NON SONO “VEGETALI”, SONO VIVI!

Impossibile ma vivo

Diciotto anni fa lo schianto, il coma, poi la sentenza: «È un tronco morto». Finché un giorno Massimiliano si è svegliato. E ha abbracciato quella mamma ostinata

Agosto 1991. Massimiliano Tresoldi ha diciannove anni. Con alcuni amici decide di trascorrere le ferie in Puglia, nella terra d’origine della famiglia. Carugate-Vieste. È il suo primo viaggio in automobile di una certa importanza. L’andata non presenta particolari problemi, la vacanza procede serenamente. Finché la combriccola, dopo qualche giorno, decide di cambiare destinazione. Obiettivo: le discoteche della riviera. A Massimiliano quella variazione non piace, perciò accompagna gli amici fino a Rimini, poi si rimette in auto per tornare a casa. È la notte del 14 agosto, e a Carugate nessuno sa ancora di questo rientro anticipato. Fino al giorno dopo, il 15 agosto, quando Lucrezia ed Ernesto, i genitori, ricevono quella telefonata. Li informano che Massimiliano è in ospedale: ha avuto un incidente nei pressi di Melegnano, alle porte di Milano, verso le 7 di mattina. È gravissimo, non c’è tempo da perdere.
Da quel momento la vita dei Tresoldi di Carugate cambierà radicalmente. Il figlio è in coma, la sua vita è appesa a un filo. I medici non lasciano spazio a speranze. Massimiliano viene trasferito al Fatebenefratelli di Milano, terapia intensiva. Referto senza appello: il “cervelletto” è tranciato, non ci sono possibilità di recupero. Dopo 72 ore la soluzione sembra una sola: staccare il respiratore artificiale. Solo i due medici che prendono servizio alla sera suggeriscono di aspettare ancora per verificare se il ragazzo riesce a vivere senza l’ausilio delle macchine. Esiste un paradosso: gli esami sono ottimi, Massimiliano è sano, ma è in coma. Potrebbe non svegliarsi più e alla famiglia viene spiegato chiaramente. Qualcuno dice: «È un tronco morto». Ma lui resiste, e dopo qualche giorno respira autonomamente.
In terapia intensiva Massimiliano resta più di un mese, senza mai dare segni di risveglio. I medici escludono sviluppi positivi. È necessario il ricovero in un reparto di lunga degenza, spiegano, ma un “comatoso” richiede un’assistenza particolare, è un onere importante anche per un ospedale. Infatti Ezia ed Ernesto passano lunghe peripezie prima di trovare un ospedale che accolga Massimiliano in lunga degenza. Ma il calvario è appena cominciato. Per i medici il ragazzo “comatoso” è un ingombro, perciò sarà la famiglia ad accudirlo. Fino a quando mamma Ezia comprende che in quel luogo Massimiliano non migliorerà mai. È un malato ingestibile, sottolineano tutti, ma lei non demorde: «Dopo quei mesi d’inferno, senza alcun segno che ci lasciasse sperare – racconta la donna a Tempi – ho deciso che dovevamo fare di più. Ho chiamato a raccolta mio marito e gli altri miei due figli e ho comunicato la mia decisione: dovevamo portare a casa Massimiliano. È stata dura convincerli».
Medici, amici, parenti, persino il parroco: tutti tentarono di dissuaderla. Le dicevano che era una pura follia, un gesto irrazionale dettato dal dolore. «Ma Lucrezia ha lottato con tenacia e forza. È stata determinante. È lei che ci ha trainati», dice il marito. Così casa Tresoldi si è trasformata nel ricovero perfetto per un “comatoso”, con tutto il necessario per l’assistenza, ma soprattutto l’affetto. Per dieci lunghi anni, quel figlio definito «un tronco morto» ha ricevuto le visite quotidiane di amici e volontari. Tutto il paese si è riunito attorno alla famiglia. Mamma Ezia ha trovato fisioterapisti e medici che seguono il decorso della malattia, ha studiato le leggi e ha imparato a esigere dalle istituzioni tutto ciò che sulla carta è garantito a un cittadino. A casa Massimiliano è accudito tutti i giorni come un neonato, bisognoso di cure e di interpretazione, imboccato e coccolato. In questi dieci anni lo hanno portato al mare, in montagna, a Lourdes, ovunque.
«Quando arrivavano i suoi amici, a me sembrava che talvolta facesse una smorfia come per sorridere», confessa Ezia. «Quando però l’ho detto ai medici, mi hanno azzittita immediatamente, per loro quelle erano solo mie fantasie. Io continuavo a non arrendermi, anche se Massimiliano non dava alcun segno palese di risveglio». Dieci anni così. Una dedizione totale. Ogni giorno Ezia prendeva la mano di suo figlio per fargli fare il segno della croce. Poi una sera, stanca, affranta, quella madre forte e determinata ha avuto un momento di sconforto: «Mi sono sfogata. Gli ho proprio detto: adesso basta, questa sera non ce la faccio. Se vuoi farti il segno della croce, te lo fai da solo. Era una frase buttata lì, rivolta più a me stessa che a lui. Ma improvvisamente Massimiliano ha alzato la mano, si è fatto il segno della croce e mi ha abbracciato. Stentavo a crederci, si era “risvegliato”». Da quel momento, giorno per giorno, Massimiliano con piccoli segni ha iniziato a dare conferma della sua presenza. La famiglia ha aspettato un po’ prima di avvisare i medici, temevano la solita faccia incredula e l’obiezione di sempre: «È impossibile».
E invece il risveglio, lento, faticoso, c’è stato. E quante sorprese. A un certo punto Massimiliano cominciò a fare strani segni con la mano. Ma nessuno in famiglia riusciva a decifrare cosa chiedesse. «Fu un colpo quando capimmo che stava usando l’alfabeto muto». Il linguaggio “segreto” fatto di gesti che si impara alle elementari per “parlare” coi compagni senza farsi beccare dalla maestra. Massimiliano lo aveva ripescato dal fondo della memoria. Così, un po’ a gesti e un po’ usando quell’alfabeto, la sua capacità di comunicare col mondo è cresciuta esponenzialmente, mese dopo mese. Sono trascorsi quasi 18 anni dal 15 agosto del 1991, quando i medici sentenziarono la fine di Massimiliano. Poi la forza delle relazioni, delle parole, dell’amore ha vinto su tutto.

«Mi dispiace per Eluana»
«Un giorno abbiamo intuito che Massimiliano ricordava molte delle cose vissute nel periodo di coma», racconta Ezia. «Quando ad esempio abbiamo cercato di spiegargli il passaggio dalla lira all’euro, ci ha fatto capire che sapeva già tutto. Anche alcuni fatti avvenuti a casa nostra li conosceva già. Seppure “dormiente”, aveva ascoltato, si era infastidito». Oggi Massimiliano è seguito da fisioterapisti e da una logopedista che lo sta rieducando a parlare e a scrivere. E pensare che doveva essere «un tronco morto».
Come tutti in Italia, anche Ezia ed Ernesto hanno seguito la triste storia di Eluana Englaro con trepidazione e sgomento. Avrebbero voluto confrontarsi con Beppino, raccontargli la loro esperienza. Massimiliano, seduto sul divano, ha capito tutto. Ascoltando la tv, ha imparato a riconoscere la voce di quel padre e a manifestare, a modo suo, tutta la sua disapprovazione per quella scelta. Su un foglio di carta ha scritto: «Io sono contento così. Mi dispiace per Eluana».
La strada è ancora lunga e il progresso è lento e faticoso, ma l’importante è che Massimiliano è rinato. I Tresoldi raccontano la loro esperienza con gioia, fiduciosi che sarà di aiuto a molti. Anche Massimiliano è contento di far conoscere la sua vicenda. Prima di salutarlo, gli chiediamo se è d’accordo che scriveremo di lui. Ci fa capire che possiamo farlo. Tra pochi giorni, partirà nuovamente per Lourdes come ogni anno. Ha scritto un messaggio da lasciare alla Madonna: «Dai la forza a mia mamma per vivere ancora a lungo».

Da Tempi

NON SONO “VEGETALI”, SONO VIVI!ultima modifica: 2009-05-15T00:43:13+02:00da ritina5
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10 pensieri su “NON SONO “VEGETALI”, SONO VIVI!

  1. Ti riporto quello che più o meno ho scritto dalla mia amica Rosanna, che mi ha segnalato la notizia.
    Credo che lo scienziato dovrebbe ritrovare l’umiltà, il senso della vita.
    Perchè la forza con cui la “vita” è attaccata alla “vita” è straordinaria.
    Bisogna solo inginocchiarsi davanti a questa meraviglia.

    E io ti abbraccio, cosi, per festeggiare!
    EHEHE
    Ciao Ritina!
    Teo

  2. Carissimo Teo, ho letto questa storia da Fabio Cavallari, mi ha emozionato e commosso. Hai proprio ragione; la vita vuole vivere, è irriducibile! Non ti sentivo da un po’, non riesco neanche a lasciarti un saluto, sul tuo blog è impossibile. Massì, festeggiamo!;-p Ti abbraccio anche io, buon fine settimana e… pure buona Domenica, va! Abbundantis abbundantum! (Totò e Peppino nella famosa “lettera”) Kisssssssssssssssssssssssssssss!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  3. continuate sempre a guardare le cose da un punto di vista terreno…non riuscite proprio a staccarvi da questo frammento di terra. Se Gesù ha detto…”chi crede in me non muore ma passa da morte a vita”…significa che questa vita vista dal cielo è considerata morte…mentre l’altra è la vera vita.
    Cosa state ad esultare per una povera anima a cui è sfuggita la vera vita e si è rivista catapultare in questa morte.

  4. David, allora perchè ci ha dato la vita, il Signore? E perchè ci ha promesso la resurrezione della carne, come è risorto Lui? Ci ha creati e fatti per la vita, non per la morte, che è entrata nel mondo a causa del diavolo che ha indotto il primo uomo al peccato originale Non ci credi?

  5. Hai ragione, caro Oste, e il fatto che i giornaloni tipo Repubblica, Corriere, tv, ecc. tacciano, mi fa temere che sia proprio vera l’ipotesi di un piano, neanche tanto dissimulato, di eutanasia, anche per chi non vorrebbe morire. Temo che si arriverà presto e diffusamente a tale pratica. Sai com’è, mantenere i malati costa, il PIL scende, la popolazione aumenta; un’epurazione in tal senso sarebbe provvidenziale. Perdonami l’amarezza. Ciao!

  6. Ciao per caso ho letto questa storia. sicuramente non è la sola. purtroppo noi non riusciamo più a far circolare le cose belle e quelle testimonianze utili per incoraggiare chi
    sta vivendo la stessa vicenda.
    purtroppo nel mondo non si aiuta, non si sorregge, è più facile annullare, cancellare come una spugna. ecc.
    creerò un post su questa storia ma creerò un link per condurli al tuo blog. grazie per la tua testiminianza

  7. Ti ringrazio, carissima Starsally, hai ragione, non dobbiamo farci scivolare addosso queste cose; la gente deve sapere che c’è un modo molto più umano e amorevole di affrontare il dolore. Ne va del nostro essere umani ed è una grande responsabilità, di cui Qualcuno ci chiederà conto. Un saluto affettuoso!

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