra i giovani.
La stessa cosa si può dire per l’esigenza del perdono e della misericordia: la vita è letizia, è positiva in qualunque situazione ci troviamo se abbiamo la certezza del perdono, di una presenza misteriosa che ci accoglie e ci perdona sempre, gratuitamente, senza chiedere nulla in contraccambio. Non c’è male, non c’è peccato, non c’è delitto che non possa essere perdonato, neanche la tragica uccisione della giovane Sara di Avetrana. L’unico peccato che non può essere perdonato è il peccato contro lo Spirito: Dio non esiste, o se per caso esiste non mi può perdonare, l’abisso della disperazione.
Dante dice a ciascuno di noi: “Franco, Laura, Stefania… tocca a te decidere: con sulle spalle il carico pesante del tuo male, dei tuoi limiti, della tua istintività o ti affidi con fiducia alla misericordia infinita di un Padre che perdona, o ti perderai sotto i colpi della disperazione e della solitudine.
Oppure puoi fare come fanno molti: evitare di guardare in faccia al tuo male, incolpando gli altri, la società o peggio affidandoti passivamente a tutto ciò che il potere ti offre per non pensare al tuo male, per non pensare a niente: ma una posizione così non può durare nel tempo”.
A quel punto una alunna, Giulia, alza la mano e chiede: “Ma lei, prof, ha delle certezze?” E io a lei: “Certezze a proposito di che cosa?” Lei risponde: “Certezze a proposito dell’esistenza di Dio, della Sua presenza?” Io le dico: “Ma perché mi chiedi questo?” Lei risponde: “Perché io ho molti dubbi. Per questo le volevo chiedere: ma lei come ha fatto ad arrivare a delle certezze su Dio?”
Le ho detto: “Guarda, non mi interessa dirti qualcosa da un punto di vista teorico, posso raccontarti la mia esperienza. Io sono arrivato ad avere delle certezze in tre modi: prima di tutto osservando, stando attento alla realtà che mi circonda, lasciandomi provocare dalla sua bellezza (un tramonto, un cielo stellato, il viso di una bella donna, una sinfonia) e ponendomi della domande: se non ho fatto io tutte queste cose che mi affascinano per la loro bellezza chi le ha fatte? E perché il mio cuore si emoziona, si esalta alla vista di queste cose? Chi ha fatto il mio cuore così? Perché sono fatto così?
Poi quando ero giovane ho incontrato qualcuno che mi ha detto: “C’è un uomo nella storia che ha detto: “Io sono la verità, la via, la vita.” Che è come dire: “Io sono la tua felicità”. Sentire delle simili parole mi ha cambiato la vita, mi è venuto un gran desiderio di conoscere e di scoprire quell’Uomo che prometteva quel che da sempre desideravo, che mi offriva quella certezza che dava un senso, una prospettiva infinita, una speranza a tutte le cose che più amavo. Mi è apparso subito chiaro che la cosa più semplice per conoscerlo era quella di stare, di diventare amico di chi mi aveva comunicato una notizia così decisiva, di chi aveva spalancato la mia vita a un orizzonte che comprendeva e valorizzava tutti i miei interessi. Da allora la mia vita è stata una continua scoperta.
Infine ho avuto la grazia di conoscere, di incontrare dei santi sia direttamente, sia leggendo le testimonianze della loro vita. I santi sono delle persone che avendo incontrato Cristo hanno dato tutto per Lui, mostrando a tutti per che cosa vale la pena vivere. Ad esempio, mi ha sempre colpito la vicenda che tutti conosciamo di San Massimiliano Kolbe. Ha detto alle SS che aveva di fronte: “Prendete me, uccidete me al posto di quel padre di famiglia che avete scelto”. Ho subito pensato: o uno così è un pazzo, o grazie alla compagnia di Gesù, ha sperimentato e ha capito che la vera vita, quella che non finisce, che non delude non è quel breve lasso di tempo costituito dalla vita terrena, ma è quella che Gesù ci ha promesso e ci ha manifestato con la sua Resurrezione.”
Giulia e il resto della classe si sono dimostrate molto colpite dalle mie risposte.
Allora all’intervallo ho detto a Giulia: “Mi piacerebbe iniziare con te e con le persone che hanno la tua stessa esigenza un cammino per arrivare a quelle certezze che ti stanno tanto a cuore”. Lei ha risposto: “Anche a me piacerebbe”. E io a lei: “Allora ci vediamo presto”. Da quel momento diverse compagne hanno manifestato lo stesso desiderio.
E’ stata la grazia di un’ora di scuola che ha saputo toccare l’esigenza più profonda del cuore di un gruppo di giovani, perché una persona senza certezze non si ritrova più. Quella delle certezze è veramente la più grande e affascinante sfida per noi educatori.
18:55 Scritto da: ritina5 in SANTI | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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23/10/2010
Il destino dei cristiani
Attorno e dentro il Sinodo dei vescovi dedicato al Medio Oriente, avviato alle battute conclusive, sono abbondate le analisi di una situazione molto difficile e complessa. Chi ha messo in luce l’indifferenza della cosiddetta “comunità internazionale”, un soggetto che non si sa mai che faccia e che corpo abbia ma che viene chiamato in causa per indicare responsabilità e colpe esterne; chi ha tematizzato la madre di tutti i conflitti, l’israelo-palestinese, come fonte copiosa di guai e di ingiustizie; chi ha esaminato la questione della libertà religiosa e della libertà di coscienza, ambedue poco o nulla garantite nei diversi Paesi dell’area; chi ha voluto soffermarsi sulla spettacolare realtà di opere caritatevoli ed educative che mostrano l’amore eccezionale e poco ricambiato che i cristiani portano alla loro patria bimillenaria.
E poi naturalmente gli argomenti più specifici, dalla liturgia alla catechesi ai rapporti tra le Chiese orientali, i latini e quell’incredibile realtà di “Chiesa pellegrina” nei Paesi del Golfo raccontata dal vicario apostolico dell’Arabia, Paul Hinder, nell’ultimo numero della rivista “Tracce” –rapporti non sempre facili e anzi, talvolta indeboliti da ossessioni particolaristiche e identitarie. Tutte cose vere e sacrosante, nessuno potrebbe contestarle.
Ma il fatto è che se anche le sommiamo tutte insieme il quadro che ne risulta resta irrimediabilmente parziale. Come è stato detto da qualcuno “in Medio Oriente partiamo sempre dalla situazione e non dalla vocazione”. Ed è emersa più chiara in queste giornate sinodali la consapevolezza che quando si parte dalla situazione manca sempre qualcosa, per completare l’analisi occorre aggiungere sempre nuovi elementi, come se la vita reale non bastasse ad agire e a giudicare. Continua Quì
11:38 Scritto da: ritina5 in cronaca | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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14/10/2010
Ogni volto è un volto sacro
Il poeta Rilke s’imbatte in una elemosinante. L’amico che lo accompagna le dà uno spicciolo. Rilke tira dritto, ma giunto presso un fioraio compra una rosa e di ritorno solleva la donna e gliela regala. Il poeta coglie la sacralità ferita di quella donna, difende la sua dignità di “amata”, sacralità e dignità che l’anonimo spicciolo privo di uno sguardo negli occhi non riesce ad abbracciare e restituire. I poeti, con i bambini e i santi, sono i custodi del mistero. «Ora che nelle fosse / con fantasia ritorta / e mani spudorate dalle fattezze umane l’uomo lacera / l’immagine divina»: un altro poeta, Ungaretti, scorge, nelle deportazioni della II guerra mondiale, mani folli che strappano via dal volto umano ciò che lo rende umano: l’essere immagine di Dio.
Di questo dobbiamo parlare quando accadono eventi meno apocalittici, ma non meno tragici come il coma del tassista o della donna rumena sfigurati da mani folli. Si leveranno malinconiche voci a significare nella modalità del piagnisteo o dello sdegno che la civiltà è al capolinea… Si girerà, in modo politicamente corretto, attorno all’unico vero problema centrato dai poeti: dove va a finire “la persona” se non vediamo più qualcosa di sacro nel volto “delle persone”? La perdita del senso del sacro nel quotidiano è la più grande tragedia della cultura contemporanea, la tragedia che ha causato nel secolo più ateo della storia due guerre mondiali.
Tutti inorridiamo di fronte a casi come quelli descritti. Ma tutti noi, convinti di essere signori di minuscoli regni, soli al centro del creato, disprezziamo le persone che affollano il “nostro” vagone del metrò, intralciano la “nostra” coda al supermercato. Tutte le volte che non riusciamo a scorgere nell’altro una persona degna di tutta la nostra attenzione, la diminuiamo e diventiamo potenziali “omicidi”. Ma esiste un antidoto.
La novità del cristianesimo, la vera buona notizia, è che Dio ha un volto umano e tutti gli uomini hanno quello stesso volto. Non è questione di “tolleranza”o “simpatia”, assolutamente insufficienti a sentire la realtà dell’altro tutto intero, ma è questione di “empatia”: sentire l’altro come qualcuno dotato della mia stessa dignità. Nella coda al supermercato la donna piena di pacchi non è una potenziale nemica da sconfiggere, ma qualcuno che ha una storia sacra, perché la storia di ogni uomo è sacra, perché quell’uomo è voluto dall’eternità da Dio. Questa è la configurazione esistenziale di base del cristiano. Solo il cristianesimo ha la pretesa folle di trasformare quelli nel traffico con me da nemici da eliminare a figli dello stesso Padre e quindi fratelli con difficoltà e problemi importanti persino più dei miei.
Persona: volto di Dio. Per gli antichi era solo la maschera dell’attore. Cristo ha reso quella maschera il volto stesso di Dio, riconoscibile più direttamente nel debole (l’anziana in piedi, l’elemosinante in ginocchio, il barbone coricato…), ma presente in ogni volto umano (il manager abbronzato, lo studente svogliato, la portinaia chiacchierona…). Persona deriva dal lasciare passare il suono della voce amplificandolo (per-sonare): con la venuta di Dio in un volto la persona si riempie della voce stessa di Dio. Il volto dell’uomo amplifica l’immagine di Dio e lo rende tangibile.
Una cultura, priva del mistero cristiano, non perde Dio, ma perde l’uomo, suo vero volto. Non è un caso che Benedetto XVI abbia parlato nel recente documento “Ovunque e sempre” della necessità di una nuova evangelizzazione, non solo dove il volto di Cristo non è noto, ma soprattutto dove è stato sradicato: «Si è verificata una preoccupante perdita del senso del sacro, giungendo persino a porre in questione quei fondamenti che apparivano indiscutibili… Se tutto ciò è stato salutato da alcuni come una liberazione, ben presto ci si è resi conto del deserto interiore che nasce là dove l’uomo, volendosi unico artefice della propria natura e del proprio destino, si trova privo di ciò che costituisce il fondamento di tutte le cose».
Un pagano scorgendo il modo di comportarsi dei primi cristiani commentava: «Guarda come si amano!». Riportare nella maschera vuota di una cultura senza Dio la pienezza del volto di Cristo e quindi del Creatore è il compito dei cristiani anche oggi, in una cultura secolarizzata che, come diceva il poeta: «Per pensarti, Eterno, / non ha che le bestemmie».
18:18 Scritto da: ritina5 in cronaca | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: cronaca, cultura, prof2, cristianesimo, avvenire | OKNOtizie |
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07/10/2010
La notizia a tutti i costi
La mamma di Sarah Scazzi apprende del ritrovamento del cadavere della figlia mentre si trova in collegamento con Chi l'ha visto?. Ma la diretta del programma prosegue
Il corpo nudo e martoriato di Sarah Scazzi aspettava dal 26 agosto di essere ritrovato, in quel pozzo nelle campagne di Avetrana. Lì l'aveva buttato lo zio Michele Misseri, subito dopo aver ucciso la ragazzina e aver abusato del cadavere. La verità l'Italia l'ha saputa insieme alla madre di Sarah, Concetta, in diretta tv a Chi l'ha visto. «Stiamo dando una notizia terribile con grandissimo imbarazzo», dice Federica Sciarelli dopo che per venti minuti le parole “cadavere”, “pozzo” e “confessione” hanno continuato a rimbalzare tra gli studi della trasmissione e il volto impietrito e muto della madre di Sarah, fino a comporre la devastante verità.
Indignarsi il giorno dopo per questo spettacolo indecoroso è forse scontato, ma è inevitabile. Non è neanche per la solita retorica sui giornalisti cinici e senza cuore, ma sgomento di fronte a una cronaca che, nel tentativo di raccontare la realtà, la dimentica. Dimentica che ha di fronte una madre a cui per mezz'ora si dice che forse sua figlia è morta, forse no, forse sì e per mano del cognato. Sgomento di fronte a una donna che, mentre giustamente usa la televisione per tentare di trovare sua figlia, resta intrappolata in quel meccanismo, prigioniera di un mondo a forma di pixel in cui tutto deve avvenire in diretta per esistere. Una donna che non ha la forza di alzarsi e andare a chiamare il pm, i carabinieri, gli inquirenti. Una donna di cui qualcuno avrebbe dovuto avere pietà. E spegnere la telecamera.
18:37 Scritto da: ritina5 in cronaca | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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05/10/2010
E la chiamano medicina
Il Nobel a Edwards e i corifei del Mondo Nuovo
Può sembrare irriguardoso ricordare che la tecnica di fecondazione umana in vitro, che ha guadagnato al pioniere britannico Robert Edwards la punizione del Nobel per la Medicina, altro non era che il perfezionamento di un procedimento veterinario già largamente usato su conigli e mucche. I corifei della provetta, che ieri hanno celebrato il loro festival della banalità e della menzogna (la Fiv non guarisce affatto la sterilità. La aggira in un numero tuttora modesto di casi, visto che, a trentadue anni dalla nascita della prima bambina concepita in vitro, la percentuale di successo delle tecniche non si schioda dal trenta per cento), glissano sulle illusioni, le mitologie, i sogni di padroneggiare i meccanismi della creazione che rappresentano la vera “ragione sociale” di quelle tecniche.
Il big bang antropologico inaugurato da Edwards è quello che oggi ci fa parlare di “prodotto del concepimento” e non di figlio. E’ l’idea della “creazione” della vita in laboratorio, materiale biologico tra gli altri; è la separazione della procreazione dal sesso, dopo che il sesso era stato separato dalla procreazione con la contraccezione; è il cambiamento nel modo di rappresentare la generazione, i rapporti di parentela, il venire al mondo. Dalle provette di Edwards sono uscite le anticipazioni di quel Mondo Nuovo alla Huxley che oggi vive lautamente di compravendita di ovociti, di uteri in affitto, di fabbricazione di embrioni umani a fini di ricerca, magari ibridati con embrioni animali, di invenzione di coppie di genitori dello stesso sesso, di embrioni sovrannumerari conservati nell’azoto liquido e poi distrutti, o selezionati in provetta per ottenere un figlio dal corredo genetico “ottimale”. E la chiamano anche medicina.
Fonte
12:00 Scritto da: ritina5 in Biologilandia | Link permanente | Commenti (4) | Trackback (0) | Segnala
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01/10/2010
Siamo uomini liberi non «massa digitale»
di Davide Rondoni
Il viso e lo schermo. L’uno si fissa nell’altro. Ogni uomo può usare lo schermo come maschera o come riflesso. Viene da pensare così, ancora confusamente, di fronte all’imponenza del tema che il Papa ha scelto per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.
Autenticità, annuncio, verità... Sono termini che troviamo nel titolo. E non sono in contraddizione, o opposte, al termine che sembra definire la nostra era: digitale. Parole...
Troppo spesso si riducono a proclami; ed anche in omelie o discorsi si fanno tanto grandi quanto astratte. Ma proprio queste parole – verità, autenticità, annuncio – sono invece legate alla nostra povera umanità più che il nervo, il muscolo all’osso, il bacio alle labbra. Sono loro a render vivibili la casa di un secolo e il mondo di domani. Sono le piccole ciotole della vita.
Dovessero svanire, queste parole, se ne andrebbero il calore del nostro sangue, il nostro volto, la gloria umile della nostra vicenda personale. Che cosa saremmo, infatti, senza poter sentire la verità? Se di tutto potessimo solo constatare illusione, trucco, inganno? Come spesso già siamo, e come i più giovani ci mostrano sbattendoci lo specchio abnorme di noi stessi davanti agli occhi, saremmo totalmente, rovinosamente questo: animali irosi, pronti a scagliarsi contro o sopra ogni apparenza, affamati di non si sa che, da nulla mai veramente saziati. Senza volto, come certe figure che i grandi pittori del nostro tempo avevano previsto. Questo l’era digitale potrebbe divenire: soltanto un’epoca di uomini finti, di maschere, di figure di paglia. Di schiavi scattanti di fronte a ogni vibrazione video, animaletti chiusi nelle barriere della prigione peggiore: quella di cui non riesci più a riconoscere le sbarre o le vie di fuga, dove il bel panorama che invita alla libertà è finto perché di cartapesta digitale, mentre vere restano la tua disperazione e la catena della solitudine.
Ma la verità – mi perdonino i filosofi – è un certo gusto del reale. Sia del reale che cogliamo direttamente con i nostri sensi, sia di quello racchiuso nelle fole dei vecchi del paese e ora le rapide news su ogni video del mondo. La scoperta della verità è come quando una donna si gira: anche se l’hai immaginata a lungo, ecco che il suo viso supera ogni aspettativa. Sia quando si mostra come bella e dolce, sia quando il volto pare indurirsi, contrastando le nostre intenzioni. Non censurare la tensione alla verità e il suo gusto significa non accontentarsi di vedere quella signorina passeggiare da lontano, profilo indistinto e impreciso.
Dal titolo prescelto viene una fiducia. La nostra libertà è integra. Insomma, possiamo essere noi stessi anche in questa selva luminosa di rapidissimi fantasmi. Non è vero che siamo destinati – come vorrebbero certuni – a una perdita progressiva della coscienza personale, amputati di quel che abbiamo di più prezioso e unico: il nostro io. A vagare, fantasmi tra fantasmi. Non siamo destinati ad essere solo 'massa digitale'. In questo sta perfino la salvezza – la garanzia per così dire – della raggiunta era digitale. Fallirebbe, crollerebbe su se stessa in una specie di gioco a vanvera, se non fosse sostenuta dall’ansia della verità, e dunque dell’autorevolezza e dell’affidabilità, senza le quali la comunicazione perde valore e importanza.
Il Papa scende un’altra volta nel fuoco della storia e del tempo. E noi con lui. Nessuna età ci separa dall’amore incontrato. Chi è raggiunto dalla gran comunicazione di Gesù ha qualcosa di speciale da dire, una speranza in questa vita dura e meravigliosa – anche con voci e immagini che traversano in un baleno continenti e oceani – rivolgendosi a milioni di spettatori. O fosse pure a una sola persona cara, ferita e lontana.
© Copyright Avvenire, 30 settembre 2010
00:05 Scritto da: ritina5 in Società | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: rondoni, avvenire, computer, benedetto xvi, comunicazioni | OKNOtizie |
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30/09/2010
La Bibbia rap
Brani dell'Antico e Nuovo Testamento ora ascoltabili in versione rap
Famiglia cristiana ha lanciato la Bibbia Pocket al modico prezzo di 7,90 euro. La mini Bibbia (570 grammi) si trova anche nei supermercati, negli aeroporti, negli autogrill. Alcuni tra i più famosi brani dell’Antico e Nuovo Testamento si possono sentire anche con file audio via radio o internet in versione rap (il titolo dell’iniziativa è “Paroladidio” scritto tutto attaccato). Meravigliosa la versione rap del versetto «Io sono colui che sono/ Questo è il mio nome per sempre/ e questo è il mio ricordo/ di generazione in generazione».
Dj gesù Frotte di giovani che fino a ieri pensavano che la Chiesa fosse oscurantistacolpevoledell’inquisizioneiocredoinDiomanonnelPapa (scritto tutto attaccato, ma con le maiuscole), dopo l’iniziativa Paroladidio (scritto tutto attaccato e con la “d” minuscola), si sono convertiti alla parola di dj Gesù. La Messa sarà un po’ una Love Parade, il catechismo una versione dance della waka waka, il Vangelo l’ultima canzone di Jovanotti. E anche tu fratello/ con questa nuova evangelizzazione/ se della “compa” eri lo zimbello/ ora sei il più coglione.
12:04 Scritto da: ritina5 in follie | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: follie, giornalai, eresie, tempi, famiglia cristiana | OKNOtizie |
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27/09/2010
Il dramma di Federica
Su segnalazione della mia amica AnnaVercors, pubblico questo accorato appello che sfida la nostra umanità.

E' per me intollerabile leggere i resoconti minuziosi su facebook del dramma che sta vivendo Federica Cannas, affetta da una rara malattia che si chiama MCS e che da mesi sta cercando di raccogliere i fondi necessari per potersi curare in una clinica londinese , l'unica che potrebbe salvare la sua giovane vita di mamma che non può contare sull'aiuto della sanità italiana perché la malattia non è ancora ufficialmente riconosciuta.
A me sembra proprio impossibile che in tutti questi mesi non sia riusciti a raccogliere la somma necessaria.Lo dico con un grande dolore perché mi rendo conto di non poter fare granché per aiutarla. Già una volta, appena conosciuta la sua situazione pubblicai un post. Ed ora ritento nella speranza che gli amici del blog facciano qualcosa per Federica.
Basta andare al link suindicato e avrete tutte le notizie necessarie, oltre alle indicazioni concrete per sostenerla finanziariamente: credo che se ognuno fa il poco che gli è consentito forse possiamo aiutarla.
Chi proprio non può contribuire con un'offerta aiuti con la preghiera, quella preghiera che è davvero onnipotente se fatta con il cuore.
Grazie a tutti coloro che prenderanno in considerazione questo appello.
11:19 Scritto da: ritina5 in APPELLI | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: salute, cultura, carità | OKNOtizie |
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19/09/2010
Manconi-Morresi a scuola
Dal verbale delle Regie Scuole Il Foglio, inizio d’anno scolastico 2010, classi speciali elementari per geni multitasking. In classe terza l’alunno Manconi s’è rifiutato come al solito di fare il compito di Bioetica Tecnologico- Razionale sul confronto (con dati) tra ricerca su staminali embrionali e staminali adulte. Appena la maestra ha dato il compito, ha sputazzato con una cerbottana fatta con la bic contro una compagna che subito l’ha aggredito spingendolo a terra: “Aaaahhh maeeeeeestra!!!! L’Assuntina m’ha dato una spintaaaaaa!!!!! E io non lo faccio il compito!” Maestra: “Assuntina va’ fuori!!! Manconi fai il compito!” Manconi: “No! sono indignato! E poi io so tutto, non ho bisogno di fare i compiti, non ho niente da mostrare.” Maestra: “Ma l’hai studiato il capitolo delle staminali o fai come sempre?” Assuntina (cantilenante): “Tanto non sa niente, Manconi non sa mai niente, Manconi non sa mai niente!” Maestra: “Assuntina va’ fuori t’ho detto! Dai Manconi, è un compito facile questo, è solo l’inizio anno… Non ti ricordi cos’è venuto fuori dalle ricerche? Dai è facile…” L’Assuntina (strillando trionfante): “…un cazzo di nulla!!!” Maestra: “Assuntina! Dal preside!” L’Assuntina: “No il preside no! mi fa paura il preside!” Manconi: “Ecco! brava maestra! Non si dicono le parolacce, brutt’Assuntina! (sottovoce) stronzina!” Assuntina: “Sei solo chiacchiere e distintivo, polletto, chiacchiere e distintivo!” Maestra: “Manconi, t’ho sentito! Anche tu dal preside! vi faccio sospendere tutt’e due!” Sono stati convocati immediatamente entrambi i genitori degli alunni dal preside Ferrara, che con la nuova riforma scolastica delibererà secondo coscienza ma solo dopo il viaggio di Benedetto XVI in Inghilterra, ma chiede a codesto ministero, tempestivamente e in conformità alla nuova riforma scolastica, indicazioni ulteriori sulle norme disciplinari inerenti alle scuole con classi speciali quale la scrivente. Corretti saluti.

21:56 Scritto da: ritina5 in Diavoletti e diavolacci | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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15/09/2010
Il nemico di Oriana? Non l'islam ma i vili intellettuali d'Occidente
Nonostante tutto non riesco a ricordare Oriana Fallaci mettendogli in bocca e negli occhi la rabbia contro l’islam. Anche se per reazione all’ipocrisia verrebbe proprio voglia, perché le celebrazioni che la riguardano vogliono isolare o trattare come folle e vecchia la Fallaci degli ultimi anni, quella dove aveva assunto la parte di Cassandra e gridava Troia-brucia-Troia-brucia.
Oriana è stata di più, infinitamente di più che antislamica. Uso non a caso la parola “infinitamente”. Perché guardarla in faccia com’è nel ricordo di chi l’ha conosciuta, significa attingere all’essenza stessa dell’essere uomini: un amore alla vita fuori di ogni misura, dunque smisurato, infinito perché di meno dell’infinito c’è solo il nulla e la morte.
Oriana ha odiato la morte, le sue catene ingiuriose. Per questo ha detestato e maledetto l’Islam nella forma in cui le si è palesato dinanzi agli occhi e le è entrato nel naso con la polvere da sparo di Beirut e con il cemento dissolto insieme alle ossa degli americani assassinati da Al Qaeda l’11 settembre del 2001. Ha odiato e combattuto il culto della morte dei kamikaze e dei loro cantori, il nocciolo di violenza inestirpabile che lei ha visto dentro il Corano, dove la fede si afferma con la spada.
Non importa qui stare a sostenere che esiste un altro Islam. Lei lo ha vissuto così e ha fornito prove per questa sua tesi e questo suo dolore. È stata ingiusta, ma il suo allarme non era e non è campato per aria. Soprattutto su un punto: la furia omicida dei terroristi ispirati all’islam non è derivata dalle colpe dell’Occidente. Non è una reazione esasperata a un’ingiustizia subita. È una violenza sorgiva, è una volontà di sopraffazione che non deriva dall’umiliazione sofferta, ma è dentro il basamento stesso del Corano così come l’ala purtroppo egemonica dell’Islam militante lo intende. Magari per ragioni tattiche e di furbizia non lo dice apertamente, ma quest’idea di metterci sotto i tacchi esiste eccome nei militanti anche italiani del partito delle moschee sempre e dovunque. Continua QUI
11:09 Scritto da: ritina5 in Oriana Fallaci | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: islam, politica, cultura, religione, occidente | OKNOtizie |
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10/09/2010
La purezza del diavolo
Il primo avversario della Chiesa non è l’ateo», perché Satana non dubita di Dio né della sua dottrina. Intervista a Fabrice Hadjadj
Conosce alla perfezione le verità della dottrina cristiana e non ne dubita. È perfettamente casto e non ha mai commesso un peccato di lussuria in vita sua. Dona gratuitamente del suo senza esigere contropartite materiali. Eppure è il nemico assoluto di Dio e dell’uomo, menzognero, omicida e tessitore di inganni. È il diavolo, l’angelo ribelle. Questo ritratto geniale e sconcertante di Satana si trova nelle pagine di La fede dei demoni, l’ultimo libro di Fabrice Hadjadj tradotto in italiano (da Marietti).
Lo scrittore francese parte di qui per sviluppare una tesi suggestiva: l’ateismo e i peccati della carne, frutto dell’ignoranza e della debolezza umana, non sono i mali peggiori. Molto più gravi per le loro conseguenze sono gli spiritualissimi peccati propri del diavolo, soprattutto quando vengono compiuti dai cristiani: superbia, invidia, odio e disprezzo, vizi dello spirito, sono la base delle più grandi sciagure e di permanenti divisioni fra gli uomini. Per questo il diavolo li ispira continuamente. Dopo l’estate italiana dei giudizi sprezzanti distillati da tribune cristiane, delle gare di purezza e di sputtanamenti fra politici, difficile dare torto ad Hadjadj. Il quale indica anche la strategia per respingere l’assalto diabolico: affidarsi all’incarnazione, cioè alla carne di Cristo e alla carne di Maria, prefigurata nel Genesi come la donna che senza sforzo o paura schiaccia il serpente demoniaco sotto il proprio tallone. Contro ogni superbia, imparare da Maria l’apertura alla Grazia. Perché Maria è accoglienza della Parola di Dio che si fa carne, mentre il diavolo è il contrario dell’accoglienza. È orgoglioso, trae tutto da sé e non vuole ricevere.
Fabrice Hadjadj, il diavolo non è ateo, e perciò, lei dice, l’antitesi fondamentale non è quella fra teismo e ateismo, ma quella fra conoscenza e riconoscimento di Dio. Cosa vuol dire?
Anzitutto va notato che il primo riconoscimento di Gesù Cristo come figlio di Dio nel Vangelo non è quello di san Pietro o degli altri apostoli, ma dell’indemoniato di Cafarnao. Nella sinagoga di quella città un indemoniato incontra Gesù e il diavolo che possiede quell’uomo dice: «Io so chi sei tu, il Santo di Dio». Notare questo ci obbliga a rimetterci in discussione, perché forse non abbiamo le idee chiare sull’identità del nemico radicale e della natura della vera lotta: che non è quella contro l’ateo o il libertino, ma contro un’intelligentissima creatura spirituale. Un puro spirito, ovvero uno spirito impuro che è puro spirito. Pertanto non sarà appellandosi alla mera spiritualità che lo si potrà affrontare: quella è una specialità del demonio, che ha per progetto di ridurre il cristianesimo a uno spiritualismo. Lo scopo del mio libro non è soltanto di ricordare che la fede non è mera conoscenza, ma è riconoscimento che anima il cuore; è anche ricordare che la fede non è evasione in un mondo etereo, ma incarnazione. Dio ha voluto donarci la sua Grazia attraverso la carne, ed è nella carne e attraverso la carne che noi lo raggiungiamo. I grandi teologi ce l’hanno spiegato: il primo peccato del diavolo è stata l’invidia, scaturita dal fatto di sapere che il Verbo si sarebbe incarnato. Satana è inorridito all’idea che Colui che era spirito, e dunque aveva una connivenza speciale con gli angeli come lui, potesse farsi carne, e che gli angeli, puri spiriti, avrebbero dovuto adorare la carne, una carne umana.
Lei distingue fra la fede come dono di Grazia, che gli uomini sperimentano, e la fede come perspicacia dell’intelligenza naturale, che attribuisce ai demoni. In cosa sono differenti?
Gli angeli, compresi quelli caduti, hanno un’intelligenza più sviluppata della nostra. A loro i segni dell’agire di Cristo e della Chiesa sono sufficienti per ammettere che c’è qualcosa che viene da Dio. Per quanto attiene alla fede come dono di Dio, la fede che opera attraverso la carità, questa passa attraverso motivi di credibilità, perché l’atto di fede non annulla la ragione, non è un salto nell’assurdo. Ma i motivi ragionevoli non sono sufficienti a costringere l’intelligenza umana alla fede. L’uomo entra in essa attraverso una sorta d’umiltà, di abbandono. Al cuore della fede come dono c’è un atto di amore: non c’è semplicemente l’intelligenza che riconosce un fatto oggettivo, come nel caso dei demoni, ma un’intelligenza che chiama in causa il cuore e implica un atto di volontà. La volontà pone un atto di adesione, di fiducia, in una sorta di penombra. La fiducia, come ogni atto di amore, non si colloca né in piena luce né nelle tenebre, ma in una penombra. Nel Credo noi non diciamo: «Credo che Dio è così e cosà, è onnipotente e creatore». Noi diciamo: «Credo in Dio». Ed è l’“in” del modo accusativo del latino: «Credo in unum Deum». Cioè c’è un movimento per andare verso. Invece i demoni dicono: «Credo Deum», credo Dio. Cioè c’è l’intelligenza ma manca il cuore. E siccome è una fede prodotto delle sole forze del soggetto, è automaticamente orgogliosa. Lo si è visto a Cafarnao: il diavolo dice «io so chi se Tu». La prima parola è “io”. Continua QUI
13:33 Scritto da: ritina5 in Diavoletti e diavolacci | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: fabrice hadjadj, diavolo, cultura, tempi, fede | OKNOtizie |
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07/09/2010
Così il Cilento è entrato nelle mire dei clan
Da tempo si temeva quello che è accaduto: i segnali c'erano tutti. La criminalità organizzata è arrivata anche nella mia bellissima e struggente terra, il Cilento... Solo gli amministratori, le cosiddette istituzioni, sembravano non accorgersi del pericolo. Sembravano... O fingevano?Oltre ad amministratori locali e forze dell’ordine, sentinelle anticamorra sono state anche le associazioni ambientaliste. Il presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo, per esempio, ricorda che da tempo erano state denunciate infiltrazioni criminali nel territorio cilentano. «Con il sindaco Vassallo – afferma – abbiamo lavorato per oltre un decennio e ogni anno abbiamo premiato il suo impegno con le cinque vele, il massimo riconoscimento di Legambiente alle località che si distinguono per tutela dell’ambiente e l’offerta turistica di qualità. Il suo costante e attento lavoro ha reso nel tempo la piccola realtà di Pollica un gioiello di buona amministrazione e un caso esemplare riconosciuto e apprezzato da cittadini e turisti. Con Vassallo abbiamo condiviso le tante iniziative virtuose, le buone pratiche del suo Comune e battaglie come quella per il Parco del Cilento e contro gli abusi edilizi. Ci mancherà la sua serena determinazione e la sua voglia di lavorare per un Cilento più pulito e più civile».
E proprio Amilcare Troiano, presidente dell’Ente Parco «auspica che la magistratura e le forze dell’ordine individuino, il più presto possibile, i criminali assassini che hanno stroncato la vita di un uomo che ha dedicato la sua esistenza al bene e alla tutela del nostro territorio».
Più prudente sulla "pista camorristica" sembra essere il presidente della Provincia di Salerno, Edmondo Cirielli, tenente colonnello dei carabinieri in aspettativa: «Bisogna aspettare l’esito delle indagini. L’agguato è abbastanza anomalo. La camorra non è più quella degli anni ’80 e ’90. Ci sono altre zone più appetibili, come l’Agro nocerino sarnese e la Piana del Sele. È vero che il Cilento è diventato più accessibile, ma ci possono essere esponenti della criminalità organizzata e non veri e propri clan».
14:34 Scritto da: ritina5 in cronaca | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: cronaca, cilento, camorra, questione meridionale | OKNOtizie |
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